Speciale Costituzione

A settant'anni dall'entrata in vigore

LA COSTITUZIONE NEGLETTA

di Aldo Pirone


Lo scontro sul suo impianto. Il vecchio liberalismo l'avrebbe voluta "staliniana". La Costituzione è volta alla trasformazione sociale nel segno della libertà, della giustizia e dell'uguaglianza. Per difenderla e riprendere a inverarla occorre ricostituire un nuovo blocco di forze sociali e politiche progressiste che la sorreggano.

Nel corso del dibattito all'assemblea costituente venne alla luce un contrasto di fondo: quale carattere dare alla futura Costituzione. A un certo punto l'ala moderata e conservatrice parve esser divenuta, come ironicamente osservò Togliatti nel suo discorso dell'11 marzo '47 sul progetto generale, "staliniana". Nel senso che rifacendosi a quanto detto da Stalin sul carattere della costituzione sovietica del '36 che doveva semplicemente sanzionare le trasformazioni definite socialiste della società, anche la nostra Carta fondamentale avrebbe dovuto registrare la situazione sociale di fatto, limitandosi a definire essenzialmente l'architettura istituzionale e le riconquistate libertà democratiche. La Costituzione sovietica del '36, sia detto per inciso, fu sostanzialmente, soprattutto nei suoi postulati di partecipazione democratica, un mascheramento della dittatura personale e terroristica di Stalin, delle conseguenti repressioni e processi che proprio in quegli anni stavano raggiungendo l'acme decapitando e distruggendo, in primis, quel che restava, di quadri e militanti, del vecchio partito leninista.

La sinistra d'ispirazione socialista, comunista azionista e anche cattolica democratica rappresentata da Dossetti e dai cosiddetti "professorini", era di tutt'altro avviso.

Il più lucido a rappresentare quest' avviso fu Togliatti che si stava impegnando a fondo e in prima persona nella redazione del testo costituzionale. La prima questione che pose fu l'avvento che la Costituzione avrebbe dovuto assicurare di nuove classi dirigenti popolari, quelle che durante la guerra di Liberazione nazionale avevano riscattato il paese dal fallimento delle vecchie consorterie proprietarie sostenitrici del fascismo. L'avvento della dittatura mussoliniana era stato se non proprio favorito certo molto aiutato dalle ristrette vedute di classe dei vecchi liberali, dalla loro paura per le masse popolari che chiedevano più giustizia e progresso sociale anche se in modi ruvidi e rivoluzionari. Il leader comunista, in polemica soprattutto con l'esponente più alto del vecchio liberalismo, Benedetto Croce, escludeva che il fascismo fosse stato solo una parentesi nella storia della libertà italiana come sosteneva il filosofo napoletano, chiusa la quale, bisognava, sostanzialmente, tornare agli ordinamenti liberali prefascisti. E pur con grande rispetto lo fece fermamente notare a quella parte dell'Assemblea: "Colleghi, io sento rispetto, - disse - e anche più che rispetto, per gli uomini che siedono in quest'aula e che appartengono ai gruppi che furono parte integrante di questa vecchia classe dirigente. Non ho nessun ritegno a rivolgere loro, per certi aspetti della loro attività, l'appellativo di maestri, sia con la 'm' maiuscola o minuscola, non importa. Sono sempre disposto ad ascoltare i loro consigli; però non posso non sentire e non affermare che anche questi uomini portano una parte della responsabilità per la catastrofe che si è abbattuta sul popolo italiano. Perché voi avevate occhi e non avete visto. Quando si incendiavano le Camere del lavoro, quando si distruggevano le nostre organizzazioni, quando si spianavano al suolo le cooperative cattoliche, quando si assaltavano i municipi con le armi, o si faceva una folle predicazione nazionalistica, non dico che voi foste complici diretti, ma senza dubbio eravate in grado di dire quelle parole che avrebbero potuto dare una unità a tutto il popolo, animandolo a una resistenza efficace contro quella ondata di barbarie; voi non foste all'altezza di questo compito; e non è per un caso che non avete trovato gli accenti che allora era necessario trovare. Avete pensato che si trattasse di problemi di secondaria importanza, di tollerabili 'esuberanze', oppure di metodi che vi sembrava lecito fossero adoperati per ridurre alla ragione i 'sovversivi'. Ma chi sono i sovversivi? I sovversivi sono la nuova classe dirigente che avanza, che conquista le proprie posizioni, che afferma i propri ideali, che vuole il posto che le spetta nella direzione della vita pubblica e dello Stato, che vuole imprimere una vita nuova a tutta la nazione".

E quindi la Costituzione doveva essere sicuramente antifascista. Togliatti lo rivendicò con forza: "Per questo, onorevole Lucifero, vogliamo non una Costituzione afascista, ma antifascista. Quando diamo questo appellativo alla Costituzione che stiamo per fare, intendiamo precisamente dire che la Costituzione ci deve garantire, per il suo contenuto generale e per le sue norme concrete, che ciò che è accaduto una volta non possa più accadere, che gli ideali di libertà non possano più essere calpestati, che non, possa più essere distrutto l'ordinamento giuridico e costituzionale democratico, di cui gettiamo qui le fondamenta. Ma la sola garanzia reale, seria, di questi, è che alla testa dello Stato avanzino e si affermino forze nuove, le quali siano democratiche e rinnovatrici per la loro stessa natura. Tali sono, o signori, le forze del lavoro!".

