Le Parole fra Noi

(Per gentile concessione : "Nero Liguria" AA.VV. Racconti (Oltre la porta) - PerroneLAB Ed.)

OLTRE LA PORTA

di Maria Pia Damiani

Nella piccola cameretta dalle pareti scrostate, arredata con due grosse poltrone letto, una color amaranto e l'altra color verde pisello, due bambini giocavano ignari. Paolo, il più piccolo, con una locomotiva che immaginava sulle rotaie. Con la manina l'accompagnava, zigzagando per ogni direzione, emettendo un buffo suono con la voce, alternato da un ciuff/ciuff e da un fischio ammosciato dalla saliva che gli sfuggiva dalla bocca. Francesca, la più grande, con una bambola di pezza a cui attribuiva la più bella bellezza del mondo. Entrambi erano infagottati con vecchi maglioni; faceva molto freddo e la casa sita nel centro storico era intrisa di umidità e priva di caloriferi.

In quegli anni, mentre la città si vestiva a festa cominciando a dotarsi di tutte le comodità necessarie per allontanarsi idealmente dagli orrori causati dall'ultima guerra, il centro storico sembrava circoscriversi sempre più in se stesso. L'imperativo categorico del fare, del costruire, del cambiare, lì pareva non attecchire, e si respirava ovunque un odore che andava a ritroso nel tempo. La gente si teneva strette le sue botteghe di carbone e ghiaccio, le drogherie con i coloniali, i commestibili con i sacchi di fagioli e la pasta nei cassetti, i calzolai dalla figura rattrappita e occhieggiante da un mare di scarpe.

Tutto ciò sembrava manifestare il timore per ogni novità. Il centro storico, con il suo cumulo di vicoli ed anfratti, pareva voler estrapolare uno spazio virtuale da ogni altro contesto, per ricrearsi una struttura virginale che rimanesse, pur nella sua modesta veste, incontaminata da tutto il resto.

I bambini, appena le condizioni del tempo lo permettevano, si riversavano a frotte fuori di casa, e i loro schiamazzi e rincorrersi si ripercuotevano ovunque, interrotti dal mugugno di qualche vecchia massaia. La meta più ambita per i giochi erano diventate le macerie: enormi montagne di palazzi distrutti dai bombardamenti, alcuni ricolmi di vegetazione, dove si drammatizzava ogni tipo d'avventura.

Ogni tanto Francesca si annusava il polsino della camicia di flanella che le fuoriusciva dal maglione. La vitalità, il divertimento, i colori, la musica, le macchine lunghe come transatlantici. Lì, c'era l'America!

Quella camicia, glie l'aveva inviata sua zia Peppina con un pacco, che conteneva altri indumenti, caffè e cioccolato. La sorella di sua madre viveva già da tempo negli Stati Uniti e, avendo due figli più grandi, periodicamente radunava il vestiario smesso e lo inviava loro in Italia.

D'improvviso si alzò ed andò verso la finestra. Pioveva come Dio la mandava. L'acqua veniva così fitta che era difficile vedere oltre. Un senso d'oppressione le balzò nel petto. Che ora poteva essere? Era buio per la pioggia o perché era tardi? Forse per tutt'e due le cose. E anche per la stagione. Ad ottobre in quell'epoca le stagioni timbravano il cartellino, le foglie cadevano, le scuole iniziavano e si sentivano gli odori più antichi: di brace, della legna che ardeva, di cuoio ed inchiostro, di castagne arrosto e della focaccia sottile e croccante con nei buchi l'olio.

I due bambini erano soli in casa. La mamma era andata incontro al papà, che di lì a poco sarebbe dovuto rientrare dal lavoro. Voleva fargli una sorpresa e portargli l'ombrello per ripararsi dalla pioggia. Lui non poteva permettersi di ammalarsi. Se fosse rimasto a casa, il suo datore di lavoro non lo avrebbe pagato. Ma il tempo non passare mai e la bambina, non si sentiva tranquilla.

Si staccò dalla finestra e guardò le due poltrone letto. I suoi genitori le avevano acquistate da poco tempo. Finalmente in casa qualcosa di nuovo! E poi le erano simpatiche. Come per magia aprendole diventavano due letti accoglienti per la notte. Lei aveva scelto quella verde. Una tinta tenue, le trasmetteva tranquillità, le ricordava il colore dei prati, della primavera, dell'estate, delle vacanze, di cui aveva appreso il significato solo a scuola, perché in famiglia nessuno ne parlava.

