Le Parole fra Noi

LE MANTIDI RELIGIOSE

di Diego Zandel

Enunciato il Mistero e recitato il Padre Nostro, il numeroso gruppo di fedeli raccolto nella chiesa dei Santissimi Pietro e Paolo dell'EUR, passò ai dieci Ave Maria per poi concludere, con la breve invocazione del Gloria al Padre, il rito del Santo Rosario. Subito dopo il sacerdote, sull'altare, diede avvio alle litanie lauretane.

"Signore, pietà" invocò, imitato dal coro dei fedeli che ripeterono: "Signore , pietà".

"Cristo pietà"

E il coro: "Cristo, pietà"

"Signore, pietà"

"Signore, pietà"

Mentre il sacerdote procedeva con le altre invocazioni, a Cristo, allo Spirito Santo, alla Madre di Dio, e i fedeli rispondevano in coro riempiendo l'alta volta della chiesa con "abbi pietà di noi" o "prega per noi", Donna Romilda Aureli della Cerva, subito dopo aver scambiato uno sguardo d'intesa col marito, si avvicinò a un giovane dallo sguardo rapito dalla preghiera.

"Alessandro" lo chiamò la donna.

Il giovane le gettò un'occhiata. Parve subito turbato dalla vicinanza della donna. Molto più grande di lui. Bella. La scollatura primaverile, nonostante il velo che le cingeva le spalle, lasciavano intravvedere i suoi seni prorompenti. Ma conosceva intimamente l'intero corpo di lei.

"Sì?"

"Per gli atti di penitenza provvederemo nella nostra cappella privata."

Il giovane abbassò gli occhi.

"Come l'altra volta?" la voce un po' gli tremò.

"Gli atti di penitenza devono essere tali. Fino al sacrificio carnale."

Il giovane ebbe un trasalimento. Sentì l'eccitazione, già sollecitata dalla vicinanza della donna, risvegliarsi del tutto in lui. Come da un pulpito lontano lo raggiunse la voce recitante del prete.

"Agnello di Dio che togli i peccati dal mondo"

"Perdonaci, Signore" rispose la voce corale dei fedeli, alla quale si unì, convinta, quella di Alessandro.

"Agnello di Dio che togli i peccati dal mondo" ripeté il prete.

E i fedeli, ai quali stavolta si unirono all'unisono, con forza, le voci di Alessandro e Donna Romilda: "Ascoltaci, Signore"

"Agnello di Dio che togli i peccati dal mondo"

"Abbi pietà di noi, Signore"

***

La comunicazione arrivò al commissariato dell'EUR al mattino presto, poco dopo che i due Angeli, com'erano stati soprannominati per la casualità di chiamarsi entrambi Angelo, per completezza Angelo Custode e Angelo Svetich, avevano preso servizio: un contadino aveva trovato un cadavere tra la Pontina e la Laurentina. Erano già in macchina, una vecchia Alfa 159. Come al solito la guidava Angelo Custode per la sua passionaccia per i motori. Per l'altro, Svetich, era una preoccupazione di meno, si affidava totalmente al collega e amico. Perché erano pure amici, oltre che colleghi. Lo erano diventati sul lavoro, anni prima, scoprendo di essere differenti in tutto nella vita, per questo complementandosi nei gusti, negli interessi, nel carattere, nel modo di condurre indagini. Svetich, di origine fiumana, era più riflessivo, Custode, di famiglia umbra, più pratico.

"Oh, un po' di campagna! Quand'ero fidanzato venivo da 'ste parti con la famiglia di Sara per i pic-nic" ricordava Svetich "In pratica, si mettevano tutti a far cicoria".

"E tu?"

"Io leggevo, non mi sembrava vero".

Svetich girava sempre con un libro, anche lì in macchina ce l'aveva, se c'erano buchi, attese, che riempiva con la lettura. Romanzi, per lo più, ma anche saggi, raramente poesia.

