Speciale Costituzione

I MAZZINIANI E LA COSTITUZIONE

di Alberto Improda

L'influsso del pensiero mazziniano sui lavori dell'Assemblea Costituente e sulla elaborazione della Costituzione Italiana del 1948 è stato estremamente significativo.

L'assunto è di centrale importanza e deve essere tenuto nella massima considerazione, al fine di contestare una tesi - rozza e approssimativa - divenuta quasi corrente nella polemica politica, vale a dire che la nostra Carta Costituzionale sia sostanzialmente il mero frutto di un compromesso fra i partiti marxisti e la democrazia cristiana del tempo, un sorta di ibrido prodotto culturale di stampo catto-comunista.

Alla dottrina del Maestro venne data voce, duranti i lavori dell'Assemblea, soprattutto dai rappresentanti del Partito Repubblicano Italiano.

Alle elezioni del 2 giugno 1946, le prime in Italia - è bene ricordarlo - alle quali ebbero il diritto di voto le donne, al Partito Repubblicano Italiano andarono 1.0003.007 voti (il 4,37% del totale) e 23 seggi.

La effettiva consistenza del gruppo repubblicano in Assemblea, tuttavia, giunse a 25 membri, grazie alle adesioni di Ferruccio Parri e Ugo La Malfa, che erano stati eletti nella Concentrazione Democratica Repubblicana, nata da una costola del Partito d'Azione.

Profonda e articolata, dicevamo, è stata l'incidenza degli insegnamenti dell'Apostolo genovese sulla nostra Costituzione, la quale d'altronde trae pacificamente ispirazione da quella della Repubblica Romana, che ha rappresentato uno dei punti più alti - in senso politico e culturale - dell'intera storia d'Italia.

Non a caso Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei Settantacinque che redasse il progetto della Carta, nella relazione di accompagnamento del documento cita un solo nome: quello di Giuseppe Mazzini.

Nei Principi Fondamentali della Costituzione vengono accolte idee di inequivocabile origine mazziniana: la necessità di formulare prioritariamente dei principi basilari da cui derivare l'insieme degli articoli della Carta; L'Italia come Repubblica democratica fondata sul lavoro e retta dalla sovranità popolare (articolo 1); il binomio diritti-doveri, alla base della sua dottrina (articolo 2); la pari dignità dei cittadini e l'impegno dello Stato nell'ordine economico e sociale (articolo 3); il diritto-dovere al lavoro (articolo 4); la Repubblica una e indivisibile che garantisce le autonomie locali (articolo 5); la libertà di religione, tema oggi di così estrema attualità (articolo 8); il tricolore repubblicano come bandiera (articolo 12).

Risentono dell'influenza del Maestro, o ne accolgono le idee, numerose altre disposizioni della Carta: l'inviolabilità della libertà personale (articolo 13) e del domicilio (articolo 14); la libertà di stampa (articolo 21); la pena come mezzo di rieducazione del condannato e l'abolizione della pena di morte (articolo 27); il riconoscimento dei diritti della famiglia (articolo 29); l'attribuzione alla Repubblica del compito dell'istruzione pubblica (articolo 33); la tutela del lavoro (articoli 35 e 36).

Direttamente riconducibile all'insegnamento di Mazzini è anche la decisione di adottare una costituzione rigida, cioè non modificabile dalle normali maggioranze di governo, con organi di garanzia come il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale.

E tuttavia, a nostro avviso, la parte della Costituzione nella quale i principi mazziniani hanno avuto una più peculiare incidenza sulla nostra Carta, contribuendo a renderla un documento così moderno e avanzato, è quella che concerne l'area economica e imprenditoriale.

Dal complesso delle disposizioni del Titolo III, infatti, scaturisce un originale modello di economia mista, tendente a trovare un equo punto di equilibrio tra la dottrina liberale e quella marxista, in un'epoca in cui questo sforzo poteva apparire particolarmente velleitario, quasi utopistico.

Una simile impostazione ricalca con esattezza la fisionomia del pensiero di Giuseppe Mazzini: profondamente e autenticamente di Sinistra, in quanto finalizzato con forza a combattere ingiustizie e disuguaglianze, consapevole e denunciatore dei limiti del Liberismo ben in anticipo rispetto al Marxismo; ma al tempo stesso strenuo difensore dei principi di libertà e di unicità dell'individuo, tipici del Liberismo, non adeguatamente considerati dalla dottrina di Marx.

