FORO ROMANO

di Aldo Pirone

I LADRI DI PISA

"Berlusconi non è un pericolo per la democrazia, ma per l'economia". E' questo un concetto che Matteo Renzi va ripetendo da qualche tempo e che, ancora l'altro giorno, ha ribadito in un'intervista a "la Repubblica". Nella graduatoria delle pericolosità dopo l'ex cavaliere viene Salvini che mette a repentaglio la sicurezza. Prima di tutti, però, c'è Casaleggio pericoloso "per la democrazia", sempre che per il "Bomba" questa sia una priorità. Berlusconi prontamente ricambia e riconosce a Renzi il merito "di avere reciso i legami con gli ex comunisti", che, com'è noto, sono sempre stati il suo chiodo fisso, così ben conficcato nel parrucchino da appioppare anche ai grillini l'infamante nomea. Questi "rossi" sempre in agguato e pronti a espropriarlo della sua "roba" acquisita in una lunga carriera, privata e pubblica, ma sempre connotata, come sentenziarono i giudici che lo condannarono in via definitiva, di una "naturale capacità a delinquere".

Riconosciuto l'indiscutibile merito allo statista di Rignano, quello di Arcore gli suggerisce, poi, di cambiare il nome al PD con "socialdemocratico". Che, nella fattispecie, per il PD sarebbe una decisa ricollocazione a sinistra. Cosa che se avvenisse veramente, Berlusconi non esiterebbe a bollarlo, di nuovo, come "rosso" e "comunista". Basterebbe che da "socialdemocratico" il partito facesse, per esempio, un minimo di lotta contro l'evasione fiscale, per non parlare di più corpose politiche in favore dei diritti dei lavoratori e contro le diseguaglianze sociali.

Non c'è nulla di nuovo nei giudizi dell'uno sull'altro. C'è un antico, ovvio e naturale reciproco riconoscimento di valori e di obiettivi. C'è la promessa, implicita ed esplicita, che dopo il 4 marzo saranno ancora insieme per sedersi al medesimo tavolo già apparecchiato per un Nazareno bis. Sempre che i numeri nelle urne glielo permettano; se così non fosse, si accingono già ad acquistarli in Parlamento, tra le innumerevoli schiere di deputati nominati, pronti, da tutte le direzioni, ad appoggiare qualsiasi intesa pur di non tornare a separarsi dallo scranno appena conquistato. Berlusconi in questo mercato di compravendite, come ben sa il povero Prodi, è sempre stato un maestro. Solo per quest'opera di corruzione parlamentare il patron di Mediaset, l'intimo di Previti e Dell'Utri, l'ospite del mafioso Mangano, il facente parte della P2, dovrebbe essere considerato un pericolo per la democrazia. Renzi, e tanti altri maître a pensée con lui, non ama ricordarlo.

Tutti gli altri spunti polemici che Matteo e Silvio si scambiano, non privi per altro di una soffusa e gentile benevolenza, sono solo punture di spillo, ingrati obblighi da esperire per la solita cortina fumogena da spandere nell'aria per celare il più possibile i soliti intenti, le solite antiche e reciproche promesse.

I famosi ladri di Pisa, nel giochetto, erano indubbiamente più bravi.


L'IMBONITORE DI MAIO

Luigi Di Maio è sempre azzimato, sentendo bussare alla porta potresti vedertelo apparire sull'uscio, con borsa, cartella e cartellino identificativo sopra la giacca, pronto a venderti un qualche vantaggioso contratto di gas, luce, telefono, una qualche assicurazione oppure una marca di aspirapolvere.
Il candidato premier del M5s in questi ultimi giorni è stato impegnato a scremare le candidature grilline emerse dal voto in rete dei militanti pentastellati. Anche per lui dev'essere stata una faticaccia, sebbene "entusiasmante" come ha tenuto a farci sapere. Non essendo il Movimento un partito strutturato e di massa in grado di selezionare una classe dirigente attraverso meccanismi partecipativi fatti di riunioni e discussioni nelle varie istanze organizzative, si sono affidati ai clic di "parlamentarie" in rete. Dai clic, però, può uscire di tutto, com'è già successo precedentemente, e allora i "cinquestelle", questa volta, sentendosi più che mai in gara per acchiappare il governo del paese, si sono dotati di selezionatori finali. Di Maio, essendo stato eletto dai grillini come loro candidato premier, si suppone che abbia svolto un ruolo fondamentale in questa ripulitura delle liste.

