CORTO CIRCUITO

VIA VIA, VAI VAI COMUNISMO…AVANTI C’È POSTO! UN PALINDROMO

DI CLASSE

di Antonino Contiliano

Seconda Parte

Neutralità ordo-neo-liberista? Una retorica di basso livello!

Che il neoliberismo sia un affossamento della stessa idea classica di democrazia liberale, della divisione dei poteri, della conflittualità politica tra la parte dominante e la parte dei subordinati e la neutralità dell'ordine e degli ordini (nel loro insieme organizzativo) non è rilevabile solo dai dati e dalle cifre certe (come riportato avanti, pur se limitatamente).


Testimoni veritieri sono anche le forme educativo-culturali che mirano alla mutazione antropologica dell'uomo nuovo come monade individualistica, la cui identità è ridefinita nei termini di cliente-consumatore, prosumer, semplice elettore del 'sì' o del 'no', così come richiesto, per esempio, dal raduno dell'ultimo appello referendario di Matteo Renzi (4 dicembre 2016) in occasione delle proposte di riforme costituzionali all'insegna dell'ordo-neo-liberismo. Anche le campionature dei sondaggi della pubblicità e delle agenzie doxa private sono atte a testimoniare che la volontà politica popolare non è più il centro della discussione sui conflitti scatenati dalle asimmetrie sociali; quelle cioè provocate dalle diseguaglianze tra chi (sfruttato) produce la ricchezza e chi (felice) se ne appropria.

L'esproprio gaudente, infatti, è del comando del potere capitalistico, mentre, da canto suo, il tribunale delle controversie, invece, si sposta sul piano, ritenuto neutrale, del diritto, dei diritti, delle regole e delle leggi delle corporazioni dei paradisi fiscali e non fiscali. Questo potere (il potere di generare regole e ordini conformi), infatti, non è né neutrale né di pertinenza dei "parlamenti" istituzionali, ma è proprietà di forze che, comitati d'affari eterogenei (multinazionali d'ogni varietà) d'appoggio e consenso, legiferano extra; sì che diventa solo retorico parlare di popolo e neutralità.

Se poi, nell'attuale dell'economia politica odierna, si pensa alla pittura del neutrale come ai quadri disegnati dall'autonomia e indipendenza degli automatismi logico-linguistici del formalismo cognitivo-digitale, è lo stesso fantasma della verità a dichiararne il fallimento e l'insostenibilità.

In questa faccia della luna, il sole dell'imparzialità politica e comunicativa è solo la promessa di una cinica arroganza. Linguaggio, logica, criteri di combinazioni, interpretazioni e valutazioni, in questo formalismo così astratto (ma capace di ibridare il vecchio simbolismo con l'a-significante degli automatismi matematico-algebrici), rispondono solo alle scelte e alle direzioni di chi crea e amministra gli stessi labirinti dell'astronave dei flussi dell'informazione. E l'informazione, nel caso, è tutt'altro che trasparente, non foss'altro che la velocità degli flussi sfugge allo controllo di tutti, mentre ne condiziona condotte e comportamenti (il sistema non crea solo merci, crea pure i clienti che le debbono consumare e tacere!). Il controllo è asimmetrico. I controllati non esercitano in egual misura dei controllori di volo.

Semplicemente e succintamente, dove mai può esserci una volontà politica popolare 'sovrana' se i cittadini sono stati formattati come clienti e consumatori di servizi privatizzati e aziende-imprese private; e se, per di più, quest'area produttiva è tutelata dalla stessa istituzione sovrana, lo Stato; quella cioè che avrebbe dovuto essere invece lo strumento della tutela degli interessi generali con il suo apparato organizzativo complessivo dei pesi e dei contrappesi?

Per demistificare la facciata anti-ideologica della neutralità riformistica, di cui si è "sparlato" tanto durante la stessa campagna referendaria renziana e complici (ds, sn e varie aggregazioni sfumate), ci appoggiamo a un teorico (non più vivente ma profetico per certi sviluppi della contemporaneità) del diritto costituzionale tutt'altro che simpatizzante o militante del pensiero comunista.

