Speciale Costituzione

DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

E DI ALTRO ANCORA

di Corrado Morgia


Disaffezione, astensionismo, allontanamento dalle istituzioni e dall'impegno civile; rigurgiti fascisti e perfino neonazisti; indirizzi e programmi sciovinisti e razzisti... segnano un trend, non solo italiano ma europeo, di profonda crisi della politica e della democrazia.

Anche se a distanza di qualche tempo dall'accaduto, vorrei sviluppare alcune riflessioni a partire da una delle ultime tornate elettorali ammnistrative, che ha visto quasi ovunque la sconfitta del PD, ma anche il mancato successo delle liste collocate alla sua sinistra, pur se in vario modo nominate, ma prima dell'effetto Grasso.

Ciò in vista delle prossime scadenze e in speciale modo nella prospettiva delle elezioni generali politiche.

Il punto sul quale intendo riflettere riguarda anzitutto la crisi della politica, vistosamente segnalata dall'elevatissima quota delle astensioni, ma anche dal palese disincanto con cui, persino quelli che si recano a votare, scelgono i loro rappresentati, eccezione fatta, forse, per qualche forma di fanatismo di destra, leghista o grillino, le cui esperienze di governo peraltro, vedi ad esempio il fallimento totale della giunta Raggi a Roma, sono semplicemente catastrofiche e ulteriori disastri preannunciano.

Il fenomeno dell'allontanamento dalla politica non riguarda soltanto il nostro paese, infatti mi sembra che tranne Corbyn nel Regno Unito o Sanders negli Usa, ben pochi siano i personaggi politici del cosiddetto mondo occidentale in grado di scaldare gli animi, tuttavia in Italia tale disaffezione mi pare vada assumendo aspetti patologici, per cui il discredito non riguarda solo le persone, ma anche le istituzioni, determinando una crisi oggettiva sia della partecipazione che della vita democratica in quanto tale.

In un simile contesto il 9% dei voti presi da Casa Pound a Ostia, cui si debbono sommare credo a buon diritto i voti della Meloni, ci deve allarmare non poco, specialmente se a questo aggiungiamo la marcia di migliaia di giovani fascisti, sempre a Roma, svoltasi nel quartiere Appio Tuscolano, nei primi di gennaio del corrente anno.

Stiamo parlando di liste e di manifestazioni di tipo esplicitamente fascistico, intrise di violenza, razzismo e xenofobia, variamente presenti sul territorio nazionale, sintonizzate con altre sigle, tipo appunto la Lega di Salvini, a loro volta radicate in diverse zone del nostro paese, e, con altri nomi, del resto d'Europa.

Ora a me pare che il qualunquismo astensionista, il malessere di quanti pur andando a votare manifestano scontento verso tutto e tutti, la diffusa critica nei confronti dei meccanismi che regolano il funzionamento, o, a volte, il cattivo funzionamento delle nostre istituzioni, ai vari livelli del governo e della amministrazione della cosa pubblica, insieme ai raduni sopra citati, non possono non rappresentare un vistoso campanello d'allarme, che molti osservatori si esercitano ad analizzare, senza tuttavia proporre, a mio parere, efficaci diagnosi e nemmeno vie d'uscita.

Naturalmente non ho la presunzione di possedere le chiavi dell'interpretazione più giusta di simili situazioni, e nemmeno gli strumenti per indicare le soluzioni più efficaci, vorrei soltanto proporre alcuni spunti per una discussione che non sia fine a sé stessa, ma che possa fornire qualche elemento di comprensione in più e quindi di interpretazione, sia pure relativa, dei problemi che abbiamo di fronte, per spingere ad una azione consapevole, volta modificare uno stato di cose preoccupante.

Si cita spesso, come origine dei mali, il fenomeno del populismo, concetto tanto vago quanto fumoso e poco significativo, io vorrei qui insistere invece sul dato dell'analfabetismo e/o infantilismo politico - istituzionale.

Da questo punto di vista il nostro paese sembra, almeno in parte, tornato all'anno zero, e a poco valgono per migliorare lo stato di fatto, le valanghe di chiacchiere vuote che scaturiscono dai cosiddetti talk show televisivi, dove la politica diventa spettacolo, spesso di infimo ordine, esibizione narcisistica, se non addirittura vaniloquio o propaganda di bassissimo livello.