Non è qui il caso di parlare, anche perché ne sono piene le cronache, di ciò che è successo negli altri partiti o raggruppamenti. Per farlo bisognerebbe aver ingurgitato prima appositi antiacidi contro i riflussi esofagei.
Perciò, per rimanere a Di Maio, è successo che nel collegio uninominale di Firenze a sfidare niente po' po' di meno che Renzi, i pentastellati abbiano designato un certo Nicola Cecchi, avvocato, figlio di Felice storico esponente della DC fiorentina, che fino a poco tempo fa inneggiava proprio al "bomba", spernacchiava il M5s e, addirittura, votava con infinito entusiasmo la famigerata riforma costituzionale renzusconiana-verdiniana. Era il 4 dicembre di 14 mesi fa. Ora, in un lasso di tempo così corto, cosa può aver fatto passare il Cecchi dallo smisurato amore per lo statista di Rignano al vituperio? Boh!

Certi passaggi radicali da un campo all'altro in coscienze di spessore abbisognano di riflessioni, macerazioni, stoiche autocritiche che si fanno in un tempo non breve. Invece il tempo ha continuato a scorrere e il Cecchi ha perseverato a idolatrare il "bomba" retwittandolo giulivo fino al 16 dicembre scorso. Contemporaneamente ha proseguito, per par condicio, a vituperare Di Maio retwittando perfino Vittorio Feltri il 18 dicembre: "Di Maio prima di entrare in politica nei 5 stelle non aveva mai lavorato. Ecco perché adesso ci insegna come trovare occupazione". Quindi la folgorazione è avvenuta, addirittura, in queste ultime settimane. Posto di fronte alla reazione indignata dei militanti pentastellati di Firenze, Di Maio si è difeso dicendo di Cecchi ha avuto "La tessera per pochi mesi, poi si è allontanato dal Pd. Chi ha il coraggio oggi di schierarsi contro quell'apparato di potere fiorentino dei renziani ha il mio supporto. M5s vuole dare un'opportunità anche a chi si è ricreduto dai vecchi partiti".

Ora può anche succedere di sbagliare, e un leader politico serio, se gli capita quest'accidente, si scusa, riconosce l'errore, cerca di mettervi riparo. Un venditore di aspirapolveri, invece, cerca di ammollarti l'attrezzo scadente e con la più grande faccia tosta - renzuschiana si potrebbe dire - tenta di imbonirti e di farti credere non solo che l'aspirapolvere è di grande qualità ma, già che c'è, che Cristo è morto di freddo. Il candidato premier pentastellato dovrebbe porsi la domanda se il "coraggio" di Cecchi non sia dovuto per caso, visto l'antico lignaggio democristiano della famiglia, al fatto che Renzi non l'ha esaudito in qualche aspettativa di potere, in qualche richiesta, in qualche favore.

Di Maio, invece, cerca di farci credere a conversioni più rapide di quelle di Saulo sulla via di Damasco, cianciando di aperture ai delusi del PD, a quelli che, avendolo visto da vicino, sanno di cosa si tratta, uscendone immunizzati: "Se li conosci li eviti", ha detto il grillino prendendo a prestito la frase dal Cecchi medesimo.

Lui, Di Maio, non è riuscito a evitarlo: il Cecchi, non il PD.

ROBERTA LOMBARDI INADATTA

Non c'è niente da fare, quando qualche esponente di primo piano dei grillini deve rispondere sul fascismo rivela le sue congenite ambiguità sul tema. Alessandro Di Battista, il più efficace tra i grillini nelle apparizioni politiche televisive, aveva già tentato di relegare la questione di fascismo e antifascismo a vecchie anticaglie, come le dispute fra Guelfi e Ghibellini. Salvo poi ritrovarsi con lo sparatore di Macerata, militante fascio-leghista a tutto tondo che, prendendo a pretesto l'orribile massacro di una giovane bianca da parte di tre nigeriani, non ha mandato al creatore, per puro caso, ma solo all'ospedale sei incolpevoli immigrati presi a revolverate in pieno centro cittadino. Sulla questione, il candidato premier grillino Di Maio ha saputo solo invocare, come reazione, il silenzio elettorale.

