Le Parole fra Noi

L’ALTRO

Racconto di Corrado Morgia

M. era un maturo professore di storia della filosofia all'università di Roma, giunto ormai al culmine di una carriera che lo aveva visto, ancora assai giovane, vincitore di concorso e che lo aveva successivamente portato ad occupare, nello stesso ateneo, la cattedra che era stata del suo maestro, uno studioso di fama internazionale.

Uomo tra i cinquanta e i sessanta, alto e massiccio, con una barba folta, ancora completamente nera, nonostante un'età in cui generalmente si incomincia a imbiancare, il professore viveva solo, avendo ormai da tempo divorziato da Eleonora, la sua prima ed unica moglie, che andandosene aveva portato con sé i loro due figli, un maschio, Guido, e una femmina, Clara.

Le giornate di M. scorrevano scandite da una grande quantità di impegni: lezioni, conferenze, incontri, riunioni, appuntamenti, telefonate, insomma una vita molto assorbita dal lavoro e dalle conseguenti quotidiane incombenze. Inoltre da qualche anno era stato anche eletto preside della sua facoltà e pertanto gli impegni si erano fatti ancora più gravosi, anche perché alla originaria funzione di docente si erano andate progressivamente aggiungendo sia la fatica di scrivere con una certa frequenza articoli per il più importante quotidiano cittadino e per una nota rivista settimanale, sia una relativamente assorbente attività politica che un giorno non lontano lo avrebbe potuto portare in parlamento.

Un governante, Tatiana, si prendeva cura di lui. Una signora educata, discreta, proveniente dall'Ucraina, consapevole di essere al servizio di un grande intellettuale, un uomo pubblico tra i più importanti della città e tra i più noti dell'intero paese e di ciò menava vanto con le sue amiche e conoscenti, fondando proprio su queste considerazioni il suo zelo di instancabile custode del professore, di cui sempre si sforzava di leggere, senza capire molto, gli articoli pubblicati sul giornale e attraverso i quali cercava anche di migliorare il suo italiano.

Con il passare del tempo M., che non si curava molto dell'ambiente a lui più vicino, sprofondava, a volte persino meravigliandosi di se medesimo, in un attivismo sempre più intenso, quasi frenetico.

Il senso del dovere e l'attaccamento alla professione lo obbligavano ad essere un insegnante serio e scrupoloso, un docente che si assentava molto raramente, che incontrava periodicamente i suoi studenti, che si intratteneva anche a parlare con lo loro, per qualche minuto, al termine delle lezioni, che si preparava scrupolosamente, cercando di cambiare ogni anno l'argomento del corso.

La presidenza della facoltà aveva poi comportato nuovi obblighi e superiori responsabilità, le assemblee, i rapporti con i colleghi, i bilanci da far quadrare nonostante i continui tagli delle risorse, le cattedre da assegnare o da istituire, l'equilibrio tra i vari orientamenti, la gestione del potere accademico insomma, incluse le relazioni con il rettore e con le altre autorità, anche cittadine.

Cominciava inoltre ad avere una schiera di ottimi allievi ad alcuni dei quali, nonostante le difficoltà, doveva pur provvedere, aiutandoli, indirizzandoli, cercando di metterne qualcuno in cattedra, oppure assegnando borse di studio, dottorati, contratti di ricerca e in certi casi incarichi ad personam.

Infine M. era anche il responsabile di una prestigiosa collana di storia delle idee presso una grande casa editrice e questo contribuiva ad aumentare la sua notorietà ed anche il suo già considerevole potere, dato che era in grado di decidere chi, cosa, come e quando pubblicare, non solo i classici del pensiero antico e moderno, ma anche opere di studiosi viventi, stranieri, ma soprattutto italiani.

Tutte queste occupazioni ponevano M. in una posizione di privilegio rispetto a tanti altri colleghi, che a lui si rivolgevano in numero crescente e dalle più diverse sedi universitarie, per chiedere finanziamenti, per fare segnalazioni e raccomandazioni, per sollecitare trasferimenti e interventi vari. Infatti anche al Ministero la sua voce era molto ascoltata e quindi poteva esercitare con signorilità, e insieme con fermezza e decisione, una sempre maggiore autorità, rafforzata dalle opportune alleanze e dalla sua ormai influente posizione politica.

