Uno Sguardo dal Ponte

RECENSIONI

di Valerio Calzolaio

Un anno in giallo

Autori vari, Sellerio, 2017

Tempi e luoghi d'abitudine. Salvo Montalbano, mentre il giorno della Befana mangia il meglio cuscus di tutta la Sicilia nei paraggi di Monte Cofano, viene importunato da Saverio, il compagno della bella cameriera, che prima gli accenna della richiesta d'aiuto del commendator Zicari di Vigàta (lo strano furto subito dall'amante) e poi intelligentemente lascia perdere per non rovinargli il pranzo; tanto il commissario torna a casa ed è già scafato di suo. Saverio Lamanna non è convinto della confessione di un presunto assassino (del ragazzino caduto nella cisterna) e invoca la presenza dell'avvocatessa Cornelia, figlia di un conoscente di Trapani; ma lei lavora a Londra e ci pensa lui, indaga e infine spiega al maresciallo quanto accaduto a febbraio. Cornelia Zac quel dì di marzo 1984 sta leggendo un libro di Gary consigliato da Vince, professore biblioterapeuta, come medicina contro lo stress, e non s'accorge che il quasi adottato giovane Leroy è uscito, rischiando la vita come la vera madre; va fermata la gang di spacciatori anglo-somali. Vince Corso, dopo aver aiutato ad aprile il primo cliente uomo, vorrebbe scrivere l'ennesima cartolina vuota al padre sconosciuto, proprio davanti a un bar di via Merulana dove l'anziano Ampelio e altri vecchietti in gita turistica brindano in toscano alla giovinezza col Campari; si trattava di scoprire l'autore della dedica rivolta alla moglie (morta da parecchio) ora rinvenuta su un libro d'amore. Nonno Ampelio, Aldo, Massimo e gli altri del BarLume di Pineta sfogliano un giornale di maggio leggendo sia della conferenza a Pisa del noto sceneggiatore Monterossi su Dylan sia del furto di cento preziose bottiglie di vino nel caveau del ristorante di un noto sommellier; è tutta questione d'annate. Carlo Monterossi sta facendo altro a Milano quel giugno; i due killer che già tentarono di ucciderlo sono alle prese col doppio incarico di un marito e di una moglie che si vogliono reciprocamente morti e Carella non ha ancora niente in mano, fortuna che deve andare a prendere a Linate la collega siciliana Angela per uno stage di formazione. Angela Mazzola a luglio comunque va in vacanza a Lipari dove la libraia turco-tedesca Kati le consiglia e regala Winslow; è giovane e inesperta, alle prime armi nel servizio prevenzione antiscippi, però s'intestardisce sulla storia di un bel palermitano scomparso forse con l'attrice del film girato a Ballarò e fa bene. Kati Hirschel non riesce proprio ad accettare come stanno rovinando Istanbul sempre più vuota di turisti europei, pensa di consolarsi ad agosto con il nuovo romanzo su Petra in arrivo alla sua libreria e con la madre tornata dalla Spagna per qualche giorno di vacanza; non sa che il Presidente è in pericoloso giro per moschee. Petra Delicado è terrorizzata dai rientri di settembre, in crociera ha visitato bei posti e incontrato simpatici individui come una coppia milanese, Angela e il tappezziere in pensione della casa di ringhiera; a Barcellona le passano il caso del figlio accoltellato di una vecchia ricca compagna di classe e s'indispettisce ancor più. Per altro Consonni è finito chissà dove e forse non verrà mai a sapere cosa è accaduto d'ottobre al caro condomino 84enne Luis De Angelis, costretto a rifugi d'emergenza dopo aver incautamente aperto a tal commissario Spotorno della squadra metropolitana antitruffa. Vittorio Spotorno, anni addietro, quando era molto amico di Lorenzo La Marca e vicequestore a Palermo, con moglie e figli aveva partecipato a una novembrina raccolta di olive sulle Madonie, ricevendo in busta uno spinello dal collega romano Rocco; per poi industriarsi a capire come fosse morto un ladruncolo nel terreno vicino. Rocco Schiavone ha influenza e febbre (forse 37,3) quando quel dicembre trovano morto Donato Brocherel nella casa di montagna sopra Aosta, per telefono guida Italo sui giusti passi, anche se (odiando il periodo natalizio) preferirebbe dormire e leggere almeno il primo dei due libri con Salvo del famoso Camilleri che gli hanno portato; il fatto è che il delitto è collegato a un vecchio caso del 1997 a Santhià.

Le novità di quest'ultima bella raccolta di racconti gialli inediti sono diverse e positive, pur in continuità con le accorte riuscite sperimentazioni che hanno costituito una svolta nel genere del genere. Sono ancor più gli autori coinvolti della scuderia Sellerio: Camilleri, Savatteri, Simonetta Agnello Hornby (giallista e personaggio nuovi, libro prossimo), Stassi, Malvaldi, Robecchi (libro imminente), Costa (personaggio nuovo, libro imminente), Esmahan Aykol, Alicia Giménez-Bartlett, Recami (altro inquilino), Piazzese, Manzini. Il tema sono i dodici successivi mesi dell'ambientazione temporale (talvolta non contemporanea, come in Agnello Hornby e Piazzese), uno ciascuno. Chi scrive ha trovato un ironico modo di fare cenno al principale personaggio dell'autore seguente (che poi magari stavolta è marginale, come in Robecchi, Recami e Piazzese) in una sorta di ideale staffetta (e l'ultimo chiude il cerchio). La lunghezza è molto omogenea (poco più lungo Savatteri, pochissimo più breve Stassi). Vi sono letture reciproche e scritture a loro volta condizionate dai sodali, una contaminazione che non inficia gli stili noti e amati di ogni autore.