All'uscita della Colombo, superato il Palasport, anzi il Palalottomatica, come si chiamava ora, c'era già una fila consistente di macchine in entrata a Roma, di tutti i pendolari che abitavano nei quartieri da lì a Ostia. Loro per fortuna si dirigevano dalla parte opposta, ma un po' di intoppo c'era.

"Mettiamo la sirena, va!" disse Svetich, prendendo il lampeggiante e posandolo sul tettino dell'auto, mentre la sirena cominciava a lacerare l'aria con la sua doppia, assordante tonalità.

Custode sgommò un po', e partì in quarta, facendosi largo tra il bailamme del grande incrocio della Colombo con i viali dell'Oceano Atlantico e del Pacifico. Il sole si stava facendo largo tra le nuvole. Il meteo dava buon tempo, anche se la sera prima e in parte la notte era piovuto. Almeno il cielo s'era scaricato.

"A che punto precisamente dobbiamo andare?"

"Dopo l'Ifo... dalle parti del Casale di Perna, verso la Pontina però"

Poco dopo, usciti dalla Pontina, percorsero una strada, stretta, tra salite e discese, immersa nel verde, s'inoltrarono seguendo le indicazioni che avevano, date dal contadino che aveva trovato il cadavere e che il centralino aveva ritrasmesso a loro, in maniera più dettagliata. Si resero conto di essere arrivati quando videro un gruppetto di uomini sbracciarsi verso di loro. La sirena e il lampeggiante furono spenti.

Custode e Svetich scesero dall'auto, per avviarsi a piedi. Lasciarono la strada per la campagna.

"Mortacci, c'è tutto fango!" si lamentò Svetich, che detestava avere le scarpe sporche.

"Potevano trovare il cadavere almeno quando il terreno s'era asciugato!" commentò Custode.

Un uomo prese ad andare loro incontro. La terra era ancora molle della pioggia della sera prima. Il sole ci avrebbe messo l'intera giornata per indurirla un po'.

"E' lei che ha trovato il cadavere?" chiese Svetich.

"Sì, stamattina. Ho un pezzo di terra più avanti... è il periodo della semina. Sono venuto anche ieri, ma ieri non c'era, lo devono aver portato stanotte...".

Svetich annuì.

"Non ha visto impronte particolari?"

"Non ci ho pensato... ora ci sono pure le mie e dei miei vicini che ho chiamato"

"Se la vedrà la scientifica" commentò Custode.

"Adesso ci sono pure le nostre" sussurrò Svetich "Alla fine non si capirà un cazzo... sempre che ci fossero altre impronte"

"Beh, il cadavere mica può essere arrivato lì da solo"

"Bisognerà vedere se lì ci è arrivato cadavere o ci è diventato sul posto"

"Se è diventato cadavere sul posto, le impronte dovrebbero essere almeno di due persone, sempre che non siano stati di più a farlo fuori"

Sul posto ci arrivarono poco dopo. Il cadavere si trovava disteso mezzo supino, dentro un avvallamento del terreno. Mezzo volto era visibile, l'altro mezzo affondava per un lato nel terreno fangoso, braccia e mani all'altezza delle spalle, le gambe un po' rannicchiate e il bacino a terra. La nuca era spappolata. Comunque, da quello che emergeva non c'erano dubbi, si trattava di un ragazzo, sui venticinque. L'abbigliamento era sportivo, stando al giubbotto e i pantaloni tipo coloniale.

"Poveretto!" esclamò Svetich. Ma pensò subito ai genitori.

"Una cosa è certa: non l'hanno ucciso per derubarlo" disse Custode e indicò l'orologio che il ragazzo aveva al polso, sporco di fango.

Custode aveva un debole per gli orologi da polso, ne faceva collezione, buona fetta dello stipendio andava lì.

"Di valore?" domandò Svetich.

"Philip Watch... Un migliaio di euro... abbastanza appetitoso per un balordo, di questi tempi"

"Già è un indizio... a meno che non sia lui il balordo"

Custode fece in modo di scendere nell'avvallamento.