In queste trasmissioni, dove molto sembra finto e preordinato, persino gli interventi che possono apparire più spontanei, la politica muore, il cittadino diventa al massimo spettatore - consumatore di spot pubblicitari, dove il prodotto può essere il detersivo, il partito o il candidato, a seconda dei casi; per questo l'elettore perde ogni forma di protagonismo consapevole, per assumere il ruolo passivo di cliente, ultimo anello della catena della società dello spettacolo e del marketing, in cui non conta più quello che si dice, ma, nella gara a chi la spara più grossa, vince il più prepotente o quello che sbraita e che promette di più, sempre senza nessun riferimento alla realtà, perché sono proprio i fatti ad essere oscurati, se non addirittura azzerati.

Purtroppo si avvera una delle più pessimistiche e cupe previsioni nietzschiane, per cui conterebbero solo le interpretazioni e non i dati concreti e materiali, che pure esistono, anche se non parlano mai da soli, ma che in questo contesto vengono addirittura espunti, oppure ridotti a fantasmi, ombre, apparenze.

L'analfabetismo politico, che parte ovviamente dall'alto, colpisce poi soprattutto determinate categorie di persone, i giovani, specialmente, e tra questi coloro che appartengono ai ceti meno abbienti e più svantaggiati.

Naturalmente qui il discorso si fa assai complesso, ma, in estrema sintesi, mi pare si possa affermare che la crisi delle tradizionali agenzie formative, la famiglia, la chiesa, la scuola, i partiti, insieme alla mancanza di lavoro e di prospettive, al degrado e all'abbandono di grandi quartieri delle nostre città, dove spesso oltre al campetto parrocchiale, c'è soltanto il bar o la sede di una delle tante sigle di estrema destra, stia producendo intere generazioni senza cultura, o con una cultura d'accatto, fondata su slogan e metafore di tipo calcistico, sull'onnipotenza e pervasività della rete e su una ricerca identitaria elementare, che frequentemente sfocia nel recupero di atteggiamenti appunto di tipo fascistico, intrisi di spirito nazionalistico, aggressivo e intollerante.

Naturalmente si tratta spesso di un fascismo più immaginato che effettivamente conosciuto, spesso infatti si ignorano le catastrofi del regime, gli orrori della guerra e dei campi di concentramento, le condizioni disperate in cui l'Italia fu gettata dal '43 al '45, le fatiche della ricostruzione; un fascismo vagheggiato, figlio appunto di una subcultura condizionata dalla più completa ignoranza della storia e delle sue vicende, ma il cui diffondersi è anche favorito dall'assenza di efficaci antidoti, a cominciare da quelli, sottolineo, di tipo politico, sociale e culturale.

Per quanto riguarda le carenze nell'azione dei partiti, specialmente nel caso in cui si richiamino, o dicano di richiamarsi, a una tradizione di sinistra, la questione potrebbe essere posta nei seguenti termini.

Dopo lo scioglimento dei grandi partiti di massa, e in particolare del Pci, ma anche della DC, una certa eredità del passato ha continuato ad operare positivamente, almeno per alcuni anni, oggi tuttavia si può affermare che questo lascito sia stato completamente consumato. Infatti la sciocchezza che qualcuno seguita a ripetere sulla continuità Pci, PdS, DS, PD è ormai palesemente insostenibile, anche a livello propagandistico, perché è sufficiente osservare, anche distrattamente, il modo di essere attuale del Partito Democratico, per capire che nulla è sopravvissuto di antiche culture, senza che queste siano state adeguatamente sostituite, infatti impazzano solamente frasi fatte e slogan, spesso vuoti e a volte privi di senso, come per esempio l'autodefinizione di partito riformista, aggettivo che non significa più niente, perché il termine riforma, quando viene usato da tutti per gli scopi più diversi, finisce ormai con il perdere, di per sé, ogni connotato effettivo e positivo.

Il PD è un miscuglio non amalgamato di gruppi dirigenti, che forse sarebbe meglio definire di potere, privi di memoria storica, con una cultura politica superficiale e improvvisata, senza radicamento sociale organizzato e basta vedere, tra l'altro, a questo proposito, il clamoroso calo degli iscritti anche nelle vecchie regioni rosse; incerto financo nell'identificare i propri punti di riferimento sociale, dato che non rappresenta più il mondo del lavoro, perde i voti nelle zone popolari mentre addirittura vince, a Roma, nelle zone dell'alta borghesia come i Parioli.

