Speciale Costituzione

LA COSTITUZIONE, LA BELLEZZA, LA BRODA RETORICA

di Marcello Carlino

Le malfatte pappe retoriche in questi ultimi mesi di campagna elettorale - quella campagna elettorale che nel nostro paese dura solitamente una intera legislatura - abbiamo dovuto ingurgitarle a iosa e dovremo continuare ad assumerle, che lo vogliamo o no, fino alla nausea: tra rodomontate e compunzioni patriottiche, tra giuramenti identitari e difese della razza, tra messe in vista di asini che volano e pose da francescani che soccorreranno i poverelli invertendo una atavica tendenza: tra impegni la mano sul cuore a far valere una italica grandeur e riabilitazioni di utopie (e dire che erano date per scadute senza possibilità di rinnovo) per le quali poco manca che si ritrova il paradiso su questa terra: tra fanfaluche surreali e mostre ruffiane di concretezza, tra modulazioni soprasegmentali volte a rassicurare persuadendo e un mantra pronunciato secondo che i consulenti di immagine raccomandano, comunque con cadenze ipnotiche e con nessuna responsabilizzazione dei significati (il frasario è sempre lo stesso, di legislatura in legislatura e di elezione in elezione; e dunque i contenuti contano come il due a briscola), tanto la gente è brava a dimenticare e la verginità non c'è verso che sia perduta, lo scorno mai accade che costi pegno da pagare salato.

Da abbuffate o da sdolcinature retoriche, però, sia almeno risparmiata la Costituzione, ora che, proprio a capodanno, si è cominciato a festeggiare il settantennale del suo varo.

Leggiamola e rileggiamola (la leggano i politici che per lo più la ignorano), facciamola leggere nelle scuole riducendo al minimo premesse e chiose esplicative (dove si può cadere in tentazioni di cattiva retorica), poiché la nostra carta costituzionale un bel po' parla da sola (candidarla a ottimo esempio di stile, senza cadute o aporia alcuna, è tuttavia un'ulteriore concessione alla cattiva retorica; altro è se poi il metro di paragone è costituito dalle leggi pubblicate sulla gazzetta ufficiale nell'ultimo quarantennio, ché allora il salto di qualità si avverte nettissimo e il modello della scrittura costituzionale, con la celebrata supervisione di Baldini e di Pancrazi, sembra - quanto al linguaggio giuridico - il massimo che si possa raggiungere). Confrontando con spirito costruttivo idee e posizioni e prospetti di futuro (i grandi assenti, questi prospetti, nel dibattito - dibattito? - odierno, tutto schiacciato sul presente), consideriamo in quale sua espressione essa si mostri carente e di corto respiro (anche Calamandrei ne riconosceva taluni limiti, imputabili alla necessità di addivenire a compromessi tra le diverse ideologie portate dai padri costituenti). E soprattutto cogliamo l'occasione del settantennale per valutare davvero quanto di essa è da ritenersi inapplicato, quanto delle sue direttive o linee progettuali è rimasto lettera morta e mai ha dato il via neppure a indirizzi di programma politico; ripensiamo sul serio a ciò che, nel quadro legislativo vigente e nei comportamenti delle autorità pubbliche o private, direttamente o indirettamente rappresenta un vulnus inferto alle ragioni di base e alle stesse norme contenute nel testo di fondazione della repubblica italiana.