Per ottenere questi risultati il professore, che non amava la mondanità, aveva sempre lavorato sodo. Si potrebbe anzi dire che aveva lavorato e basta, anche perché a tutti i doveri della giornata andavano aggiunti lo studio e le esigenze del personale aggiornamento e libri e saggi che pure ogni tanto doveva pubblicare egli stesso, anche se non sempre era lui a scriverli integralmente, dal momento che un paio dei suoi discepoli più cari e preparati si prestavano a dargli sostegno e aiuto.

Comunque, nonostante tali collaborazioni, i suoi ritmi di lavoro erano sempre molto pesanti, al punto che gli capitava raramente di avere qualche ora libera durante la giornata, oltre a quel poco che destinava ai pasti, al sonno e a una breve passeggiata per il quartiere, l'elegante Aventino. Altrettanto raramente riusciva a prendersi un periodo di riposo durante l'anno, infatti finiva sempre con il portarsi dietro, durante brevi vacanze, una grande mole di lavoro arretrato. Cercava allora di cavarsela con viaggi di studio e con soggiorni per convegni o conferenze, in qualche grande città europea o degli Stati Uniti, quando riusciva a distrarsi un po', visitando mostre e musei, frequentando concerti o anche soltanto andando a cena con i colleghi.

Nel complesso questo stile di vita non gli pesava, che anzi a volte gli sembrava persino di fare poco e di poter prendere quindi altri impegni ancora, mentre ormai aveva cominciato a lavorare anche per parte della notte, al fine di non sprecare con il sonno quella porzione tanto consistente dell'esistenza umana.

Occorre aggiungere a questo punto che se quella vita fatta di orari, impegni e continue attività non pesava a lui, certamente non riusciva facile da accettare a coloro che gli stavano intorno e fu così che la moglie, una bella signora cinquantenne, bionda e formosa, aveva deciso di abbandonarlo.

M. lì per lì non riuscì nemmeno a capire il motivo che aveva spinto Eleonora a parlargli in quel modo. Accadde di sera. Il professore era appena tornato da una delle tante riunioni cui doveva partecipare e uscendo dall'ascensore si accorse che insolitamente la moglie lo stava aspettando davanti alla porta di casa. In un primo momento non sapeva se essere maggiormente stupito o preoccupato.

Eleonora sembrava nervosa, agitata, sola, perché dei ragazzi non c'era traccia. Fu lei a prenderlo di petto e a parlargli per prima, senza dargli il modi di riflettere su quanto stava accadendo. La donna, visibilmente emozionata, pronunciò poche parole, dicendo che si era stancata di quella vita, che se ne voleva andare, che chiedeva il consenso per avviare le pratiche del divorzio e che avrebbe portato i figli con sé.

M. non si aspettava una tale scenata e dopo essere rimasto in silenzio per qualche istante, cercò di riprendersi dalla sorpresa, di replicare, di chiedere spiegazioni, di argomentare in qualche maniera le sue ragioni. Ma pur essendo la parola il suo strumento fondamentale, questa volta non gli riuscì nessun artificio retorico. Eleonora aveva ormai deciso e appariva irremovibile, limitandosi a ripetere più e più volte di seguito che era stanca, stufa di essere trascurata da un uomo che ormai da anni, e inesorabilmente anno dopo anno, si era sempre più staccato da lei e dall'insieme della famiglia, sacrificando tutto e tutti sull'altare di un lavoro divenuto sempre più totalizzante.

Quando capì che la moglie era assolutamente ferma nella sua decisione, si chiuse in una muta e pensosa compostezza, convinto che forse era meglio così. Era meglio separarsi e poi divorziare. Eleonora aveva il suo lavoro ed era anche opportuno che Guido e Clara andassero via con lei. Avrebbe avuto tutto il tempo per sé, per la sua carriera, per i suoi problemi. Tatiana gli sarebbe stata più che sufficiente, senza altre donne in giro per casa, almeno per i primi tempi.

