Per la Critica

La scomparsa di uno dei protagonisti della nostra storia letteraria

PER FRANCESCO LEONETTI

di Francesco Muzzioli

Il 17 dicembre scorso si è spento Francesco Leonetti, uno dei protagonisti della nostra storia letteraria, poeta e narratore, ma più ancora, intellettuale multiforme e prestato a tante attività (dal bibliotecario all'attore). E soprattutto organizzatore culturale, che ha legato il suo nome alle maggiori riviste del secondo Novecento, tanto che la sua biografia corrisponde ai passaggi fondamentali della nostra storia letteraria e culturale.

Una storia che si apre negli anni Cinquanta con "Officina" insieme a Pasolini e Roversi e poi Romanò, Fortini e Scalia, con la tensione a uscire dalle secche della falsa alternativa tra ermetismo e impegno e di rileggere criticamente l'eredità letteraria: dove in particolare Leonetti si confronta con Leopardi e con il Decadentismo. Evitando le condanne dogmatiche alla borghesia in crisi procedeva a fare i conti fino in fondo con il "vuoto" del nichilismo, e ne sortiva l'interrogativo: «Si può riuscire ad essere abbastanza forti, nonostante ogni amarezza, da rovesciare sempre il nulla, che è in noi, a una nuova azione ed opera concreta, invece che farsi tutt'uno con esso?» (n. 6, aprile 1956). E così farà il bilancio in versi:

abbiamo fatto una piccola officina,

che forse è la prima,

per uscire dal limbo eletto del Novecento,

della coscienza infelice;

affermando che il vero è un processo,

e l'intimità e il reale

insieme si compiono (n.2, maggio-giugno 1959)


La redazione di "Officina" negli anni '50. Da sinistra: Roberto Roversi, Angelo Romanò,

Pier Paolo Pasolini, Francesco Leonetti (in piedi), Gianni Scalia (in piedi) e Franco Fortini

Intanto incalzavano gli sperimentalismi. Per altro, mentre Pasolini - dopo la fallita aggregazione della poesia "neosperimentale" osteggerà polemicamente il Gruppo 63, invece Leonetti è portato all'apertura, tant'è che partecipa al convegno fondativo di Palermo 1963, con riconoscimenti alla novità emergente, raccogliendone le provocazioni e cercando produttive "confluenze" al di là dei presunti steccati, riconoscendo che l'impegno «sarà ora in una specie di critica dei significati al livello usuale». Negli anni Sessanta, Leonetti lavora a queste interrelazioni nella rivista "il menabò" con Vittorini e Calvino, attraverso la questione "letteratura e industria" e il raffronto con le prove della nuova avanguardia; in particolare, Leonetti si occupa delle aperture verso la metodologia francese (Barthes e Blanchot) e in questo senso allestisce un numero internazionale (il 7) con i materiali raccolti per la rivista tripolare (Italia-Francia-Germania) intitolata "Gulliver". Il progetto contiene indicazioni generali che gettano luce sugli intenti leonettiani riguardanti l'azione culturale e il "collettivo":

Il progetto è collettivo essenzialmente a livello internazionale. Lo stesso sforzo di superamento richiesto individualmente deve essere sostenuto anche nel fulcro di ciascun gruppo nazionale. Per la messa in comune dei problemi letterari, filosofici, politici, sociali, nel modo in cui si pongono nel contesto di ciascun paese, di ciascuna lingua, ognuno deve rinunciare al diritto esclusivo verso i problemi propri, riconoscere che questi problemi appartengono anche a tutti gli altri. Non si tratta di privare della loro specificità i problemi propri ad una regione del mondo, ma al contrario di coglierli in questa specificità fin tanto che essa tocca la questione d'insieme. Nessun problema ita­liano, russo, americano è solo oggi italiano, russo o americano.

Proprio la questione del "collettivo" sarà all'ordine del giorno nella svolta in arrivo alla fine del decennio. Di fronte al tornante politico del Sessantotto, Leonetti risponde e aderisce alla contestazione molto più di Pasolini e dello stesso Sanguineti. Insieme a Roberto Di Marco entra a far parte del gruppo marxista-leninista e fonda la rivista "Che fare". Il suo marxismo si affina e si radicalizza, senza però abbandonare la prospettiva letteraria che viene affrontata in modo assai originale, nella prospettiva di una critica dello sperimentalismo stesso: nel fuoco della prassi rivoluzionaria, occorre un processo estetico, per così dire, "rovesciato":

Può darsi che ora - scrive Leonetti nel n. 4 del "Che fare" - un trattamento di simbolizzazioni ideologiche, in un intento distruttivo delle mitologie che non derivi affatto da nessi di riferi­mento realistico alla stessa prassi congelandola, ma si svolga in simboliz­zazioni sviscerate-rovesciate,contribuisca alla esplosività di contraddizioni pratiche.