"Dall'abbigliamento non direi, veste come un ragazzo di buona famiglia..."Vediamo se ci sono dei documenti"

Intanto Svetich tirò fuori il telefonino.

"Sentiamo se c'è qualche genitore che ha telefonato stanotte o stamattina per la scomparsa del figlio... Pronto? Ah, Mariarosa sei tu? Senti... abbiamo trovato un cadavere, un ragazzo, benestante tra l'altro... sì aspetto...".

Custode aveva tirato fuori dalla tasca interna un porta patente, lo aprì e comparve la tessera plastificata con la fotografia e i dati.

"Alessandro Capotosti..."

"Purtroppo non gli è bastato avere il Capo tosto" commentò facile Svetich.

"... abitante in Roma, Via Amsterdam... Ah, abita al Torrino, in zona"

"Sì, Mariarosa? Hanno telefonato? E come si chiamerebbe il ragazzo scomparso? Alessandro Capotosti? OK, i conti tornano".

Svetich annuì, scambiando con Custode, reciprocamente, un'espressione fortemente dispiaciuta.

Nello stesso momento videro arrivare un paio di macchine della polizia.

"E' arrivata anche la scientifica" commentò.

***

L'Alfa percorse un breve tratto di viale dell'Umanesimo e, all'altezza della villa di Rutelli, guardata a vista da un paio di soldati a bordo di un gippone dell'esercito italiano, imboccò via Kenia.

"Certo, che è una vergogna" disse Svetich "Rutelli non è più sindaco di Roma, non è più vice presidente del consiglio né ministro... non è più un cazzo, è solo un semplice deputato di un neopartitino e c'ha ancora la protezione! Quanti come lui? E poi tartassano noi stipendiati... ti credo!"

"E' l'Italia, amico... Ti basta essere stato qualcuno un giorno e c'hai la scorta per la vita, anche se di te neppure si ricordano. Quanto ad essere tartassati" indicò le ville che avevano ai lati "Perché questi che abitano qui dici che le pagano le tasse come noi? A che numero civico vivono questi?"

La strada era deserta e silenziosa e scendeva sinuosa tra pini mediterranei, ville basse, mura alte e ben difese da inferriate e telecamere.

"Ecco, l'indirizzo è questo".

Posto per parcheggiare ce n'era a iosa. I due Angeli scesero entrambi.

Svetich si guardò intorno. Sollevò lo sguardo ai rami dei pini, proiettati contro l'azzurro del cielo e il bianco delle nuvole, e tra i quali filtravano i raggi del sole.

"Pensa che quand'ero bambino, le domeniche d'estate tutto il Villaggio Giuliano, che sta in fondo a viale dell'Umanesimo, si riversava qui per una scampagnata collettiva. Pic nic, partite a pallone scapoli contro ammogliati, parlo di mio padre, io ero piccolo, tutt'al più giocavamo a mosca cieca... E ora? Solo per pochi privilegiati."

Custode suonò al cancello. Un paio di telecamere puntavano su di loro.

"Chi siete?" domandò una voce, chiaramente appartenente a uno straniero.

"Polizia... è per informazioni su Alessandro Capotosti"

"Un attimo?"

"I signori Aureli Della Cerva siano stati avvisati del nostro arrivo."

Il loro nome l'avevano fatto i genitori di Alessandro Capotosti. Straziati dal dolore non si capacitavano della fine che aveva fatto il loro ragazzo.

"Era buono, devoto a Dio. Frequentava la parrocchia dei Santi Pietro e Paolo dell'Eur... Il suo gruppo di preghiera si riuniva in un appartamento in viale Europa. Un appartamento dell'Opus Dei, con una cappella. Tutti i giovedì andava per il Santo Rosario a casa degli Aureli Della Cerva, persone degnissime."

"Allora ieri sera si trovava lì da loro..."

"Sì, non vedendolo arrivare, questa mattina ci siamo permessi pure di telefonare a loro e ci hanno assicurato che Alessandro è andato via dopo le preghiere, come sempre."

