Speciale Costituzione

LA COSTITUZIONE INADEMPIUTA E LA LOTTA PER UNA NUOVA CULTURA

di Francesco Muzzioli


Quelli che nel ʼ44 e nel ʼ45 se la conquistarono col sangue

Avevano in mente un'altra Italia un mondo diverso

Mario Lunetta, Il vizio della memoria

Nel 2018 la nostra Costituzione compirà settant'anni. Un'età ragguardevole e sento già qualcuno sostenere che sarebbe ora andasse in pensione... Non da oggi, del resto, si sono fatti tentativi di restyling, con la scusa di metterla al passo con i nuovi tempi, in realtà per renderla più malleabile e "comoda" alle esigenze, presunte prioritarie, del mercato e degli affari. Questi tentativi sono andati falliti, per fortuna; ma intanto la prassi quotidiana della politica ha condotto verso quei mutamenti di fatto che passano sotto il nome di "costituzione materiale" (titolo affatto usurpato al materialismo, perché lì, se ce n'è uno, è un materialismo affatto volgare, direi). È sotto gli occhi di tutti e finalmente c'è anche qualcuno che lo fa timidamente notare che piano piano e senza accorgersene si è slittato verso uno squilibrio dei poteri, per cui l'esecutivo si è ormai arrogato il legislativo, andando avanti al bisogno a forza di fiducie. E cosa dire della supremazia del nome del leader rispetto al programma del partito - coll'affermarsi di partiti ad personam - che sta conducendo a una generale rincorsa al carisma e di qui la tendenza alla monocrazia e la caduta esponenziale del collegiale (della discussione, della mediazione, della riflessione e quant'altro, tutto sacrificato sull'altare della rapidità decisionista). E non parliamo dei parlamentari "nominati" e della perdita conseguente della rappresentanza... La Costituzione, prima che ammodernata, va difesa. Perché alla fine, lo abbiamo detto e ripetuto, sarebbe sufficiente realizzarla: basterebbe prendere il suo impianto programmatico, la sua carta dei diritti e procedere seguendo i principi fondamentali, dove c'è già tutto: la pari dignità sociale, il diritto al lavoro, lo sviluppo della cultura, la tutela del paesaggio e del patrimonio storico, il diritto d'asilo; e assumerne il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione oolitica, economica e sociale del Paese», e saremmo già in un mondo molto migliore.

La Costituzione insomma chiede di essere adempiuta. Ma per questo è necessaria una lotta culturale, un rinnovamento culturale. Se torniamo al momento rifondativo, negli anni successivi alla Liberazione, troviamo appunto questa forte esigenza di una "nuova cultura". La poneva Vittorini, sul primo numero del suo "Politecnico": la grande cultura tradizionale, l'immenso "patrimonio" culturale europeo non erano stati capaci di impedire gli orrori del nazi-fascismo, di qui l'interrogativo:

Non vi è delitto commesso dal fascismo che questa cultura non avesse insegnato ad esecrare già da tempo. E se il fascismo ha avuto modo di commettere tutti i delitti che questa cultura aveva insegnato ad esecrare già da tempo non dobbiamo chiedere proprio a questa cultura come e perché il fascismo ha potuto commetterli?

Secondo Vittorini, il problema è che quella cultura era essenzialmente consolatoria, ossia invece di impedire e risolvere le cause arrivava dopo, una volta fatti i guasti, ad alleviarne gli effetti.

Potremo mai avere - si chiedeva Vittorini - una cultura che sappia proteggere l'uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo? Una cultura che le impedisca, che le scongiuri, che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitù, e a vincere il bisogno, questa è la cultura in cui occorre che si trasformi tutta la vecchia cultura.

Questa trasformazione culturale sarebbe stato il propellente giusto, la spinta adatta per inverare i "semi di futuro" contenuti nella Costituzione. La sua caduta in mezzo alle congreghe, alle imbalsamazioni accademiche e alle esigenze commerciali, ha prodotto il riaffiorare in nuove forme del sostrato destrorso italiota e la lunga storia delle lentezze, dei ritardi, degli arretramenti, degli scavalcamenti, dei tentativi di de-configurazione della carta costituzionale.

Certo, il cambiamento auspicato da Vittorini era una istanza utopica, tanto ancor oggi prevale la logica opposta, di lasciar andare la "mano invisibile" del mercato, finché i problemi non diventino incancreniti e insormontabili. Un'istanza, però, da riprendere, in tutto il suo radicalismo, semmai aggiornandolo, questo sì, alle nuove schiavitù e al nuovo sfruttamento. Perché non si tratta soltanto di superare la distanza tra la spiritualità umanistica e il mondo pratico-materiale come Vittorini faceva fin dal titolo della sua rivista, "Politecnico" appunto; ma anche di capire le diverse facce della cultura dominante, non solo quella consolatoria ma anche quella compensativa, la produzione di identità e modelli nell'immaginario collettivo, compresa la produzione dell'altro come non-persona, la collaborazione prestata in ciò dall'apparentemente innocua overdose di fiction che quotidianamente assorbiamo, e insomma lo stretto legame dello sfruttamento con la riproduzione dei consumatori e, alla fine dei conti, con la complessiva riproduzione sociale.

Ma come fare se lo sfruttamento è l'aria che respiriamo? Intanto possiamo appellarci alla Costituzione e al suo impianto democratico, al diritto alla cultura e al pluralismo culturale che vi è contenuto. E però, perché viva "sana e robusta" è necessario creare spazi, boccate d'aria fuori dell'inquinamento. Pensando alla letteratura, un modo democratico di considerarla sta nel creare un terreno di dibattito comune e riconoscibile lavorando in senso inverso rispetto alle confusioni imperversanti, come ha mostrato ad esempio efficacemente Carlino nella sua difesa dello specifico letterario nel libro non per caso intitolato La costituzione del testo.

Se nel dopoguerra l'esigenza era di aprire i cieli del misticismo poetico alla "rugosa realtà" della storia, non è che oggi questa istanza sia venuta meno, perché necessariamente la Costituzione e i diritti che garantisce devono essere incardinati in una memoria storica che è bene ribadire per opporsi ai revisionismi di volta in volta rampanti o striscianti; tuttavia si presenta in modo in certo senso rovesciato: dato che la forma-di-fiction tende a sovrapporsi all'esistenza guarendone le ferite non con la consolazione di un aldilà, ma in modo compensativo con l'elargizione di una second life goduta mediante avatar, l'immaginario non va eliminato (non può esserlo, comunque rimane fortemente ancorato nell'inconscio) va in certo senso perforato, azzoppato, incrinato, interrotto. Si affaccia una cultura della dissonanza e della dissacrazione insieme alla vocazione di uno sperimentalismo aperto, che ponga la libertà in ogni caso come massimo valore anche in senso "creativo", al di là dei canoni e dei codici settoriali, di genere. E però la scrittura non sia un'oasi paradisiaca in mezzo all'inferno (sarebbe di nuovo consolatoria). Solo una immaginazione che non pretenda più di sostituire la realtà, ma si ponga in rapporto dialettico (allegorico) con essa; e solo una inventività che non pretenda di attingere miracolosamente rivelazioni supreme, ma, consapevole di non possedere alcuna aureola, si attui con effetto di straniamento ironico: ecco, sono a mio parere i caratteri di una scrittura democratica, nel quadro di una cultura di opposizione all'esistente che, nelle nebbie che attraversiamo (o nel deserto: scegliete l'immagine più calzante secondo voi) ci aiutino nel tentativo indispensabile di reimmaginare il futuro.