Domenica scorsa è stata la volta della candidata a governatrice della Regione Lazio Roberta Lombardi a esibirsi sul tema intervistata da Minoli nella sua trasmissione "Faccia a faccia". La signora pentastellata aveva già espresso le sue confuse conoscenze storiche appena eletta in Parlamento nel 2013 dicendo che l'ideologia fascista "prima che degenerasse, aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia". A quando si poteva datare questo inizio degenerativo la Lombardi, allora, non lo spiegò. Così come non spiegò l'origine socialista del movimento e poi del regime, a parte quella personale di Mussolini e di qualche altro epigono. Forse si riferiva a quell'amore così intenso per il "sol dell'avvenire" che portò le squadracce fasciste, appena nate, non ancora "degenerate" secondo Lombardi, e finanziate dagli agrari, a bruciare sistematicamente le case del popolo, le sedi delle leghe contadine, le sezioni dei socialisti, dei comunisti, dei cattolici popolari; a manganellare e uccidere, nella "più spietata guerra civile e antiproletaria" come la definì Gramsci, migliaia di militanti di sinistra e democratici. Un amore che, com'è noto, Mussolini volle poi suggellare con l'assassinio del deputato socialista Matteotti. Non chiarì neanche in che cosa consistesse "l'altissimo senso dello stato e della famiglia" del fascismo. Forse nelle fedi d'oro donate alla Patria dalle mogli italiane, molte delle quali ritrovate nelle tasche dei gerarchi fascisti in fuga al momento della Liberazione il 25 aprile del '45. Oppure nella sollecitazione a farle figliare per avere giovani soldati da mandare, poi, a morire in Russia, nei Balcani, in Africa, in Francia, nelle guerre di aggressione a fianco di Hitler che contraddistinsero la "dimensione nazionale di comunità" del regime mussoliniano.

A Minoli che la interrogava sul "fascismo che ha fatto anche cose buone", la cittadina Lombardi, il cui severo cipiglio la fa sembrare una sorta di frau Rottermeier pentastellata, ha risposto così: "In merito al fascismo c'è un principio della nostra Costituzione a cui aderisco completamente. Ma se penso all'Inps credo sia stata una conquista di civiltà, se penso alle leggi razziali penso a una delle pagine più buie della nostra storia". L'adesione al principio costituzionale appare molto ipocrita e di circostanza se poi si bilanciano le leggi razziali con l'Inps. A parte questo, la Lombardi non sa, sebbene ce ne sia documentazione nei libri di storia a cominciare da quelli delle medie, che la Previdenza sociale non fu una "conquista di civiltà" del fascismo, perché i primi passi della previdenza sociale in Italia cominciarono nel 1898 con l'istituzione della Cassa nazionale di previdenza per l'invalidità e la vecchiaia degli operai che allora era volontaria. Nel 1919, poi, la previdenza divenne obbligatoria con il nome di Cassa nazionale per le assicurazioni sociali che copriva 12 milioni di lavoratori. Il fascismo, nel '33, gli cambiò solo il nome in Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale. Anzi, utilizzò gli accantonamenti previdenziali per finanziare l'aggressione all'Etiopia nel '35-'36.

Le incertezze, per essere buoni, della Lombardi si spiegano con quanto da lei ricordato, cioè che la sua famiglia "votava per Almirante, era una figura di riferimento per i miei". Nella generale perdita di memoria storica, il fondatore e il più noto segretario del Msi passa oggi per un bravo signore in doppio petto, un padre della patria un po' nostalgico, ma attento e pensoso dei destini della Nazione, quasi un leader della destra risorgimentale. Non è proprio così. Fu un fascista a tutto tondo. Lui stesso, negli anni '70, quando cercò di assumere una veste di destra nazionale pronta per essere sdoganata, non volle mai fare autocritica e distaccarsi dalla sua provenienza: "Io il nome fascista ce l'ho scritto in fronte" amava dire, ammiccando ai camerati. Durante il ventennio approvò entusiasticamente le leggi razziali firmando il "Manifesto della razza" e facendo il segretario di redazione di "Difesa della razza" la rivista del regime dedicata a spiegare quanto fossero inferiori e pericolosi gli ebrei per la razza italiana. Aderì alla RSI di Mussolini che gli ebrei dichiarò "Nazione nemica" consegnandoli ai tedeschi per essere sterminati.