Il Pd sembra essere sempre di più il partito di un uomo solo allo sbando, come ha scritto sul Manifesto Norma Rangeri: un uomo, Matteo Renzi, circondato ancora da pochi fedelissimi, sempre più incapaci di elaborare un programma credibile, un pensiero, una visione del mondo.

Anche l'operazione tentata da Veltroni, e sostenuta da potenti giornali, di costruire una sorta di partito Radicale, e/o partito d'Azione di massa, magari con l'ausilio di Emma Bonino, sembra essere fallita, perché non alimentata e sorretta da una adeguata analisi della nostra società e da una altrettanto appropriata elaborazione ideale. Questo partito tuttavia, pur senza essere mai cresciuto come tale, un risultato lo ha raggiunto, incapace di elaborare nuova cultura politica, ha distrutto quelle che gli hanno dato vita, la cristiano democratica o cristiano sociale e quella di ispirazione socialista e comunista democratica, le culture che hanno animato la lotta di liberazione dal nazifascismo, hanno fondato la repubblica e hanno scritto la costituzione, non senza il contributo, importante, ma minoritario, va ricordato delle forze laiche.

L'assenza di un retroterra storico - culturale ha condizionato tutto il resto e a nulla è valso il tentativo di mascherare tale vuoto con la cosiddetta democrazia delle primarie, malamente importata da altre latitudini, ma totalmente insufficiente a sostituire quello che c'era prima.

Aver azzerato tutta una esperienza storica, aver cercato di modificare in senso negativo la costituzione, avere in sostanza reciso le proprie radici, è stata una scelta nefasta per il paese e non solo per il partito, non perché bisognasse rimanere staticamente ancorati a quel passato, ma perché il passato potesse diventare parte del presente, rivisitato in modo critico, ma non cancellato, come se ci si dovesse vergognare di Togliatti e del Pci in generale, e non si dovesse, viceversa, cercare in quella vicenda, indubbiamente anche contraddittoria, ma a volte esaltante, intuizioni, suggerimenti e spunti ancora validi e fecondi.

Ciò è tanto più grave se si pensa anche alla presenza in Italia di altri movimenti di ispirazione quanto meno poco chiara e oscillante, i 5 Stelle, il cui ispiratore, Grillo, recentemente dichiarato che l'antifascismo non è fatto suo; Forza Italia, il cui fondatore, Berlusconi, continua a sostenere che in fondo Mussolini non era poi così male, oltre alla Lega salviniana cui abbiamo già accennato.

I risultati di tutto questo si vedono, la crisi della politica è dirompente e se il paese mostra di avere ancora notevoli risorse intellettuali, morali e persino economiche, sollecitate pure, almeno parzialmente, da una azione di governo, parlo del Gentiloni dell'ultimo anno, meno spericolata e avventurosa di quella della prima parte della legislatura, ciò si deve anche al fatto che nel PD, malgrado tutto non è stato possibile soffocare completamente il dibattito e una contrapposizione interna, tormentata, ma in qualche modo ancora presente, pur in presenza della scissione, e anche perché, per fortuna, nell'elettorato di quel partito vibrano tuttora sentimenti di posizioni di sinistra che nonostante tutto continuano ad esistere.

Contrariamente a quello che alcuni sostengono, infatti, destra e sinistra non sono categorie del Novecento, destinate quindi a scomparire con la fine del ventesimo secolo, permane una vivace dialettica tra le classi, c'è un mondo del lavoro che ancora si fa sentire, pur tra mille difficoltà e con enormi problemi di rappresentanza, esiste pure una gioventù che riflette, cerca strade nuove e non rinuncia ai valori della democrazia, della tolleranza, dell'accoglienza, del progresso, della pace; c'è una ripresa, grazie all'azione di papa Francesco del cattolicesimo democratico e aperto al nuovo.

E poi non va mai dimenticato che in una società di tipo capitalistico, dove si produce quindi plusvalore, permane sempre una lotta tra le classi per la sua spartizione, pertanto è la spinta oggettiva delle cose a produrre determinati effetti, come la ripresa di certe lotte, anzitutto per la più equa redistribuzione del reddito e per il lavoro, continua a dimostrare.