"Questo nome... Aureli Della Cerva, non mi è nuovo" aveva detto Svetich a Custode, quando erano usciti da casa Capotosti.

"Beh, non sono gli ultimi arrivati... Gente potente, ammanicata col Vaticano, credo che appartengono a quella che a Roma viene chiamata borghesia nera."

"Sì... sì... ma il nome mi è noto per qualche altro motivo" rispose Svetich, con la mente in ricerca.

Intanto, dopo un po' il cancello scattò e una porta di ferro, di lato del cancello, si aprì automaticamente. Custode e Svetich s'inoltrarono a piedi lungo un breve viale, alla fine del quale li aspettava un filippino, con la tipica giacchetta a righe bianche e rosse dei servitori. L'entrata alla casa era a vetrata, davanti alla quale si allargava uno spiazzo con un SUV e una Porche parcheggiate.

"Questa è la piccolina" disse Svetich, indicando la Porche "Per la città.

Seguirono il filippino in casa. Furono introdotti in un salone che si proiettava verso un'altra vetrata che s'affacciava su un giardino alberato. Il salone era diviso tra una composizione di divani e uno spazio pranzo, un open space arredato con mobili d'epoca evidentemente autentici che davano sontuosità all'ambiente. Alle pareti quadri dei seicento italiano, dei fiamminghi, autentici, non c'era da dubitare.

Una bella signora, alta, mora, elegante, li attendeva in piedi nella zona salotto.

"Ispettore Svetich" si presentò "lui è il mio collega Custode... di cognome Custode" precisò.

"Romilda Aureli Della Cerva" si presentò a sua volta, con il volto contrito "prego, accomodatevi" indicò le poltrone.

"Grazie, ma non ne avremo per molto"

"Se permettete, mi siedo io... Quanto è accaduto mi lascia senza forze" disse con voce dolente, si mise seduta con un gesto, pur nella sua semplicità, di grande eleganza, accavallando due gambe lunghe e piene. Quasi senza una pausa, proseguì: "Mio marito Vitaliano ed io siamo molto turbati per quanto è successo ad Alessandro... Chi ha potuto fare una cosa del genere? Ci sono indizi, tracce? So che mio maritò ne parlerà col questore."

Svetich e Custode si scambiarono un'occhiata rassegnata: di gente che li trattava da poco più di pezze da piedi, pronti a sbattere le loro conoscenze altolocate, ne avevano già incontrata. Ma li mandavano entrambi, nell'intimo, a fare in culo.

"Stiamo valutando" rispose Svetich "Qual'era il motivo della visita della vittima..." allo sguardo un po' interrogativo della signora, si corresse "di Alessandro, qui?"

"Ci riunivamo per recitare il Santo Rosario. Lo facciamo tutti i giorni. Abbiamo una cappella in casa "

"Capisco. I genitori di Alessandro ci hanno detto che veniva i giovedì qui. Mi scusi, perché proprio di giovedì?"

"E' in preparazione della comunione del venerdi"

"Cioè? Mi scusi"

La donna abbozzò un sorriso, mostrando di mal gradire l'ignoranza religiosa del poliziotto.

"E' una delle Grandi Promesse... L'Amore onnipotente di Dio concede a tutti coloro che si comunicano al primo venerdì del mese e per nove mesi consecutivi la grazia della perseveranza. E' scritto: Essi non moriranno in mia disgrazia, né senza ricevere i Sacramenti, e il mio cuore sarà loro asilo sicuro in quell'ora estrema."

"Mi pare che per il povero Alessandro, purtroppo, non sia andata proprio così!"

Donna Romilda s'irrigidì sul busto, quasi fosse seccata dall'obiezione.

"Tuttavia il Cuore di Gesù l'ha sicuramente accolto. E poi noi continuiamo a pregare per la sua anima"

"Quindi veniva qui solo alla vigilia dei primi venerdi del mese?"