Non è mai troppo tardi. Testamento di un maestro, Alberto Manzi, EDB, 2017

Rai. 1960-1968. Alberto Manzi (1924-1997) condusse il programma della televisione pubblica "Non è mai troppo tardi", ideato in collaborazione con il Ministero della Pubblica istruzione per contrastare l'analfabetismo. La trasmissione ebbe tale successo che riuscì a far prendere la licenza elementare a quasi un milione e mezzo di italiani e venne riprodotta all'estero in ben 72 paesi. In precedenza Manzi aveva innanzitutto insegnato in carcere a Roma, poi intrapreso una promettente carriera universitaria, interrotta per fare il maestro a scuola, compiere ricerche internazionali (soprattutto in America Latina), preparare testi per ragazzi. Qualche mese prima di morire, il 13 giugno 1997 realizzò una videointervista con Roberto Farné (oggi ordinario di Didattica a Bologna), che negli ultimi quindici anni molto ha scritto sul ruolo educativo della televisione e su Manzi. Dopo un'esplicativa introduzione, il volume raccoglie la trascrizione dell'intervista al bravissimo educatore.


Il vignaiolo universale. La cultura nel bicchiere, Pierluigi Gorgoni e Andrea Grignaffini, Marsilio, 2017

Terroir, vigne, vitigni, vignaioli e vignaiole, vini, degustatori e degustatrici, qui e altrove. Da qualche migliaio d'anni e per sempre (forse). La milanese Fondazione Cologni opera da oltre un ventennio e la collana Marsilio "Mestieri d'Arte" giunge al decimo titolo: "Il vignaiolo universale. La cultura nel bicchiere", realizzato dai divulgatori enoici Pierluigi Gorgoni e Andrea Grignaffini e sapientemente illustrato da Paolo Rui (che però non beve). Si tratta di 33 brevi saggi critici su luoghi e tempi della cultura enologica artigianale con colte citazioni, inframezzati dalla riproduzione di 16 tele colorate di paesaggi, filari, cantine, recipienti, bicchieri, personaggi. Emergono le "funzioni" del vino: alimentare (contenuto proprio e da abbinare), sensoriale (in tutti i sensi), speculativa (diretta e indiretta), unica e universale, con un tramite e un ordire socialmente umani. Consuete introduzioni; in fondo un simpatico glossario eno-filosofico e spunti bibliografici.


La danza infelice, Alessandra Pepino, Atmosphere, 2017

Napoli. 9-15 gennaio 2017. L'acuto burbero ispettore Jacopo Starsky Guerra, dopo il fallito matrimonio, da tre anni convive con la bionda Costanza Fierro, che tiene lezioni tre giorni alla settimana (alternandosi al titolare della cattedra); ora lei è incinta di tre mesi, lui ha già smesso di fumare e le ha promesso che chiederà il trasferimento in una più tranquilla città di provincia. La sensibile esperta ispettrice Valeria Hutch Aveta ha un ottimo amato marito e stravede per il figlio Riccardo, si sente comunque molto attratta dal medico legale torinese Arturo Guida, alto e affascinante, occhi neri e spalle da pallanuotista, da poco trasferitosi. I due affiatati poliziotti sono alle prese con un caso rognoso. Il professor Leonardo Mancini, 36enne intransigente allenatore di una squadra di serie D, niente sigarette o alcol, padre solitario della figlia autistica Gioia, è stato pestato, ucciso, mutilato in palestra. Le dita mozzate vengono ritrovate all'interno dell'antico Cimitero delle Fontanelle. I sospetti si appuntano sul giovane talento cui stava dando una seconda chance, con frequenti litigi: Angelo Grimaldi è ricco sfondato di famiglia, non ha ancora nemmeno 23 anni e una storia già molto complicata. A 18 anni aveva fatto un provino positivo con la Juve e doveva trasferirsi a Torino, poi c'erano stati l'incidente col motorino e il ginocchio distrutto, un anno bloccato e l'occasione sfumata, la depressione. Si era sposato con la fidanzata (da sempre) Licia ed era nato Alessandro, ma continuava ad essere frustrato e insicuro. Mancini aveva cambiato qualcosa, c'era un rapporto intenso, quasi d'amore e d'odio. L'indagine ci complica, Angelo è scomparso. Inoltre, il capo del commissariato, il vicequestore Renato Immobile, sta molto male, il Parkinson comincia a essere proprio evidente. Cerca di tener duro, considera Guerra il proprio bravo erede, lo avvisa che dovrà essere promosso alla Omicidi, altro che trasferirsi!

Terzo giallo della serie (in quattro anni) per Alessandra Pepino (Napoli, 1984), in prima e terza varia. Il titolo richiama le dita sparse tra i teschi, il muoversi senza allegria. La prima persona riguarda perlopiù i due poliziotti, ma anche altri, a loro legati da affetto o indagine: Costanza che Guerra aveva conosciuto investigando sull'omicidio della sorella Benedetta; il bel gigante Antonio Colangelo, collega e amico, dopo tante conquiste ora innamorato perso di Flavia; la stessa Flavia alle prese con un segreto che non può confessare a nessuno; il dolorante amareggiato Immobile, ormai prossimo alla pensione; Assunta Procopio, la vicina che spesso tiene Gioia con sé; la collega Claudia Vitagliano, già amante del capo, ora alle prese con le storie occasionali dei siti d'incontro per cuori solitari e un caso parallelo; il giovane capace agente semplice Gennaro Rizzo, esigente fidanzato spesso turbato dalla personalità di Aveta; la collega Iolanda Scapece che deve laurearsi. E la terza indugia a sprazzi (capitoli sempre brevi) sugli ulteriori personaggi (come Gioia, senza voce), su mail segrete e sull'irresistibile Napoli (ben tratteggiata), su intermezzi e flashback; sicché non sempre è semplice seguire un filo nello stile e nella storia. I pensieri scandiscono identità e personalità che s'intersecano a fatica. E la stessa, pur intuibile, qualità della narrazione, lo stesso ritmo del giallo rischiano di essere offuscati. Ottimi olfatto e gusto a chilometro zero, o quasi: Lacryma Christi e Aglianico. Nella cena fra amici sinceri sguscia fuori dallo stereo la voce di James Taylor.


