Le Parole fra Noi

LA PUNTA DELL’OBELISCO

di Vanni Ronsisvalle

Seraspide Bonarea, uno dei tre "capitani del sud", risalì la penisola nel remoto ventennio con un dono munifico da aggiungere agli altri fronzoli del regime. Al centro del Foro che nella capitale avrebbe preso il nome del Dux veniva innalzato un obelisco. Sul marmo si sarebbe inciso il nome di Lui, in saecula saeculorum. Statue di atleti come nell'antica Olimpia gli avrebbero fatto corona. Seraspide Bonarea, ricaduta ormai la polvere sollevata dai loro stivali nella grande marcia sulla Capitale, colto da nausea per il suo diploma di avvocato si arrovellava laggiù nel sopore della provincia. In quell'accidia mortale sussultò dopo pranzo per un'idea che l'avrebbe fatto rientrare nella storia accanto al Dux, assieme all'obelisco ed a quell'affollamento di giganti muscolosi. La cima dell'obelisco che punta con fermezza verso il cielo, dito puntato verso le stelle che tracciano archi nel cielo di Roma, fu impreziosita generosamente con una cuspide d'oro massiccio. Una piramide di cospicua misura, alta mezzo metro e larga non meno, lo sormontò scintillando e barbagliando nella luce dell'Urbe. Dono dei camerati meridionali - ve ne erano alcuni ricchissimi - capitanati da Seraspide Bonarea come quando da "ardito", la zazzera che tremava al vento delle cannonate, balzava fuori per primo dalla trincea, per la verità gonfio di cocaina, di cioccolato e champagne ma brandendo un pugnale. Per via di tutto quell'oro che lo aureolava, il nome generoso di Bonarea si diffuse - come un rullar di tamburi più che fremito di arpe continue - a tutti i livelli delle gerarchie, raggiunse le province più lontane, si attestò come leggenda negli angoli più remoti del giovane impero. Il Dux nel giorno dell'inaugurazione del Foro baciò Seraspide (di cui avrebbe preferito un nome più italico invece di questo che echeggiava il "melos" verdiano, più che altro trionfi egizi, sembrava avesse a che fare con l' Aida") sulle due guance paffute. E Manasse la sua città natale, nello sprofondo dell'isola, venne promossa a capoluogo di provincia, insomma la fortuna di Seraspide fu fatta e tale rimase sino alla fine di quell'avventura, esaltandosi nelle vittorie, conquistando potere, ricchezza e prestigio, ottenendo per sé un vicegovernatorato in un nuovo possedimento d'oltremare e soprattutto l'ambita "sciarpalittorio", fulgido riconoscimento del regime con cui si cinse i fianchi sino all'ultimo. Poi in ventiquattr'ore fu ridotto sul lastrico, troppo lontano da Roma nella sua piccola corte coloniale dell'Egeo (dove si riteneva al riparo dalle scomodità e dalle incertezze della guerra ma sempre svolgendo una mansione di alto sacrificio per la quale, quando tutto sarebbe finito, avrebbe potuto a buon diritto rivendicare onore e prebende) non fece in tempo a fiutare il vento che cambiava. Quando il Dux venne arrestato esitò troppo a schierarsi con chi l'aveva tolto di mezzo, su di lui si scaricò la vendetta esemplare dei nemici del Dux: gli venne tolto tutto, non solo i profitti di regime ma anche quelli che aveva messo insieme con i suoi maneggi commerciali nell'isola natale; gli lasciarono la sciarpalittorio, un cimelio che non mancò di indossare a Montevideo nelle riunioni di ex gerarchi che avevano riparato in Sudamerica e con la quale venne seppellito dopo che al levar delle mense di un banchetto celebrativo - un 28 ottobre dei primi Anni Cinquanta - tra brindisi e braccia levate in entusiastici ed infervorati "alalà" venne colto da sincope...).

