PER LA CRITICA

Una retrospettiva, al Museo di Roma in Trastevere,

sulla misteriosa Maier

VIVIAN MAIER,

“UNA FOTOGRAFA RITROVATA”

di Carla Guidi

Nel 2007 John Maloof, all'epoca agente immobiliare, volendo fare una ricerca sulla città di Chicago, comprò ad un'asta il contenuto di un box, zeppo degli oggetti più disparati, espropriati per legge ad una donna che aveva smesso di pagarne il canone di affitto. Tra varie cianfrusaglie accumulate, reperì alcune casse contenenti centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Ne stampò alcune e ne rimase affascinato. Facendo delle indagini sulla donna che aveva scattato quelle fotografie (circa un rullino al giorno, ogni giorno della settimana, ogni settimana dell'anno per circa 50 anni) venne a sapere che Vivian Maier aveva lavorato per tutta la vita come bambinaia.

Così scrive infatti Maloof nel libro Vivian Maier. Fotografa, (Contrasto, 2015) - Nel 2007, mentre lavoravo a un libro sulla storia degli abitanti di Portage Park, una comunità nel Nordest di Chicago, mi sono imbattuto casualmente nell'archivio fotografico di Vivian Maier. La serie di eventi scatenata da questa scoperta ha scombussolato non solo il mondo della street photography ma anche la mia vita. Ciò che è cominciato come una sfida personale ha ben presto suscitato l'interesse del pubblico e mi ha portato negli ultimi tre anni a dedicarmi all'archiviazione e alla conservazione dell'ampia opera della Maier, rimasta sconosciuta per più di mezzo secolo. Vivian Maier era profondamente interessata a tutto ciò che la circondava. Scopre la passione per la fotografia intorno al 1950 e continua a fotografare fino alla fine degli anni Novanta, lasciando un corpus d'immagini che comprende più di centomila negativi.

Oltre agli scatti realizza anche alcuni filmati amatoriali e registrazioni audio. Fra i suoi soggetti preferiti ci sono persone anziane appartenenti alla comunità polacca di Chicago, vecchie signore in abiti vistosi e il mondo urbano della comunità afroamericana. Si dedica anche a riprendere episodi tipici della società americana, come la demolizione di vecchi edifici che lasciano il posto a nuove costruzioni, le vite sconosciute dei poveri e degli oppressi e alcuni dei luoghi più caratteristici di Chicago ... -


Vivian Maier

Si può vedere una piccola ma significativa parte di questo archivio al Museo di Roma in Trastevere, fino al 18 giugno 2017, in una Mostra curata da Anne Morin e Alessandra Mauro, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, prodotta da diChroma Photography, realizzata da Fondazione FORMA per la Fotografia, in collaborazione con Zètema Progetto Cultura. In mostra 120 fotografie in bianco e nero realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta, insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta, oltre ad alcuni filmati in super 8 che mostrano come Vivian Maier si avvicinasse ai suoi soggetti.

Partendo dalla sua biografia si apprende che Vivian Dorothea Maier era nata il primo febbraio 1926 a New York, nel Bronx, figlia di Maria Jaussaud nata in Francia, e del marito Charles Maier, di origine austriaca. I genitori presto si separarono e la figlia venne affidata alla madre che si trasferì in Francia, nel paese natale di Saint-Bonnet-en-Champsaur nelle Alpi Francesi, permanenza intervallata da vari viaggi da e per gli Stati Uniti. Vivian venne poi a contatto con la famosa fotografa americana Jeanne Bertrand, amica di famiglia, che senza dubbio deve averle dato le prime sommarie nozioni di tecnica fotografica. Quando, nel 1938, tornarono stabilmente a New York, Vivian inizierà la sua vita di lavoratrice, cominciando con uno "sweatshop", così si chiamavano i lavori faticosi per una paga da fame. Nel 1956 si spostò a Chicago e cambiò occupazione, decidendo che per lei era più idoneo fare la "tata" per famiglie abbienti. Il primo impiego fu presso una famiglia a Southampton, nello stato di New York, poi nel 1956, si trasferì a Chicago per lavorare con la famiglia Gensburg ... Infine in tarda età, si ritrovò in gravi ristrettezze economiche e, ricoverata per un banale incidente, morì poco dopo.