Ma le lezie retoriche, quelle no. Che Dio ci faccia grazia delle performances buoniste (già ce ne sono state, certamente ce ne saranno) che su teatri acconci a riprese televisive tutto scorciano, affogato in un mare di banalità, e tutto svuotano di problematici contenuti reali, mentre profilano quale destinatario un pubblico della grossa, ignaro o sprovveduto; che Dio ci liberi da suntini pseudostorici che immaginano destini progressivi e, frattanto, interpretano unilateralmente paternità e curatele, perciò disconoscendo dinamiche di confronto serrato e di contraddizione politica nella formazione della legge primaria del nostro ordinamento statale; che Dio scongiuri, nella circostanza che nondimeno potrebbe essere propizia, interventi di auspicio e di sollecito per riforme da fare, in cui si perpetui però il vecchio vizio di non considerare i principi e gli articoli pubblicati nel 1948 - con le loro successive modificazioni - alla stregua di un sistema coerente, di un contesto organico che è presidio e garanzia dell'equilibrio e del bilanciamento democratico dei poteri; che Dio non voglia articolesse e concioni ecumeniche, in nome delle quali la coperta può essere tirata indifferentemente di qua e di là - di giusta misura, la coperta, sotto qualsivoglia cielo, ideologico e di pianificazione sociale -, quasi che la carta costituzionale, quantunque frutto di un paziente lavoro di mediazione, infine non esprimesse una sua tendenza e non risultasse per ciò stesso impegnativa, pronunciando un sì sì (e di rimbalzo un no no), su cui orientare le rotte di politica e società tenendo la barra il più possibile dritta.

Insomma, giudicatemi un illuso, ma coltivo la speranza, per esempio, che si ponga fine - e che non si dia nuovo inizio, reimpiegando il format - ad esercizi del tipo di quelli, sperimentati già alcuni mesi orsono, che uniscono in un rapporto indissolubile la Costituzione e la bellezza. E da illuso, mi permetto di chiedere una moratoria, a tale riguardo, che duri almeno un anno.

Perché sostenere, come pure si è fatto da rappresentanti istituzionali - cosa che mi è capitato di ricordare altrove con qualche giunta tra il satirico e il polemico - che sarebbe bello segnalare in un articolo della Carta costituzionale che la repubblica italiana è fondata sulla bellezza, oltre che, notoriamente, sul lavoro? Non sembra corrivo e fuorviante, per approssimativa ed improvvida estensione metaforica, il concetto di bellezza di cui la Costituzione dovrebbe farsi testimone e tutrice, in qualche modo incarnandolo?

Va da sé che, a via di metafore, altre fondazioni potrebbero essere rinvenute e dichiarate. La repubblica italiana, infatti, non è punto sbagliato vederla, in auspicabile proiezione, fondata sull'otium, da intendersi alla latina come tempo liberato - per tale destinato al pensiero, ad una libera conoscenza e ad una felice estrinsecazione del principio del piacere - previsto in un rapporto di equa distribuzione di competenze e in un collegato di produttiva compartecipazione con il lavoro. Anzi, a pensarci bene, l'otium vanta qualche titolo in più della bellezza, soprattutto se si valuta con la giusta attenzione sia che la drammatica penuria di posti di lavoro oggi rende improrogabile una politica indirizzata a promuovere livelli occupazionali più alti in vista (ciò che la Costituzione richiede) di una piena occupazione, sia che per ciò stesso la questione nodale del lavoro, le cui difficoltà e precarietà condizionano profondamente l'esistenza degli individui, toglie spazio e ossigeno, comprime e soffoca il tempo liberato, l'otium ugualmente necessario, in una dialettica cooperazione con il lavoro, alla qualità della vita, che è primario valore di sintesi sotteso alla Costituzione. Si ammetta anzi che proprio l'otium ci dispone a percepire la bellezza, così precedendola in una classifica ideale, in una comparazione di curricula.

Dal canto suo un Palazzeschi redivivo, già estensore di un codice nel segno della leggerezza, chiamato a pronunciarsi candiderebbe l'allegria, parola d'ordine di quel suo statuto d'altra specie dichiarato all'anagrafe con il nome di Antidolore. E davvero, quale possibile fondamento della Costituzione italiana, si mostra più convincente l'allegria, che ha una sua portanza rivoluzionaria e benefica, provvidenzialmente antidolorista e laicamente avversa al senso comune pervaso di cattolicesimo (così avrebbe chiosato Savinio), e che, schierandosi dalla parte della speranza e della promesse de bonheur, postula per obiettivi positivi orizzonti futuri e comunque include un saggio percorso di formazione per leggere la realtà secondo il metodo di un sano relativismo critico, che però ricusa sofferenti rassegnazioni allo status quo. Per giunta l'allegria ben dispone ad assaporare la bellezza, e appare una condizione in una certa misura necessaria alla sua piena percezione.

