Per la Critica

LUCETTE, CÉLINE, GALLIMARD

E LA CENSURA

di Stefano Lanuzza

"C'est de la grande fresque du populisme lyrique, du communisme avec une âme..." (Archives Éditions Gallimard, avril 1932). Firmandosi nell'occasione Louis Destouches, così Louis-Ferdinand Céline, sagace critico di se stesso, risponde nel mese di aprile del 1932, dal proprio domicilio parigino di Rue Lepic 98, a una lettera del 14 dicembre 1931 dell'editore Gaston Gallimard che gli chiede un "résumé aussi précis et complet que possible" relativamente al dattiloscritto del Voyage au bout de la nuit propostogli dallo scrittore.

Il 2 luglio 1932, Benjamin Crémieux, critico letterario e consulente editoriale di Gallimard, dopo avere presentato il 24 giugno dello stesso anno il romanzo céliniano al Comitato di lettura dell'editore, redige una scheda dove definisce il Voyage un "roman communiste contenant des épisode de guerre très bien racontés".

Autore di un romanzo "comunista d'anima" riconosciuto anche da Crémieux, lo scrittore non smentisce se stesso bensì fa autocritica quando nel 1936, dopo avere pubblicato nel 1932 il Voyage non con Gallimard ma con Denoël, scrive l'accorato e sarcastico Mea culpa, autodafé del disinganno d'un comunista che, in Unione Sovietica per riscuotere i diritti della traduzione in russo (1934) del Voyage da parte di Elsa Triolet, fa la frustrante conoscenza di un sistema concentrazionario governato col terrore da Stalin.

Posto ciò, magari giunge il tempo di riconoscere senza preclusioni o 'idee ricevute' la vera identità del fin troppo maudit Céline la cui opera è l'esito di una geniale creazione letteraria e della crisi storica che nella prima metà del Novecento sconvolge l'Europa.

Poi, verso la fine del 2017, c'è la vedova di Louis-Ferdinand, Lucette (Lucie Georgette) Almanzor Destouches che all'età di centocinque anni e a cinquantasei anni dalla morte del marito, d'accordo con l'ottantacinquenne François Gibault, avvocato, biografo ed esecutore testamentario di Destouches/Céline, decide meritoriamente di sciogliere la riserva sulla cosiddetta 'Trilogia antisemita' (Bagatelles pour un massacre, 1937; L'École de cadavres, 1938; Les beaux draps, 1941) e affidarne l'edizione critica in un unico volume all'editore Antoine Gallimard, nipote del fondatore dell'omonima casa editrice.

Céline e Lucette Almanzor in una fotografia degli anni Trenta

L'opera progettata dal prestigioso editore, recante il titolo di Écrits polémiques. 1933-1957 e solo per l'edizione parigina un prologo dello scrittore e critico del "Nouvel Observateur" Pierre Assouline, riprende per intero l'Édizion Huit (Québec, 2012) liberamente venduta nelle librerie canadesi e su Amazon. Il cospicuo volume, curato dal francesista Régis Tettamanzi, raccoglie integralmente, oltre alla 'trilogia', i brevi testi céliniani Hommage à Zola (1933), Mea culpa (1936), À l'agité du bocal (1948) e Vive l'amnistie, Monsieur! (1957).

Senonché Gallimard fa appena in tempo ad annunciare il 6 dicembre 2017 l'uscita del volume di Céline prevista per il maggio 2018 che gli si recapita una lettera (datata "Paris, le 12 décembre 2017") di Frédéric Potier, delegato interministeriale alla lotta contro il razzismo e l'antisemitismo.

Potier, dopo avere ammonito che "les modalités de mise à disposition du grand public de ces écrits doivent être réfléchies avec soin", così conclude: "Afin de lever les inquiétudes que fait naître à cet égard le calendrier serré annoncé, je vous serais très reconnaissant de bien vouloir m'éclarer sur la condition d'élaboration de cette édition critique et sur les mesures prises pour en garantir la scientificité et la pluridisciplinarité".

Nel frattempo, gli scritti céliniani antologizzati da Tettamanzi e comprendenti in 1.038 pagine un'ampia serie di note, con varianti, sinossi, cronologia, concordanze, glossario, 35 illustrazioni e relativo indice generale, subiscono un interdetto da parte dell'avvocato difensore della causa dei deportati ebrei della Francia e "cacciatore di nazisti" Serge Klarsfeld, che minaccia querele, o del sociologo Pierre-André Taguieff. Questi, come riferisce Antoine Oury (redattore-capo di "ActuaLitté") dopo un incontro con Marc Knobel, direttore degli Studi del Conseil Représentatif des Institutions juives de France (CRIF), trova il modo di negare che la curatela di Tettamanzi possa esprimere "une veritable édition scientifique des pamphlets". Per Taguieff, che con la moglie Annich Duraffour ha già diffusamente stigmatizzato l'autore del Voyage redigendo l'ampio e scontato Céline, la race, le Juif. Légende littéraire et vérité historique (2017), solo "une équipe pluridisciplinaire, composée notamment d'historiens spécialisés dans l'étude des domaines concernés, peut mener à bien" un'edizione critica dei pamphlets antisemiti céliniani (A. Oury, Pamphlets antisémites: le gouvernement écrit à Gallimard, "AL. ActuaLitté. Les univers du livre", 14 dicembre 2017)... Ma cosa dire se non che appare pressoché assurda la pretesa di Taguieff, reputato in Francia un "socio-liberal conservatore" ("Le Figaro Magazine", 11 dicembre 2004), di stabilire soltanto lui, contro gli stessi Tettamanzi e Assouline fino ai Sollers, Godard, Mazet e tanti altri in tutto il mondo (compreso lo scrittore Philip Roth, da sempre convinto che l'antisemitismo non sia essenziale nei libri di Céline) i crismi d'una esegesi ortodossa intorno all'autore del Voyage?