Il teorico è Carl Schmitt (Le categorie del 'politico'). Carl Schmitt è stato un uomo che prese la tessera del partito nazista ai tempi della dittatura di Adolfo Hitler. Un intellettuale, Schmitt, che, accusato di collaborazionismo nazista, fu poi assolto dal Tribunale di Norimberga dall'accusa di sostenere l'innominabile campagna antiebraica del nazismo.

Ma il principio teorico-politico di fondo - scrive Carl Schmitt - che sta a fondamento di questa civiltà borghese-capitalistica moderna (noi diciamo anche post-moderna) è piuttosto evidente come istanza di parzialità classista. Il suo incipit infatti è che "sovrano è chi decide" e che dietro ogni legge - scrive sempre Carl Schmitt - c'è un potere e dietro ogni potere c'è un uomo...).

Come, allora, specie oggi, l'epoca dell'occupazione dei "privati" di ogni aspetto produttivo e relazionale della vita e delle società, poter continuare a parlare di sovranità del popolo e di neutralità dell'ordinamento organizzativo-amministrativo, se l'ordinamento e l'organizzazione è egemonizzata dal potere esecutivo (governo come comando d'impresa che scrive e ordina regole), delle oligarchie dell'economia politica e della stessa economia finanziarizzata capitalistica? La razza padrona ha smantellato ogni forma di garanzie e sicurezza per gli esclusi e subordinati e ogni collettivo (numeroso o meno, nazionale e non), che non sia dell'ordine a regime. Esclusi e subordinati (a vario titolo) non usufruiscono che di privazioni, frustrazioni, lusinghe e sfruttamenti variamenti propinati (ciò naturalmente non implica metafisica rassegnazione o impossibilità di rivolta e rivoluzione!).

Sovranità e neutralità, come legalità e illegalità, a non voler prendere in considerazione gli intrecci e i capovolgimenti ideologici legati alla stessa natura equivoca e polisemica dei termini in questione, non sono diventati, PREVALENTEMENTE, allora, solo automatismi sonori?

Se non è sufficiente il dubbio (come è possibile che ciascuno creda) lasciamo parlare allora la stessa "neutralità" di cui Carl Schmitt, tra negativi e positivi, enuclea i significati chiaramente definiti. Quattro (4) sono negativi e quattro (4) positivi[1]. Come allora pensare che la "neutralità", viste le sfaccettature, possa essere praticata come ordine imparziale!

I negativi - intesi ad eliminare la decisione politica - sono:

  1. Neutralità nel senso di non-intervento, di indifferenza, di "laisser passer", di tolleranza passiva e così via;
  2. Neutralità nel senso di concezioni strumentali dello Stato, per le quali lo Stato è un mezzo tecnico che deve funzionare in modo concretamente prevedibile e deve offrire a tutti le medesime possibilità di utilizzazione;
  3. Neutralità nel senso di di eguali "chances" nella formazione della volontà statale;
  4. Neutralità nel senso di parità, cioè di identica ammissione dei gruppi e di tutte le tendenze esistenti, alle medesime condizioni e con la medesima considerazione quanto al godimento dei vantaggi o delle altre prestazioni statali.

I positivi - intesi a produrre una decisione politica - sono:

  1. Neutralità nel senso dell'obiettività e concretezza sulla base di una norma riconosciuta;
  2. Neutralità sulla base di una competenza non fondata su interessi egoistici;
  3. Neutralità come espressione di una unità e totalità comprendente gli opposti raggruppamenti e che perciò relativizza tutte le contrapposizioni;
  4. Neutralità dello straniero al di fuori dello Stato, che, in caso di necessità, come terzo, provoca la decisione e quindi l'unità.