Tuttavia non sia dato mandato di principio costituente all'otium del tempo liberato e neppure si ritenga di attribuirlo all'allegria, sua gemella: sarebbe paradossale. Men che meno, per carità, sarebbe ancor più paradossale, si tenti la strada di una legge costituzionale apposta per sancire la nomina della bellezza. Per la quale chiediamo che ci si dica, una buona volta per tutte, quali rapporti intimi essa intrattenga con la Costituzione e ci si dica inoltre quale significato in essa rinvengano i proponenti.

La Costituzione è bella perché è ben scritta? Non è la bella scrittura a conferire bellezza ad un testo che non presceglie per suo fine prevalente, e per sua nota dominante, la funzione poetica e che al contrario, qualora di essa soprattutto si prendesse cura, sarebbe a rischio di avere scarsa pregnanza indicativo-normativa e poca sostanza giuridico-sociale.

La Costituzione è bella perché i suoi contenuti sono in special modo commendevoli, proiettati verso una società migliore, più giusta e solidale? Non è la categoria della bellezza a poterne dare conto, se non a prezzo di una metaforizzazione equivoca prossima alla inconsistenza.

La Costituzione è bella perché gli scenari da essa disegnati o ipotizzati si confanno idealmente ad opere-simbolo, che la tradizione ha benedetto come capolavori e perciò intitola alla bellezza? Suvvia, le certificazioni estetiche è inutile e pure fuorviante stilarle e validarle dandole in affido alle associazioni in uso nei test piccoli piccoli e banali banali, che è dato provare su qualunque linea segnica, chiusa o non chiusa (che ti fa pensare la figura che hai davanti? e la parola che senti pronunciata quale immagine ti richiama?).

Il punto è proprio questo; e qui trovano il loro brodo di coltura le pasture retoriche da cui è bene guardarsi. Il bello altro non è se non quel che tutti sanno cosa sia, ripeteremo parafrasando Croce (il che vuol dire che nessuno è in grado di definire fondatamente il bello che pure dovrebbe costituire un fondamento della repubblica italiana); il bello kantianamente appartiene alla specie dei giudizi sintetici a priori e quindi risulta essere, al tirar delle somme, un portato della convenzione, su cui influisce l'ideologia dei vincitori, di cui decide in ultima istanza il potere economico e politico.

Non è un caso che il Novecento artistico e letterario di maggior rilievo, raccogliendo alcune eredità dei decenni precedenti, si sia orientato lungo percorsi anticonvenzionali, fuori dai domini della bellezza, fuori dai sacrari dell'estetica, intendendo la bellezza come escludente e, per converso, volendo l'arte come inclusiva.

Ebbene: riteniamo che possa avere ruoli fondanti per l'ordinamento di base dello stato e della democrazia italiani un fattore escludente quale la bellezza quando intesa correttamente e non, prendendo un abbaglio, in un senso metaforico lato, e improprio, ed evanescente? Crediamo che tante realtà culturali, che sono segni particolari della nostra nazione e che hanno titolo per rappresentarla al meglio, siano reintegrabili nel concetto della bellezza?

In tutta evidenza non è così; e allora smettiamola con la bellezza e con la cottura retorica (i cui ingredienti non sono granché e che spesso risulta coprente, come coprente è l'estetizzazione della politica) in cui essa è ingaggiata da cuoca tutt'altro che sopraffina.

Non inventiamoci nuovi fondamenti. Lasciamo parlare la Costituzione, piuttosto. Che parla bene da sola e che chiaramente suggerisce un'agenda per i piani particolareggiati della struttura e delle sovrastrutture culturali. E parla senza orpelli, e parla impegnando a fare anche ciò che finora non è stato fatto, magari riparati dietro la cortina di fumo della estetizzazione della politica.