Trent'anni dopo Tonnerre Bonarea - tutti così in quella famiglia, tutti con quei nomi sciagurati (che non si sa quale fantasia viziosamente dannunziana e strampalata li avesse sfilati dal più forsennato dei calendari) - figlio di Seraspide, unico figlio per la verità, deciso a riguadagnare la patria dove ormai si erano completamente dimenticati dei fasti e dei nefasti annettibili al cognome Bonarea, fast et nefast, uscì dalla pensioncina, consultò una mappa turistica di Roma gentilmente prestatagli dalla semper-sorridens signora Clio, proprietaria della pensioncina ("Donde esta' esta direcion?") ed andò subito a passeggiare dalle parti del Foro divenuto semplicemente Italico. Tonnerre Bonarea conosceva perfettamente la storia della punta dell'obelisco, quel racconto aveva cullato la sua infanzia di esule ed anche la sua adolescenza infiammata da ardori di rivincita. Rivincita non solo patriottica, per la verità, ma anche finanziaria: infatti Tonnerre, morto il padre e cessata quindi l'aura di perseguitato con cui era riuscito ad ottenere piccoli sussidi ed altre elargizioni dai dittatori succedutisi in quel paese latinoamericano, era andato via via scivolando verso la miseria più umiliante. Con gli ultimi spiccioli guadagnati vendendo ad un museo di nostalgici una finta sciarpalittorio - l'altro paterno e sfilacciato cimelio si dissolveva con lui nella tomba - aveva acquistato il biglietto per l'Italia ed ora gli restavano in tasca i soldi per pagarsi una settimana di soggiorno nella pensioncina ed i cappuccini con "cornetto" a colazione, pranzo e cena. E poi? Quien sabe! Gelido il sudore della paura e greve il peso dell'avvilimento gli si accamparono sulle spalle quando, seduto con le gambe pendule sulla spalletta del lungofiume contemplava le auto di lusso che correvano nobilmente silenziose davanti allo sparso drappello delle statuone - loro immuni da alti e bassi politici erano sempre là, solo un paio troppo smaccatamente littorie avevano avuto il naso smozzicato da rapide vampate di furia popolare, subito estinta così come era sempre là l'obelisco e sempre là il nome del Dux, inciso per l'eternità e sempre là... A questo punto Tonnerre Bonarea, figlio di Seraspide, ebbe una vertigine e per poco non cadde giù dalla spalletta nella corrente fangosa del fiume una volta sacro ed ora divenuto, con la democrazia, una specie di fogna a cielo aperto. Riavutosi dalla folgorazione che gli aveva traversato la mente, masticando l'idea con circospezione perché non disperdesse il suo vigore iniziale, non si dissipasse quell'entusiasmo che caratterizza i colpi d'ala del genio, se ne andò a dormire nel lettuccio della sua miserrima pensione nelle vicinanze di Termini, così appellarono in epoche romantiche e positiviste la stazione di Roma, richiamandosi al latino 'non plus ultra' che è insieme esaltante e jettatorio. Niente di più mirifico oppure la fine di tutto, a seconda di come uno si sveglia al mattino.

"Sogni d'oro" gli sussurrò la sempre vigile signora Clio, accompagnando con lo sguardo le sue spalle ingobbite che tramontavano in fondo al corridoio.

Tonnerre Bonarea, come suo padre e forse come tutti i suoi ascendenti aveva un temperamento deciso. Nel suo rimuginare notturno, l'insonnia che precede le grandi decisioni (nonché le grandi azioni) esaminò tutte le possibilità per riavere indietro quel pezzo d'oro donato dai fedeli isolani ad un Dux che lo meritava ma che lui, Tonnerre erede del generoso Serapide, non aveva alcuna intenzione di lasciare ad una imbelle democrazia che tra l'altro non riusciva a tenere puliti i suoi fiumi. Così esclusa la tentazione di una clamorosa istanza al capo della Modesta Repubblica quale era diventata la patria di suo padre e, con qualche rimescolamento anche la sua, perché l'oro dell'obelisco gli venisse riconsegnato senza troppe cerimonie, articolò tutt'altro piano, mise a punto una procedura in certo senso da stato di guerra secondo quel particolare codice che riguarda il bottino bellico e le altre prede connesse.

Avrebbe mai potuto farcela da solo? Tonnerre aveva un'alta opinione di sé senza essere per questo un fanfarone, un "miles gloriosus". Certi slogan paterni, espressi laggiù in Sudamerica - il viso rivolto verso quel mare che è invece un fiume, il Rio de la Plata, e le spalle alle lontananze vertiginose della pampa - gli rimanevano ancora nella mente. Non solo il "noi tireremo diritto" ma i più pragmatici "chi fa da sé fa per tre, audax fortuna juvat, selph help, eccetera." Tutte idiozie, vista la fine che aveva fatto suo padre. Così, per prima cosa, si sarebbe cercato dei compagni. Dei complici? Non era così triviale il suo piano. Anzi: un "manipolo" di ardenti camerati, decisi a scattare per recuperare il maltolto a quella repubblica di merda.

Bisognava cercarli.

Entrò in una Sala Corse e ne uscì subito dopo con Italo Sgattoni, ex pensionante della signora Clio a cui aveva chiesto: "Può presentarmi una persona per un affare, "empresa", di grande responsabilità? (e disposta ad attendere questa speciale persona, "valiente individuo", l'equo compenso dopo che sia andato tutto a buon fine?"

"Un altro disperato insomma" pensò la comprensiva signora Clio e gli infilò il bigliettino con il nome nel taschino della giacca. Italo Sgattoni era nato cospiratore, sognava imprese clandestine che - sotterraneamente - lo avrebbero condotto ad impadronirsi di un potere qualsiasi. Rivoluzionario e crudelissimo. In nome di quali ideali non sapeva. Guidò Tonnerre Bonarea lungo strade notturne di una Roma assai modesta e sottoproletaria, sino ad una palestra dove si esibiva al sacco (però senza mai scendere in combattimento) per il piacere di vecchi estimatori un ex pugile, suonato. Arcisuonato. Al suono di un gong immaginario attaccava quel sacco con grande temperamento e aggressività. Sul cranio lucido fiorivano bolle sanguigne, il sudore ruscellava dal collo tra le innumerevoli pieghe della vecchia pelle vizza... Tonnerre lo guardò con entusiasmo mentre la signora Clio (che nel frattempo li aveva raggiunti) distolse lo sguardo atterrita. Adesso il piccolo "commando" era quasi del tutto composto. Si fotografarono, in gruppo, nel salottino privato della signora Clio, le mani nelle mani; foto ricordo per la storia, con l'autoscatto - o "disparador automatico" - e una bottiglia di spumantino al centro del tavolo.

