PLAUSI & BOTTE

(Su Bianco, Della Valle, Patota, Mastropasqua e... Sandokan)

di Gualberto Alvino

La Breve guida alla sintassi italiana di Francesco Bianco - ricercatore di Lingua e Linguistica italiana all'università «F. Palacký» di Olomouc, studioso di sintassi italiana antica e moderna, specialista di italiano letterario, d'emigrazione e burocratico - soddisfa in pieno il requisito fondamentale richiesto alla divulgazione cólta e in particolare alla linguistica divulgativa: quello secondo cui da essa si deve pretendere quantitativamente meno, e proprio per questo tanto di più sul piano qualitativo. Con un tono colloquiale e un linguaggio alieno da inutili tecnicismi, che tuttavia non abdica all'esattezza terminologica, Bianco riesce infatti a coniugare mirabilmente, in un manipolo di pagine, due istanze sempre tenute fatalmente distinte dai grammatici: l'aspetto teorico e l'aspetto pratico della sintassi.

La trattazione è articolata in quattro capitoli: il primo (Che cos'è la sintassi) definisce il campo d'indagine chiarendo i concetti basilari della disciplina; nel secondo (La frase semplice) e nel terzo (La frase complessa) si offre una descrizione tradizionale ma tutt'altro che speditiva della proposizione e del periodo; l'ultimo affronta diffusamente, utilizzando le recenti acquisizioni della linguistica moderna, la sintassi marcata (dislocazione, nominativus pendens, frase scissa, pseudoscissa, ecc.). Segue un glossario che, «oltre a includere termini della linguistica scientifica (per es. referente), contiene anche alcune voci della grammatica tradizionale (per es. transitivo), per introdurre dettagli solitamente trascurati dalla scuola - come la distinzione fra verbi inergativi e inaccusativi - o per chiarire l'uso che se ne fa nel volume».

Conciliando con equilibrio tradizione e innovazione - questo l'aspetto più originale del manuale -, Bianco pone al centro dell'analisi il sintagma: «abbiamo cercato di isolare il piano grammaticale da quello semantico - così nelle Conclusioni -, spesso confusi dall'analisi logica, e di introdurre il piano comunicativo-informativo, descrivendo i rapporti fra un piano e l'altro; abbiamo considerato la frase come un oggetto 'a strati', l'appartenenza ai quali definisce, fra i suoi costituenti, delle precise gerarchie; abbiamo introdotto, infine, la sintassi marcata, trascurata dalle grammatiche tradizionali ma fondamentale nella nostra attività linguistica quotidiana».

Qualche rapida osservazione marginale.

«Regalare richiede che si espliciti il soggetto-agente, l'oggetto diretto-paziente e l'oggetto indiretto-beneficiario» (p. 48): la frase, non certo inaccettabile, Mi piace più regalare che ricevere parrebbe contraddire l'asserto.

Stefania dà e Stefania chiede sarebbero, secondo il sintatticista, frasi agrammaticali poiché i verbi dare e chiedere non consentirebbero un uso assoluto (p. 53): ma cfr. Tu preferisci chiedere, mentre io preferisco dare.

Nella frase Nel 2016 il Portogallo vinse con merito gli Europei - afferma Bianco - con merito deve «necessariamente orbitare attorno al predicato»; sicché Con merito nel 2016 il Portogallo vinse gli Europei sarebbe un enunciato agrammaticale (p. 66); no di certo, se lo si considera una risposta alla seguente domanda: Il Portogallo nel 2016 vinse gli Europei con merito o con demerito?

«Non possiamo dire, semplicemente, *Amedeo sa» perché la frase «contiene un verbo (sapere) che ha bisogno di essere saturato da due argomenti» (p. 80); la frase è invece sintatticamente completa perché il verbo sapere - nell'accezione di essere cólto, aver cultura ed esperienza - consente un uso assoluto: Ché perder tempo a chi più sa più spiace (Dante); Amedeo avrà pure studiato, ma il fatto è che non sa.

«Nel costrutto avversativo [la proposizione secondaria] segue sempre [la principale] ed è separata da quest'ultima attraverso una pausa: Alessandra va a fare la spesa, mentre Martino resta in ufficio; ma «Se invertiamo l'ordine delle proposizioni, è favorita l'interpretazione [della proposizione introdotta da mentre] come temporale: Mentre Martino resta in ufficio, Alessandra va a fare la spesa» (p. 95): non diremmo che l'avversativa deva necessariamente seguire la principale: anche in Mentre Ugo ama il calcio (,) Piero ama il tennis, con o senza pausa, il costrutto è indubitabilmente avversativo.

«Delle vacanze [tema] ne [pronome di ripresa] abbiamo già parlato» (p. 113): perché la ripresa pronominale in una frase che può - anzi, deve - farne a meno?

Infine, Bianco ravvisa in A me mi piace il gelato alla fragola una dislocazione a sinistra del pronome personale mi, «il quale, essendo atono, non può costituire, da solo, il tema della frase [...]» (114-15). Non possiamo non schierarci con Giovanni Nencioni: «si avverte bene che il primo pronome, tonico, ha più forza del secondo, atono, quindi ha un valore diverso. È [...] estratto dalla frase e preposto ad essa, come 'tema' del prossimo enunciato; equivale dunque a 'quanto a me, per quanto ne so io' e quindi contiene maggiore informazione del semplice complemento di termine che lo segue (mi)» («La Crusca per voi», 1, ottobre 1990, p. 8).