Il problema è ora quello di ricostruire un pensiero critico e una corrispondente forza organizzata in grado di ripresentare nel paese una credibile forza di sinistra, per restituire alla politica quello che le dovrebbe essere proprio, la dignità di una attività umana tra le più alte, quando è compiuta non solo per raggiungere traguardi personali, pur legittimi, quando solo legittimamente perseguiti, ma per realizzare obiettivi, programmi, progetti che pongano l'uomo la sua valorizzazione e il suo sviluppo onnilaterale, al centro di ogni iniziativa.

La preannunciata presentazione della lista Liberi e Uguali, con la presenza di personalità come quelle di Grasso e di Boldrini, può essere un forte elemento di rilancio della sinistra in Italia, pure in una fase così difficile. Si tratta però di un punto di partenza, importante, cui bisogna però dar seguito con altre proposte.

Occorre ricucire un rapporto con il mondo del lavoro e anzitutto con la Cgil, spezzato dalla improvvida scelta sull'articolo 18; va rifondata una presenza sul territorio, cercando ovviamente anche formule organizzative nuove; va costruito un programma con il contributo di realtà associative, di singoli, di specialisti, di intellettuali, ascoltando soprattutto le ragioni di quanti, giovani, donne, lavoratori, pensionati, hanno bisogno di una svolta.

Occorre anzitutto il superamento dei dogmi neoliberisti che tanti guai hanno prodotto, occorre la liberazione di risorse per l'occupazione, per la scuola, per l'università, per la ricerca, per pensioni dignitose, occorre lottare per una Unione Europea non arcigna guardiana dei conti, ma suscitatrice di energie e di possibilità nuove.

Sono tutti compiti non facili ai quali non si può nemmeno cominciare ad assolvere senza una visione ideale di grande respiro, senza una consapevolezza culturale, senza l'dea di poter avviare una nuova fase del progresso, ma anche dello sviluppo del paese, nel rispetto assoluto delle compatibilità ambientali. In questo quadro l'abolizione delle tasse universitarie, proposta da Grasso, può essere un mezzo assai efficace per aprire di nuovo le porte dell'istruzione superiore ai giovani provenienti dai settori svantaggiati e più colpiti dalla crisi di questi anni. A ciò naturalmente, mi permetto di aggiungere, andrebbe associato un ripensamento di tutta l'organizzazione della cultura e dell'istruzione nel nostro paese, a cominciare dall'abolizione del numero chiuso, dalla cancellazione di molte delle norme della renziana "buona scuola", aumentando gli investimenti in questi campi e promuovendo seriamente l'accesso permanente alla cultura, la musica, il cinema il teatro, ma anche il libro e la lettura, strumenti tuttora insostituibili, nonostante l'importanza di internet, per la maturazione e la crescita intellettuale, non dimenticando mai che per quanto riguarda i consumi culturali siamo in Europa sempre tra gli ultimi o i penultimi, prima o dopo la Romania e la Grecia e non basta certo, a questo proposito, l'aumento dei visitatori dei musei, anche se si tratta di dati da non sottovalutare.

Quella che occorre è una nuova, grande riforma intellettuale e morale, che ponga l'obiettivo del rinnovamento e soprattutto della democratizzazione della cultura al centro di una aggiornata azione di governo e di tutte le pubbliche amministrazioni.

L'Italia vanta grandi tradizioni e anche grandi istituzioni, le une e le altre devono essere ripensate e poste al servizio di un nuovo, ambizioso, progetto di aggiornamento e di cambiamento, di cui tutti possano essere protagonisti e destinatari e in special modo quanti finora sono stati esclusi, quali che ne siano state le motivazioni.

Occorre rimettere in moto la storia insomma, con le stesse ambizioni dei nostri padri costituenti, recuperando di quegli anni non solo lo spirito, ma anche la lettera della costituzione repubblicana, che non è un oggetto da museo, ma un insieme di norme e di indicazioni programmatiche tuttora valide e insostituibili.

Questo obiettivo naturalmente non è raggiungibile se non sbarrando la strada alle destre anzitutto, non solo ai rigurgiti neofascisti, ma anche al risorgente berlusconismo, sistema e metodo di governo che abbiamo già sperimentato e che ha paralizzato il nostro paese per anni, producendo una regressione e un imbarbarimento in tutti i campi e danni incalcolabili alla nostra economia.

Ma anche l'esperienza dei pentastellati non si può certamente definire esaltante, viceversa, se si guarda, come ho già sottolineato al comune di Roma, non si può che dare un giudizio assolutamente negativo. Mi sembra quindi che si debbano premiare quelle forze e quei candidati che vogliono applicare la costituzione e non stravolgerla, che, senza chiudersi in sterili settarismi, fanno proposte serie e realizzabili per applicarla, cercando a questo scopo anche le opportune convergenze.