Come capo di gabinetto del ministro repubblichino per la cultura Mezzasoma, firmò nel '44 un manifesto affisso sui muri del grossetano che imponeva ai renitenti alla leva fascista e ai partigiani di quelle contrade di deporre le armi pena la morte: "Tutti coloro - intimava - che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena". Fu condannato nel dopoguerra come collaborazionista dei tedeschi, anche se con lui, come con tanti altri come lui, la Repubblica fu magnanima e pacificatrice, per cui non scontò alcuna pena. Nel dopoguerra, come capo del fascismo nostalgico, fu pervicacemente e sempre dalla parte di chi lavorava contro il progresso sociale e civile dell'Italia, sempre border line con i gruppi estremisti e violenti dell'area neofascista. Tuttavia anche lui s'integrò nell'attività parlamentare, obbligato, non per amore ma per forza, a esercitare le sue nostalgie sul terreno della democrazia repubblicana, ma sempre strizzando l'occhio a quelli, come il famigerato capo della X Mas Junio Valerio Borghese, pronti a complottare per abbatterla.

Evidentemente il clima familiare almirantiano ha influito non poco sulla formazione politica della pentastellata Lombardi, sulla sua ignoranza storica, sulla sua approssimazione politica. E questo la rende non credibile e inadatta a rinnovare la politica nazionale e locale, sebbene ce ne sia un grande bisogno.


MEMORIA BUCATA

Ieri su "la Repubblica" c'era un'intervista a Ronald Steven Lauder, 73 anni, filantropo e imprenditore americano, ma, soprattutto, Presidente del World Jewish Congress (massima associazione ebraica nel mondo). Lauder mette in guardia contro il pericolo di un risorgente antisemitismo "Attenti all'antisemitismo - dice - e all'estrema destra. Quello che sta succedendo in Est Europa, Austria, Francia e Germania con l'Afd, adesso potrebbe giungere in Italia. Le elezioni arrivano nel momento sbagliato, con la sinistra molto debole". Quindi, aggiunge: "Di certo, la destra e l'estrema destra crescono in tutto il vostro continente. C'è molta rabbia tra la gente per la crisi economica e i problemi degli ultimi anni, e oramai sempre di più la si sfoga verso i migranti e gli ebrei. I governi devono esporsi, denunciare questo clima, uscire da questa pericolosissima indifferenza. Ci vogliono nuove e severe leggi per arginare il problema e prevenirlo".

Poi però, sorprendentemente, si diffonde, rispondendo alle domande dell'intervistatore Antonello Guerrera, in un crescendo rossiniano di giudizi strapositivi su Trump e Nethanyau. La mossa di Trump su Gerusalemme capitale? "Molto positiva". Nethanyau è un falco? Quando mai! "E' uno dei politici più bravi, fa sempre il meglio per Israele e la sua sicurezza. Punto". Qual è la migliore qualità del Presidente statunitense?: "L'essere americano. Trump è un patriota vero. Crede che l'America sia la più grande responsabilità della sua vita". E la peggiore? "Crede così tanto nell'America che lo fa a scapito di altri Paesi. Ma è fatto così. Per lui l'economia è troppo squilibrata verso l'estero, vedi Cina e Messico. Mi pare che i dati economici gli diano ragione". Trump è stato spesso accusato di fomentare l'antisemitismo, constata Guerrera. Macché: "Lo conosco da cinquant'anni: Trump non è antisemita, neanche un pezzetto di lui. Le sue politiche sono molto positive verso gli ebrei e il suo staff ne è pieno, molto di più che con Obama. Che, al confronto, ha fatto molto di meno per gli ebrei". Qualcuno giudica Trump "mentalmente instabile". Risposta conclusiva di Lauder: "Magari fossero tutti pazzi come lui".