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È il tempo delle grammatiche scherzose, divertenti, amichevoli, che «non mettono soggezione». Sennonché, in una di queste (Valeria Della Valle-Giuseppe Patota, Viva la grammatica! La guida più facile e divertente per imparare il buon italiano, Milano, Sperling & Kupfer, 2011) trovo scritto che «la j s'incontrava, soprattutto nel passato, in alcuni nomi propri di persona o di luogo». Tutto qua. Nessun cenno a jeri, che fino all'altrojeri si scriveva proprio con la j; men che meno a varj, che fino a pochi decennî fa equivaleva a varii. E certo: se ci mettiamo a spiegare troppo le cose la gente si sente in soggezione, perché la gente, si sa, vuole amicizia affabilità divertimento: mica si vuol fare una cultura con le grammatiche.

«Se lo scrive Severgnini, potete fidarvi» garantiscono - con tanto di inutile virgola - Della Valle e Patota nella loro grammatica «divertente» e «non traumatizzante». Bene, vediamo come scrive il luminare della lingua italiana Beppe Severgnini: «Lasciamo perdere la storia dei contratti pubblicitari: se fosse vera, significa che siamo un popolo di frocoloni». Sbaglio o perfino il discolo dell'ultimo banco opterebbe per il condizionale nell'apodosi?

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Mi mandò una sua laureanda timida, fragilissima, quasi di vetro, perché la aiutassi a impostare la tesi su uno dei miei autori: «Il professor Mastropasqua mi prega di riferirle che segue da tempo la sua attività e desidererebbe incontrarla». L'incontro avvenne dopo qualche mese in via Fregene, nella casa di Pizzuto, dove la figlia Maria accolse elettrizzata e con mille cerimonie me, Aldo e il suo inseparabile amico Maurizio De Benedictis per selezionare di concerto un mannello di lettere dal carteggio allora inedito Contini-Pizzuto a mia cura da pubblicare in anteprima nella rivista «Avanguardia», che Aldo condirigeva con Francesca Bernardini; nell'atto di congedarsi mi disse con un filo di voce: «Non ti credevo così affabile e alla mano; confesso che i tuoi scritti mi hanno sempre messo soggezione». Ridemmo di gusto. Da quel momento non ci siamo più separati. Nelle lunghe cene a casa mia - con Maurizio, Cecilia Bello e altri amici poeti - teneva banco, vincendo facilmente persino la mia proverbiale loquacità: era un conversatore instancabile e informatissimo; della letteratura, del cinema e dell'arte contemporanea conosceva a fondo non solo l'intero conoscibile, ma gli angoli meno esplorati e del tutto ignoti: non si contano gli spunti di ricerca che mi suggeriva a ogni incontro, a ogni telefonata; fu lui ad affidarmi le lettere di D'Arrigo a Zipelli, appena acquisite dall'Archivio del Novecento della Sapienza di cui era responsabile; insieme firmammo Le origini della poesia di Stefano D'Arrigo per «L'Illuminista», la rivista fondata e diretta da Walter Pedullà, e avremmo dovuto curare la corrispondenza Contini-Falqui. Era capace di smaterializzarsi per mesi senza un motivo (lo chiamavo Primula rossa) e di riapparire all'improvviso, giustificandosi col dottorato, le figlie, gli esami, la rivista... Quando venne ad abitare a cento passi da me non mi sembrò vero: ci vedevamo quasi ogni giorno anche solo per fumare una sigaretta al tavolino di un bar o su una panchina di un parco-giochi; se i rispettivi impegni lo impedivano usavamo i miei ragazzi come corrieri: io gli mandavo i miei libri, lui l'ultimo fascicolo di «Avanguardia» o qualche dattiloscritto da visionare. Mi stringeva al mio amico una tale devozione che non solo non concepivo si presentasse un mio libro senza di lui («Con grande piacere, però lo sai, io parlo a braccio, va bene lo stesso?»), ma costringevo gli organizzatori dei convegni dai quali ero invitato come relatore a convocare anche lui, pena la mia defezione; l'ultima volta fu nel 2010, all'Università di Pavia, in occasione della Giornata di studi in ricordo di Gianfranco Contini: a me toccò una scomodissima cella monacale del Collegio Ghislieri, senza televisore né frigo-bar, con un letto stretto e altissimo dal quale rischiai di precipitare più volte; Aldo, invece, ebbe in sorte una stanza da nababbo: «Non ti propongo uno scambio perché sei più giovane di me e puoi sacrificarti senza danno» disse tenendomi una mano sul polso, quasi a bloccare una mia eventuale - ma ovviamente impossibile - reazione fisica. Poco prima che ci lasciasse pubblicai qui in «Malacoda» un articolo polemico nel quale lo invitavo a incrociare le spade: non colse l'ironia e si sentì ingiustamente attaccato. Mi ripromisi di chiarire. Non ne ebbi il tempo.

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Quale concetto abbiano del pubblico i signori della tv di Stato è arcinoto: una massa di quadrupedi capaci di ricevere esclusivamente prodotti rozzi e pochissimo impegnativi. Ergo, si trasmette la cronaca di un premio letterario solo a patto di costellarla di canzonette e interpunzioni comiche (altrimenti i caproni, poverelli, si stufano e cambiano canale); si elargisce qualche pillolina simil-letteraria in un contenitore albale affidando il compito a un "critico" con chiomabarba alla Sandokan in maglia da calciatore (e poi ci lagniamo se la critica non ha più un mandato sociale), il quale, impalato al centro dello studio senza saper dove mettere le mani (seduto? mai: meglio le pose dinamiche: distraggono dalla barbosa letteratura), in meno di tre minuti riassume tre romanzi di altrettanti scrittori (tra cui Thomas Mann e Günter Grass!). Ditemi se questo carnevale può giovare a qualcuno.