Però, a pensarci bene, aperta le piaceva di più quella amaranto per il contrasto accattivante dei colori: su una base bianco latte spiccavano dei bottoni di un rosso cupo, che le ricordavano delle ciliegine candite poste su una torta alla panna. Comunque ormai aveva scelto, spuntandola con il fratellino, ed ora non poteva più ritornare indietro.

- Francesca! Il richiamo di quest'ultimo aveva interrotto i suoi pensieri.

- Che c'è?

- Quando torna la mamma?

- Fra poco. Intanto tu gioca.

- Uffa, ma io ho freddo - piagnucolò il bambino.

- Vuoi la vestaglia della mamma?

- No. Voglio la mamma! E' già buio.

- Esagerato! E' perché piove, - disse la bambina, con un tono di voce a cui non credeva nemmeno lei. Era vero del buio e che ne aveva paura. Ma non poteva certo confessarlo a suo fratello. Che figura ci avrebbe fatto con lui e poi con i genitori, se lo avessero saputo? Lei era la maggiore. Doveva interpretare bene il suo ruolo. Aveva ormai sette anni e frequentava la seconda elementare! Il fratellino, ne aveva tre di meno e poteva permettersi certe debolezze.

Era davvero tardi ed ora che le veniva in mente, lo era pure per i compiti. Non aveva ancora letto il brano assegnatole a scuola, e che avrebbe dovuto ripetere. Bisognava provvedere immediatamente. Lo aveva promesso anche alla mamma. Guardò Paolo, che intanto si era rimesso a giocare, aggiungendo un nuovo attore alla scena. Entrambe le mani tenevano una macchinina e i suoni che emetteva stavano diventando insopportabili.

- Tieni, sfoglia questo giornalino, scarabocchia qualcosa, ma stai zitto perché io debbo studiare! - gli disse calcando il tono della voce per essere convincente e sottolineare l'importanza del suo ruolo. Il bimbo piagnucolò qualcosa, ma poi prese il giornalino e andò a sedersi sulla sua poltrona. Lei fece altrettanto, prendendo il libro di lettura.

Il bambino dei palloncini.

Un bambino piccolo , rimasto orfano, andava a vendere dei palloncini colorati agli altri bambini per guadagnarsi da vivere. Chi li acquistava, pareva felice quando se ne andava con il suo palloncino preferito, che si ergeva alto e proteso verso il cielo. Il piccino s'immedesimava a quelle manifestazioni di gioia, come se vedesse un film.

Provava contentezza per gli altri, ma a mano a mano che li vendeva si sentiva triste e ancora più solo, perché un altro palloncino lo aveva lasciato e per lui i palloncini erano come dei fratellini. Per questo il suo stato d'animo risultava un po' triste e un po' allegro.

- Allegro e triste, che stupidaggine! - pensò Francesca istintivamente. - O si è tristi, o allegri. Impossibile essere tutt'e due.

Il racconto cercò di spiegarglielo: il bambino era contento, perché buono, non invidioso; gli faceva piacere identificarsi negli altri e gioire per loro. La vendita dei palloncini, oltre tutto, gli permetteva di sbarcare il lunario. Le traversie della vita l'avevano costretto a crescere troppo in fretta. Inoltre, lui non voleva finire nelle grinfie "dell'accalappia bambini" per essere nuovamente rinchiuso nell'orfanotrofio da dove era fuggito riuscendo a far perdere le sue tracce. O essere "regalato" a quella coppia burbera dei suoi zii , unici parenti rimastigli grazie alla guerra. A pensarci bene poteva considerarsi fortunato. In quanto riuscito nell'intento senza che gli fosse mai accaduto niente di male, senza incontrare il lupo cattivo. A quell'età, quando si è soli , è molto facile fare dei brutti incontri...

Francesca si tastò la fronte. No, non doveva preoccuparsi. In casa erano al sicuro, la mamma li aveva chiusi a chiave. Nessuno poteva entrare. Certo. Ma nessuno nemmeno poteva uscire. Se ci fosse stato un incendio, o un fantasma? Come sarebbero fuggiti lei e suo fratello? Senza telefono, nemmeno potevano chiedere aiuto, o, con tutto il fragore della pioggia, farsi sentire.