All'ultimo piano di uno dei più bei palazzi di Roma (quell'altra Roma così bella, opulenta, aristocratica pur nell'odore di cannelloni, pizza e altre golosità che evapora dalle trattorie con tavoli a cui si pranza con i piedi in un rigagnolo, lungo i vicoli affollati di giapponesi e americani, da qualche tedesco) don Ascanio Sarazzani Fioravanti-Guerra spese l'abatjour del suo studiolo stipato di cimeli africani e aprì la finestra. In fondo alla piccola piazza dai selci scintillanti, sotto lampioni alonati d'umido, tre uomini e una donna alzarono il viso verso di lui. Don Ascanio tese un braccio nella notte romana e senza vento e lo agitò leggermente. La signora Clio, che conosceva la strada per essere stata anni prima l'amante piccoloborghese del nobilissimo principe, sospinse il terzetto dentro un portoncino, poi dentro la corte piena d'ombre dorate del palazzo e infine su per una circolare scala di servizio. Il principe li attendeva sul pianerottolo di quel suo "quartino" sotto i tetti, li condusse nello studiolo ("petit cabinet") dopo essersi messo un dito di traverso sulle labbra. Gli occhi di Italo Sgattoni brillarono a quella raccomandazione di tacere, di non fare rumore. Si cominciava a tramare. Tonnerre Bonarea strinse i pugni spazientito. Ognuno di loro era stato messo al corrente del suo piano e dello scopo - nobilissimo - per il quale lui era venuto fin laggiù dalla capitale latino-americana. Al principe il Sudamerica suggeriva solo un'idea di danze appassionate, un tango interminabile; era stato un gran ballerino ed aveva letto la storia di Carlos Gardel che il tango aveva inventato. "Dos por cuatro". (Morendo tragicamente nel '35).

"Facciamo presto" ingiunse Bonarea jr. ruotando gli occhi e spingendo avanti la mascella come aveva visto fare a suo padre che, a sua volta, si era studiato di imitare quegli atteggiamenti così naturali al Dux.

Il principe telefonò al generale in capo delle guardie forestali e in poco tempo tutto fu pronto.

Il piano era partito e - Bonarea jr. ne era convinto - più nessuno avrebbe potuto bloccarlo.

"Quando?" chiese impaziente. "E que hora?"

"La luna" disse romanticamente il vecchio principe "sarà al primo quarto domenica prossima. Alle due del mattino di quel giorno sarà ancora notte fonda."

"Quindi alle due del mattino di domenica prossima" dedusse con perspicacia Italo Sgattoni e la signora Clio ebbe un brivido. Una volta che il blocco d'oro fosse stato calato giù e fatto a pezzi, ognuno avrebbe avuto la sua piccola parte: Bonarea avrebbe destinato il resto alla Causa, una volta in Uruguay, dove un grande monumento al Dux con alle spalle impalata sull'attenti la pingue figura in pietra di Seraspide Bonarea avrebbe fatto eterna guardia al defunto dittatore.

La passione per i monumenti era inestinguibile in quella famiglia.

Si lasciarono in silenzio, ma certi della sicura vittoria. Il manipolo si sparpagliò. L'ex pugile raggiunse il suo canile nel giardino delle suore di Santa Zeffira Prodroma dove svolgeva l'inutile ruolo di guardiano notturno. Chi mai avrebbe speso un briciolo nella notte per disturbare il sonno delle funeree sorelle?

Italo Sgattoni li lasciò sulla porta della pensione con uno sbadiglio; non supponibile inclinazione al sonno ma sano appetito. Però nessuno lo invitò a salire per consumare anche un parco spuntino. Senza cordialità ma con la fermezza cameratesca che la situazione suggeriva gli fu dato appuntamento per l'indomani. Tonnerre e la signora Clio sparirono ognuno nel suo tranquillo abitacolo non senza però che Tonnerre dovesse sventare un subdolo tentativo della signora Clio di buttarla sul romantico.

"Che notte emozionante" aveva detto lei sotto il lampadario finto-veneziano della sala, poggiandogli leggermente la mano sul petto, "sobre el pecho". La pensione era silenziosa come un pollaio, ognuno sul suo trespolo, il capino sotto l'ala. Nemmeno un bisbiglio, un respiro, un gemito notturno dietro le umili porte. "Questo è ancora nulla" la tenne a bada Tonnerre scrollandosi quel tentacolo dal muscolo pettorale. "Siate forti fino alla fine."

"Vinceremo" sussurrò lei alle sue spalle, abbandonata a Tonnerre nel buio della sala senza averne rimorso.

Tonnerre dormì ancora pochissimo. Trascorse le ore che precedono l'alba a passare in rivista persone e cose chiamate a raccolta in quella sua impresa nata dal nulla. In primo luogo l'oggetto, lo scopo e bersaglio finale di tutta l'operazione. Insomma pensò all'oro. "Oro, metallo nobile di colore giallo, malleabile e duttile; è stabile all'aria e difficilmente attaccabile dagli agenti chimici."