"No, ne avevamo fatto un impegno settimanale. Alessandro era sulla strada per diventare diacono"

"Capisco... Dovremmo per questo controllare gli orari, i movimenti, che Alessandro dovrebbe aver fatto dal momento in cui è uscito da qui... Innanzi tutto, come ci è arrivato e come se n'è andato? Era motorizzato?"

"Sì, aveva un moto, di quelle... un SH mi pare."

"Che non è stato trovato" disse Custode.

"Conosce per caso il numero di targa?" domandò Svetich.

Donna Romilda gli sorrise. Occhi neri, sguardo un po' da miope. Era molto attraente.

"Mi chiede troppo"

"Forse suo marito" sorrise "gli uomini sono più attenti a queste cose. Non c'è?".

"No, in questo momento è fuori"

"Va bene... Qualsiasi particolare vi dovesse venire in mente, potete telefonare al Commissariato, qui dell'Eur" disse Svetich, in tono di congedo.

Donna Romilda si alzò.

"D'accordo, ma come le ho detto..."

Custode la bloccò.

"Sì, suo marito ne parlerà con il questore, ma è un passaggio in più" e le mostrò un largo sorriso chiaramente falso.

"Miki, accompagna i signori"

Il filippino accennò a un inchino di obbedienza e indicò con la mano la strada. Poco dopo furono all'aperto. Si sentivano gli uccellini cantare.

"Tu, Miki, ti ricordi la targa del SH del ragazzo?" gli domandò Custode.

"Io conosco poco"

"Come sarebbe a dire?"

"Ragazzo venire di giovedì, mio giorno di libertà"

***

Le conclusioni della Scientifica erano pronte il giorno dopo. A uccidere Alessandro Capotosti era stato un oggetto pesante, non liscio, cioè con delle irregolarità, dei bordi e piuttosto pesante, stando al tipo di ferita.

"Tu, mio Angelo Custode, per cosa propendi?"

"Ieri, mentre stavamo con la signora, gettavo occhiate qua e là e l'occhio mi cadeva sempre su dei candelieri, erano sparsi un po' dovunque. Sai, aria di chiesa" e Custode si fece una risata.

"Un candeliere... perché no?" si soffermò invece a pensare Svetich, senza partecipare alla risata del collega "ce ne stanno di belli pesanti"

"Troppo devoti per uccidere."

"Aspetta, però... adesso mi è venuto in mente"

"Che cosa?"

"Il nome Aureli della Cerva"

"Ah, sì, che non ti era nuovo"

"Un'altra morte, qualche anno fa... e di un altro giovane"

"Delitto? Quale? Se è a Roma, me lo ricorderei."

"No, non a Roma... E poi non fu neanche rubricato come delitto. Quel giovane morì cadendo da una scarpata in montagna, in Val d'Aosta, il ragazzo però era romano. Sì, sì... adesso ricordo chiaramente" Svetich aveva un certo entusiasmo dipinto sul viso "Il ragazzo era ospite della casa in montagna, a Courmayeur , degli Aureli della Cerva. Una coincidenza?"

"Dici che c'entrano per quella morte e per questa?"

"Due giovani... sarà che Donna Romilda m'ha attizzato come l'ho vista"

"Eh, sì, pure a me"

"E quella donna è capace di far girare la testa a un ragazzo con i ferormoni in subbuglio... Diacono o meno che sia, sempre ventenne è."

"Il marito la scopre che se la fa con il ragazzo e... zac, trova il modo di farlo fuori. Prima uno, poi l'altro".

"E chi sospetterebbe di lui? Alto esponente dell'Opus Dei, uomo del Vaticano. Per un po', proviamo questa pista. Tu chiedi alla scientifica se un candelabro è compatibile con il colpo al ragazzo".

"Magari lei lo faceva venire il giovedì, quando in casa non c'è neppure il filippino." "Vedi quante cose? Io intanto vado a tirare fuori qualcosa sulla morte di quel giovane in Val d'Aosta per le coincidenze! Intanto, fai pure richiesta al magistrato per un'intercettazione ambientale, casa e auto, non si sa mai. Poi andiamo di nuovo a trovarli. M'interessa quella cappella. I candelabri".