Doveva evitare qualunque dispersione, qualunque diversivo rispetto alle sue esigenze e ai suoi obiettivi. Era il lavoro la sua vera ed unica passione e con esso il potere che ne derivava, in questo modo, ne era certo, si sarebbero aperte per lui anche le porte del parlamento!

2

M. aveva deciso di scrivere un altro libro. Da tempo ci rifletteva sopra e da tempo quindi andava maturando una tematica sulla quale aveva già preso una notevole quantità di appunti e di note, avendo raccolto riflessioni, materiali bibliografici e tutto quello che poteva essergli utile per passare ad una prima stesura o quanto meno per cominciare a buttare giù una scaletta iniziale. Sicuramente pensava, anche per i rapporti che era riuscito a stringere con la stampa, con le televisioni, con vari recensori, sarebbe stato un libro di successo e dunque un altro titolo di merito per raggiungere le sue aspirazioni.

Si trattava di mettere insieme molte cose che aveva accumulato nell'ultimo periodo, di integrare ed arricchire elementi ancora grezzi e di dare quindi veste unitaria a studi in parte almeno già avviati e strutturati.

In breve tempo elaborò compiutamente il piano che gli avrebbe consentito di pubblicare il volume entro un anno, in modo da non rinunciare a nessuno dei suoi impegni, anche se sarebbe stato costretto ad intensificare il lavoro notturno, riducendo al minimo indispensabile il tempo da dedicare al sonno.

Ma a tutto ciò M. era abituato e quindi non se ne preoccupava, l'importante era di accelerare i tempi e di uscire al più presto nelle librerie, con l'editore infatti aveva già preso tutti gli accordi.

Ci sono molti vantaggi a lavorare di notte. Anzitutto non squillano i telefoni, non si viene disturbati da altri rumori e ci si può concentrare molto più intensamente che di giorno e poi è sufficiente bere qualche caffè bello caldo, dopo si può rimanere svegli e vigili, utilizzando almeno quattro o cinque ore di lavoro senza interruzioni.

Certamente si rendeva conto che avrebbe messo a dura prova il suo fisico e le sue qualità mentali e intellettuali, ma era convinto di poter vincere la sfida con se stesso, era sicuro di un esito positivo e di poter conseguire un'altra vittoria. Il periodo faticoso sarebbe durato per tutto l'inverno, da novembre in poi, ma entro l'estate poteva avere a disposizione le bozze da correggere e il libro sarebbe uscito in autunno, pronto per le strenne di Natale.

Il programma, così ben stabilito, gli dava la spinta e le energie sufficienti per cominciare a lavorare.

Era felice, alle dieci di sera, di mettersi davanti al computer tenendo accanto i fogli con gli appunti, i testi di consultazione, i vocabolari e i dizionari di filosofia, la tazzina per il caffè.

Qualche volta quando l'argomento presentava particolari difficoltà, scriveva ancora a mano, con una grafia nervosa e resa ancor più complicata da decifrare, persino per lui, dalle frequenti cancellature. Comunque dopo la stampa e un secondo controllo, inviava tutto ad uno dei suoi migliori allievi, Alessandro, che aveva accettato di aiutarlo per verificare le citazioni, correggere eventuali errori e soprattutto per accertare la scorrevolezza e la leggibilità del testo.

Ogni tanto, ma solo per pochi minuti, si alzava dalla sedia per fare qualche passo per la stanza, uno studio tappezzato di libri, o per cambiare disco, gli piaceva lavorare ascoltando musica, sinfonica o da camera. Oppure andava in cucina, per bere un bicchiere d'acqua.

O ancora, si affacciava alla finestra o al balconcino.

M. abitava al quinto piano di uno stabile degli anni quaranta, a Viale Aventino, o meglio a Piazza Albania, davanti al Parco della Resistenza. In fondo, dalla parte opposta rispetto alla sua, si ergeva il monumento equestre a Giorgio Scanderberg, un eroe della lotta albanese contro la dominazione ottomana, mentre a destra, oltre il Viale della Piramide Cestia e gli alberi del parco, al fianco di Porta San Paolo, si stagliava l'ufficio postale di Via Marmorata, un'opera degli anni trenta di Adalberto Libera, che a M. piaceva molto, per la razionalità e la classicità dello stile.