Per decenni la preziosa piramide aveva sormontato, cuspide della fedeltà, l'obelisco tra il fiume e gli impianti sportivi. Il rosso romano degli edifici, il verde che sale verso Monte Mario gli facevano da sfondo. Non si sarebbe potuto pensare a nulla di meglio. Ma ora era venuto il momento della realtà, del colpo di timone per correggere il corso insulso della storia e destinare a più giuste imprese quella ricchezza inoperosa. In primo luogo l'impresa privata di Tonnerre (cosa che ovviamente non aveva fatto sapere ai suoi complici); ma non era detto che poi egli, riacquistato un posto decente in società, non volgesse ancora la sua forza alla nobiltà di una causa ideale. Il caffé della signora Clio fumava nella cuccuma dallo smalto scheggiato; Tonnerre ne trangugiò una tazza disgustato, accese una sigaretta, sedette a lungo pensoso sulla tazza del "bagno". Alle dieci telefonò al principe svegliandolo fastidiosamente - aveva preso sonno anche lui da pochissimo - e pretese ancora un incontro, una specie di prova generale.

"Sui luoghi" precisò con un tono che non supponeva repliche ed obiezioni.

"A che ora?"

"'A la misma'. A quella concordata per l'azione definitiva."

"Ma c'è ancora la luna."

"Non faremo nulla che possa destare sospetti. Sarà una passeggiata di amici."

"E la forza militare?"

Già, le guardie forestali. "Los guardiabosques." Tonnerre non ebbe dubbi.

"Per loro non è necessario. Anzi sarà meglio che quando verrà il momento siano con le teste vuote, prendano solo ordini. Conoscere tutti i dettagli di un programma ingenera ansia. Loro saranno soltanto esecutori, sempre che ne siano in grado."

"Garantisco" disse il principe. "Allora a stasera, sui luoghi."

La luna era effettivamente a perpendicolo sull'obelisco quando sbucando chi dai giardinetti, chi dal Lungotevere, chi dal ponte Duca d'Aosta, i congiurati si riunirono accanto allo scalone della piscina. Era un'ora sospesa, un momento di pausa tra il morire di un giorno e il nascere del successivo. La città addormentata, le strade deserte, la collina dietro il Foro silenziosa e punteggiata solo dai lampioni. L'umido del fiume incoronava tutto con aloni azzurrognoli. La signora Clio infilò la manina sotto il braccio di Tonnerre.

"Siamo qua" disse ineluttabilmente l'ex pugile, digrignando la mascella. Un tempo aveva somigliato ad ognuna di quelle statue di atleti che circondano il Foro. Le guardò con antipatia. L'automobile del principe luccicava nella notte, un poco antiquata ma imponente. Anche lei ricordava altri tempi.

"Per prima cosa" cominciò Tonnerre "è bene sappiate ciò che attende ognuno di noi." Aveva effettivamente il tono cupo e imperioso di chi ha il destino segnato. Un biografo, domani, non avrebbe mancato di riconoscere che quei caratteri virili erano tutti ereditati dalla defunta "sciarpa littorio" che per questo piaceva tanto al Dux, ai bei tempi. "L'oro" proseguì il degno figlio, "è comunque un elemento chimico, simbolo AU; in senso fisico ha la forma - al microscopio - di un reticolo cristallino cubico a facce centrali."

"Non capisco" disse l'ex pugile.

"Neanch'io" disse Italo Sgattoni. "Ma soprattutto dove intende arrivare con questi dettagli?"

"Avanti" si spazientì il principe.

"Ciò che voglio dire è che, al di là 'de la especial complejidad economica' siamo di fronte ad un elemento naturale, con requisiti naturali, chimici e fisici. E come tale lo tratteremo, senza pensarci troppo su." Tonnerre era calmissimo e sapeva ciò che faceva. 'Mire', non dovete affatto pensare a ciò che vale quel pezzo di metallo lassù in cima."

Lassù in cima all'obelisco i raggi della luna, non più a perpendicolo, ridisegnavano la bassa piramide a quattro facce, anzi l'appiattivano. E quel solido geometrico non sembrava tanto diverso dal resto della stele di marmo bianco. Solo le lettere incise in verticale erano perfettamente leggibili. Nel bel centro degli Anni '80, tanto tempo dopo il crollo della dittatura facevano ancora un certo effetto.

Di quei cinque il più colto e raffinato era certamente Tonnerre. Anche il principe era raffinato, ma non colto. Era don Ascanio il solito principe romano di razza antichissima ma rozzo nelle intimità delle pulsioni fisiche o mentali e nobilmente ignorante come una capra. Nel salotto del principe attirava gli sguardi un grande dipinto: lo aveva acquistato sua moglie, un'americana della California prima di abbandonarlo alla vigilia della guerra. "Per non essere internata" aveva detto, ma in realtà per fuggire negli "States" con l'amministratore di quelle tenute nell'agro laziale poi svanite nel nulla, inghiottite nell'ombra spettrale degli antenati - condottieri e papi - che l'avevano acquisite al patrimonio della casata. L'americana era stata una buona intenditrice d'arte ed una accorta collezionista; quel quadro inquietava tutti: uno spiazzo vertiginosamente bianco, da dirsi una piazza d'Italia e ai suoi lati, come sullo sfondo, alcuni edifici deserti e misteriosi. Lo stesso senso di mistero, né cupo né lugubre ma opprimente come qualunque fenomeno in cui la vita, la realtà in movimento si immobilizzi di colpo senza spiegazioni, lo stesso senso di mistero ora circondava l'indomito quintetto. L'obelisco era il punto focale della situazione, il biancore delle statue, la grande sfera di pietra al centro dell'ellisse, l'ombra verde dei pini della notte contribuivano - ogni cosa a suo modo - a sprigionare quelle correnti invisibili del mistero intorno e sopra di loro.