***

"Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte."

Amen.

Un sibilo. Un lamento. Aahhh Aahhh...

Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte."

Amen.

Un sibilo. Un lamento. Aahhh Aahhh...

Ave, o Maria, piena di grazia...

La preghiera, in forma di litania, veniva ripetuta continuamente da un uomo nudo, chinato carponi ai piedi di una donna, vestita di abiti monacali, che pronunciava il suo "amen" ogni volta infliggendo all'uomo una frustata sulle natiche e il dorso. La frusta consisteva in un manico di legno al quale erano strettamente assicurate una serie di fibre di cuoio, lunghe un metro, intrecciate tra loro.

La donna era Romilda Aureli della Cerva, l'uomo, suo marito Vitaliano.

...Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte.

Amen.

Aahhh Ahhh...

Il grido assomigliava più allo sfogo di un godimento che di una sofferenza. E pur tuttavia questa c'era, visibile dai segni rossastri, con piccole vescicole sanguinolente che il corpo del martoriato presentava sul corpo. La penitenza avveniva davanti alla pala dell'altare della loro cappella: un Cristo alla colonna della scuola del Bramante, in tutta la sua potenza suggestiva.

La penitenza andava avanti da un bel po', fin dall'inizio del Rosario che, dopo l'annunciazione dei misteri - Gaudiosi, Luminosi, Dolorosi, Gloriosi, recitati in giorni diversi - prevedeva un Padre Nostro, dieci Ave Maria, e un Gloria al Padre, per concludersi con l'invocazione:

Gesù, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno, porta in cielo tutte le anima, specialmente le più bisognose della Tua Misericordia.

L'uomo e la donna ne avevano particolarmente bisogno. Confidavano nell'infinità bontà del Signore, seguendo il Suo cammino, attraverso il secondo mistero doloroso che contemplava la flagellazione di Gesù. Frutto del mistero: la purificazione e la penitenza, che facevano proprie le parole del nostro Salvatore "Non sono venuto per chiamare i giusti ma i peccatori".

"Amen" pronunciava la donna.

E la frusta, impietosa, tornava a calarla sull'uomo.

Un cambiamento repentino si ebbe quando, finita la contemplazione del mistero, si passò alle litanie lauretane. In quel momento, come esaltata dal rito che stava celebrando, la donna si chinò a sua volta carponi, si tirò sul dorso la lunga gonna monacale e scoprì un paio di natiche nude, come quelle dell'uomo, ma più rotonde e rosee, a loro volta segnate da tracce di precedenti frustate e, facendo passare le verghe oltre dietro le spalle, cominciò ad auto flagellarsi con lo stesso strumento che fino a quel momento aveva usato sull'uomo.

"Signore, pietà" invocò.

E l'uomo, in lacrime, con la voce quasi soffocata dal pianto, che ripetè: "Signore, pietà"

"Cristo, pietà", di nuovo la donna, tornando a colpirsi le natiche con la frusta.

"Cristo pietà", fece eco l'uomo.

"Signore, pietà", e ancora la frusta.

"Signore, pietà"

"Cristo, ascoltaci".

"Cristo, ascoltaci"

"Cristo, esaudiscici"

"Cristo, esaudiscici"

La donna, ora colpendosi con maggiore veemenza: "Padre del Cielo che sei Dio".

Entrambi: "Abbi pietà di noi"

La donna: "Figlio, redentore del mondo, che sei Dio"

"Abbi pietà di noi."

La flagellazione finì con quelle parole. L'uomo e la donna, all'unisono, alzarono il capo per mettersi in ginocchio. Quindi, entrambi con le mani in alto e le palme aperte, lo sguardo alto verso l'immagine del Cristo flagellato, recitarono all'unisono la preghiera conclusiva:
" Gesù, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno, porta in Cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della Tua Misericordia. Ti ricordiamo per questo il nostro fratello Alessandro".

L'uomo e la donna si alzarono, piuttosto afflitti.