La piazza e tutte le strade intorno nelle ore notturne erano quasi deserte. Ogni tanto passava il tram, che scorreva lungo i binari posti al centro del viale per dirigersi verso il Circo Massimo, o, dall'altra parte, verso Porta Portese, e sfrecciava anche qualche automobile dei frequentatori dei locali di Testaccio, il vecchio quartiere popolare tra l'Ostiense e il Tevere.

Un po' più di animazione si poteva notare il fine settimana, con tanti giovani che sciamavano verso pizzerie e discoteche.

Nelle altre case, quelle di via di San Saba, al lato sinistro del suo palazzo, le serrande erano abbassate, dominava il buio e terrazze e balconi erano immersi nell'ombra. Anche lungo le strade e i viali la luce era fioca, ulteriormente smorzata dalle chiome degli alberi che coprivano i lampioni o dalla nebbiolina che spesso si alza dopo la pioggia che in quel periodo di inizio della stagione invernale non mancava.

Qualche volta il caffè non bastava a tenerlo sveglio e allora M. ricorreva a qualche pillola di un prodotto stimolante che gli era stato consigliato da Alessandro, il suo allievo, che però si era raccomandato di non abbinarlo ad alcolici, conoscendo la passione del professore per il buon whisky.

E lui cercava di attenersi scrupolosamente a queste indicazioni.

L'ideale sarebbe stato di rinunciare completamente al sonno, almeno per quel periodo, e conseguentemente ridurre al minimo ogni necessità corporale, compresi il bere, il mangiare e tutto il resto. D'altronde da tempo M. aveva cominciato a comportarsi in modo quasi ascetico, sottoponendosi a molte rinunce.

Ad esempio dopo la separazione dalla moglie aveva avuto inizio per lui una fase di astinenza sessuale che dopo un primo momento di insoddisfazione, e anche di sofferenza, si era risolto in una condizione di indifferenza e di disinteresse verso le questioni affettive, sublimate evidentemente in un impegno che reclamava tutte le sue forze.

Ma anche al cibo M. badava sempre meno, limitandosi ad un nutrimento circoscritto allo stretto necessario, senza alcuna concessione alle gioie del gusto e a quelle che si chiamano le delizie del palato, nonostante le insistenze di Tatiana perché mangiasse qualcosa di più.

Rifiutava anche gli inviti a cena e limitava i cosiddetti pranzi di lavoro alle occasioni impossibili da rifiutare, quelle con personalità della politica o della cultura che potevano tornare utili ai suoi scopi, per l'acquisizione di crediti ai fini della carriera, politica, accademica o giornalistica.

Era dimagrito. Se ne accorgeva la mattina, allacciando il colletto della camicia o stringendo la cinta dei pantaloni. Ma questo non lo preoccupava, anzi lo rendeva ancora più soddisfatto di sé, negli ultimi anni aveva preso qualche chilo di troppo e perderlo non avrebbe potuto che giovargli alla salute e anche all'aspetto, consentendogli inoltre maggiore lucidità e più alti livelli di concentrazione.

3

Le due finestre dello studio di M. erano sempre le uniche a rimanere illuminate dopo la mezzanotte. Il lavoro procedeva bene, il libro prendeva corpo e il professore era molto soddisfatto di quanto andava scrivendo. Le giornate trascorrevano come sempre. Qualche volta era costretto a concedersi una piccola pausa dopo quello che si ostinava a definire il pasto diurno, ma che in realtà consisteva in un magro spuntino, avanti a una cena più consistente e dopo una prima colazione che considerava abbondante. Aveva inoltre completamente eliminato gli alcolici, e in questo modo riusciva brillantemente a far fronte a tutti gli impegni, giorno dopo giorno, riuscendo a lavorare almeno sei notti su sette. Ogni tanto si abbandonava a una svelta passeggiata e si spingeva fino al Cimitero Acattolico, il cosiddetto Cimitero degli Inglesi, oppure arrivava al vecchio Mattatoio, inoltrandosi di più per le vie del quartiere.