Il Maestro contrastò duramente molti aspetti del Capitalismo, che aveva ben conosciuto e studiato a fondo nella sua culla di elezione: l'Inghilterra vittoriana.

Mazzini si pone in linea con quella che sarà poi la denuncia anche di Marx sulla natura della "accumulazione originaria del capitale": "La proprietà è in oggi mal costituita, perché l'origine del riparto attuale sta generalmente nella conquista, nella violenza con la quale, in tempi lontani da noi, certi popoli e certe classe invadenti s'impossessarono delle terre e dei frutti di un lavoro non compìto da essi".

Lo stesso funzionamento del Capitalismo viene ritenuto dall'Apostolo iniquo e inaccettabile: "L'accrescimento delle facilità dei traffici, i progressi dei modi di comunicazione [...] non giovano a emanciparlo [il lavoro] dalla tirannide del capitale, non danno i mezzi del lavoro a chi non li ha. E per difetto di un'equa distribuzione della ricchezza, d'un più giusto riparto dei prodotti, d'un aumento progressivo della cifra dei consumatori, il capitale stesso si svia dal suo vero scopo economico, s'immobilizza in parte nelle mani dei pochi invece di spandersi tutto nella circolazione, si dirige verso la produzione d'oggetti superflui, di lusso, di bisogni fittizi, invece di concentrarsi sulla produzione degli oggetti di prima necessità per la vita, o si avventura in pericolose e spesso immorali speculazioni".

Le sue considerazioni sulle ricadute di un simile meccanismo sulla società naturalmente sono contestualizzate rispetto all'epoca in cui visse, ma - a ben vedere - per certi aspetti possono ancora essere considerate di grande attualità: "Oggi il capitale - e questa è la piaga della società economica attuale - è despota del lavoro. Delle tre classi che oggi formano, economicamente, la Società - capitalisti, cioè detentori dei mezzi o strumenti del lavoro, terre, fattorie, numerario, materie prime - imprenditori, capi-lavoro, commercianti, che rappresentano o dovrebbero rappresentare l'intelletto - e operai che rappresentano il lavoro manuale - la prima, sola, è padrona del campo, padrona di promuovere, indugiare, accelerare, dirigere, verso certi fini di lavoro".

Al tempo stesso, come dicevamo, il pensiero mazziniano si distacca con nettezza da quello che poi diventerà per l'intero Novecento la corrente portante della Sinistra nel mondo: il Marxismo.

Noti sono, e non privi persino di qualche lato umoristico, i pessimi rapporti che intercorsero personalmente tra Mazzini e Marx: quest'ultimo, in pubblico contestava a Mazzini di non considerare "i bisogni materiali della popolazione rurale italiana" "troppo triviali per i suoi celestiali manifesti cosmopolitici-neocattolici-ideologici", in privato - in particolare nelle lettere a Engels - giunse a definirlo "Teopompo", "San Pietro l'Eremita" e "eterno vecchio somaro"; il primo, d'altronde, descrisse l'altro "tedesco, uomo d'ingegno acuto, ma come quello di Proudhon, dissolvente; di tempra dominatrice, geloso dell'altrui influenza, senza forti credenze filosofiche o religiose, temo, con più elemento d'ira, s'anche giusta, che non d'amore nel cuore".

Ma il profondo divario che dividerà sempre le due sinistre, naturalmente, si basa su ragioni di ben più vasta portata e trova la propria ratio in incolmabili differenze di natura culturale.

Il pensiero marxista trova una propria cifra di fondo nel concetto di materialismo, mentre l'insegnamento di stampo mazziniano è chiaramente di impronta idealista.

Per Mazzini la storia è la realizzazione progressiva di un progetto divino, invece per Marx essa rappresenta un processo meramente materiale, anch'esso progressivo.

Una simile distinzione di impostazione filosofica, ben lungi dal restare una mera disputa di natura dottrinaria, comporta conseguenze fondamentali dal punto di vista politico e sociale.

Lo Stato, nella visione di Marx, non può essere neutro, in quanto rappresenta il mezzo per esercitare la dittatura di una classe sulle altre;.Mazzini, di contro, afferma il carattere neutro dello Stato, casa comune e strumento di progresso per ogni comunità.

Proprio del pensiero di Marx, come noto, è il concetto di una necessaria lotta di classe, destinata a continuare fino alla dittatura del proletariato, che - mettendo fine alle classi - determinerà l'estinzione dello Stato.

Mazzini ritiene invece che il moto provvidenziale delle classi operaie possa essere condotto attraverso i meccanismi pacifici di uno Stato democratico e repubblicano, facendo leva sullo strumento principe dell'Educazione.