Di qua e di là dal mare. Filastrocche migranti

Carlo Marconi, Edizioni Gruppo Abele, 2018

Un mare in mezzo a terre. Prima, ora, ancora. Partenze, fughe, approdi in 21 filastrocche, intitolate come un alfabeto: addio, barcone, clandestino, deserto, eroe, fuga, girotondo, home, idea, lingua, mare, naufragio, ospite, parola, questura, rispetto, straniero, telegiornale, uguale, vattene, zattera. Pare che nel mondo ci sia posto per tutti. Alcuni migrano, per necessità o per scelta, tante donne e uomini, bambine e bambini diversi le une dagli altri. Qualcuno attraversa il Mediterraneo e le domande (oltre che le paure) si affollano nella testa di chi convive qui. L'ottimo maestro Carlo Marconi ha provato a parlarne e a lavorarci con i propri alunni; 24 bravi illustratori hanno arricchito il progetto di grandi immagini colorate; ne vien fuori un volume di deliziose filastrocche (diverse nel ritmo, nella lunghezza, nella metrica, nelle emozioni che suscitano in chi legge), col quale si sostengono le attività di cooperazione del Gruppo Abele in Costa d'Avorio. Fate girare!


Il morso della reclusa

Fred Vargas, Trad.: Margherita Botto, Einaudi, 2018 (orig. 2017, Quand sort la recluse)

Parigi (e Sud-Est della Francia). Primavera 2016. Il basso magnetico mitico commissario Jean-Baptiste Adamsberg, ultracinquantenne bruno e magro, cafone montanaro originario del pirenaico Béarn (padre calzolaio), bambino (e adulto) ficcanaso refrattario alle regole, zigomi prominenti, grande naso aquilino, guance incavate, capelli bruni spettinati, algoso sguardo svagato, mento debole, sorriso storto, pelle olivastra, al polso sinistro due orologi (fermi), trascorre vacanze in Islanda, tranquillo e pacificato, c'è con lui Zerk (o Armel, il figlio conosciuto da poco, quando aveva già 28 anni). Lo richiamano in servizio con urgenza (e Zerk resta là): una bella 37enne è stata schiacciata per due volte sotto le ruote di un suv, l'assassino o è il disinteressato ricco marito o il servizievole presunto amante. Ad vede nella nebbia e risolve il caso con facilità, sembra Sherlock, senonché s'imbatte per caso nell'impossibile omicidio di due vecchi per il tramite di ragni. Mentre risolve con facilità un altro delicato caso (un pessimo stupratore sulle tracce di una sua tenente), l'amico, collega e vice Danglard contesta apertamente l'apertura di una nuova astrusa indagine, la squadra si trova in un clima malsano. A sorpresa emergono antichi crimini commessi dagli assassinati (fin dall'orfanatrofio) e altre precedenti morti pure connesse; con tradimenti e pugni, bolle e proto-pensieri, la squadra forse potrebbe ricomporsi intorno al capo. E il commissario è costretto a dirigersi frequentemente verso sud, in treno o auto (guidata da altri) che sia. Si confronta con lo psichiatra Martin Pescatore, visita il fratello Raphaël (più piccolo di due anni) all'Île de Ré, fa ricorso a vecchi amici, organizza uno scavo vicino Lourdes. C'è qualcuno paziente che la sa più lunga da molto tempo.

Da un quarto di secolo Fred Vargas delizia lettori e lettrici: ecco l'ultima meravigliosa opera dell'archeozoologa doppia e multipla, fiabesca e illuminosa Frédérique Audouin-Rouzeau (Parigi, 1957), dotatasi di uno pseudonimo (in comproprietà con la gemella pittrice) per romanzi polar, colti e ironici. Ha la fissa del protagonista, delucidato in terza, maschio ormai senza più libido, in connessione con donne mai seduttive, giunto alla nona avventura della serie. Adamsberg è nebbioso lento trasandato iponervoso, ostinato prolisso visionario, già tiratore scelto, disegnatore assorto, lettore camminante; i pensieri si formano prima ancora che li pensi; non resta mai arrabbiato a lungo, prende sonno all'istante; ha andatura beccheggiante e vagabonda, una voce da tonalità basse e dolci; mangia con indifferenza e compra sigarette per il figlio lontano solo per potergliele subito rubare e fumare. La squadra è composta da 27 agenti dell'Anticrimine di Parigi (nel XIII°), oltre la metà è presente fin dal primo immediato Concilio, ognuno descritto con fantastica concreta creatività, fra scartoffie e distrazioni, gerarchie e fobie, tipo 87°. Questa volta è operativa ma più frastagliata la storica contrapposizione fra i positivisti materialisti eruditi, disturbati dalle divagazioni erratiche, e gli accomodanti deleganti, per i quali c'è poco di male a spalare nuvole di tanto in tanto, con in mezzo i noti moderati esitanti; destra e sinistra irrituali, visto anche che il vero centro è un individuo per definizione senza equilibrio e certezze. Eccelsi dialoghi surreali e curiosità linguistiche, citazioni colte e pedopsichiatria degli abbandonati, uno stile assecondato da stranezze ossefiane e multimediali. Si parla di cose orrende come in una fiaba, orripilante e leggiadra al contempo. La copertina è un po' troppo simile a precedenti, il titolo indica il ragnetto eremita e pauroso, il ragno violino Loxosceles rufescend (reclusa nelle originarie Americhe). S'ingozzano e bevono alla maniera degli Alti Pirenei Atlantici: Garbure, Jurançon (bianco), Madiran (rosso).