"Metafisica, è un'opera metafisica" aveva detto il principe di quel quadro. La moglie lo aveva informato, generosamente. Era rimasto lì, nel loro salotto, a perenne memoria di lei. Né gradita, né sgradita.

"Quattro delle vostre guardie basteranno. E' importante che sappiano lavorare rapidamente e senza pasticci."

"Li ho visti inerpicarsi su alberi alti come sequoie e scapitozzarli come nulla fosse."

"Noi penseremo al resto."

"E dove..." il principe inarcò le aristocratiche, pesantissime sopracciglia. Dove andremo ad affettare il malloppo, voleva dire il nostalgico nobiluomo. Quel tanto di sangue contadino che dal tempo della "gens julia" era venuto giù a scorrergli nelle auguste vene era sufficiente ad accendere barbagli di concreta diffidenza e senso del mondo; tutti gli altri flebili incroci con il sangue nobilissimo di mezza Europa non bastavano a sgominare nel principe quegli impulsi di popolaresca sospettosità.

"Segreto" rispose un arcigno e autoritario Tonnerre. "Por la seguridad, per la sicurezza di ognuno di noi. Anche per la vostra, nel caso che tutto debba andar male."

Italo Sgattoni frugò il cavallo dei pantaloni, la signora Clio allungò il mignolo e l'indice affusolati della mano sinistra nel gesto scaramantico e antichissimo delle corna.

L'ex pugile misurava a gran passi la distanza che dall'aiuola centrale dove si erigeva l'obelisco scorridori eventualmente sorpresi avrebbero percorso a grandi balzi per rifugiarsi rapidi nel buio accogliente tra i due edifici del Foro: gettò ancora un'occhiata di intensa antipatia agli atleti marmorei. Sputò di lato, anche lui per scaramanzia.

Sull'auto del principe, sempre gentilissimo, raggiunsero ognuno il proprio stabio. La seconda notte del complotto era passata.

La terza notte, quella decisiva, giunse puntuale. Giunse quando la luna via via sgonfiandosi non si affacciò più sui colli fatali, quando la signora Clio smise di sognare un improvviso raptus amoroso di Tonnerre Bonarea e rimandò "tutto" a dopo l'impresa, 'empresa'. Ma non smise in tutti quei giorni di tensione psichica che precedettero l'evento di covarselo con gli occhi, l'eroe venuto da lontano. Trovò la vecchia edizione di un libro che raccontava le avventure di Garibaldi giovane, laggiù in Uruguay e si abbandonò per distrarsi a quelle letture. Come Garibaldi, Tonnerre Bonarea un giorno sarebbe stato, almeno per lei il nuovo Eroe dei Due Mondi.

"Quanto costa un biglietto aereo per Montevideo?" chiese all'agenzia che l'aveva inclusa nelle sue liste di pensioni a buon mercato per turisti scalcinati. E prese a immaginare loro due, piegati nello sforzo per trascinare quelle valige cariche di frammenti d'oro, avviarsi allegri come chi ha appena vinto la scommessa di scalare a mani nude la Torre Eiffel, scomparire all'interno di quell'aereo per il Sudamerica.

Per non dare nell'occhio si vestirono come due maturi fidanzati che vanno a cena, dopo averci a lungo pensato, in un ristorante del centro.

Tonnerre si accorse con orrore che la signora Clio era leggermente ubriaca.

Primo a comparire al di là dal ponte Duca d'Aosta fu il principe sul suo macchinone anacronistico. Diceva di non permettere all'autista di guidarlo. In realtà non aveva più l'autista. L'ultimo chauffeur-domestico se ne era andato con un credito di trentacinque salarii che non avrebbe mai potuto incassare. Ormai erano passati sette anni da quando aveva imparato a rifarsi il letto da solo. Nel garage del palazzetto in rione Monti era lo stesso principe a lavare e lucidare l'imponente autovettura, le scarpe sguazzanti in larghe pozze saponose.

Quel punto della città era proprio deserto e quasi buio. Rare automobili passavano lente di sonno sull'altro lungotevere.

"Ho una brutta notizia" disse il principe come fosse stata la cosa più naturale del mondo, giunti a quel punto. "Il mio amico, il generale della guardia forestale, mi ha fatto sapere che non se la sente di dare ai suoi uomini un incarico così. E' fuori delle sue competenze."

"E lo dice adesso?" Tonnerre era calmissimo e freddo "Che specie di amici ha, signor principe?"

"La vita è un maledetto inferno" disse l'ex pugile senza capirci molto. La signora Clio stava per scoppiare a piangere. Italo Sgattoni taceva pensoso, o così sembrava.

"Ma ho trovato un rimedio, che il diavolo si strafotta il generale dei boscaioli."

"Rimedio?" Tonnerre Bonarea si esibì in un inarcamento di sopracciglia talmente spericolato (le sue non erano così cespugliose ed imponenti come quelle del principe) che don Ascanio Sarazzani fu impercettibilmente addentato dal morso dell'invidia. Tagliò corto; "potremo far da soli. Ho con me quanto occorre."