Ma sulla "neutralità" per non lasciare la parola solo al giurista tedesco portiamo l'attenzione a Dubai/2012. Oggetto di scontro a Dubai (3/14 dicembre 2012) è infatti la lotta per il controllo sulla rete web. Qui, tra gli Stati membri dell'Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu, un'agenzia affiliata all'Organizzazione delle Nazioni unite), la domanda, come riportato da "Le Monde Diplomatique-il manifesto" (Febbraio, 2013), infatti è: "Chi governerà Internet"? Non c'è modo migliore per smascherare tutta l'ideologia che copre la sacralità della parola "neutralità" che seguire la vicenda Dubai.

L'occasione è data dal blocco della pubblicità che il francese Internet Provider Free fa al sito di video YouTube (proprietà di Google), adducendo come motivazione il fatto che il sito consuma troppa banda. Il blocco deciso dal gruppo francese "Free" in realtà smentisce la "neutralità di Internet". E la cosa è confermata dalla presa di posizione egemonica degli Stati uniti durante la stessa adunata di Dubai/2012.

L'America non vuole perdere infatti la tutela dominate sulla rete mondiale!

L'incontro che avrebbe dovuto raggiungere degli accordi per facilitare le comunicazioni via cavo e via satellite e affidare la responsabilità della supervisione della rete informatica mondiale a "Itu" (agenzia affiliata all'Organizzazione delle Nazioni unite) così non ha avuto buon esito per l'opposizione e il no secco espressi dagli Stati uniti. La sua delegazione, seguita fra dalla Francia, dalla Germania, dal Giappone, dall'India, dal Kenya, dalla Colombia, dal Canada e dal Regno unito, ha infatti abbandonato la conferenza di Dubai e rifiutato anche di firmare la stessa risoluzione che «invita gli Stati membri "a esporre nei dettagli le loro rispettive posizioni sulle questioni internazionali tecniche, di sviluppo, e di politiche pubbliche relative a Internet"»[2].

La decisione così veniva rinviata, ma ottantanove dei centocinquantuno partecipanti hanno deciso di approvare egualmente il documento.

In realtà a Dubai era in gioco però la sovranità della sorveglianza politica e militareper controllare e non mollare il comando sul mondo del cyber spazio e del cyber tempo web con tutto il suo carico di comunicazione e informazioni finora in mano americana. Il flusso economico e strategico dei dati che circolava/circola via cavo e via satellite non era affare da poco al fine della lotta per la supremazia e il mantenimento di ruolo guida. Sono peraltro le società americane, come Facebook e Google, che hanno trasformato la rete web in una «macchina di sorveglianza». Un particolare panottico di nuova generazione che assorbe e filtra (ad libitum) tutti i dati sul comportamento degli internauti, un tesoro inestimabile (infinito) e sfruttabile per il controllo commerciale e politico in funzione di una supremazia di potere. Il dibattito e lo scontro di Dubai coprivano dunque una miriade di ambiti trasversali e tutt'altro che neutrali.

Al suo ordine del giorno così i termini sono stati posti come

la questione dei rapporti commerciali tra i diversi servizi Internet, come Google, e le grandi reti di telecomunicazioni, quali Verizon, Deutsche Telekom, o Orange, che trasportano questo flusso voluminoso di dati. L'argomento, cruciale per le sue poste in gioco commerciali, lo è anche per le minacce che fa pesare sulla neutralità della Rete, vale a dire sul principio di uguaglianza di trattamento di tutti gli scambi sul Web, indipendentemente dalle fonti, dai destinatari, e dai contenuti. [...] Ma lo scontro che ha segnato la conferenza riguardava una questione totalmente diversa: a chi spetta il potere di controllare l'integrazione continua di Internet nell'economia capitalista transnazionale? Fino a oggi, questo potere spetta essenzialmente a Washington. Dagli anni '90, l'epoca dell'esplosione su scala planetaria della Rete, gli Stati uniti hanno impiegato sforzi intensi per istituzionalizzare la loro posizione dominante. È necessario infatti che i nomi di dominio (del tipo «.com»), gli indirizzi numerici, e gli identificativi di rete vengano attribuiti in modo distintivo e coerente - il che presuppone l'esistenza di un potere istituzionale in grado di assicurare queste attribuzioni, e le cui prerogative di conseguenza si estendono all'insieme di un sistema tuttavia per sua natura extraterritoriale. Approfittando di questa ambiguità originaria, gli Stati uniti hanno affidato la gestione dei domini a un'agenzia da essi creata, l'Internet assigned numbers authority (Iana). Legata per contratto al ministero del Commercio, l'Iana opera in qualità di membro di un'associazione californiana di diritto privato, l'Internet corporation for assigned names and numbers (Icann), la cui missione consiste nel «preservare la stabilità operativa di Internet». Quanto agli standard tecnici, essi vengono stabiliti da altre due agenzie americane, l'Internet engineering task force (Ietf) e l'Internet architecture board (Iab), integrate a loro volta in un'altra associazione senza fii di lucro, l'Internet society. Data la loro composizione e il loro finanziamento, non ci si meraviglierà del fatto che queste organizzazioni siano più attente agli interessi degli Stati uniti che alle richieste degli utilizzatori. I siti commerciali più prosperi del pianeta non appartengono a capitali kenioti o messicani, e neppure russi o cinesi[3].