Sicuramente i giudizi del Presidente del World Jewish Congress sono assai influenzati non solo dall'antica amicizia con il tycoon a stelle e strisce ma anche dal fatto che egli stesso è un miliardario erede dell'omonimo impero dei cosmetici. La solidarietà di classe, spesso, prevale su tutto il resto. Ma questo resto è piuttosto preoccupante. Come fa, infatti, Lauder a non accorgersi che il miglior amico delle destre xenofobe, nazionaliste e sovraniste europee - gli Orban (Ungheria), i Le Pen (Francia), gli Strache (Austria), i Babis (Cechia), i Wilders (Olanda), i Salvini (Italia), i Kotleba (Slovacchia), Kaczynski (Polonia), DeWever (Belgio), Soini (Finlandia) e poi l'Afp in Germania, Alba dorata in Grecia ecc. - è innanzitutto il su amico Donald? Lauder vede la " rabbia tra la gente per la crisi economica" e il pericolo che venga sfogata "verso i migranti e gli ebrei", vede meno che è proprio la globalizzazione neoliberista ad averla causata. Capisce che la crisi, come un torrente in piena, sta riportando alla superficie quei detriti razzisti e antisemiti che giacevano sul fondo dell'acqua quando scorreva relativamente tranquilla. Ma come fa, Lauder, a non vedere che proprio il suo amico Trump è il punto di riferimento di questi detriti? Cinque giorni fa il Presidente americano a Davos ha invitato i leader degli altri Paesi a "proteggere gli interessi dei loro cittadini come lo facciamo noi". Quel "come facciamo noi" significa protezionismo, sovranismo, chiusura nazionalista verso gli immigrati, esterni e interni, integralismo religioso, xenofobia, cioè la miscela da cui uscirono le persecuzioni contro gli ebrei in Europa e che costituì il brodo di cultura dell'Olocausto.

Lauder lo dovrebbe sapere; la sua memoria non dovrebbe presentare buchi. E' preoccupante, innazitutto per gli ebrei, che egli, non sapendolo o avendolo dimenticato, occupi il posto di Presidente del World Jewish Congress.

LE "COSE BUONE" DEL FASCISMO, TENIA DEL REVISIONISMO

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, celebrando il "Giorno della memoria", ha approfittato dell'occasione per polemizzare apertamente con chi, soprattutto nel centro destra, ma non solo (anche fra il M5s ce ne sono), cerca di rivalutare il fascismo dicendo che, a parte le leggi razziali e la guerra, ha fatto anche "cose buone". L'intervento è stato salutare sotto tutti punti di vista, sia storico che politico. Ovviamente i suoi bersagli hanno preferito, vigliaccamente, subire e tacere. L'unico a ribadire la tesi subdolamente revisionistica è stato ovviamente Matteo Salvini, la cui conoscenza della storia è meno di zero. Tra le cose apprezzabili del fascismo, infatti, il leghista mette il "sistema delle pensioni o le paludi bonificate". Micragnosamente dimenticando i treni che arrivavano in orario. La questione delle pensioni è, come si dice oggi, una fake news. Il paffuto segretario della Lega non sa che i primi passi della previdenza sociale in Italia cominciarono nel 1898 con l'istituzione della Cassa nazionale di previdenza per l'invalidità e la vecchiaia degli operai che allora era volontaria. Nel 1919, poi, la previdenza divenne obbligatoria con il nome di Cassa nazionale per le assicurazioni sociali che copriva 12 milioni di lavoratori. Salvini, comunque, ci assicura che odia tutte le dittature. Compresa, evidentemente, anche quella della conoscenza sull'ignoranza.

Il tema del regime fascista che "ha fatto anche cose buone" non è recente. Ebbe corso fin dal dopoguerra. Di solito a sollevarlo erano quelle persone che, vergognandosi di dichiararsi apertamente fascisti - per lo più costoro, costretti dalle circostanze storiche, votavano DC in quanto diga contro i "rossi" socialcomunisti, pronti ad andare il "libera uscita" appena il partito dei cattolici si spostava troppo a sinistra - cercavano di aggirare il discredito ancora fortissimo tra gli italiani di cui il regime mussoliniano si era ricoperto, per le note vicende storiche, mettendo sul piatto della bilancia storica paludi bonificate, gite popolari con il dopolavoro, colonie per i figli della lupa, provvidenze per le madri prolifiche, i già ricordati treni in orario, ordine, disciplina ecc. Certo poi arrivava la condanna delle leggi razziali, anche se gli ebrei un po' se l'erano cercata, e la guerra, che però se si fosse vinta... A orecchie esercitate, bastava sentire il principio della litania per capire subito che sotto l'abito della persona così parlante si nascondeva un nostalgico. Naturalmente nel conto non erano mai menzionate le violenze antipopolari, gli assassinii, la morte di Matteotti, Gobetti, Don Minzoni, Gramsci, Amendola e di migliaia di antifascisti, l'abolizione dei partiti, del parlamento, dei liberi sindacati ecc., insomma delle libertà, di tutte le libertà, salvo quella di ossequiare il regime, di "credere, obbedire e combattere", perché, come diceva uno slogan dell'epoca, "Mussolini ha sempre ragione". Quelle violenze liberticide erano più che giustificate all'occhio e alla coscienza del nostalgico, perché, in fondo, avevano arginato i "rossi". Il legame tra quella violenza e ciò che venne dopo non balenava e non balugina oggi alla mente del criptofascista, mentre continuavano e continuano ad essere considerate dei meriti da parte dei fascisti veraci e senza criptiche coperture.