Quella volta, era passata un'ora dopo la mezzanotte, invece che alla finestra si affacciò al balcone, con la speranza che l'aria fresca gli avrebbe fatto bene. Dando un'occhiata in giro si avvide con sorpresa che in basso, a sinistra, dall'altra parte della strada, la via che dal viale portava verso la chiesa di San Saba, una delle più antiche di Roma, al secondo piano del villino d'angolo, dirimpetto al suo palazzo, proprio all'inizio della salita, una luce era accesa.

Il villino, circondato da un muro di cinta alleggerito da una serie di inferriate, era stato a lungo disabitato, tanto che la catena che bloccava il cancello di ingresso si era da tempo completamente arrugginita. M. fu quindi assai sorpreso nel vedere quella luce.

Evidentemente qualcuno aveva di nuovo preso possesso di una abitazione che così a lungo era stata abbandonata.

La curiosità e anche la novità del fatto, la riapertura del villino e anche la presenza di un inquilino nottambulo, lo spinsero ad osservare meglio e allora vide attraverso i vetri chiusi della finestra, illuminata da una lampada da tavolo, una figura maschile, china su una scrivania ingombra di carte e con un grande computer, simile al suo. Stette qualche attimo a guardare, ma poi tornò sui suoi passi, rituffandosi nel lavoro e nei pensieri che gli turbinavano nella mente, cercando di dar loro un ordine e una forma adeguata.

Si affacciò di nuovo più tardi, prima di lasciarsi andare a quel poco di sonno che riusciva a concedersi, ma la luce del secondo piano era spenta e allora si congratulò con se stesso per essere l'unico a vegliare a quell'ora tarda.

Passò qualche settimana. Era un inverno freddo, tanto che oltre al caffè, che si manteneva caldo in capiente thermos, preparato amorevolmente da Tatiana prima di finire il suo servizio, aveva ripreso a bere qualche sorso di whisky scozzese, ben invecchiato, mentre si accomodava una confortevole coperta sulle ginocchia.

Nonostante la temperatura rigida M. apriva qualche volta la finestra del balconcino, quella sulla via in salita, per sgranchirsi le gambe, per snebbiarsi le idee, per gettare un'occhiata lungo la strada.

Anche in quella occasione lo sguardo gli tornò quasi meccanicamente a sinistra, in basso, verso l'angolo estremo della via, al secondo piano del villino davanti al suo palazzo. La luce era accesa. Saranno state all'incirca le due del mattino e proprio in quell'istante l'uomo che M. aveva già intravisto la volta precedente si stava alzando dalla poltroncina sulla quale era seduto, staccandosi dal tavolo da lavoro, per appoggiarsi a sua volta sul davanzale della finestra.

Senza alzare lo sguardo l'uomo girò velocemente la testa a destra e a sinistra, per ritirarsi poi rapidamente, chiudere i vetri e spegnere la luce.

Dunque, pensò M., c'era qualcun altro che lavorava di notte, esattamente alle stesse ore e sulla medesima strada, nel vecchio villino che sembrava abbandonato e che invece era stato improvvisamente riaperto. Continuando a riflettere sull'argomento il professore si chiese quale potesse essere l'attività del suo emulo, un ragioniere? Un amministratore di condominio? Un architetto? Quasi seccato che qualcuno potesse contendergli quella beata e pressoché assoluta solitudine notturna e che fino ad allora aveva ritenuto appartenesse soltanto a lui.

L'idea di avere un concorrente, o forse un imitatore, lo occupò a tal punto da impedirgli di proseguire nel suo lavoro, preso come era dalla curiosità di sapere chi fosse quell'individuo, che non aveva mai visto prima, e per quale motivi si intratteneva in uno studio che sembrava simile al suo.