Per non ignorare che il modello ordo-neo-liberista del capitale (né democratico né neutrale) occupi e si muova sia in Italia che nell'Ue (come altrove) per disinnescare l'ordine del conflitto e dello scontro di classe per il monopolio e il comando, basterebbe non dimenticare la strategia delle fusioni bancarie italiane. E per non andare lontano tenere presente i due casi (i più recenti) della più recente storia governativa della politica italiana subordinata al potere del capitale finanziario.

Il primo di questi provvedimenti salva-banche è quello del governo di Matteo Renzi (deceduto dopo che il referendum del 4 dicembre 2016 sulle riforme costituzionali l'ha visto perdente); è il provvedimento che ha rimesso in piedi le quattro banche - Banca delle Marche, Carichieti, Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio e Carife - andate in fumo. Le vecchie denominazioni hanno lasciato posto alle nuove - CariFerrara, Banca Etruria, Manca Marche e CariChieti - in base a un veloce decreto governativo secondo l'applicabilità del «bail-in», un'invenzione della troika.

Un decreto d'urgenza (perché troppo rischioso fare fallire delle banche)!

L'introduzione dell'invenzione della troika europea (Fmi, Ce, Bce) del «bail-in» (cauzione?), incorporata nello stesso decreto "salva banche", camuffa però l'investimento del potere pubblico. Presentato nella sua veste di presunto gioco autonomo e libero degli investitori privati e dei mercati, in realtà sotto la maschera delle convenzioni e dei vincoli "Ue" c'è la mano delle istituzioni pubbliche che legifera le regole di quel gioco di parte. Il cosiddetto bail in è «un sistema che prevede di salvare una banca utilizzando i soldi degli investitori invece che quelli dello Stato, pratica soprannominata bail out»[4]. Il bail in - direttiva 2014/59/Ue BRRRD (Bank Recovery and Resolution Directive, ovvero quadro di risanamento e risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento) -, introdotto dal decreto "salva banche", ha così salvato i vecchi sportelli sostituendoli con quattro nuove banche.

Il secondo provvedimento di tutela è invece più diretto (in itinere mentre stiamo scrivendo queste righe controcorrente). E' quello del succedaneo governo gemello di Paolo Gentiloni (nuovo presidente del governo) e di Pier Carlo Padoan (ministro dell'economia e delle finanze). Si tratta dello "scudo fiscale" di 20 miliardi (20 dicembre 2016), di cui il governo stesso, infatti, chiederà al Parlamento l'autorizzazione ad aumentare l'indebitamento per fare eventualmente fronte a necessità del comparto del credito in "sofferenza (!)" e qualora i mercati finanziari privati non venissero in soccorso. «La misura, se attivata, come hanno spiegato il premier Paolo Gentiloni e il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, avrà un impatto sul debito pubblico e non sul deficit e sarà quindi "one-off, temporaneo, non impattando sull'aggiustamento strutturale". I 20 miliardi in particolare serviranno a due fini, "una garanzia di liquidità per ripristinare la capacità di finanziamento a medio e lungo termine" e "per un programma di rafforzamento patrimoniale" nel rispetto delle regole Ue»[5].