Nella costruzione marxista le parole chiave sono Lotta, Proletariato e Uguaglianza; nella tradizione mazziniana i concetti cardine sono Educazione, Fratellanza e Giustizia.

Mazzini individua e critica, anticipando con straordinaria lungimiranza alcune caratteristiche dei futuri regimi comunisti, due diverse varietà di possibili assetti politici applicativi del pensiero di Marx: in entrambe il governo è padrone dei mezzi di produzione e dei prodotti, in una gli uomini ricevono parte della produzione secondo i loro bisogni, nell'altra ciascun uomo prende una parte della produzione uguale a quella dei suoi compagni.

La prima varietà del comunismo, dice il Maestro, è "ingiusta, irrealizzabile" e "distrugge ogni stima dell'ingegno [...], della dedizione del lavoratore"; la seconda non può essere realizzata "se non per mezzo di un numero di funzionari pari a quello degli stessi lavoratori"; in entrambi i casi, il risultato sarà una "tirannica dittatura", in cui l'uomo diventa "una macchina per produrre", "con una gerarchia arbitraria di capi" e in cui "l'individualità non ha più posto".

Malgrado tutto ciò, alcuni elementi di fondo sono presenti tanto nel pensiero di Marx (ben più rigoroso e sistematico) quanto in quello di Mazzini (di stampo eterogeneo e visionario): la lotta alle ingiustizie (propria del mazzinianesimo) e alle disuguaglianze (tipica del marxismo), l'attenzione verso i più deboli e svantaggiati, l'armonia tra l'individuo e la comunità, una esigenza inestinguibile di riscatto dell'essere umano.

La tradizione mazziniana e repubblicana, in estrema sintesi, nel suo tentativo di conciliare Giustizia e Libertà trova elementi di forza e di debolezza sia nell'impostazione liberista sia in quella marxista.

Anche in campo economico, l'Apostolo genovese individuò quella che poi in epoche diverse venne più volte definita una "terza via", data da un sistema produttivo misto, risultante da un'integrazione della libera impresa con le forme aziendali di natura collettivistica, grazie agli strumenti della cooperazione e dell'associazione.

Di tutto questo, dicevamo, resta una forte impronta nel Titolo Terzo della nostra Costituzione, grazie al determinante contributo in sede di Assemblea Costituente da parte dei rappresentanti del Partito Repubblicano Italiano.

Emblematico l'intervento svolto da Ugo Della Seta in Assemblea nella seduta del 7 maggio 1947:

"Noi repubblicani siamo troppo assertori di libertà, per non apprezzare, pur nel campo economico, il valore della iniziativa privata, che altro limite non può avere se non il pubblico interesse. E troppo, conforme agli insegnamenti del Maestro, siamo stati e siamo, sempre, caldi fautori del cooperativismo, per non aderire a questa forma, morale e moralizzatrice, dell'attività produttrice e per la quale l'opportuna vigilanza dello Stato - vigilanza diciamo e non tutela - non può limitare quella interna autonomia che è la condizione prima del suo retto funzionamento e del suo sviluppo.

Se un qualche riserbo noi abbiamo è per la socializzazione. Riserbo diciamo e non preconcetta avversione. Noi non neghiamo che un qualche complesso industriale possa, per il pubblico interesse, essere socializzato; ma questa socializzazione deve essere suggerita, caso per caso, dalla esperienza e non obbedire ad un piano prestabilito di una radicale e totalitaria pianificazione.

In questa pianificazione il cittadino lavoratore e produttore perde pur l'ombra della sua personalità".

E ancora, per rimarcare il forte legame tra l'attività dei rappresentanti repubblicani in sede di Assemblea Costituente e il pensiero di Giuseppe Mazzini, che trova uno dei suoi caposaldo nel concetto di Educazione:

" ... la legge intende anche promuovere la elevazione professionale dei lavoratori. Giusta esigenza cui già accennai quando parlai del problema della scuola.

Ma questa esigenza non si limita alla elevazione professionale; essa, non meno imperiosa, anzi fondamentale, è anche un'esigenza, attraverso una sana educazione, di elevazione morale.

Occorrono scuole, scuole per il popolo, che si prefiggano questa alta funzione educatrice.