L'avvento di una nuova classe dirigente legata innazitutto alle forze popolari e lavoratrici era stata già implicita durante la Resistenza che ebbe alla base due motivi intrecciati fra loro: da una parte quello più immediato ed esplicito di liberare l'Italia dall'occupazione tedesca e fascista dall'altra quello di costruire un regime democratico fondato sulla giustizia, la libertà e l'eguaglianza sociale.

Queste radici resistenziali le evidenziò bene Piero Calamandrei in un discorso rivolto a giovani studenti pronunciato a Milano nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria, il 26 gennaio 1955: "Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta... Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.

La Costituzione non poteva, quindi, non essere improntata alle aspirazioni profonde di trasformazione sociale. La parte liberale e conservatrice avrebbe voluto che la questione dei diritti sociali, - anche loro si rendevano conto che non si poteva certo non prenderli in considerazione - fosse confinata solo in un preambolo, mentre le forze progressiste volevano che fosse carne e sangue di tutto il testo costituzionale.

E fu ancora Togliatti a definire con chiarezza quali erano i beni che La Costituzione avrebbe dovuto garantire all'Italia: "Credo che questi beni - disse - siano tre: il primo è la libertà e il rispetto della sovranità popolare; il secondo è l'unità politica e morale della Nazione; il terzo è il progresso sociale, legato all'avvento di una nuova classe dirigente. Se noi riusciremo a fare una Costituzione la quale garantisca alla Nazione questi tre beni, allora non avremo fatto, com'è stato detto, una Costituzione interlocutoria, ma una Costituzione che rimarrà effettivamente come il libro da porsi accanto all'arca del patto, una Costituzione che illuminerà e guiderà il popolo italiano per un lungo periodo della sua storia. Le esigenze che ho indicato non sono infatti qualcosa di transitorio, ma sono esigenze permanenti e concrete, corrispondenti alla situazione storica ben determinata che sta davanti a noi".

La Costituzione nacque, perciò, come un testo che non registrava lo stato presente delle cose, ma come un motore che avrebbe dovuto cambiarlo. Nella carta sono indicati sia gli obiettivi di libertà, giustizia, eguaglianza e progresso sociale che i mezzi di partecipazione democratica e le regole istituzionali da osservare per conseguirli. In un equilibrio dove tutto si tiene. E' il disegno di una democrazia progressiva, che non è ferma, che cammina per cambiare in meglio la società e assicurare i beni fondamentali di cui si è detto. L'articolo in cui è sintetizzato al meglio questo intento di liberazione sociale e personale, premessa e promessa di libertà effettiva, è il 3 che nel secondo comma recita: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

A settant'anni dalla sua entrata in vigore il primo gennaio 1948 occorre fare un bilancio di questo cammino attuativo. Il periodo di sette decenni si può dividere in due parti temporali. I primi trent'anni sono stati segnati da lotte e conquiste sociali e civili messe in atto dai lavoratori, individuati dalla Carta fondamentale come soggetto sociale principale della "democrazia progrediente", rappresentati dalle forze e dai partiti d'ispirazione socialista e cattolica, che hanno, pur dentro una forte dialettica tra loro segnata anche dalla "Guerra fredda" e dalla divisione del mondo in blocchi contrapposti, avviato di fatto un cammino di avvicinamento della condizione materiale, sociale e civile, al dettato costituzionale. Dall'abolizione delle gabbie salariali allo Statuto dei diritti dei lavoratori, dalla parificazione retributiva fra uomini e donne al servizio sanitario universale, dalla legislazione in difesa della salute sui luoghi di lavoro al nuovo diritto di famiglia, dalla legge sul divorzio a quella sull'interruzione volontaria della gravidanza nelle strutture pubbliche, dai primi provvedimenti sulla difesa dell'ambiente e del paesaggio a quella sulla valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale. E tante altre cose che non è qui il caso di dettagliare. Inoltre, sul piano istituzionale, l'istituzione della Corte costituzionale nel '55, l'attuazione delle Regioni e quella del referendum nel '70. Il tutto dentro una temperie crescente di forte partecipazione democratica nell'ambito di uno sviluppo, soprattutto nella sfera sovrastrutturale di allargamento della coscienza civile e politica, di quella che fu chiamata la "rivoluzione antifascista". In questo cammino non sono mancati scontri, attentati alla vita democratica, stragi orribili di marca neofascista protette dall'intervento occulto dei servizi deviati in combutta con quello straniero e la terribile stagione del terrorismo "rosso" che ha in pratica concluso la marcia in avanti nel cammino dell'inveramento della parte sociale fondamentale della Costituzione.