"Sì... mi dispiace di averlo dovuto sacrificare" disse l'uomo "ma lo abbiamo dovuto salvare prima che commettesse una grande sciocchezza esponendoci a un giudizio terreno."

La donna si limitò a rispondere : "Amen. Dovremo stare più attenti... tu"

"Io?"

"Loro vengono per me... "

"Non so resistere ai loro corpi così giovani e belli. Sono loro che mi fanno cadere in tentazione" l'uomo chinò la testa.

"Devi limitarti a guardare, Vitaliano."

"E' il diavolo..."

"Il diavolo tenta tutti. Forse lui ci ha fatto incontrare, non Dio"

"Noi non possiamo che espiare le nostre colpe. E lo stiamo facendo. L'infinità bontà del Signore prevarrà su Satana."

***

Svetich lasciò cadere i fogli delle trascrizioni sul tavolo e, basito, scambiò uno sguardo con Custode, che non aveva un'espressione molto diversa.

"Avevamo visto giusto, a quanto pare"

Custode annuì.

"C'è materiale sufficiente per incriminarli. Il PM sarà d'accordo con noi".

"Sì, la dinamica è chiara. Vedrai che anche la morte del giovane loro ospite a Courmayeur avrà le stesse motivazioni: lei seduce i ragazzi che conosce in chiesa, con la scusa della preghiera li porta a casa, lo fa anche per lui, un voyeur. Preghiere, penitenze... tutto va bene finché anche Vitaliano, sempre più eccitato, non vuole la sua parte".

"Che birichino! Poi si allarma se i ragazzi reagiscono male! Qui, dalla intercettazione, sembra che il giovane Alessandro... senti cosa dice Vitaliano" Svetich cercò il passaggio sulla trascrizione "mi dispiace di averlo dovuto sacrificare, ma lo abbiamo dovuto salvare prima che commettesse una grande sciocchezza esponendoci a un giudizio terreno."

Custode annuì.

"Il giovane si doveva essere pentito, doveva aver capito in che giro perverso era capitato, altro che preghiere e penitenze!"

"Sì, cedono perché giovani, poi se ne pentono: i sensi colpa di giovani educati alla fede, a un grande senso del peccato... vogliono confessarsi con qualcuno, forse i loro genitori, forse il parroco o qualcun altro, minacciano di farlo e per gli Aureli della Cerva sarebbe un colpo".

"Probabilmente la stessa reazione anche dell'altro ragazzo morto a Courmayeur. A proposito hai appurato qualcosa riguardo a quella morte?"

"Anche lui era del gruppo di preghiera, ovviamente. Se l'erano portato su alla casa che gli Aureli della Cerva hanno in Val d'Aosta. Per il resto, un solo particolare, ma significativo alla luce di quanto ora sappiamo di loro: che non esistono testimoni della presunta disgrazia".

"Qui hanno rischiato di più."

"E' che si credono impuniti. Sarei curioso di sapere cosa don Vitaliano ha detto al questore... 'Sti nobili di di Santa Madre Chiesa, pappa e ciccia col potere e..."

"Adesso, non fare il comunista, eh!"

I due Angeli erano amici, ma di opposte idee politiche: Custode guardava a destra, Svetich a sinistra.

"Ti ricordi i marchesi Casati, no? Camillo Casati Stampa di Soncino e sua moglie Anna Fallarino. Praticamente lo stesso vizio. E anche lui era un uomo di Chiesa, un pezzo da novanta in Vaticano".

"Ma mica lo fanno solo loro... non generalizzare"

"Comunque, anche Camillo Casati aveva fatto delle avance dirette al partner della moglie, quel Massimo Minorenti, che se la faceva solo con lei. Quando poi il povero Camillo s'è visto escluso dagli amori della moglie, gli ha dato di volta il cervello"

"Cornuto. Mica come Vitaliano Aureli della Cerva: Donna Romilda gli è sempre rimasta fedele. E complice!"

"Sì, una santa donna!" rise Svetich.

"Beh, non ci resta che andare dal PM, che se la sbrighi lui ora!".