Dei passi! Si. Non si sbagliava. Li udiva chiaramente. Si avvicinò alla porta e vi si appoggiò sopra con un orecchio per auscultare.

- Mamma, papà! - implorò con la mente. Ma non lo tradusse in voce.

Dei passi, sì, ma sconosciuti, solitari, guardinghi. Non chiari, scattanti, chiassosi. Forse meglio non fiatare. Silenzio. Rimase appoggiata in quel modo alla porta. L'istinto le consigliò di respirare piano.

TOC. TOC. Due colpi decisi e metallici la fecero sussultare. TOC.TOC. Di nuovo.

- Chi è? - domandò timidamente Francesca.

- Apri. Sono Papà! - rispose una voce sibilata e decisa.

- Papà? Ma com'è possibile. La mamma non è lì con te? Lo sai che è venuta a prenderti? - Silenzio.

- Papà, sei ancora lì?

- Si, sono qui. Ci siamo sbagliati di strada e non ci siamo incontrati, tra poco arriverà. Tu intanto aprimi! Da brava, avanti.

La bimba non sapeva che rispondere, quella voce non la convinceva. Eppure diceva di essere suo papà.

- Non posso - replicò tutto d'un fiato.

- Non puoi? Come non puoi. Tu devi farlo. Non ci sono scuse. Aprimi, altrimenti ti punirò, ti prenderò a cinghiate. La voce, pur mantenendo un tono basso, ora era imperiosa ed ansimante per la rabbia. Aveva qualcosa di animalesco. La bambina era terrorizzata, e non riusciva più nemmeno a comprendere i suoi pensieri.

- Apri a papà! - le strillò la vocina di Paolo che nel frattempo si era svegliato.

- Aprigli! - insistette ancora. E iniziò a piagnucolare.

- Zitto, zitto! Non lo posso fare. Vai di là. - gli urlò. Il fratellino che si era aggrappato a lei, si staccò e si coprì con le manine gli occhietti.

- Papà, papà, sei ancora lì? Davvero, non posso aprire.

Dall'altra parte un rantolo di collera repressa fu la prima risposta.

- Puttanella dispettosa, ti prenderò a cinghiate. Oh, se lo farò. Bada ,ti do l'ultima possibilità.

- Aprimi e ti perdonerò. Gira quel maledetto chiavistello!

- Apri, apri! - le gridava piangendo il fratellino, strattonandole il braccio. La testa le girava, si sentiva assediata da ogni parte. Ma in un momento di lucidità pensò: - E se la mamma non avesse chiuso a chiave, se veramente tutto dipendesse da una mia azione, se oltre quella porta .........

La porta vibrò, scrollata da una forte pressione. La bambina guardò come ipnotizzata la maniglia che si stagliava evidente, sopra ogni cosa. Non voleva farlo, ma doveva. Non poteva esimersi.

Respirò profondamente e deglutì. Era decisa. Avrebbe girato il chiavistello. Chiuse gli occhi pensando ad un brutto sogno e ... lo fece. Il chiavistello non si mosse. Era bloccato. La mamma aveva veramente chiuso a chiave. Fu in quel momento che si rese conto di ciò che aveva fatto e rischiato.

Era salva, comunque. Erano salvi.

La porta non si era aperta: né per merito, né per colpa sua, che lì papà ci fosse o no, ed era questo che contava.

- Hai visto che non era colpa mia? - disse la bambina a chi stava oltre, prendendo coraggio. - E poi tu non sei il mio papà. Vattene o mi metto a urlare. Hai capito?

Le rispose un altro colpo alla porta, e un'imprecazione a denti stretti :

- Per la gobba di mio nonno, non la spunterai. Ritornerò.

Seguirono dei passi veloci, che si allontanarono lasciandosi dietro l'eco. Francesca appoggiò nuovamente,l'orecchio alla porta e attese. Ma oltre quella porta, non sentiva più nulla. Se ne ritrasse, per controllare il fratellino. Paolo se ne stava piangente e tremante dietro di lei. La bimba le strizzò l'occhio per rincuorarlo, e dopo gli fece segno di rimanere in silenzio. Doveva giocare d'astuzia per essere sicura che "quel chiunque" se ne fosse andato veramente:

- Papà, papà sei ancora lì? Se mi rispondi e mi perdoni ti prometto che ti apro.