Dal cofano dell'antica vettura ("el coche antiguo" piaceva a Tonnerre) uscì una quantità indescrivibile di oggetti. Una scala pieghevole che una volta allungata avrebbe raggiunto agevolmente la cima dell'obelisco (che non si sognava di sfidare nella sua pochezza quelli egizi di Piazza del Popolo e di San Pietro e neppure l'altro assai modesto rubato ad Axum dai fascisti); tre rotoli di corda, due cinture con catene del genere di quelle con cui i boscaioli (le scarpe rese prensili da quei ferri con l'incavo seghettato) si assicurano ai tronchi principali degli alberi per "normalizzare" con tagli impietosi i rami sporgenti. Poi vi erano dei picconcini, un pie' di porco, delle mazzuole, alcuni sacchi, alcune leve. Palanche.

"C'è tutto" disse il principe fiero della sua competenza, come avesse scapitozzato obelischi tutta la vita.

"Sì, tranne chi salirà lassù in cima." disse il fiero Italo Sgattoni.

"Tu" disse Tonnerre a quel punto, cavandosi di tasca un fazzoletto per asciugare le lacrime della delusione dalle guance azzurrognole di rimmel della signora Clio. Era il primo gesto di galante tenerezza che le concedeva.

"Io?" si meravigliò Sgattoni.

"Lui?" dissero in coro il principe e l'ex pugile.

"Con me" concesse Tonnerre. "Mire: se le cose stanno come ricordo, come mi venne raccontato, sarà uno scherzo da ragazzi. Ha portato il sego?"

Il principe annuì.

"L'ho trovato nella scuderia. Vi era rimasto tanto sego da ingrassare selle e stivali di uno squadrone di cavalleggeri."

"Magnifico. Avanti, su con quella scala." Indossarono bianche tute di operai della manutenzione stradale, disposero intorno all'aiuola dell'obelisco tre cartelli con la scritta "lavori in corso" - Italo Sgattoni li aveva rubati da un vecchio cantiere dove quei lavori, appunto, non finivano mai.

La signora Clio si chiuse nella macchina del principe e da lì, il vetro abbassato di due dita, si mise ad osservarli annusando l'aria della notte di Roma.

Il principe reggeva la fragile scala, Tonnerre e Italo andarono su come gatti. Tonnerre si assicurò con la cintura da boscaiolo (o da controllore dei fili del telefono) a un palmo dalla cima, le gambe che stringevano la parte terminale dell'obelisco. El cumbre, insomma.

La signora Clio pensò che chiunque li vedesse avrebbe trovato la cosa del tutto naturale. Tutti i monumenti di Roma avevano a che fare con squadre lentissime di restauratori. Italo Sgattoni rimase ben saldo sulla scala, dall'altra parte.

"La vita è un maledetto inferno" sussurrò l'ex pugile al principe che senza mollare la presa della scala torse il collo per osservarlo attonito.

"Lei dice?" si distrasse. "Ma attento, si tolga da sotto. E' proprio nella traiettoria."

"Coraggio" diceva lassù Tonnerre, la guancia sinistra appoggiata appassionatamente alla superficie fresca e metallica della piramide, così come un medico incolla l'orecchio al torace di un paziente. "Coraggio, non risparmiare grasso."

Italo Sgattoni ne introdusse generosamente nell'interstizio tra la base della piramide aurea e l'ultimo blocco di marmo dell'obelisco su cui semplicemente poggiava.

"Era questo che mio padre mi aveva detto." Non vi era altro modo prima dell'inaugurazione del Foro di concludere l'operazione. Il cemento non poteva saldare l'oro con il marmo.

Oggi avrebbero potuto contare su una quantità di adesivi universali. (Nel frattempo vi era stata la bomba atomica, la scoperta del DDT e della gomma da masticare). Del resto chi avrebbe osato oltraggiare in quegli anni, rubandone la cima, la stele modello faraonico (di dimensioni ridotte, per la verità) che consegnava il nome del Dux alla atletica posterità e alla storia, in ogni caso? Avevano semplicemente deposto quel blocco d'oro in forma di piramide lassù in cima. Era sufficiente il peso a renderlo inamovibile. Venti forti e d'ogni sorta avevano spirato in tutti quegli anni su Roma e dintorni, ma la capocchia dell'obelisco dedicato al Dux era sempre lì.

"Proviamo" ordinò Tonnerre.

"Occhio giù" strillettò Italo, schioccando la lingua per l'entusiasmo appena sentì la piramide slittare piano ma sicuramente e il suo bordo sporgere subito di almeno un palmo fuori dall'obelisco.

"Forza, adesso" perse la testa Tonnerre e spinse dal suo lato.

"Attenti giù" strillò ancora a mezza voce Italo assecondandolo in quello spingere la piccola piramide aurea ("metallo duttile, eccetera eccetera) che dopo ancora una spintarella, viaggiando come su pattini sdrucciolevoli, slittò di più verso l'esterno, venne a sporgere ancora e ancora pencolò un momento e poi cadde giù nell'aiuola con un tonfo ma dalla parte sbagliata cioè a pochi centimetri dal principe reggitore di scala che si sentì carezzato dal lieve spostamento d'aria.