Il prevenuto censore ottiene solo di attirarsi la pure immeritata accusa di bieco comunista dai reazionari che credono di vedere dappertutto fantasmi rossi e adottano Céline non certo come scrittore ma supponendolo, a loro misura, fascista, nazista, antisemita e razzista. Soprattutto si curano, i fascisti di ritorno nella fallimentare Europa dell'euro, di eludere la risolutiva mozione di principio esposta dallo scrittore perlappunto nelle sue incriminate Bagatelles: "Je suis pas réactionnaire! pas pour un poil! pas une minute! pas fasciste!".

Definitivo e risolutivo, il 19 dicembre 2017, l'incontro all'Eliseo fra Gallimard e Potier che, dando conto della mobilitazione contro il libro da parte di alcune associazioni ebraiche, manifesta all'editore una sostanziale contrarietà alla pubblicazione degli Écrits. Sono allora vane, poche settimane dopo, le parole del Primo ministro Édouard Philippe favorevole alla pubblicazione del volume. "Je n'ai pas peur de la publication de ces pamphlets" dichiara Philippe al "Journal du Dimanche" (7 gennaio 2018). Nel frattempo c'è qualcuno, un anonimo, che in "Kontrekulture" del 7 gennaio 2017 avvisa: "Si l'on supprime la littérature antisémite, on doit aussi supprimer la littérature anti-goym [ebraico goyim per nominare i 'gentili', ossia i 'non-ebrei'], à commencer par le Talmud (et ses rabbins)"...

No, non è una buona idea censurare Céline - dichiara il romanziere Paul Auster, ebreo americano come Roth. "Parce que" insiste "c'est un grand écrivain, un grand écrivain qui a fait des erreurs de jugement, mais je crois qu'il faut comprendre tout sur lui, et de supprimer [ces écrits], ce n'est pas une bonne idée" ("Agence France-Presse", 12 gennaio 2018).

Ma in barba alla reputazione di una Francia-terra di libertà, lo scopo di scoraggiare o intimidire Gallimard pare facilmente raggiunto e l'editore fa infine sapere che, insomma, gli difetterebbero le condizioni per stampare il volume. Non lo pubblica in nome della sua "libertà di editore" - spiega, un po' incongruamente, con una nota inviata all'Agence France Presse: "Au nom de ma liberté d'éditeur et de ma sensibilité à mon époque, je suspends ce projet, jugeant que les conditions méthodologiques et mémorielles ne sont pas réunies pour l'envisager sereinement".

Tuttavia non si capisce quale libertà possa rivendicare un editore che, rinunciando alla propria autonomia, accoglie supinamente pregiudizi e ingerenze, diffidenza e pesante censura da parte di quanti non eccepiscono più di tanto, per esempio, sul comico Dieudonné imperversante in Francia coi suoi grossolani spettacoli antisemiti o sull'editore Fayard che annuncia l'uscita a marzo 2018 di un'edizione, già pubblicata in Germania, del già diffuso Mein Kampf hitleriano... Mentre nessuno ricorda che nel 2015, a cura di Bénédicte Vergez-Chaignon e con prefazione di Pascal Ory, ritorna con le Edizioni Laffont, ottenendo un buon successo di vendita, il pamphlet del 1942 di Lucien Rebatet Les Décombres, concentrato di antisemitismo, fascismo, collaborazionismo e ineffabile apologia dell'occupazione nazista della Francia.

Sorge, di conseguenza, naturale - poiché nel Primonovecento francese non sono pochi gli intellettuali e gli scrittori antisemiti, alcuni di loro blandi o meno conosciuti collaborazionisti, (Béraud, Chardonne, Alphonse de Châteaubriant, Maurras, il paradossale 'fasciocomunista' Jacques Doriot, Montherlant, Jean Giono, nonché Morand, Jouhandeau, Anouilh, Giraudoux, Sachs, Gide, Mauriac, Gaxotte, Simenon da giovane...) - l'impressione che ogni volta Céline finisca per essere assunto in esclusiva quale pharmakos/'capro espiatorio': al pari del più sfortunato Robert Brasillach sbrigativamente passato per le armi ad Arcueil il 6 febbraio 1945.

Ancora oggi sembra che a Céline si dia la caccia per lavare la coscienza sporca della Francia ottusamente antisemita del 'caso Alfred Dreyfus' (1894-1906), il capitano alsaziano-ebreo ingiustamente accusato d'intesa col nemico tedesco, oltre che per far obliare l'antisemitismo e il filonazismo della Repubblica collaborazionista di Vichy capeggiata da quel Pétain che Albert Camus chiama "traditore della Francia" ("Combat", n. 58, luglio 1944).

Malgrado tanta ordalia e lo 'stridor di denti' degli implacati censori, i libelli vietati di Céline, seppure privi di curatele critiche, restano reperibili su Internet sia nella lingua originale, sia in traduzione. Volendo, li si legga come - poniamo - si possono leggere le pagine del 'reazionario' e grande Gadda: per l'indubbia qualità artistica della loro lingua, cioè per lo stile che, senza separarsi dai contenuti talora insopportabili, riscatta un autore tra i maggiori del Novecento... Lo stile, conta nient'altro che lo stile: l'unica cosa - Céline tiene sempre a spiegare - per cui valga la pena di scrivere.