Ma nessuno rispose. Il bagliore di un lampo illividì la piccola stanza fotografando un terrore senza fine. Il fragore del tuono trovò i due bambini abbracciati tra loro, per farsi coraggio. Rimasero immobili, timorosi di ogni movimento. Non si mossero neppure quando colsero un parlottio familiare provenire dalla scala.

OLTRE LA PORTA

SECONDA PARTE

La chiave girò nella toppa, ma non c'era gioia nei loro cuori. Pensavano ad un sogno, oppure ad una dolce illusione che si sarebbe trasformata in incubo: Il proprietario della voce sarebbe entrato dalla porta, materializzandosi in tutta la sua mostruosità, dopo essersi impossessato della chiave in chissà quale modo, forse uccidendo mamma e papà. La porta si aprì e i loro genitori entrarono sorridenti con le borse della spesa. I bambini si catapultarono su di loro, investendoli con un fiume di parole.

- Calma bambini, ma che avete. Sembra che siamo mancati per degli anni, disse la madre.

- Mamma, papà, è successa un brutta cosa, - affermò la bimba.

- Davvero! - esclamò il papà fingendo interesse, intanto che si toglieva l'impermeabile.

- Papà, è venuto l'uomo cattivo, - aggiunse il più piccolo.

- Si, l'uomo cattivo. Quello che abbiamo visto l'altra volta al cinema, - replicò lui ironico, lanciando uno sguardo complice alla moglie che, posate le borse sul tavolo, guardava attentamente i bambini, non cogliendo la battuta del marito.

L'espressione del suo volto, da allegra che era, cominciò a rabbuiarsi.

- Ma voi avete pianto! Piccini della mamma, forse abbiamo ritardato. Con vostro padre, siamo andati a fare la spesa, - Ed esibendo una confezione colorata:

- Ecco i biscotti che vi piacciono tanto.

- Ma noi abbiamo avuto tanta paura! - piagnucolò Paolo.

- Storie, - lo redarguì il padre. - Non è la prima volta che rimanete da soli. E' già successo che per necessità la mamma è dovuta uscire lasciandovi soli a casa.

- Si, ma le altre volte tu non volevi darci le cinghiate, - replicò il bambino.

- Aspetta un momento, - disse l'uomo. Avvicinandosi a Paolo:

- Cos'è questa storia delle cinghiate?

Il bambino, però con un guizzo si allontanò e corse a rifugiarsi dalla sorella che se ne stava un po' in disparte ad osservare la scena con il volto pallido come cera. I due genitori, a quel punto, si resero conto che forse era accaduto qualcosa di particolare.

- Ora - disse il padre, - uno per volta, mi spiegherete con calma cosa è successo. Senza contare frottole. Voglio la verità. E sarai proprio tu, Francesca, a parlare per prima. Tu, che sei la più grande, dovrai dirmi cos'è questa storia dell'uomo cattivo e delle cinghiate.

- Paolo ha detto la verità. Tu hai bussato alla porta, chiedendomi di aprirti. Avevi una voce diversa però. Quando ti ho risposto che non potevo, mi hai detto delle parolacce e poi che mi davi le cinghiate. Io non sapevo che fare, Paolo piangeva e voleva che ti aprissi e allora io....l'ho fatto, ecco. Ma la porta non si è aperta e così tu te ne sei andato dando dei colpi alla porta. Tu...

- Oh basta con questo TU. Io niente. Non ero io . Come potevo, se stavo con vostra madre. E poi, quando mai vi ho parlato così.

- Un momento! - interloquì la mamma. - Hai detto che aveva una voce diversa. Che tipo di voce. - La bambina la guardò interrogativa. - Era una voce che conosci, che ti ricorda qualcuno?

- Forse. No, non lo so. Sembrava finta.

Mentre ascoltava, la mamma aveva preso in braccio Paolo e gli asciugava con un fazzoletto il viso paciugato dalle lacrime.

- Da brava, - riprese il padre. - Mi vuoi ripetere ancora la storia? Magari con più calma e meglio. Sentiamo. - La bambina sospirò.