Per alcuni giorni, tutto intento nella scrittura, M. non si affacciò più. Ma più avanti, nello stesso mese, all'incirca verso le due del mattino, capitò che avesse un improvviso bisogno di prendere una boccata d'aria e quindi aprì i vetri.

Subito vide la luce accesa al secondo piano. Allora cominciò a scrutare con maggiore attenzione i contorni dello studio, il tavolo da lavoro, le carte e i volumi che ne occupavano il piano, il computer, una grande lampada e poi alcune librerie appoggiate alle pareti.

Dietro la scrivania, assorto nei suoi pensieri, davanti alla tastiera, si riusciva a distinguere un uomo di metta età, Robusto, almeno all'apparenza e con una folta barba nera.

Un'espressione vigile e attenta era stampata sulla parte visibile del suo volto, mentre con la mano sinistra sembrava aggiustarsi una coperta sulle ginocchia.

A un tratto, imprevedibilmente, l'uomo si alzò, dirigendosi verso la finestra e alzando la testa.

M. fece un balzo all'indietro, per non farsi vedere e corse in cucina, come per nascondersi.

Al ritorno l'uomo non c'era più.

Non è molto resistente pensò il professore, che però decise di smettere di lavorare per andare a riposare. Lesse ancora qualche pagina di un volume che stava consultando per la sua opera, prima di spegnere definitivamente la luce, ma nel prendere sonno non poté non tornare con la mente alla folta barba e alla corporatura massiccia del suo vicino, evidenti somiglianze che si ripromise di analizzare in profondità alla prima occasione.

La mattina seguente M. notò che le serrande del secondo piano erano ancora abbassate, forse il, o gli occupanti del villino stavano ancora dormendo o forse ancora erano già usciti per far fronte alle incombenze quotidiane. Durante la giornata non ripensò più a quegli strani incontri notturni e nemmeno alle somiglianze, anche se per un attimo desiderò incontrare l'uomo con la folta barba, magari uscendo dal portone o alla fermata dell'autobus, quello che prendeva per andare sulla Nomentana, a Villa Mirafiori, dove da anni ormai era stato trasferito il vecchio Istituto di Filosofia della Sapienza.

La notte seguente lo rivide, davanti alla tastiera, chino sulle sue carte, con la testa ripiegata leggermente in avanti e inclinata a sinistra.

Improvvisamente nella stanza entrò una donna, non giovanissima, ma bella ed elegante, anche se in vestaglia. I due si dettero il bacio della buona notte e la signora appoggiò una tazzina di caffè su un lato del tavolo.

La donna sembrava somigliare a Eleonora, ma su questo particolare M. non ebbe il tempo di soffermarsi perché l'uomo del secondo piano improvvisamente, quasi di scatto, alzò lo sguardo verso di lui e i loro occhi si incontrarono.

M. rientrò nella stanza cercando di riprendere il lavoro, ma non riusciva a scacciare dalla testa il pensiero di quelle coincidenze e delle somiglianze. Casualità, buffe casualità, rimuginava tra sé e sé, cercando di tornare a concentrarsi, ma senza riuscire ad andare avanti e dunque, dopo alcuni inutili tentativi, si ritirò in camera da letto, dopo aver dato un'ultima sbirciata alla finestra davanti per constatare che anche dall'altra parte il buio era totale.

4

Cominciai a vederlo tutte le notti. Mi affacciavo e lui stava seduto al suo tavolo, intento come sempre. A volte alzava lo sguardo, fissandomi per qualche istante, in altri casi rimaneva concentrato sui suoi fogli, senza dar prova di avvertire la mia presenza. Allora tornavo a sedermi, ma poco dopo mi alzavo di nuovo, a vedere, a controllare ciò che accadeva in quella stanza, a contare persino i suoi movimenti,

Ormai spegneva la lampada intorno alle tre e a quell'ora andavo a letto anch'io.

Ma cominciavo ad essere stanco. Non bastavano più il caffè di Tatiana, le sue premure quotidiane e nemmeno altri espedienti.

Durante il giorno non pensavo che a quegli incontri notturni, a chi sarebbe stato più a lungo alzato, alla signora che lo accarezzava, così simile ad Eleonora.

