Speciale Costituzione

70° DELLA COSTITUZIONE. SETTANTA ANNI DI LOTTE PER DIFENDERLA ED ATTUARLA

di Mario Quattrucci

Dal giorno successivo alla sua entrata in vigore la Costituzione Repubblicana, nata dalla Resistenza e frutto di un "incontro progressivamente raggiunto alla Costituente fra partiti portatori di ideologie che inizialmente potevano apparire incompatibili", ma convergenti su un impianto fortemente progressista, fu oggetto di innumerevoli tentativi, anche eversivi, di cambiarla (la parola più usata fu ed è "riformarla"), di sovvertirla.

Ma la Carta Costituzionale è ancora qui, su di essa debbono ancora giurare tutti i rappresentanti delle Istituzioni e tutti i pubblici dipendenti, e può essere ancora portata fisicamente e idealmente in giro per l'Italia, per avvicinarla agli italiani in modo da rafforzare il loro senso di appartenenza alla Repubblica.

L'ultimo tentativo di iniziare a sovvertirla, quello del referendum del 4 dicembre 2016, è stato respinto. Per dirla con uno dei Padri Fondatori, Piero Calamandrei, " la Resistenza ha resistito".

Non così nei fatti. Non così nella vita reale di questi 70 anni di storia. In molti modi, anche apertamente eversivi, ma più spesso bianchi, effettuali, pragmatici, si è voluto obliterarla, metterla in mora, violarla: in definitiva negarla in concreto nei suoi contenuti più avanzati, quelli che noi chiamammo di "democrazia progressiva", quelli relativi ai dettami sociali e ai diritti.

In 70 anni di lotte vi furono anche conquiste grandi, rivendicazioni e affermazioni sociali civili umani di genere. Ma, specialmente negli ultimi cinque lustri, quelle conquiste sono state in gran parte ridotte e talvolta vanificate e, soprattutto attraverso la "non attuazione", nei fatti, nella prassi di governo, nelle concrete relazioni politiche e sociali, nei suoi contenuti più avanzati la Costituzione è stata violata.

Nel rovesciamento delle prospettive uscite dalla seconda guerra mondiale, e nel contesto internazionale che viene detto "di globalizzazione economica" − e culturale, e ideologica (pensiero unico) − dalle democrazie degli Stati si tornò al liberismo, anzi ad un liberismo assoluto selvaggio ed antisociale.

Ai trenta gloriosi, scrive Gianni Ferrara, "sono succeduti altri trent'anni, ma catastrofici e non solo per i diritti sociali. Insieme alla loro compressione si è andata determinando una gravissima degradazione del sistema politico, una forma falsata e travisante della democrazia. Quella che corrisponde al 'mercato dei voti' corollario immediato della teoria delle 'scelte − cosiddette − pubbliche' di Buchanan, per il quale la vittoria alle elezioni spetta e deve spettare a chi controlla i media e ha la disponibilità delle maggiori somme di denaro. Teoria che rovescia il rapporto tra Stato e mercato attribuendo al mercato la propria regolazione e tutto ciò che ne può seguire. Teoria e prassi che rende le grandi Corporations i maggiori investitori del processo politico la cui spesa (ad esempio)negli USA ammonta al decuplo dei singoli individui, sindacati, ONG. Investitori che finanziano entrambi gli schieramenti in modo da garantirsi chiunque vinca la competizione elettorale. Ne derivano due immediate ed indefettibili conseguenze: la somiglianza dei programmi dei due schieramenti; l'inutilità del voto. Il che è come dire: annientamento delle conquiste del costituzionalismo, mistificazione dell'elezione, falsificazione della rappresentanza, catastrofe della democrazia... Il contagio ha già raggiunto l'Italia."

"Dai primi anni Novanta, poi, sono state introdotte riforme di primario rilievo come per le leggi eletorali e per il cosiddetto federalismo. La ricerca di governabilità ed efficienza decisionale ad ogni costo (peraltro del tutto ipotetica), anche a danno della rappresentanza, della responsabilità politica e della partecipazione democratica (siamo ormai giunti al punto in cui l'astensionismo tocca il 50%), ha prodotto in realtà crescente instabilità, malgoverno, corruzione, inefficienza. Viviamo in un Paese più diviso, più ineguale, dove l'area della povertà cresce e la coesione sociale è a rischio.".

La Costituzione, così − difesa e salvata nella lettera − è stata negletta, svuotata,negata, stravolta nella prassi. Un'altra costituzione materiale − diversa e lontana da quella definita da Costantino Mortati − si è affermata. E la "libertà dei moderni", giunta al postmoderno, la libertà nel cui nome Berlusconi e i suoi epigoni (Renzi incluso) hanno promosso e realizzato l'attuazione nei fatti del piano di rinascita della P2 [vedi in altra parte della rivista] è in realtà il dominio del pensiero unico tatcheriano reaganiano e, in forma quasi oscena, berlusconiano: il liberismo assoluto; l'individuo e il suo edonismo (Tatcher: La società non esiste, esiste solo l'individuo e la famiglia); la libertà come liberazione dai doveri; la libertà come licenza di dominare gli altri e il mondo. Una nuova forma, insomma, − senza prigioni e lager, senza colonnelli (speriamo) − di assolutismo, costituito attraverso il dominio dei media, e sorretto dal consenso della "minoranza assoluta", cioè dalla maggioranza relativa della minoranza del popolo. Sovrano ormai definitivamente "senza scettro".

Ecco, dunque i compiti aggravati che la situazione di "rivoluzione passiva e di guerra di posizione che stiamo vivendo", impone a noi tutti: costituzionalisti, intellettuali e popolo di questo disastrato Paese. I compiti − sempre con Gianni Ferrara − "di attiva partecipazione alla lotta per il diritto, il diritto che professiamo, quello costituzionale. Più in generale e più specificamente è la difesa del valore e dell'essenza del costituzionalismo. Perché è un patrimonio di civiltà, giuridica, politica, sociale. Va salvaguardato e difeso nella sua integrità. Quella accumulata col grado di sviluppo raggiunto con le Costituzioni del secondo dopoguerra e coincidente con l'attacco sferratogli dalle forze, dagli interessi, classi, culture, miranti a disconoscere bisogni e progetti di vita, a comprimere e svuotare diritti, a manipolare procedure, a emarginare istituzioni, a concentrare, incrementare, ed immunizzare poteri di vertice [in Italia peraltro fortemente inquinati e compenetrati dalla criminalità, n.d.r.], a trasformare la democrazia in monocrazia, a fare del mercato capitalistico, della sua logica, del suo dominio il principio supremo dell'ordine giuridico."[1]


[1] Gianni Ferrara, La Costituzione violata. (La scuola di Pitagora editrice) e La crisi della Costituzione agli inizi del XXI Secolo (Aracne).