Nel secondo quarantennio, invece, il processo è stato esattamente il contrario. L'avvento e il sopravvento della rivoluzione conservatrice neoliberista hanno praticamente sbriciolato le forze sociali e politiche che avevano voluto la Costituzione e poi lottato per attuarla. Tuttavia essa è rimasta in piedi e resiste, malgrado qualche sbrego come quello operato nel Titolo V sull'autonomia regionale. Sbrego nel metodo, votato a maggioranza di centrosinistra pur di inseguire la Lega di Bossi sul terreno del federalismo regionale, e nel merito, operato proprio dalle forze di sinistra e di centrosinistra. Ha resistito a due assalti stravolgenti: quello di Berlusconi, con Bossi, Fini e Casini suoi alleati, proveniente da destra del 2005 e quello renziano del 2016, per certi versi più pericoloso perché messo in atto da sinistra, sebbene sedicente. Quanto all'effettiva applicazione della Costituzione non tanto sul piano dei diritti civili, che, anzi, hanno continuato a progredire in sintonia anche con i cambiamenti culturali verificatesi in tutto l'Occidente democratico, bisogna constatare l'allargarsi a dismisura delle disuguaglianze, il crescere delle povertà, la svalorizzazione del lavoro e lo smantellamento dei diritti dei lavoratori. Un crescendo, se non proprio rossiniano ma sicuramente costante, che ha colpito al cuore il dettato costituzionale. E, cosa niente affatto secondaria ma anzi complementare, in una temperie di decrescente partecipazione democratica, di riduzione della rappresentanza sindacale e di smantellamento sociale, politico e culturale dei partiti ridotti a larve di se stessi. Anzi, neanche di se stessi perché tutti i vecchi e grandi partiti di massa che fecero la Costituzione sono scomparsi oltre un quarto di secolo fa, proprio alle soglie di quella seconda Repubblica che, complessivamente, ha segnato di sé il massimo grado di allontanamento della realtà socio-economica dal precetto costituzionale.

Tutto ciò non è accaduto per caso. Dicevamo della rivoluzione conservatrice neoliberista che ha demolito, con l'artiglieria delle innovazioni tecnologiche, i blocchi sociali e politici che in Europa avevano, ognuno con le sue specificità nazionali, dato vita al "trentennio glorioso" del capitalismo "democratico", del progresso sociale delle classi lavoratrici. Gli attori principali di quest'offensiva finanziaria e di classe hanno da sempre individuato nelle Costituzioni troppo democratiche i loro nemici. E tra queste la nostra in particolare. JP Morgan, società finanziaria con sede a New York, "leader" nei servizi finanziari globali, voce quanto mai autorevole del mondo del grande capitalismo finanziario, ha cercato di scaricare la crisi recessiva dell'Europa, innescata nel 2008 proprio da quel mondo finanziario statunitense dell'uno per cento, sulle costituzioni europee giudicate eccessivamente socialisteggianti. "I problemi economici dell'Europa - hanno scritto in un loro documento del 28 maggio del 2013 - sono dovuti al fatto che i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell'esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo".

Sorge perciò la domanda: quanto potrà resistere ancora la nostra Costituzione se vengono meno le forze sociali e politiche deputate a sorreggerla? Può un corpo continuare a vivere se viene meno la sua ossatura? Può una forma non afflosciarsi se il contenuto che la vivificava cessa di operare?

La risposta la dette il già citato Piero Calamandrei ai giovani dell'Umanitaria di Milano: "La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità".

Se guardiamo con occhi di verità al complesso della situazione socio-economica del Paese segnato da crescente ingiustizia e diseguaglianza sociale, allo stato miserevole e miserabile in cui è ridotta la politica, ai partiti diventati personali e puri contenitori clientelari che dovrebbero concorrere a determinarla "con metodo democratico", al personale politico in gran parte macchiettistico e inquinato dal malaffare; se si guarda al crescente rancore sociale, alla sfiducia nella politica, al dilagare nello spirito pubblico del guicciardinistico "particulare", allo sfarinarsi sociale e politico delle classi lavoratrici e delle forze progressiste, all'affievolirsi dell'antifascismo, il tutto riassunto nel diffuso astensionismo elettorale, non si può non essere più che allarmati. E, anzi, si è colti da una certa meraviglia per come la nostra Carta fondamentale abbia saputo, ancora recentemente, resistere ai tentativi non di migliorarla ma di demolirla. Evidentemente la sua costruzione non è effimera e affonda le sue radici nella storia e nel cuore degli italiani come "il libro da porsi accanto all'arca del patto" auspicato da Togliatti.

Quello che è venuto a mancare per difenderla e inverarla è il "combustibile" di cui parlava Calamandrei. Cioè il ricostituirsi in termini nuovi e attuali di quel blocco di forze sociali e politiche in grado di attivare nuovamente il motore della trasformazione sociale progressista. Perciò se si vuole rendere omaggio alla nostra Costituzione, non basta magnificarne gli articoli, i valori, gli obiettivi, contemplandone la bellezza e l'intramontata attualità, occorre attendere alla ricostruzione di quell'ossatura sociale e politica progressista che sola può renderla viva e operante.

Altrimenti gli omaggi sono fatti con lingua biforcuta.