Inizia da qui un periodo di impegno politico nella "nuova sinistra" per il quale l'attività di scrittura finisce in subordine (Leonetti rinuncerà anche alla partecipazione al Salò di Pasolini). Finirà in modo doppiamente drammatico, il "colpo al cuore" che coincide praticamente con la crisi del movimento e un periodo di persecuzioni che viene così ricordato:

Dunque nel periodo semiclandestino dopo il ʼ77, quando poi si dovette decidere uno scioglimento, con tutte le sedi prese dagli ordini di catture, non potevo aver fatto granché. Un'alba mi trovai alle cinque col mitra poliziesco nel lenzuolo, poi seppi e­rano stati appostati per ore; frugarono invano; da quel giorno girai la notte, con l'infarto di due mesi prima. Vidi altri compagni con una spia incollata a pochi metri sempre per riscontrare dove andavano

Il tutto si concentra nella prosa narrativa di Campo di battaglia, uno dei testi fondamentali dell'autore. Ma intanto è partita una nuova iniziativa, quella di "Alfabeta", che segnerà tutto il decennio Ottanta - ed è stata, per certi versi, l'ultima rivista cartacea importante in Italia. A partire dal n. 10 del 1980, rispondendo alle obiezioni di Angelo Guglielmi, Leonetti si assume insieme ad Antonio Porta il compito di animare il versante letterario della rivista, chiamando a collaborare tutto un versante critico (in cui anche chi scrive) e ad aprire un dibattito che sfocerà nel convegno di Palermo sul Senso della letteratura del 1984. Messe in luce in quel convegno la divergenza tra due tendenze letterarie maggiori, espressionisti e allegorici da una parte e neoromantici e neotradizionali dall'altra, maturavano, negli anni subito seguenti, nuove occasioni di bilanci e di confronti: a margine del convegno leccese delle riviste (1987) nascevano le Tesi di Lecce, uno scritto collettivo cui Leonetti contribuiva con un suo pezzo dal titolo Informatica e nozione di "imprevedibilità". Con attenzione ai collegamenti tra scienza, teoria e letteratura, veniva portata avanti, di contro alla sempre maggiore standardizzazione dell'"industria culturale", la nozione di scarto:

Oggi l'imprevedibile è l'invenzione stessa, ciò che una volta si diceva stile, o il salto fuori dall'iperreale, comunque perpetrato. È la verità della sin­gola opera d'arte differente dalle altre. E corrisponde al suo proprio essere un modello etico «disarmonico».

Parodiando Arbasino, Leonetti parlerà, a proposito delle edizioni Manni, della Gita a Lecce come momento importante del rilancio di una scrittura di spessore. Un nuovo strumento avrebbe dovuto essere la rivista "Campo", che però, per molteplici difficoltà, stentò a decollare.

Leonetti con Elio Vittorini

Di queste istanze si è nutrita, nel corso degli anni, l'opera creativa in versi e in prosa e mettiamoci anche qualche esperimento grafico. La poesia decisamente antilirica, densa di ragionamento e di discussione, di andamento ritmico però prosaico, da La cantica (1959) a In uno scacco (1979) a Palla di filo (1986). La narrativa molto analitica, ma anche proclive al romanzo-saggio, intesa com'è a saggiare la connessione tra il percettivo-individuale e il critico-sociale, dai racconti di Fumo, fuoco e dispetto (1956), pubblicati da Vittorini nei "Gettoni", ai romanzi Conoscenza per errore (1963), L'incompleto (1964), Irati e sereni (1974) e il già citato Campo di battaglia (1981), fino ai testi frammentari degli anni più recenti. In ogni scrittura, compresa quella di taglio argomentativo, saggistico-teorica, Leonetti mette una particolare tensione stilistica che si potrebbe definire la ricerca di un linguaggio proprio e inconfondibile dal punto di vista lessicale e sintattico. L'impegno politico di tipo utopico-radicale che ancora si vede nel libro scritto a quattro mani con l'amico Paolo Volponi (giocando sui rispettivi cognomi: Il leone e la volpe, 1995) non si diluiva nella "finzione" letteraria, ma vi era compreso sotto forma di contrasto interno: quell'espressionismo che Leonetti teorizzerà nella sua fase più mnatura rifacendosi agli antenati "vociani".

Personalmente, ho conosciuto Leonetti, che avevo scelto fin dagli inizi come oggetto di studio, verso la metà degli anni Settanta; in seguito siamo rimasti in contatto con un discreto scambio di lettere, e sono stato coinvolto in molte sue iniziative. Leonetti era infaticabile nell'opera di progetto (che comprende anche opere collettive mai realizzate come ad esempio, all'inizio degli anni Ottanta, un volume a più mani su Marxismo/letteratura, avanti e dopo il 68), di collegamento e di aggregazione. Oltre che trascinatore, aveva anche una buona capacità di ascolto, malgrado la sordità fisica, conseguenza giovanile di un episodio di guerra. Era generoso, ma esigente: in molte lettere mi rimproverava di eccessiva "pigrizia" e ricordo che si arrabbiò molto quando scoprì che il gruppo romano non era dotato di fax, cosa che rendeva più lenti i nostri contatti.

Mi piace ricordarlo con questo autoritratto in versi, inserito in Palla di filo:

Io nativo cosentino in un fitto di larici

guardavo infante d'estate, mondo caldo,

alle colonie greche fra i sibariti

e ai popoli delle coste:

che danno sotto ghiaia la sepoltura

a corpo rannicchiato, come feto.

E ho naso forte e sesso

con allegrezza. Utopia nella testa...

La lingua è di Campanella e vociana

e di militanti moderni, addolcita

con suoni di Bologna, negli studi.

Le ragioni di arcaico

che tollero o amo, volterriano del sud,

sono di base con furore logico.