"Santo Dio" disse il principe, fingendo indifferenza. Poi si buttò a quattro zampe lisciando la piramide con le palme aperte, liberandola dalla terra che sollevandosi dall'aiuola le era ricaduta sopra.

"Santo Dio, è fatta." Non sembrava per nulla né vecchio né principe. Provarono in due a sollevarla, piantando le dita nella terra sotto il bordo e non vi riuscirono. L'ex pugile espresse ancora la sua disapprovazione su come andavano le cose nel mondo, inarcò la schiena possente ma la piramide non si spostò di un millimetro. Anzi sembrava affondare di più nel terriccio grasso dell'aiuola, come vi stesse piantando rapidamente eterne radici. Tonnerre e Italo vennero giù, si liberarono di cinture e staffe da boscaioli altoatesini, ripiegarono la scala che sparì - come tutto - in quel buio cordiale e generoso, si chinarono accanto agli altri soffiando di fatica. In quattro la sollevarono (Tonnerre sfilando appena una mano da sotto, per riporla subito dopo, la coprì con quei sacchi e corsero buffamente come un animale a otto zampe verso l'auto del principe. La signora Clio dall'ansia e dalla felicità fu sul punto di farsi la pipì nelle mutande.

Dopo quasi sessanta anni la piramide d'oro che concludeva lo svettare al cielo della stele di Mussolini sparì nel portabagagli dell'auto del principe, così "retrò" ma così imponente. Traversò sulle grandi ruote dai copertoni liscissimi la nera notte di Roma (imperturbabile come si dice, avendo visto tante cose strane in 2000 anni e passa).

"Come pesa" osservò il principe ringalluzzito sentendo gemere le antiche balestre ma anche l' "evviva" di Italo Sgattoni, stretto ai fianchi sul sedile posteriore dall'ex pugile e da un pensoso Tonnerre.

"Sei felice?" chiese l'ex pugile a Tonnerre che si strinse nelle spalle guardando Roma che si apriva avanti al cofano dello gloriosa limousine, tra le teste appena dondolanti del principe alla guida e della signora Clio che gli sedeva accanto come una gran dama. Ma la signora Clio ormai stravedeva solo per Tonnerre.

L'immoto e il metafisico dell'ex Foro Mussolini adesso Italico, erano ormai lontanissimi. La cuspide d'oro - come simbolo di devozione e freccia indicativa di alati destini - era ormai lontanissima e se un tempo aveva significato qualcosa (gli stessi archeologi che pure avevano studiato le piramidi d'Egitto non si erano mai messi d'accordo sul senso reale di quelle perfette forme geometriche) il piccolo elemento terminale dell'obelisco ora rappresentava solo il valore rapportabile al suo peso. Qualunque cosa avesse detto prima Tonnerre. Che si flettessero pericolosamente le balestre della vecchia Lincoln!

Imboccando il cortile del palazzo non più principesco si erano quasi tutti assopiti, rapiti nel loro sogno, sbadigliando l'ex pugile per nulla colpito dall'eccezionalità dell'evento di cui era stato partecipe; e sbadigliando Italo Sgattoni ancora per antichi e insoddisfatti appetiti. La caldaia del termosifone, antiquata come tutto in quell'edificio, bruciava l'ultimo carboncoke con cui il portiere l'aveva rifornita prima di andare a letto.

Il principe aprì il portellone, grande come la bocca di Averno, e tutti si dettero da fare per attizzare quel fuoco che languiva. Scintille demoniache si sparsero nel cupo sotterraneo. La signora Clio ne era infantilmente incantata.

Era impensabile che l'arcaica bolgia di ghisa producesse i 1068° necessari per liquefare il grande pezzo d'oro. Ma (questo era il disegno di Tonnerre) ne avrebbe accresciuto la malleabilità sicché, persa la pur relativa durezza originale, se ne sarebbe potuto fare altra cosa, lavorandola a tocchi. Poiché in nessun luogo era stato rinvenuto un crogiuolo così capiente, alcune lastre di materiale refrattario procurato dal principe, che non disdegnava di far appello alle sue numerose conoscenze, furono disposte come una specie di fodero intorno alla piramide. E tutta la bizzarra costruzione fu adagiata goffamente nella bocca onnivora della caldaia.

I cinque attesero.

Tonnerre non riusciva a pensare a nulla, così ipnotizzato dal fuoco, tranne che alle luci rosse di un casino "porteno", alla sua insegna rapinosa e promettente. Il principe mise a sedere con garbo la signora Clio su una cassa di liscivia capovolta: la signora Clio vi si accomodò accavallando le gambe. Italo e il pugile (ormai suonato) sbarrarono gli occhi, attendendo pazienti. Comunque certi che ogni ultima cosa sarebbe andata a posto, come il resto.

Tonnerre e il principe sorvegliavano i progressi del calore, la caldaia ruggiva al culmine della sua capacità di produrlo. Gli inquilini del vecchio palazzo principesco - diviso in appartamenti borghesi da quasi mezzo secolo - presero a sudare nel sonno, lassù. Il viso del principe era lucido e paonazzo. Tonnerre fu colto da un'improvvisa nostalgia per certi tramonti sul grande fiume, grande come un mare, poco intravedendosi la sponda dall'altra parte. O delle pampas al tramonto. Anche se le pampas uruguegne fossero ben modesta cosa di fronte a quelle argentine. Cavalcò prima lungo la riva del Plata. Poi nel vento delle pampas. In realtà non era mai uscito dallo sterminato quartiere Palermo, dove appena dopo la morte della "sciarpa littoria" la famiglia era riuscita a sopravvivere.