L'abisso. Piccolo mosaico del disumano,

Flore Murard-Yovanovitch, Stampa alternativa, 2017

Mediterraneo. Ai giorni nostri. "In una pulsione senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale, l'Europa sceglie la violenza come politica e decide di spostare la sua Frontiera più a sud, in Africa, trasformandosi in un dispositivo per bloccare e per deportare chi tenta di arrivare - l'Europa si fa muraglia di eserciti e di poliziotti, di campi, di leggi e persecuzioni". Da circa dieci anni la giornalista Flore Murard-Yovanovitch, di origine serbe, nata e cresciuta in Francia, globetrotter militante, spesso con base a Roma, raccoglie cronache, commenti, pensieri, recensioni nel blog https://floremy.wordpress.com/about/, molto imperniato sulla (cattiva) politica europea nei confronti delle immigrazioni. Non solo comunque: si tratta di scritture intuitive di quello che c'è nell'aria e delle trasformazioni psicosociali in corso, pulsanti verso una società diversa, libera e davvero umana fondata su rapporti umani nonviolenti, sulle realizzazioni reciproche degli individui, della loro identità, in creatività e fantasia. Esce ora con la terza parte di quello che ha chiamato "piccolo mosaico del disumano". Dopo Derive (2014) e La negazione del Soggetto Migrante (2015), L'abisso (ottobre 2017) contiene quasi una trentina di testimonianze e resoconti su episodi di flusso migratorio del biennio 2015-2016: la percezione "delirante" (concetto ripreso dallo psichiatra Fagioli) che impera sugli organi d'informazione e sui social, capace di delirare sugli esodi, distorcendo dati e realtà; il nuovo "fascismo" della frontiera, ovvero muri razziali, caccia ai profughi, campi di concentramento nuovi lager lungo i transiti o all'arrivo, rimpatri forzati e mortiferi; la vera e propria "guerra" ai migranti, ovvero pattugliamenti militari respingenti, fuoco armato contro i soccorritori, naufragi indotti o accettati, psicopatologia dei poteri statali e comunitari.

Flore Murard-Yovanovitch (Parigi, 1972) è una storica di formazione, divenuta ben presto operatrice dell'Onu e di varie Organizzazioni non governative, giornalista freelance, coinvolta nelle esperienze di psichiatria dell'analisi collettiva di Massimo Fagioli (1931-2017), testimone diretta e sul campo di storie e volti di esodati. I testi erano in parte usciti anche su quotidiani cartacei e online, agenzie varie. Nel volume la scrittrice assembla i pezzi non per tema, ma per amaro argomento e aggiunge un lavoro di editing, oltre a un ricco apparato di circa cento note (con citazioni bibliografiche e riferimenti giuridici). Entusiasta l'impegnata postfazione di Alessandro Dal Lago, che parte dal "costo umano" dei morti di frontiera ("Trentamila annegati in vent'anni. Quaranta o forse cinquantamila morti, se contiamo le vittime, per fame, sete, torture o guerra, nelle savane, nei deserti e nelle desolazioni che separano l'Africa... dalle coste mediterranee") e integra il libro con le novità del 2017: "quello che è successo in Italia tra il febbraio e l'estate del 2017 non ha precedenti. Una campagna, probabilmente appoggiata o ispirata dai servizi segreti, alimentata dai media scandalistici e legittimata da alcuni magistrati inquirenti loquaci o specializzati in esternazioni alla stampa, ha preso di mira le navi delle Ong che operano tra Sicilia e Libia, salvando migliaia di migranti". Ė purtroppo un dato che l'Europa di fatto non ha mai riconosciuto il diritto di restare (con la schiavitù antica e moderna, il colonialismo, lo sfruttamento, le emissioni di gas serra) e ha paura della libertà di migrare (altrui e universale), unita da una psicosi nazionalistica ed etnocentrica. Abbiamo bisogno di conoscenza ed empatia per resistere alle abissali disuguaglianze!


Bastardi in salsa rossa,

Joe R. Lansdale, Trad. Luca Briasco, Einaudi, 2017

LaBorde e Camp Rapture, East Texas. Giorni nostri. Questa volta Hap e Leo sono soli. Brett, risoluta compagna rossa del primo, e Chance, recente figlia adulta hanno l'influenza, sono gonfie e apatiche, restano sempre a casa. John, storico e credente compagno di vita del secondo, se n'è andato di nuovo. Hap è uscito dalla lunga convalescenza per il grave accoltellamento allo stomaco. Mentre Leo si trova a Houston occupato a far sesso con un ragazzo conosciuto in rete, lui svolge lavoro d'ufficio nell'agenzia d'investigazioni Sawyer (Brett), in compagnia della femmina di pastore tedesco Buffy. Riceve la visita della stanca signora di colore Louise Elton che abita lì di fronte. Le offre un caffè e i biscotti (di Leo), è convinta che il figlio Jamar sia stato ucciso, forse proprio da poliziotti, nella zona delle case popolari del quartiere nero. Tenta un sopralluogo, incontra la dura "adorabile" ragazzina 14enne Reba Little Woman e altri delinquentelli, capisce che il caso sarà complicato, lo affronteranno insieme, col solito spirito indomito e samaritano. I fratelli di fatto Hap Collins e Leonard Pine continuano a deridersi e divertirci su tutto (dal sesso alla caduta dei capelli, dall'amore al ring), stanchi fallaci uomini di mezza età dalla pelle dura e dalla lingua lunga. Jamar era uno studente brillante e un pugile promettente, contestava violenze gratuite, mostrava molto fastidio verso il poliziotto che insidiava la sorella minore Charm, filmava tutto, così era stato minacciato e poi picchiato a morte, anche per impedire che venissero fuori affari sporchi. Alcuni hanno luogo all'interno di una segheria abbandonata, accanto a un grande stagno di acqua salmastra che raccoglie polveri, segature e cadaveri di cani (in tal modo) "arrugginiti", morti in combattimento.

Decimo ottimo romanzo della divertente serie noir hard-boiled di Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951), dal titolo americano intraducibile (Rusty Puppy, Cuccioli Arrugginiti), mentre il titolo italiano strizza l'occhiolino a Tarantino (del resto, i due appaiono anche in una serie televisiva giunta alla terza stagione). Hap e Leo, quasi due lati dello stesso personaggio, sono ancora in gran matura forma e subiscono un invecchiamento rallentato (la prima avventura uscì nel 1990). Hap è un bianco di buon cuore, castano, un metro e ottanta, veloce e tenace, pigro ma orgoglioso, ha fatto obiezione di coscienza lottando con la galera contro il Vietnam, brevemente sposato, buon psicologo di uomini, esperto di Hapkido e arti marziali, arsenale nascosto in casa, vota democratico quando ci va. Leonard è nero macho grosso, pratica megachecca impaziente, luce maligna negli occhi, decorato in guerra, appassionato di Dr Pepper e biscotti alla vaniglia, manovalente per lavorare e menare, magro ordinato pulito atletico, ma ormai brizzolato, elettore repubblicano se vota. Come sempre, stile e linguaggio sono molto curati: è Hap a raccontare in prima persona, lui che legge molti gialli e raccoglie un poco lo "stampo" dello scrittore, "ateo morale", narrando l'indagine hard-boiled inframezzata dai dialoghi sul mondo della pirotecnica complicata imperfetta coppia. E, quando la bellissima impresaria (di colore) delle pompe funebri prova ad aiutarli con alcune "supposizioni" e aggiunge che però ha letto "troppi romanzi gialli", è Leo a commentare: "forse dovremmo leggerne tutti di più". Poco alcol e succo di mirtillo per Hap. E nello stereo entrambi preferiscono ascoltare il cd di Kasey (Lansdale), non a caso, altro che hip hop!