- Tu eri molto arrabbiato. O meglio, prima eri calmo e poi ti sei arrabbiato. Hai bussato alla porta, senza la mamma, e mi hai ordinato di aprire. Quando io ti ho detto che non potevo, perché la porta era chiusa a chiave, hai cominciato a fare una voce cattiva e hai detto delle parolacce e anche che mi avresti preso a cinghiate. Poi te ne sei andato prendendotela con il nonno. Non ricordo altro. A me non sembravi tu. Ma eri così sicuro! Non è colpa mia se la porta non si è aperta. io ci ho provato!

- E' vero! E' tutto vero! - confermò la vocina di Paolo. In quel momento un lampo mandò via la luce e il tuono mise a tacere ogni altro rumore. Fu il silenzio della paura, l'accavallarsi delle supposizioni e anche il timore di non essere creduti, in un arco di tempo temuto infinito. Quando finalmente la luce si riaccese:

- Domani - disse il papà, - andrò dai Carabinieri a denunciare il fatto. Non porterà a niente. Ma è mio dovere farlo.

Poi, avvicinandosi alla moglie le sussurrò:

- Finché non sarà chiarita questa faccenda, per non correre rischi, sarà meglio non lasciare più soli i bambini per nessun motivo. Può darsi che la loro storia sia frutto della suggestione o del desiderio di attirare l'attenzione. Ma agendo così, di sicuro non sbagliamo.

- Si, si, - ne convenne la moglie. - Penso però che dovremmo crederli. La loro fantasia non può arrivare a tanto. E se quel che è accaduto è vero, ho paura. Perché deve trattarsi di qualcuno che ci conosce. Che conosce le nostre abitudini e voleva farci del male. Mio Dio! - esclamò, coprendosi il volto con le mani. - Se penso che poteva finire tutto in tragedia. Meno male che ho chiuso a chiave...

Improvvisamente, l'uomo si allontanò da lei e alzando il tono della voce si rivolse a Francesca scrutandola negli occhi: - Non è che ti sei inventata tutto per non rimanere più sola a casa?

- Papà ti giuro che io ho detto la verità! Chiedi anche a Paolo.

- Paolo è troppo piccolo per essere affidabile, potresti averlo influenzato. Sentendo queste parole, Francesca si adirò e con tutta la rabbia che ancora aveva in corpo gli urlò: - Allora è vero, eri tu il papà cattivo che stava dietro la porta. Se non mi credi, lo fai apposta per non farlo sapere alla mamma. Ti odio!

- Basta ! - disse la donna. - La bambina dice la verità. E' ancora terrorizzata, e tu non fai che peggiorare la situazione. E poi dici a me di essere calma.

- Ho dovuto farlo, per essere sicuro che non fosse il frutto della sua fervida fantasia. Domani, quando sporgerò denuncia, non ci dovranno essere incertezze su quello che racconterò.

Il giorno dopo, mantenendo il suo proposito, il padre si recò dai carabinieri a denunciare l'accaduto e, com' era prevedibile, tutto finì lì. Trascorse del tempo, e la famigliola sembrò dimenticare quella brutta esperienza. La vita riprese il suo corso sul binario delle consuetudini, fino a quando, in un tardo pomeriggio d'inverno di un giorno qualunque, non accadde qualcosa che ripescò dalla memoria di Francesca quel brutto episodio. La bimba si trovava in compagnia della mamma e del fratellino a far compere nel suo quartiere. Il solito giro, nei soliti negozi. Dirigendosi verso casa, alla donna venne in mente che doveva passare dal calzolaio per ritirare un paio di scarpe che aveva portato a risuolare. La bottega del calzolaio non era distante da casa loro, situata a metà della stessa strada, denominata Via Scalinata Santa.

Il calzolaio, che tutti chiamavano Beppe, era un uomo sui sessant'anni, piuttosto alto e dalle spalle curve. Aveva un fisico asciutto e nervoso, braccia lunghe e grandi mani dalle dita nodose e dalle unghie sporche. Sul suo volto scavato primeggiava il naso aquilino, su cui stavano appoggiati degli occhialini alla Geppetto. Aveva un pallore che a Francesca suscitava l'immagine di un pollo bollito. Forse perché sapeva che lui, oltre al mestiere del calzolaio, si dilettava ad uccidere i polli, che i vicini gli portavano vivi proprio per essere sicuri di mangiarli freschi.