La carta mantiene infatti una vitalità straordinaria, per chi la conosce e la studia, e continua a rappresentare un punto di riferimento insostituibile per ogni programma di rinnovamento del nostro paese.

Mi limito qui a ricordare i principi fondamentali; i primi dodici articoli, e, tra questi, tutti ugualmente importanti, l'articolo uno: l'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro; l'articolo due, il riconoscimento dei diritti inviolabili dell'uomo, inteso ovviamente nel senso di umanità nel suo complesso e ancora, il terzo, quello che ricordava spesso il compianto Tullio De Mauro, di cui ricordiamo l'anniversario della scomparsa proprio in questi giorni: è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese. Ma non voglio dimenticare nemmeno l'articolo nove: la repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione.

In questo 2018, anno in cui cade l'anniversario della entrata in vigore della costituzione, più che mai la nostra carta fondamentale dovrebbe essere ricordata e celebrata, ma anche meditata, specialmente nelle scuole di ogni ordine e grado e pure nei posti di lavoro, dove troppo spesso viene disapplicata e a volte persino calpestata.

Dobbiamo far conoscere a quanti li ignorano, per età o per condizione, i principi di libertà sui quali si fonda il nostro vivere associato, il sangue e le lotte che sono state necessarie per una simile conquista, la storia nella quale quei principi si incardinano, i punti che ancora reclamano di essere realizzati, le modalità per far vivere ciò che a volte viene appunto dimenticato o trascurato, in primo luogo l'impianto democratico e antifascista, senza trascurare anche l'indubbia esigenza di introdurre, nella seconda parte, qualche modifica, ma non prima di aver avviato una seria e amplissima discussione sul testo che c'è.

Credo infatti che il testo costituzionale dovrebbe essere distribuito in milioni di copie per ricostruire quel patto di cittadinanza che è stato in certi casi addirittura stracciato, per ricordare, come è giusto, non solo i diritti, ma anche i doveri, per esempio quello di pagare le tasse secondo le proprie capacità di reddito e soprattutto perché certe conquiste non sono mai raggiunte una volta per tutte, ma vanno sempre ribadite, fatte proprie dalle nuove generazioni, trasmesse come patrimonio insostituibile della nostra civiltà e della nostra pacifica convivenza.

La scuola dovrebbe essere il centro di questa iniziativa, con una azione permanente e non occasionale, come pure è l'anniversario che celebriamo.

Bisognerebbe ripristinare allora l'insegnamento curricolare, reintrodotto cioè a pieno titolo di quella che una volta si chiamava Educazione Civica, e che si può rinominare Educazione alla Cittadinanza o in altro modo analogo, soprattutto bisogna restituire alla scuola ciò che le è proprio, tornare ad essere luogo di formazione di coscienze libere e critiche, sede di produzione e acquisizione di cultura, del patrimonio di pensiero, di scoperte, di conoscenze che ci è stato lasciato in eredità dal passato e di costruzione di un sapere nuovo, all'altezza dei problemi emergenti.

La scuola non può essere soltanto mezzo di avviamento professionale, la scuola deve assolvere al ruolo di grande e insostituibile palestra di formazione, di educazione e di istruzione, solo così essa è veramente una "buona scuola" e proprio per questo la costituzione repubblicana, almeno nella sua prima parte, ne dovrebbe rappresentare il principio educativo fondante, l'asse intorno al quale far ruotare l'insieme delle discipline e contestualmente la bussala per indicare le finalità da raggiungere, anzitutto la costruzione del cittadino cosciente di sé e del mondo in cui vive e si trova ad operare.

L'occasione della prossima tornata elettorale dovrebbe essere sfruttata quindi per riaffermare da parte di tutti, partiti, candidati e forze sociali, la fedeltà al patto che ci unisce e che, pur tra tanti limiti, ha reso possibile la crescita e la maturazione del nostro paese, lasciando aperta la strada ad un'altra fase di avanzamento della nostra civiltà, carica di storia e di testimonianze, accrescimento possibile soltanto se conserviamo vivi e operanti, rinnovandone e attualizzandone il significato, i valori e principi di uguaglianza, libertà e solidarietà.