Un grido.

Tonnerre saltò giù dal suo cavallo pampero. Schizzò via dalla riva del fiume. "Si scioglie, si scioglie" urlava il principe, urlavano il pugile suonato e il sempre affamato Italo, dimentico lì per lì della sua volontà di potenza.

"Come 'si scioglie'?" chiese piuttosto stupidamente la signora Clio.

"Non crediamo ai nostri occhi" balbettò il principe interpretando lo stupore generale. Effettivamente nell'incandescenza quasi bianca di tutto quel fuoco che erano riusciti a suscitare nella povera, vecchia caldaia Anni Trenta la grande torta della piramide del Foro si era come afflosciata su se stessa. Non più la punta aguzza, gli spigoli acuti dei quattro lati triangolari perfettamente congiungentisi dall'apice alla base e viceversa, secondo vaghe reminiscenze scolastiche. Tra le quattro lastre di pasta d'argilla refrattaria, essa sembrava una torta di castagne andata a male.

"E' piombo" sillabò Tonnerre, sentendo il dovere di essere lui a pronunciare la cupa sentenza. "Piombo". Non vi era bisogno di arrivare a tanto per rendersene conto.

Ma loro - LUI - ne era stato così convinto, il sogno era così bello. La punta dell'obelisco del Foro Mussolini aveva realmente sfolgorato per lui in tutti quegli anni. E per una settimana aveva illuminato la squallida esistenza dei suoi quattro amici. Occasionali. Occasionali? Vi è un destino che guida tutte le cose e le persone; ed in certo senso tutta la vita è occasionale.

La signora Clio era praticamente svenuta, il principe osservava a braccia conserte il liquefarsi di quel sogno medioevale al contrario, (l'oro che si trasforma in piombo) senza l'impiego di alcuna pietra filosofale.

L'ex pugile suonato prese a darsi altri pugni in testa come se ve ne fosse bisogno. Italo Sgattoni si trovò a pensare a quel gioco della notte di San Giovanni in cui le vecchie donne e le ragazze di Roma sciolgono sui fornelli un pezzo di piombo, lo versano nell'acqua di un pentolino e cercano di leggere nelle estemporanee forme del piombo che si rapprende i destini, il volto di un figlio lontano o quello di un amante perduto. Di un fidanzato frigido, a cui far cambiare opinione.

Nella cascata di piombo che ribolliva umilmente e inconsapevole della tragedia in corso, tutto era confuso; bagliori modesti, il rosseggiare di domestiche braci al carboncoke (altro che "Notti di Valpurga") per familiari tepori, lassù, nelle piccole case borghesi ricavate nella veneranda magione; declino, declino. Inesorabile. Il principe sciolse le braccia, chinò il capo in direzione della signora Clio, piccolo inchino, e si avviò fuori dal sotterraneo. Scomparve per sempre con l'intera casata dei Sarazzani Fioravanti-Guerra che gli tenne dietro in processione. Ma almeno quelli non erano morti di inedia.

"Grazie" disse chissà perché la signora Clio, appena riavutasi. Non le rimaneva niente e nessuno, ora che Tonnerre Bonarea - visibilmente annientato - ammetteva tacitamente di aver preso fischi per fiaschi, lucciole per lanterne, piombo per oro colato. E via con tutta la saggezza popolare. Comunque si appoggiò al suo braccio.

"Okay..." Smarrito il sentiero della grandezza, imboccato il sentiero della sconfitta e sentendosi prossimo ad un'oscura vecchiaia Tonnerre si intenerì su se stesso e un pochino anche su di lei, sotto la cappa del cielo a cui rivolse un'occhiata. "Sobre todo de noche, de noche hay muchas estrellas. Pablo Neruda." Tanto per dire una cosa eloquente, senza voler far colpo.

Di Italo Sgattoni non vi era più traccia: non era uscito prima del principe ma dopo. Era come evaporato, come i suoi sogni inconcludenti di potenza. Ma non vi era da preoccuparsi per lui.

Il pugile, che aveva smesso di intronarsi ulteriormente la testa a suon di pugni, scriveva per terra con un pezzo di coke: "LA VITA E' UN MALEDETTO INFERNO."

Tonnerre e la signora Clio si avviarono, lui parlandole sommessamente, quasi all'orecchio, (progetti, idee ancora non ne baluginavano ma...) mentre il piombo dell'obelisco si confondeva ormai con tutto il resto, essendosi sbriciolate quelle lastre refrattarie ma fino a un certo punto. Come per il cuore più cinico e indurito, refrattario alle emozioni, esiste sempre un punto di crisi in cui tutto si sgretola. (Che suo padre fosse solo un turlupinatore, Tonnerre lo aveva sospettato ma che quel suo imbroglio fascistico dovesse durare tanto da truffare lui, ultima vittima, era un bello scherzo del destino). Tenendosi abbracciati nella delusione, ma anche nella speranza, il figlio della Sciarpa Littoria e l'ex amante del principe Ascanio emersero dalle anguste cantine.

Fuori dal palazzo, nella notte romana, la repubblica vivacchiava.