Una volta lo aveva visto personalmente tirare il collo ad un pollo. Ancor di più dell'atto in sé, era rimasta impressionata dalla sua espressione di sadica soddisfazione mentre uccideva. Il forte senso di repulsione che provava nei suoi confronti, dipendeva forse da quell'espressione spaventosa.

- Beppe non mi piace, - aveva detto a sua madre. - E' cattivo!

La donna aveva sorriso e minimizzato: - Ma che dici, Beppe cattivo. E' gentile e paziente con tutti e ti fa sempre tanti complimenti.

- Già, tanti complimenti, forse troppi e li fa per finta.

- Francesca, non voglio sentirti più dire queste sciocchezze. Quante volte ci ha aggiustato le scarpe facendoci credito, eh? Pensi che lo avrebbe fatto se fosse stato come credi tu?

Francesca mugugnò qualcosa, pensando: - No mamma, non cambierò idea. Quello sguardo non somiglia alle sue parole e mi fa venire freddo. Io so che è cattivo e lui l'ha capito.

La mamma, intanto, aveva affrettato il passo, precedendo i bambini dentro la piccola bottega. Beppe se ne stava chino a martellare una scarpa. Vedendolo così, nessuno l'avrebbe immaginato alto.

- Buonasera. Sono pronte le mie scarpe?

L'uomo alzò il capo lentamente, sbirciandola da sopra gli occhiali.

- Buonasera a lei. E' sola stasera?

- Oh no. Se si riferisce ai bambini che giocherellano qua fuori.

- Già - rispose lui. - Le scarpe sono pronte. Aspetti che gliele cerco. Si tirò su e si spolverò con le mani i rimasugli attaccati sul suo grembiule di cuoio. Poi si girò, iniziando a rovistare fra un groviglio di scarpe.

- Francesca, Paolo! - La donna si mise a chiamare i figli , mettendo un piede fuori dalla porta.

- Cosa fate là fuori, venite qui che passano le macchine.

I due entrarono nel negozietto e si piazzarono accanto alla madre. L'odore di colla era fortissimo là dentro. Se non avesse avuto a che vedere con Beppe, a Francesca sarebbe piaciuto. Mentre l'uomo impacchettava le scarpe, regalando ai bambini uno dei soliti sorrisi, qualcuno lanciò un sasso contro la finestra della bottega, mandando i vetri in frantumi. L'uomo con un balzo inaspettato mollò tutto. In un attimo fu all'aperto, correndo velocemente fino alla fine della strada, per cercare di identificare l'autore di quel gesto vandalico. La sua prontezza di riflessi fu inutile. Ritornò sui suoi passi mogio mogio. Rientrato in bottega, dette un'occhiata al vetro rotto, dissentendo più volte con il capo.

- Ha visto chi è stato? - domandò la donna che teneva a sé i bambini.

- No. Ma lo so. Sono i soliti monelli. E per la gobba di mio nonno, li prenderò!

A quelle parole la bambina sussultò, coprendosi con la mano la bocca. Subito dopo, si staccò dalla mamma fuggendo via.

- Ma che ha? Che avrò mai detto di male. Mi scusi signora, ma sua figlia è proprio strana, sa.

- Beppe, io capisco che lei possa prendersela, ma fino ad un certo punto. In fondo è una bambina. Probabilmente lei in passato, deve averla in qualche modo sgridata facendole una cattiva impressione. Oppure pensa ancora a...

- A che cosa? - le domandò brusco il calzolaio.

- Niente. A niente. Piuttosto quanto le devo? - L'uomo fissò imbambolato il vuoto senza rispondere.

- Quanto le devo? - ripeté lei alzando il tono della voce e indicando con la mano il pacchetto già incartato.

- Io..Io..Mi scusi, ma stavo pensando a chi mi ha lanciato quel sasso. Domani. Mi pagherà domani. Ora ho da fare, devo togliere i vetri. Sono pericolosi. E' già tanto che non abbiano ferito nessuno di noi. Abbiamo rischiato grosso e vorrei evitare altri guai.

- Va bene Beppe. Allora a domani.