Con la seconda Repubblica e l'avvento di Berlusconi il leitmotiv revisionista delle "cose buone" è tornato in auge. Fu proprio il cavaliere a riproporlo, in un incontro con il Presidente americano Clinton nel 1994. L'anno dopo Roberto Benigni ne evidenziò l'intima falsità con la sua satira paradossale. "Ma dico, - recitò - se neanche di Mussolini si può parlar male, ma che deve fare uno perché si possa parlarne male? Deve stuprare le capre in via Frattina? Che deve fare? Dice 'ha fatto delle cose buone', certamente: anche Hitler o Stalin, un ponte, una strada l'avranno fatta! Anche il mostro di Firenze l'avrà detto 'buongiorno' a qualcuno qualche volta. Dire che Mussolini ha fatto delle cose buone è come se un idraulico venisse in casa nostra e ci facesse un impianto perfetto, ma nel frattempo: ci sventra il cane, ci stupra il nonno, ci uccide la madre... e noi giustamente ci incazziamo, ma lui ci risponde che ha fatto delle cose buone".

Non contento, l'ex cavaliere di Arcore tornò sopra la questione nel 2003 in un'intervista a "The Spectator". "Mussolini - sentenziò, non avendo orrore di se stesso - non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino". Poi, nel 2013, proprio nel "Giorno della memoria" per dire della delicatezza dell'uomo, pensò bene di dare un tocco giustificazionista anche alla questione dell'alleanza con i nazisti e delle leggi razziali: "l'Italia preferì essere alleata alla Germania di Hitler piuttosto che contrapporvisi" e "dentro questa alleanza ci fu l'imposizione della lotta contro gli ebrei". Naturalmente Berlusconi è uomo che si fa concavo e convesso in politica. Non esita a indossare qualsiasi divisa - Renzi gli mise addosso anche quella di padre costituente - fondamentalmente è un populista ma può farsi anche moderato, di "larghe intese", sempre pronto, però, in qualsiasi travestimento, a tacciare di comunismo anche persone a modo, liberali, rispettose dei princìpi del bene pubblico e comune e della prevalenza dell'interesse generale su quello "particulare". Il suo innanzitutto.. La stella polare dell'ex cavaliere, da sempre, è ciò che gli conviene, e, quindi, pur essendo nel suo intimo un afascista, non esitò, il 25 aprile 2009 in quel di Onna terremotata, a cingere il fazzoletto tricolore partigiano. Tutte le altre ricorrenze della Liberazione le passò, invece, sotto silenzio e nell'indifferenza.

Dimenticando, opportunisticamente, tale fibra morale, il Presidente del Consiglio Gentiloni idolatrato senza grandi ragioni dall'establishment, qualche giorno fa ha detto che non definirebbe "populista" il signore di Arcore che, proprio la sera prima, aveva, per l'appunto, populisticamente declamato: "I professionisti della politica mi fanno schifo". Per aggiunta non rammentando, il premier, tutto il resto di ciò che Berlusconi ha rappresentato di corrotto e corruttibile nel nostro Paese. Se proprio Gentiloni è alla ricerca di una definizione appropriata del personaggio, può sempre rifarsi a quella certificata dai giudici: "Naturale capacità a delinquere". E per favore, se vuole escludere un governo con tale soggetto, non usi il condizionale - "non sarei interessato" ha detto - ma l'indicativo futuro.

Per rispetto, se non di se stesso, almeno degli italiani.