L'ipotesi più diffusa è che Vivian abbia scelto il lavoro di Bambinaia per dedicarsi con più tempo alla sua vera, unica passione, la fotografia. L'occupazione di dedicarsi ai bambini sarà svolta accuratamente, nonostante, sembra, alcune sue trasgressioni, come quelle di portarseli in luoghi poco consigliabili a persone sensibili, per scattare fotografie di crudo realismo. I bambini, poi cresciuti, hanno lasciato testimonianze discordanti su di lei, identificandola alcuni come una magica Mary Poppins in avventure straordinarie, oppure come la responsabile di terrorizzanti escursioni da dimenticare. C'è da dire che Vivian non si sposò infatti e non ebbe alcuna relazione sentimentale, né amicizie sembra, forse gli unici contatti che tollerava erano quelli con i bambini, che spesso ha ritratto nelle sue foto. Aveva anche l'abitudine di fare interviste alle persone per strada con un registratore portatile, chiedendo agli sconosciuti il loro parere sui problemi del giorno, identificandosi spesso come socialista, femminista ed anticlericale, con l'accortezza però di non dare mai il proprio nome e cognome a chi glielo chiedeva, ma un nome fittizio, definendosi a volte, con chi non la conosceva, come "una specie di spia".

A parere degli psicologi soffriva di disposofobia, disturbo da accumulo seriale o compulsivo, anche se mai portato a livelli così estremi da impedirle di vivere ed essere soprattutto un'artista geniale. Vivian Maier accumulava infatti, in scatole e scatoloni nella sua stanza e poi in box affittati, oltre ai suoi dispositivi e pellicole, i filmini girati con la sua macchina da presa amatoriale, ma anche tutto ciò che voleva conservare, abiti, cappelli, scarpe, le registrazioni delle interviste, manifesti elettorali, lettere, ricevute e scontrini a migliaia, soprattutto pacchi enormi di giornali, quotidiani, infine cartelle con i ritagli degli articoli che riportavano fatti di cronaca, tanto che anche nelle sue foto compaiono spesso giornali abbandonati, o esposti nelle edicole. Questa serialità è anche l'essenza stessa della sua ossessione del fotografare, ma con quanta sensibilità ed emozione! Rappresentando infine un modo di essere al mondo ed al tempo stesso, esprimere la sua passione, nel senso pieno di empatia con l'intera umanità, all'interno di un modo nuovo di fare cronaca di un'epoca in trasformazione di cui lei si sentiva testimone privilegiata.

Nella sua infanzia solitaria, in una famiglia dove il padre era assente, l'aver potuto osservare l'opera di Jeanne Bertrand, fotografa e scultrice, ci fa credere che questo le abbia dato lo spunto per intraprendere la strada più adatta ad esprimere se stessa e la sua sensibilità di osservatrice, non riuscendo (o non volendo) superare nella vita, la distanza che la separava dagli altri. Questa è l'essenza stessa dell'Arte, creare un linguaggio alla giusta distanza dagli eventi, ma anche una forma di autoterapia che si fa meta-linguaggio per comunicare ad un livello di simbolizzazione più elevato. Peccato che non sia riuscita a compiere l'ultimo passo, quello di mostrare la sua opera al Mondo, rischiando così di perdersi del tutto nell'anonimato, in quel tessuto mimetico dove amava nascondersi, criptando il suo vero nome e la sua passione, ma trascinandosi comunque dietro un bagaglio sempre più voluminoso che conteneva la sua vera identità, la cifra della sua umanità più profonda ... Tutto questo finché ha potuto farlo, prima di mollare la presa e abbandonare alla corrente del tempo il suo "tesoro" ... il contenitore dell'infinita ripetizione; non dell'identico, ma di infinite risposte ad un'unica domanda: chi sono io?

A questo dramma incompiuto, fortunatamente ha risposto John Maloof con il suo amore e la sua dedizione, rimasto letteralmente affascinato da quelle immagini equilibrate e suggestive, ma dense di una materia indefinibile, come la materia dei sogni. Personalmente mi sono trovata a pensare al capolavoro di Antonioni, "Blow-Up", ma un po' come un rapporto inversamente proporzionale, come la profondità sta allo slittamento, la metafora alla metonimia, dove l'effetto lente di ingrandimento si avvicina al Reale quel tanto che basta a renderla per sempre sfuggente, così la ricerca di una sottrazione d'identità, di affettività, lascia i suoi indizi ovunque, prima di scomparire nuovamente in un eccesso, in una folla di significanti.