A bon droit. Il piacere della vendetta, Luciana Benotto, La vita felice, 2017

Milano e stato visconteo. 1380-1385. Gian Galeazzo Visconti (Pavia, 1351-Melegnano, 1402) fu detto Conte di Virtù dal nome di Vertus in Champagne, titolo portato in dote dalla prima moglie Isabella di Valois (1348-1372). Fu scombussolato dalla morte di lei, poi di due dei quattro figli e del padre (1378). Il crudele zio Bernabò restava come uomo forte del casato, nel 1380 costrinse il mite accorto Gian Galeazzo a sposare la cugina sua figlia e qualche mese dopo fece uccidere Azzone, il maschio vivo del primo matrimonio. L'esperta insegnante alle superiori, giornalista di lunga data, lombarda d'acqua dolce Luciana Benotto narra in terza varia il conflitto latente e patente fra i due Visconti, il covare principesco della rivalsa del Conte con l'aiuto della madre Bianca di Savoia, il nuovo vero amore per Agnese Mantegazza. Ne vien fuori un garbato romanzo storico, "A bon droit. Il piacere della vendetta", avventure e sentimenti di oltre sei secoli fa, documentato e avvincente.


Un maestro nella foresta. Alberto Manzi in America Latina, Andrea Canevaro, Giulia Manzi, Domenico Volpi, Roberto Farné, EDB, 2017

Venezuela e Ande. 1955. Alberto Manzi (1924-1997) condusse "Non è mai troppo tardi" dal 1960 al 1968, 50 anni fa. In precedenza aveva innanzitutto insegnato in carcere a Roma, poi intrapreso una promettente carriera universitaria, interrotta nel 1954 per fare il maestro a scuola e compiere ricerche internazionali (soprattutto in America Latina). Così, a partire dall'estate 1955 per venti anni, trascorse i mesi estivi in Sudamerica. Il primo viaggio fu raccontato nel 1956 attraverso sei articoli pubblicati dal Vittorioso, un giornale per ragazzi edito dalla casa editrice Ave. Quel reportage viene ora ripresentato in questo prezioso volumetto con quattro importanti introduzioni dei due docenti universitari bolognesi Canevaro e Farné, dell'amico Domenico Volpi (che dirigeva il giornale) e della figlia Giulia, illustrato e arricchito da alcuni dattiloscritti (preparati come "fotoservizi") conservati al Centro Alberto Manzi di Bologna.


Delizie d'Oriente. Una storia della cultura gastronomica

Peter Heine, Trad. Marina Pugliano e Valentina Tortelli, Sellerio, 2017 (orig. 2016)

Islam. Tavole imbandite. I musulmani non mangiano carne di maiale, di rado si godono un bicchiere di vino, considerano spesso l'elemosina una buona maniera a tavola, hanno importato alcuni nostri cibi e cucine, hanno esportato molti loro cibi antichi (frumento, riso, zafferano, cannella, chiodi di garofano a esempio) e antichissimi (prima della loro religione), e cucine (falafel, hummus, kebab, cuscus, marzapane a esempio), come anche modi di cucinare gli ingredienti alimentari. L'islamista tedesco Peter Heine (Warendorf, Westfalia, 1944) illustra in otto parti alcuni aspetti cruciali della pratica e della cultura enogastronomica d'Oriente, iniziando proprio da suino e vino (il secondo con un divieto più recente e meno rigoroso), inframezzando il saggio con gustose ricette (oltre 50 in tutto), letteratura, vita quotidiana. Seguono ampie trattazioni di storia della cucina e splendidi capitoli sulle migrazioni culinarie, pure i legami gastronomici sono meticci e pacifici.


Fiori sopra l'inferno

Ilaria Tuti, Longanesi, 2018

Autunno 2016. Travenì, Friuli Venezia Giulia. Ė un piccolo villaggio raccolto nella conca formata da una corona di montagne, non lontano dal confine con l'Austria, a circa cento chilometri da Udine; un centro minuscolo, torre medievale in piazza, stazione ferroviaria, un migliaio di abitanti (turisti esclusi), ventimila ettari di foresta intorno (e animali "selvaggi", grotte, cave, miniere, laghi, cascate, l'orrido dello Sliva), interessato a breve dalla costruzione di un nuovo polo sciistico con disboscamenti e forte impatto ambientale. Fuori dal paese viene rinvenuto un cadavere senza occhi (strappati via e scomparsi), adagiato e "allestito" supino nudo sull'erba, coperto di brina, vicino fra i rovi un totem fatto con gli abiti insanguinati; si tratta di Roberto Valent, ingegnere civile 43enne nato e cresciuto nella valle, padre di Diego, scomparso da due giorni, dopo aver accompagnato il figlio a scuola. Arrivano dalla città la non più giovane commissaria Teresa Battaglia con i due storici collaboratori e il nuovo aitante bell'ispettore metropolitano Massimo Marini, appena assegnato alla squadra. Lei è nata il 20 maggio 1958, aveva subito per un po' il pessimo marito, non ha figli, viso duro e rugoso, corpo sfatto e capelli rossicci, appare malata e sola, gestisce a fatica un diabete insulinodipendente e l'incipiente perdita di memoria, segreti e dolori sulle spalle. Esperta ed energica, scontrosa e determinata, capisce subito che c'è un disegno nella prima violenza, che non finirà lì. Ha doti di profiler, anche se emergono come contraddittori i connotati della personalità del colpevole rispetto all'evoluzione criminale della specie umana. Del resto, il gruppo misto degli amici di Diego percepisce da tempo una presenza oscura (non malevola) nel bosco, qualche cattiveria e qualche bontà ruotano intorno alle loro famiglie.