Ma se non bastassero i riferimenti a questi atti politici ordo-neo-liberistici (quindi né neutrali né generali ma di classe al comando), potremmo rimandare a qualche stralcio dei discorsi culturali-ideologici, per esempio, dello stesso ministro Pier Carlo Padoan (quando valorizza la centralità delle banche e dei loro investimenti), o di Mario Draghi, presidente della Bce o Banca Centrale Europea (quando sottolinea la necessità delle fusioni bancarie). E nell'uno e nell'altro caso, mai il potere di decidere è del popolo, delle classi subordinate o delle minoranze antagoniste!

Sono invece le solite forze sempre più concentrate dei poteri forti e super garantiti a decidere. Sono sempre i soliti pochi ad aprire e chiudere le "porte girevoli"!

In un discorso a Francoforte (dicembre 2016), Mario Draghi denuncia il fatto, per esempio, che «se gli istituti soffrono di scarsa redditività [...] non è perché la Bce ha tagliato i tassi a zero, ma perché le banche sono troppe, con troppe filiali e con troppe inefficienze. Il sistema non si è adattato al cambio dei tempi. [...]. Questo non significa che il comparto sia ingessato. Uno sforzo, sebbene insufficiente, c'è stato. A fine 2008, all'inizio della crisi finanziaria, nell'area euro esistevano infatti 6.570 banche. Oggi - secondo le statistiche ufficiali della Bce - sono 5.192. Sono ancora tante, ma uno sfoltimento c'è stato. Non lo si può negare. Tra l'altro la Bce calcola separatamente le singole banche appartenenti allo stesso gruppo, facendo salire il numero. Secondo l'Abi gli istituti creditizi nel nostro Paese sarebbero infatti molti meno dei 620 indicati per l'Italia dalla Bce: 63 gruppi più 70 istituti indipendenti, escludendo le Bcc»[6].

Da canto suo, nel 2007, Padoan (ieri ministro di Renzi e oggi ministro di Gentiloni) tiene una conferenza "con I venerdì del direttore" alla Scuola Normale inneggiando la fusione bancaria e lo spirito di fiducia ("fideilizzazione"?) nella funzione di sviluppo e crescita dello spirito concorrenziale dell'economia del modello d'impresa, fermi rimanendo i termini del regime finanziario concorrenziale e fuori ogni controllo pubblico-politico-democratico effettivo (la parola d'ordine è la "fiducia"; cosa tutt'altro che di alto rigore politico!):

Le banche, dunque, sono presenti in moltissime fasi quotidiane della vita della gente: hanno la funzione di intermediare fiducia, perché ricevono fiducia dalla gente che affida loro i risparmi, ma danno anche fiducia, perché prestano soldi alle aziende che investono: costituiscono un tassello importante del sistema di fiducia della e nella gente. Ecco perché, quando una banca porta in sé problemi, questo crea ripercussioni pesanti sulla vita dell'intero paese. [...]. La banca [...] serve il pubblico [...] È un settore molto in movimento: 22 mila operazioni di fusione nell'ultimo anno: in poco meno di dieci anni, è il settore dove ci sono stati più attivismi e mobilità e combinazione. Ma cosa sono le fusioni bancarie? [...] nel caso di Intesa San Paolo, erano tutte e due ambiziose, forti, avviate, ma entrambe hanno anche deciso di accelerare: "insieme è meglio" è il motto dell'impresa, [...] fusione è tutto ciò che comporta la trasformazione di più organizzazioni in un'unica. La loro azienda deriva dalla combinazione insieme di trenta banche: San Paolo e Intesa hanno messo sotto un'unica identità una pluralità di organizzazioni nel corso degli ultimi venti anni: l'Ambrosiana mezza fallita, è stata recuperata dal Pres. Bazoli e assunta come punto di partenza per la costruzione di una delle banche più forti d'Europa. [...] Poi i mercati sono divenuti sempre più legati, in certi settori (corporate banking, investment banking, operazioni di fusione e acquisizione per le industrie) si è cominciato ad operare a livello europeo e a globalizzarsi; contemporaneamente, tecnologie informatiche permettevano di collegare a distanza organizzazioni diverse: nuove esigenze di servizio sono state accompagnate da una formidabile visione: l'Italia, a differenza del resto dei grandi paesi europei, ha avuto la visione di privatizzare la banche. [...] La privatizzazione non poteva avvenire senza liberalizzazione: si è messo in moto il meccanismo della concorrenza [...] italiano degli ultimi cinque-dieci anni [...] con alla base una privatizzazione graduale e saggia della politica pubblica [...] creato a valanga un effetto di crescita formidabile: ristrutturazione, investimenti, creazione di un'economia di scala. È stato fondamentale creare "economie di scopo" [...] Fenomeno delle fusioni nasce da un'esigenza che si chiama concorrenza, che in termini di qualità, varietà, quantità dei prodotti e discesa dei prezzi ha prodotto molto (il margine sui finanziamenti alle imprese si è ridotto di un terzo negli ultimi anni: tutto il lavoro fatto ha portato a un fortissimo recupero dei costi e un abbassamento della soglia dei costi strutturali)[7].