Intanto tutte le mie attività risentivano di quella situazione, un incubo che non riuscivo più a tenere a bada. Anche il libro andava a rilento e Alessandro sempre più spesso, con tono impacciato e allarmato insieme, mi invitava a riscrivere intere pagine, che in effetti risultavano monche o addirittura incomprensibili.

A lezione poi mi succedeva di perdere il filo del discorso, con silenzi imbarazzanti, con l'espressione perplessa degli studenti che mi osservavano, cercando di capire cosa stesse accadendo. A volte non mi riprendevo ed ero costretto ad abbandonare l'aula e ad allontanarmi, pregando Alessandro, che ormai mi seguiva sempre, di giustificarmi, accusando un malore improvviso, un momentaneo mancamento, un imprevisto.

Avevo bisogno di riposo. Dovevo fermarmi forse per qualche tempo, ma non avevo la forza o la volontà di farlo. Non potevo lasciare tutto così improvvisamente, nessuno avrebbe capito. Ma intanto gli appuntamenti notturni si susseguivano senza interruzione e senza che l'altro apparisse particolarmente allarmato dalla vicenda.

Io mi nascondevo dietro una tenda per osservarlo più a lungo e senza il timore di essere visto. Lo scrutavo mentre consultava i suoi appunti, mentre batteva sulla tastiera del computer, mentre sfogliava le pagine di un volume, mentre sorseggiava il caffè che premurosamente la bella signora, alta e bionda, gli portava verso la mezzanotte, salutandolo con un bacio e una carezza sui capelli.

Trascorrevo ormai ore in quel modo, incurante degli impegni e del lavoro. L'università, il giornale, la casa editrice, la politica. Ero quasi paralizzato dalla condizione in cui stavo inesorabilmente precipitando. Giorno dopo giorno andavo perdendo lucidità, capacità di concentrazione e anche desiderio di lavorare, di leggere, di scrivere e persino di ascoltare musica o di fare quattro passi per il quartiere.

Una notte rimasi fin quasi all'alba ad osservare il mio dirimpettaio, che era stato tutto il tempo seduto alla scrivania, assorto in chissà quale impresa, ma senza smettere neanche un istante di proseguire nel suo lavoro. A un certo punto si allontanò e anche io decisi di concedermi un breve stacco e poi di fare una doccia per prepararmi. Avevo lezione alle nove.

Ero sfinito e demoralizzato, tutti i miei progetti stavano saltando, non riuscivo più a stare dietro alle mie occupazioni e allora l'unica soluzione era quella di prendersi una vacanza. Partire, fare un viaggio, andare via almeno per un mese e lasciare tutto.

Era questo il pensiero che mi accompagnava durante il tragitto da casa fino all'università, dove arrivai sudato, nonostante la stagione ancora inclemente. Ero preoccupato, ansioso. Presi l'ascensore per raggiungere il mio studio e prendere gli appunti della lezione che avevo steso, con grande sofferenza, il giorno prima. Ero in ritardo, cosa che non mi capitava mai, avrei dovuto trovare un'altra scusa, ma forse potevo far finta di niente.

Scesi attraverso le scale, per raggiungere l'aula XII. Dovevo attraversare il giardino e perdere ancora tempo, ma mi fermai ugualmente al bar, dove tutti mi guardarono distrattamente, anche se a quell'ora, le nove e venticinque minuti, c'era solo qualche studente e un ricercatore, che conoscevo, ma che fece finta di non vedermi.

Con sorpresa trovai la porta dell'aula, la più grande del Dipartimento, già chiusa.

Aprendo vidi subito che la cattedra era occupata.

Un uomo tra i cinquanta e i sessanta, alto, massiccio, con una folta barba nera, stava facendo lezione a un nutrito gruppo di studenti che ascoltavano concentrati, senza fiatare.

Per un momento si voltarono verso di me per tornare subito dopo, indifferenti, a rivolgere la loro attenzione verso l'uomo che in piedi, dietro la cattedra continuava a parlare, senza interrompersi, senza degnarsi nemmeno di darmi un'occhiata.