Francesca aspettava nell'atrio del portone. La madre col fratellino la raggiunsero e tutti insieme, senza dire nulla, entrarono in casa. A quel punto la donna, con calma dopo essersi sistemata, si sedette invitando la bambina a fare altrettanto.

- Ora - disse, - mi spiegherai per benino perché sei fuggita in quel modo.

- E' lui. Ho riconosciuto la sua voce. Ha detto quelle strane parole " la gobba di mio nonno", che non ho mai sentito dire da nessun altro.

- E' lui, cosa?

- Quello che ha detto di essere il mio papà, dietro la porta chiusa.

La mamma sembrò trattenere un sorriso.

- Saresti disposta a giurarlo anche davanti ad un giudice?

- Si, si!

- Sicura che non si tratti solo del fatto che ti è antipatico?

- No.

- Povero Beppe, voi bambini in un modo o nell'altro l'avete preso di mira. Non è la prima volta che gli spaccano i vetri. E anche tu, per una frase, lo manderesti in galera. E se poi non fosse lui. Se ti fossi sbagliata. Per accusare e condannare una persona, ci vogliono le prove. Altrimenti rischi di non essere creduta e di passare dalla parte del torto. Mi sono spiegata? Allora, sei sempre decisa ad accusarlo?

- Io... non lo so più. Ma dimmi mamma, per prova cosa intendi, che avrebbe dovuto farmi del male?

- Anche, purtroppo. Però avresti dovuto vederlo, o che altri l'avessero colto sul fatto. Questa è la legge mia cara. Eppure, si possono commettere lo stesso degli errori, come condannare un innocente o assolvere il colpevole. Ma è tutto così complicato e tu sei ancora troppo piccola per capire...

- D'altronde, Beppe che si mette a bussare alle porte facendo la parte di un altro - continuò la madre - io proprio non me lo figuro. Senza contare che quella brutta esperienza, potrebbe sempre essere frutto della paura di rimanere soli. Cara Francesca, voglio che tu lo sappia. Questa possibilità l'hanno considerata anche i carabinieri. Se può tranquillizzarti, però, ti prometto che in futuro terrò d'occhio Beppe. Va bene?

- Va bene - le rispose la bimba con la testa china.

Passò ancora dell'altro tempo e mancava una settimana a Natale. Ovunque fervevano i preparativi. Le vetrine erano addobbate. La gente andava e veniva, con un dinamismo insolito da cui trapelava una felice apprensione per le molte cose da sbrigare. L'aria era gelida e di tanto in tanto cadeva del nevischio. Francesca era contenta perché i suoi le avevano regalato un bel cappottino beige con il colletto di eco- pelliccia marrone. In uno di quei giorni, la bambina era stata dalla sua amichetta Clara a smaltire parte dei compiti assegnati per le vacanze, e aveva fatto più tardi del solito.

Era vicina a casa, ma non si sentiva tranquilla. Faceva già buio e doveva percorrere una strada defilata e cieca, che collegava il quartiere alla zona di Clara, frequentata solo dai suoi abitanti, o da chi ci andava per un motivo preciso. Scorreva sotto un grande ponte, piena di anfratti sempre in ombra, e sfociava in una lunga scalinata, la Scalinata Santa, che terminava nella via omonima, dove abitava Francesca.

La bambina si strinse nelle spalle e si guardò istintivamente intorno, prima di imboccare la via. Non c'era nessuno. Iniziò a camminare a passi veloci. Le ombre profonde degli anfratti parevano sagome nascoste e pronte a colpire. Non doveva pensarci, dopo quella curva c'era casa sua. Le si disegnò un sorriso. Era fatta. Aveva raggiunto la curva e poi... la scalinata. Il sorriso, improvvisamente, si trasformò in una smorfia di dolore. Qualcuno l'aveva afferrata da dietro, tappandole la bocca. Si sentiva soffocare, stretta in una morsa buia e sconosciuta. Un alito rancido le soffiò sul collo.

- Non mi riconosci, piccina? Sono io, il tuo papà, - sibilò una voce dopo una risata chioccia. Era la stessa voce che era stata oltre la porta.

- Suvvia, non mi riconosci? Si, sono io, il vecchio Beppe. Avevi ragione tu. Ma alla fine, ho vinto io, e ti ho presa. Ora ti farò pagare la tua aria di superiorità.