Di valore e di successo l'esordio nel romanzo di Ilaria Tuti (Gemona del Friuli, 1976), in terza varia, soprattutto investigatori e bimbi, talora anche "lui", che osserva a distanza e agisce per mimesi, a causa di un'identità poco sociale, scolpita nel passato. L'incipit e alcuni intermezzi dell'efficace narrazione riguardano infatti la Scuola, cupo orfanatrofio montano dove nel 1978 si facevano strani criminali esperimenti; a suo modo, nel brulicante Nido, cresceva un individuo nel posto numero 39. Lentamente, inesorabilmente emergono truci connessioni con un passato ancor più remoto e col presente. Il titolo ("tratto" dal poeta giapponese Kobayashi Issa) si riferisce al fatto che talora chi compie del male vede l'inferno che ciascuno abbiamo sotto i piedi (mentre noi contempliamo benevolmente i fiori che crescono in superficie); per stanarlo occorre vedere oltre i fiori, cercare l'inferno. La bellezza aspra del paesaggio e dell'ecosistema (siamo in zona Tarvisio, sono immaginarie solo le denominazioni) stride ben presto con le dinamiche misere e le doppie vite all'interno della comunità paesana, dentro e fuori le mura familiari. Ne vien fuori una multiforme toccante riflessione sul legame indefinibile e arcano, primitivo e sacro, pro-creato dalla maternità, su adulti che tormentano i bimbi o li privano delle cure affettive, sulle teorie eugenetiche e, di converso, sulle pratiche empatiche della genitorialità e della vita. Nei conventi per secoli c'era spesso una ruota degli "innocenti" esposti. L'autrice (mamma da poco, la dedica è a Jasmine) semina con maestria indizi, forse il serial killer non intende delinquere in una camera chiusa, forse i crimini e i criminali sono tanti ma non tutti. A Teresa fanno compagnia bei libri e buon jazz.

Onde confidenziali, Marc Fernandez, Trad. Francesco Bruno, Sellerio 2017

Madrid. Qualche anno fa. Una donna fuma e ascolta in auto "Clandestino" di Manu Chao, finché non passa Paco Gómez, 36enne consigliere comunale dei franchisti dell'AMP (Alleanza per la maggioranza popolare), candidato a fare il ministro dell'Economia nel prossimo governo dei neo vincitori di destra alle elezioni politiche spagnole (quelle dopo la legislatura in cui fu approvato il matrimonio per coppie omosessuali). Gli spara alla nuca con una P38 nuova fiammante, un inizio di vendetta. Dopo aver votato, il sofferente giornalista slow Diego Martín (1970) è rientrato a casa nell'appartamento di Malasaña, vive solo (depresso, senza amore e senza sesso) da quando il capo del cartello di Juárez ha fatto uccidere l'amatissima moglie Carolina cinque anni prima, e ascolta davanti alla tv le pessime notizie sui risultati elettorali. Passano sei mesi. Diego è un democratico di sinistra, ma non gli hanno cancellato il programma settimanale di ogni venerdì, la seguita trasmissione "Onde confidenziali" dell'emittente pubblica Radio Uno, due ore dalla mezzanotte in avanti, in cui si occupa soprattutto di mala giustizia e ospita dettagliate cronache di un anonimo magistrato. Una sera decide di riparlare dell'insoluto assassinio di Gómez, ha chiesto alla sua bionda amica transessuale Ana Durán, già escort di gran classe, ora ottima detective privata, di dargli qualche spunto nuovo, inoltre vuole intervistare la madre della vittima. Quel pomeriggio la vendicatrice ferma l'auto del 90enne ricchissimo notaio Don Pedro de la Vega (legato alla destra della destra) e, quando lui abbassa il finestrino, gli spara in fronte e cancella il secondo nome dall'elenco di cinque che ha appuntato su un foglio. Diego scopre che Ana aveva avuto l'incarico di indagare sul notaio da parte della bella alta mora Isabel Ferrer, penalista francese da poco trasferitasi a Madrid per fondare l'Associazione nazionale dei bambini rapiti (Anbr).

Dopo vari libri inchiesta a quattro mani (con Jean-Christophe Rampal, anche su Ciudad Juárez), il giornalista francese Marc Fernandez (1973) esordisce nel "polar" (originale del 2015) con un interessante ritmato romanzo, Mala vida (titolo preso da un'altra canzone di Manu Chao). La narrazione è in terza varia al presente, concentrata in parallelo sui due protagonisti, Diego e Isabel, destinati ad attrarsi, almeno un poco, mentre la discutibile vendetta procede. Lo spunto è un fatto di cronaca nera: nel gennaio 2011 l'Associazione nazionale delle vittime delle adozioni irregolari (Anadir, «ricongiungere» in spagnolo) presentò una denuncia per la scomparsa di 261 bambini durante il periodo del franchismo; la dittatura era durata dal 1939 al 1975, il numero delle possibili vittime ben presto si moltiplicò, la vicenda creò enorme scalpore nelle regioni spagnole più coinvolte, emerse che i crimini erano continuati anche dopo Franco. La stessa Isabel ha la nonna 89enne Emilia nel XVIII° arrondissement di Parigi, cui fu sottratto a Madrid (in un ospedale gestito dalla Chiesa) il neonato in fasce quando aveva 21 anni e militava nel Partito comunista, e che accetta l'invito della nipote di farsi intervistare da Diego. C'era una vera e propria organizzazione criminale legata al regime franchista e creata al solo scopo di privare dei figli alcune famiglie di oppositori. Per il resto, i riferimenti politici sono liberamente tratti dalla vicenda spagnola. I cenni all'Italia riguardano una sorta di "berlusconizzazione" del paesaggio mediatico nazionale da una parte, il rischio per individui che ficcano il naso dove non dovrebbero di ritrovarsi a "vivere come Saviano", sotto protezione permanente, dall'altra. Calimoxo è il miscuglio obbrobrioso di Coca e vino; meglio il rum del Venezuela e un bicchiere di Rioja. Diego ama anche Pink Floyd e Noir Desir, Isabel Mozart.