Da una maggiore educazione morale, che non può non portare ad un senso più raffinato del giusto e dell'onesto, l'operaio non solo trarrà una maggiore consapevolezza ed una disciplina maggiore nella stessa causa per cui, a proprio vantaggio, combatte; non solo si spoglierà, gradualmente, di ogni egoismo di classe e apprenderà, senza odio, quale sia il significato vero delle parole borghese e antiborghese; ma sarà portato soprattutto, a sentire ed a comprendere che la soluzione, conforme a giustizia, del problema sociale non è fine a se stessa; che la vera emancipazione dei lavoratori si avrà quando, assicurate dignitose condizioni economiche di esistenza, anche il lavoratore potrà vivere la vera vita, quella vita che non può essere il privilegio di pochi eletti, quella vita per cui l'uomo è veramente uomo, quella vita onde l'uomo conforta e innalza se stesso alla luce nobilitante dello spirito".

La Costituzione Italiana, dunque, raccogliendo un principio fondamentale del pensiero di Giuseppe Mazzini, in virtù del determinante contributo dei rappresentanti del Partito Repubblicano Italiano in sede di Assemblea Costituente, sancisce un sistema economico di natura mista.

La norma più emblematica, al riguardo, può essere considerata l'articolo 41, nel quale da un lato si afferma con decisione la libertà di impresa ("l'iniziativa economica è libera"), ma dall'altro lato si prevedono diverse disposizioni limitative (con riferimento all'"utilità sociale", "alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana").

Un simile assetto non è stato ovviamente esente da critiche.

L'articolo 41 è stato definito, anche da eminenti personalità, una norma disarmonica e contraddittoria, in quanto ispirata a due principi contrapposti e tendenzialmente inconciliabili: da un lato, quello della libertà economica privata, derivante dalle tradizioni individualiste del costituzionalismo liberale; dall'altro lato, quello dell'intervento pubblico nell'economia, rispondente alle istanze solidaristiche ed egualitarie di stampo socialista.

Il sistema di economia mista delineato dalla nostra Carta costituzionale, insomma, rappresenterebbe una sorta di compromesso storico al ribasso, scaturito dalla necessità di trovare un fragile e quasi fittizio punto di equilibrio tra impostazioni politiche non riconducibili ad unità.

Il nostro convincimento, corroborato dall'opinione di ben più autorevoli studiosi, è che l'articolo 41 costituisca invece una disposizione straordinariamente avanzata e lungimirante.

La norma in questione, infatti, è dotata di una elasticità virtuosa e quasi rivoluzionaria, soprattutto considerata l'epoca in cui venne redatta, nonché caratterizzata da una struttura aperta al nuovo in modo affatto peculiare, tale che - grazie al carattere plurivalente dei suoi enunciati - in essa possono essere fatti filtrare contenuti culturali diversi senza il bisogno di modifiche formali, rendendola così una disposizione sempre al passo con i tempi.

E la stessa impostazione di fondo del Titolo Terzo rende la nostra Costituzione uno strumento di estrema attualità, al quale il Paese può fare ricorso senza riserve per trovare la rotta in un'epoca tanto difficile come quella che stiamo vivendo.

In un frangente storico nel quale molti punti di riferimento sono venuti a mancare, con il Marxismo che è entrato in una crisi probabilmente irreversibile ed il Liberismo che sta mostrando in pieno i propri limiti, un sistema imperniato sui principi del Mazzinianesimo e del Repubblicanesimo può rappresentare una valida risposta alle pressanti esigenze della società contemporanea.

Oggi, infatti, non è davvero neanche immaginabile un sistema economico che impedisca o limiti coattivamente la libertà di iniziativa privata.

Al tempo stesso, la società deve tendere - per dirla con Adriano Olivetti - ad un modello di impresa che "crede [...] nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell'arte, crede nei valori della cultura, crede, infine, che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese ancora ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell'uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto".

Valori spirituali, Arte, Cultura, Giustizia, Conciliazione tra capitale e lavoro, Fiamma divina che arde nell'uomo, Elevazione e Riscatto: se non sapessimo che il brano è tratto da un discorso di Adriano Olivetti ai lavoratori di Pozzuoli del 1955, potremmo pensare che si tratti di uno stralcio da uno scritto di Giuseppe Mazzini.

La Carta Costituzionale, in particolare con le sue disposizioni di cui al Titolo Terzo, rappresenta per l'Italia contemporanea un bussola ferma e affidabile, grazie anche al pensiero democratico e repubblicano dell'Apostolo genovese, che in essa vive e grazie ad essa continua ad ispirare nel nostro Paese il suo anelito inestinguibile di civiltà e di progresso.