Poiché oggi non si nega un'etichetta a nessuno, anche l'orgogliosa Vivian Maier ha trovato una definizione critica come Street Photographer, ma la sua opera va ben oltre la cronaca. Potenti sono le sue foto panoramiche o delle strutture in demolizione, dove la profondità e la prospettiva all'immagine sono perfettamente bilanciate nella suddivisione delle masse chiare e scure, quasi un quadro astratto di un grande maestro. Però sono soprattutto i suoi enigmatici autoritratti che inquietano, contemplando tutte le possibili varianti di un'immagine riflessa sopra specchi di ogni dimensioni o superfici specchianti e/o trasparenti, vetrine di negozi, coprimozzi di ruote d'automobile, vassoi, lastre di metallo. Tutto ciò che è in grado di riflettere le immagini è stato usato, oppure la sua immagine è proiettata come una semplice ombra anonima, su superfici che contengono altri oggetti, nella scabrosità di variegate superfici. Impressionante l'ombra su di una spiaggia che contiene un Limulo, posizionato all'altezza del suo cuore, uno strano animale corazzato che vive nel mare, nella costa orientale del nord America fino al Golfo del Messico. Questo essere esiste da mezzo miliardo di anni, molto prima che l'uomo comparisse sulla terra, rischiando oggi l'estinzione. Un'altra ombra-autoritratto sembra unire in se stessa questi due suoi modi di essere presente, nel flusso degli scatti fotografici. L'ombra cade sopra un prato dove, all'altezza del sesso, una semisfera lucida di metallo, (probabilmente un innaffiatore) contiene ancora la sua immagine riflessa in miniatura, con la sua Rolleiflex 6×6 al collo.

Ci affascina Vivian Maier, soprattutto in un'epoca come la nostra, che ancora privilegia l'apparire nei confronti dell'essere, allora ai suoi esordi esponenziali, soprattutto negli USA. In contrasto alla "Ricerca del valore esclusivo dell'esistenza in vita solo attraverso la propria immagine", non stupisce che questa donna determinata volesse rimanere silente testimone di una società in trasformazione nella quale, il suo sguardo curioso ed implacabile, ritraeva dettagli, ritratti di persone di ogni età e se stessa, riflessa nello specchio crudele del caleidoscopio del mondo, oppure dentro ombre dove le emozioni venivano fissate in un attimo di eternità. Senza alcun tentennamento infatti, l'autrice sembra aver scritto freneticamente con le immagini, attraverso un'apparente cronaca giornaliera, un viaggio interiore che possiamo vedere oggi non senza un sottile turbamento, come l'emersione di verità a lungo celate, a saper ben guardare.

Il libro Vivian Maier. Fotografa, (Contrasto, 2015) di John Maloof che accompagna la mostra, è introdotto da un testo di Geoff Dyer, ha il merito di aver presentato per la prima volta al pubblico internazionale una raccolta di oltre cento immagini provenienti dallo sterminato archivio fotografico di questa sorprendente fotografa di strada. - Vivian Maier è un caso estremo di riscoperta postuma: ciò che visse coincise esattamente con ciò che vide. Non solo era sconosciuta in ambito fotografico ma sembra addirittura che nessuno l'abbia mai vista scattare fotografie. Può sembrare triste e forse anche crudele - una conseguenza del fatto che non si sposò, non ebbe figli e apparentemente nessun amico - ma la sua vicenda rivela anche molto su quanto sia grande il potenziale nascosto di tanti esseri umani. Come scrive Wisława Szymborska nel poema Census a proposito di Omero, "Nessuno sa cosa faccia nel tempo libero".- Geoff Dyer

Infine - Alla ricerca di Vivian Maier (Finding Vivian Maier) è il titolo di un film del 2013, diretto da John Maloof e Charlie Siskel, che documenta sia la scoperta di Maloof che la vita dell'artista, attraverso interviste a persone che la conobbero. Il film è stato presentato in anteprima il 9 settembre 2013 al Toronto International Film Festival, in seguito proiettato in numerosi festival, ha vinto diversi premi, ricevendo anche una nomination per l'Oscar al miglior documentario nel 2015.

Museo di Roma in Trastevere, piazza di Sant'Egidio, 1/b, dal 17 marzo al 18 giugno 2017. Orari: da martedì a domenica ore 10-20, chiuso lunedì e 1 maggio. La biglietteria chiude alle ore 19.00. Info: www.museodiromaintrastevere.it - tel 060608 -

FOTO D'ARCHIVIO DI VIVIAN MAIER

FOTO DI VALTER SAMBUCINI AL MUSEO DI ROMA IN TRASTEVERE.

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