Stephen Jay Gould,

Alessandro Ottaviani, Ediesse, 2012

New York, 10 settembre 1941 - 20 maggio 2002. Consiglio di approfondire la conoscenza di Gould, uno dei grandi scienziati del Novecento, straordinario divulgatore scientifico. Famiglia laica (ebrea non osservante), padre stenografo marxista e madre artista di origini ungheresi, "graduato" nel 55, diplomato nel 58, buon corista e fanatico del baseball, laureato nel 63 in geologia, mogli e figli. Paleontologo per vocazione e professione, dal 71 teorizzò con Eldredge gli "equilibri punteggiati" (in alternativa al "gradualismo filetico") per connettere evoluzione della biosfera, selezione naturale, speciazioni. Dal 73 ottenne la cattedra ad Harvard, formatore di tanti nuovi zoologi, biologi, scienziati, protagonista del dibattito culturale internazionale anche attraverso meravigliosi libri (alcuni tradotti in italiano). Il giovane filosofo della scienza Ottaviani ha scritto una chiara e utile biografia intellettuale con finestre di approfondimento, ottimo glossario, curata bibliografia.


Memoria, Pietro Ingrao, a cura di Alberto Olivetti, Ediesse, 2017

Ha vissuto cent'anni Pietro Ingrao (Lenola, 30 marzo 1915 - Roma, 27 settembre 2015), è stato una gran bella persona. Il suo Archivio è conservato al CRS (presieduto da Maria Luisa Boccia) e raccoglie materiali politici e culturali di un lungo percorso di conoscenza e comunicazione letteraria. Nel 1998 aveva predisposto un testo autobiografico registrato poi come "Memorie di guerra" perché concentrato all'inizio sugli anni del conflitto (1939-1945), diffondendosi poi ben oltre. Viene pubblicato giustamente come "Memoria", curato col consueto acume da Alberto Olivetti, che rielabora come postfazione ("Oltre i comunismi del Novecento") scritti recenti su Ingrao. L'inedito è diviso in 16 capitoli e ruota intorno alle date cruciali personali e globali: il 1936 (lui fresco di liceo, la guerra civile in Spagna) e il 1956 (lui all'Unità, la scossa in URSS con il XX Congresso del PCUS e i carri armati a Budapest), per dipanarsi verso scelte di vita e curiosità intellettuali, eventi e arti.


Il quaderno dei conti di casa. Lo zen e l'arte del risparmio ecologico e solidale,

Altreconomia, 2017

Italia. Di giorno in giorno. I "conti" hanno almeno duplice significato: sono entrate e uscite in quantità di ciascun nucleo (anche collettivo pubblico, o individuale), indicano qualità e priorità pratiche ed etiche delle merci usate. Ispirandosi al kakebo giapponesi, sottolineando consumi equi e solidali, la cooperativa che da quasi venti anni edita il mensile Altreconomia ha realizzato un utilissimo volume per tenere in ordine il bilancio (consapevolezza, puntualità, squilibri) e creare le condizioni per rendere più sagge e sostenibili alcune abitudini (autodisciplina, stile di vita, indipendenza dalla pubblicità, opzioni ecologiche, meditazione). Dal 2018 in avanti ogni anno è buono; ciascuna doppia pagina indica mese e settimana (spese, scadenze, eventi, consigli); ogni tanto alcune schede compilate da esperti dell'associazionismo intervallano la sequenza (risparmio, denaro, vestiti, igiene e pulizia, cibo, viaggi, cultura, tecnologia, mobilità, salute, energia, ambiente).


Cartoline dai morti 2007 - 2017, Franco Arminio, Nottetempo, 2017

Nel 2011 Franco Mario Arminio (Bisaccia, 1960), bravissimo "paesologo", poeta scrittore regista, pubblicò la prima edizione di una raccolta di brevi messaggi trascritti come se fossero arrivati per cartolina, ciascuno da un individuo defunto e da un luogo ignoto. Erano 128 più una nota. In questa nuova recentissima edizione accresciuta di fine 2017 ne ha corretto qualcuno, ne ha eliminato qualcun altro, lasciandone 83 fra gli originali. Poi ne ha aggiunti 11 tratti dalla raccolta 2016 e circa 75 inediti, come "racconti senza respiro" e cartoline, oltre al componimento "La spina". L'ultimo testo riassume un poco il senso di tutti: "Se non credi alla vita dopo la morte, devi credere di più alla vita dentro la vita. La mia fede io la chiamo intensità. L'intensità a me viene dal guardare... Il bene sta negli alberi, nell'acqua, nelle facce, il bene è sempre dalla parte di chi è intenso, si interessa meno a chi si spaccia in estasi o in disperazione." Bella coerente veste grafica.


Confesso che ho stonato, Gianni Mura, Skyra, 2017

Italia e Francia. L'ultimo secolo. Gianni Mura è nato il 9 ottobre 1945 ed è sempre vissuto a Milano. Giornalista da oltre cinquant'anni, ha iniziato alla Gazzetta dello Sport subito dopo la conclusione del Liceo Classico (il Manzoni), presto rinunciando alla laurea in Lettere moderne dovendo girare l'Italia, l'Europa, il mondo per seguire eventi e personalità dell'agonismo sportivo, soprattutto calcio e ciclismo. Pare che avrebbe voluto, invece, fare il cantautore, provò pure a cantare nei cori scolastici alle medie, fu sconsigliato e ora ha deciso di raccontare minuziosamente il lungo intenso amore per la musica di uno che non va a tempo. Spiega di essersi acculturato di arie e canzoni nelle caserme dove lavorava il padre maresciallo dei carabinieri, cresciuto in un mondo di regole da rispettare, con libri e radio come uniche evasioni a disposizione. Da allora quando può canticchia, Giovanna Marini gli disse di trovarlo un poco distonico, altri tradussero in "totalmente stonato", ma secondo lei forse poteva piacere a Luigi Nono. Si è così rassegnato al ruolo di ascoltatore e, proprio per questo, sopporta poco che ai concerti di musica cosiddetta leggera (non succede per jazz e classica) la musica non si senta e gli spettattori urlino insieme al cantante le parole delle canzoni (tipo karaoke), fra raggi laser e luci stroboscopiche. Nella sua educazione e nel suo ascolto esistono frammenti e passioni in molte lingue di molti continenti, sottolinea comunque spesso di prediligere il cantautorato francese e italiano del secolo scorso, anche in dialetto (milanese e non solo), anche impregnato di valori civili (le vite di chi sta ai margini, morti e sofferenze di chi lavora duro). Più di tutti suggerisce di riascoltare il musicista, compositore e autore Sergio Endrigo.