E con l'altra mano incominciò a frugarle il corpo. Francesca cercava di divincolarsi, gli occhi sbarrati per il terrore folle.

- Devi saperlo piccina, prima mi servirò di te e poi ti butterò dalle scale e nessuno saprà mai niente.

Intento a parlare, l'uomo non si accorse di allentare la presa sulla bocca della bambina, che piuttosto di urlare, decise di mordere. E morse come una piccola tigre e con tutta la forza della disperazione quella mano grossa e disgustosa, riuscendo a procurare il giusto dolore.

Beppe si staccò da lei con un lamento, dandole l'opportunità di fuggire. Fuggire, si, ma ce l'avrebbe fatta? Francesca cercò di guadagnare terreno, per attuare il piano che le era venuto in mente. Un proposito audace, ma l'unico che le avrebbe garantito la salvezza: Nascondersi nell'ultimo anfratto prospiciente la scalinata per ... E riuscì a nascondersi. Poi, appena lo sentì arrivare, prese una pietra e la buttò dalle scale.

Beppe giunse con un respiro gonfio di rabbia. Si avvicinò alla scala, incuriosito dal rumore della pietra. Francesca non aveva altro tempo per pensare. Ora le era ben chiaro cosa voleva fare e, ironia della sorte, proprio Beppe glielo aveva suggerito. Con la forza della disperazione si gettò sull'uomo, spingendolo in avanti. Lui traballò, e lei senza indugio lo spinse una volta di più. L'uomo rotolò giù con un urlo bestiale, dimenandosi per la paura e per la beffa subita, fino a che non si fermò su qualcosa e tutto insieme a lui tacque.

Francesca rimase ferma alcuni minuti, incerta e dubbiosa. Se avesse urlato, probabilmente nessuno l'avrebbe udita, come nessuno aveva sentito Beppe, o avrebbe rischiato di svegliarlo, nel caso fosse svenuto. Tornando indietro, invece, poteva essere di nuovo inseguita, e sennò, avrebbe dovuto spiegare i fatti e confessare di averlo spinto. No, sarebbe andata giù cauta e con una pietra in mano, pronta a colpirlo se lui avesse tentato qualcosa.

Scese lentamente le scale, saggiando ogni gradino. La figura dell'uomo le pareva via via più chiara. Era immobile e riversa. Prese qualche sassolino e glielo gettò vicino. Ma non si mosse. Così si fece coraggio ed avanzò. Quando lo raggiunse, ne scavalcò il corpo inerme. E poi giù, giù a rotta di collo con tutta l'energia dei suoi anni.

- Finalmente, - le disse sua madre. - Stavo per venire a cercarti. Ma dove sei stata?

- Lo sai benissimo mamma, a finire dei compiti.

- Beh, se devi fare così tardi, preferisco che tu li finisca il giorno dopo. Intesi?

- Intesi.

Quella notte Francesca dormì sonni tranquilli. Il giorno dopo, andando con sua madre a fare la spesa, dette un'occhiata alla bottega del calzolaio e non si stupì di vederla chiusa. Sua madre, invece, si.

- Strano, oggi Beppe è chiuso.

- Signora, signora! Venga un attimo qua, - le disse una sua amica.

- Ha sentito cosa è successo?

- Che cosa ?

Quando le due donne furono vicine, le voci divennero un sussurro e Francesca tese invano le orecchie. La mamma ritornò da lei con il volto intristito e gli occhi umidi.

- Che c'è mamma?

- Beppe è morto.

- Morto?

- Si. Deve aver avuto un malore ed è caduto dalla scalinata. Ha battuto la testa contro il muro e se l'è fracassata. Non dici niente?

- No.

- Ora non avrai più nulla da temere, vero? - le disse ironica sua madre.

- Vero - le rispose la figlia con lo stesso tono.

- Francesca cara, - pensò - questo sarà il tuo segreto, così non rischierai di non essere creduta, né di esserlo ed andare a finire in prigione.

- A proposito mamma, quest'anno vorrei che Babbo Natale mi regalasse una bambolina.

- Se farai la brava, chissà.

Così Francesca crebbe con il suo segreto e quando ebbe figli badò bene a dare il giusto valore ai loro racconti. Non si pentì di ciò che aveva commesso, pur chiedendo a Dio di perdonarla.