Che bello! Di Gianni Mura potete leggere volentieri ogni scritto, quelli che muoiono quotidianamente sulla carta stampata, quelli che vivono in volumi di genere vario: articolo, racconto, romanzo, reportage, conversazione, intervista, recensione o cronaca di costume che sia. Scrittura eccelsa, arguzia stilistica, divulgazione colta, forma e sostanza. Qui inaugura un'interessante collana di "Note d'autore" trattando argomenti musicali con garbo e competenza. Confessa subito che lui stona da sempre e regolarmente. Poi finisce per citare in una decina di più o meno brevi capitoli circa 170 musicisti che gli (ci) hanno regalato "emozioni con le loro canzoni, una solo oppure tante", perlopiù italiani, tanti francesi. Non è un elenco organico, né vuole essere la storia di un periodo, trovate pochi gruppi e poco pop, è ovvio. Alcune canzoni sono citate lungamente e contestualizzate. Sono impressioni di un appassionato serio che narra mirabilmente delle proprie passioni musicali, di aneddoti e incontri connessi, ogni capitolo con un suo motivo ricorrente, un ritornello orecchiabile: Bearzot patito di be-bop, Brera che descrive Pelè con Leopardi, il valore (non immemorabile) degli inni delle squadre di calcio, la musica che accompagna vari altri sport, Ėdith Piaf, le pietre sonore di Pinuccio Sciola, la fisarmonica come esperanto degli strumenti e anguria della musica, il rispetto e l'altruismo del duo Enzo Jannacci - Beppe Viola nel triangolo di piazza Adigrat - via Sismondi - via Lomellina, i tanti assurdi tagli alle canzoni da parte della censura pubblica e privata, l'abuso di parole imprecise nelle descrizioni della musica e il complesso intreccio fra poesie e canzoni. Un libro da cui si capisce finalmente bene cos'è il ritmo in letteratura.


Vincanto. Suggestioni sensoriali di degustazione. Dalila Salonia, Malcor D', 2017

Cantine (e non solo). Quando possibile. Champagne, Barolo, Amarone, Chianti, Brunello di Montalcino, Etna, Passito di Pantelleria, sette emozionanti denominazioni di origine controllata, vini famosi nel mondo. Ognuno viene esaminato sotto quattro punti di vista: la carta d'identità storica e geografica, ovvero terroir di riferimento, etimologia, evoluzione nei secoli di vitigni e vigneti, alcune citazioni e profili culturali connessi, processo produttivo, informazioni tecniche; suggestioni e associazioni sinestetiche (descrivere in un'unica sfera sensoriale le percezioni dei distinti sensi, occhi, nasi, orecchie, bocche, cervelli), ovvero dipinti, libri, brani abbinabili sulla base di spunti soggettivi potenzialmente generalizzabili; conseguente ricetta per una degustazione polisensoriale, ovvero il vino è al centro, eventuali altri ingredienti, il bicchiere, la compagnia e il contesto possono essere scelti (e a questo punto un paio di pagine offrono la visione dei quadri o delle foto richiamate); il racconto di un'emozione liquida, ovvero una specifica (storicamente determinata) esperienza vissuta dall'autrice con una bottiglia di quel vino, attraverso i luoghi e gli individui che ha frequentato. Bere (quando non è la pur essenziale acqua) richiede tempo, prepararsi prima (anche con un vissuto adatto), degustare durante (assaporando con calma il cortocircuito etilico, nel caso delle bevande alcoliche, senza diventarne ubriachi), godere e interiorizzare anche poi, visto soprattutto gli infiniti rimandi a pittura, letteratura, musica, viaggio, atmosfere o altro amore che i vini portano con sé. Capisco gli astemi, ma quanti sono gli italiani e le italiane a non aver mai posato le proprie labbra su un calice contenente champagne, quel liquido pieno di bollicine prodotto con un metodo classico?

La giovane sommelier catanese Dalila Valentina Salonia, laureate in Lettere e divulgatrice enogastromomica, ci accompagna in un originale viaggio destinato alla migliore simpatica conoscenza di prodotti che almeno una volta ciascuno ha assaggiato. Lo champagne è un mito a larghissima diffusione, buono per ogni occasione (e per alcune indispensabile, rare se ci piacciono gli spumanti). Vide la luce in un'abbazia e può vivere solo in quella specifica regione francese (34.000 ettari, 319 Cru, Grand Cru in 17 comuni); ha circa 350 anni di storia dal (misto) cuvée alla seconda fermentazione; quando si serve fa subito pensare alla Notte stellata di Van Gogh e lo ha narrato benissimo Richard Feynman, premio Nobel per la fisica nel 1965, potendosi ballare sia con Barry White che con Puccini, meglio di tutti con Il valzer dei fiori di Čajkovskij. Comunque fate voi! L'autrice offre utili notizie e meditati suggerimenti, legati a una notevole competenza e alla personale esperienza. Poi ciascuno è libero. È una guida allegra, non un pedante manuale! È un approccio aperto, non un elenco chiuso! Ci sono 4 delle Docg italiane, ovvio che ne manchino 70; ci sono le tre regioni più rappresentative, ovvio che è bene andiate anche nelle altre regioni e cantine. Per i sei vini italiani il percorso è analogo allo Champagne ed è opportuno non soddisfare qui I lettori, lasciandoli curiosi di leggere e sperimentare individualmente gli abbinamenti (anche alimentari, seppur in secondo piano). Ogni tanto alcune frasi e concetti sono ripetitivi, un po' d'ebbrezza è giustificata. Comprensibilmente si sente un particolare afflato per i vini siciliani, in particolare per quelli eroici intorno al maestoso vulcano (con il vitigno principe Nerello Mascalese), laddove la vite era già presente nell'era terziaria, persino prima dell'arrivo della specie umana. Come darle torto?