Economia e società di concorrenza e di concorrenti neo-liberistici (dunque) le scelte del modello italiano dominante e popolo de-sovranizzato; un popolo trasformato in soli clienti e consumatori di supermercati globali e globalizzati, se non fosse che, in mezzo, c'è anche la voce di un "popolo minore" o antagonista che pensa anche al risveglio di un mondo comunista possibile e concreto.

Le "risorse", come si sa, non mancano! La "scarsità" di tempo - come le altre scarsità che il potere capitalistico ha paventato per riciclarsi e perpetuarsi- è l'ennesimo spauracchio strumentale di bassa cronaca che ha gettato nell'arena del mercato della comunicazione mondiale controllata. Bisogna invece cambiargli funzione e orientamento nella direzione di una qualità della vita di tutti che non sia più quella della circolazione quale "valore aggiunto" della merce, alienata!

La maggioranza politica - scriveva Gilles Deleuze - non è una questione di numeri ma di "modello politico" e di soggetti che ne attualizzano il dettato; il "popolo è sempre una minoranza creatrice" che in ogni epoca "sognando (corsivo nostro) la successiva" (Walter Benjamin) può anche sognare l'urgenza di un risveglio comunista e non morire fra le contraddizioni.

Il conflitto di classe non è venuto meno, anche se molte cose sono cambiate rispetto alla vecchia forma di lotta di classe, come mette in evidenza la stessa modernizzazione della creatività informatica e digitale; un'innovazione, quest'ultima, che ha sì modificato le forze produttive e i rapporti di produzione, ma non ha cambiato per niente le leggi fondamentali del kapitale: valorizzazione sempre più astratta e sofisticata, sfruttamenti, profitti, violenze, deviazioni, depistaggi, etc.!


Un palindromo di classe


Così se la società del capitale della crescita competitiva e concorrenziale, delle sue banche, delle sue assicurazioni, delle sue macchine elettroniche e del capitale finanziario-borsistico, investendo sulla creatività delle idee dell'intelligenza dei singoli e dell'intelligenza collettiva cooperativa come bene comune, continua però a sfruttarla per fini solo privati e ne convoglia tutti i risultati produttivi nel mercato delle azioni dei dividendi e dei profitti finanziari privatizzati (anche nel giro delle entrate nominate 'futures?, una girandola di contratti i cui profitti possono essere liquidati in proprietà privatistica negoziandoli anche in borsa valori), occorre un risveglio decisivo contro e insieme attacco sovversivo.

È urgente che l'a venire riprenda a rilanciare l'idea e la prassi di una rivoluzione comunista che, come quella del mondo altro della poesia, avversi gli individualismi competitivi e orienti l'azione per l'eguaglianza sociale come il comune delle stesse differenze creative dei soggetti in causa. È obbligo che l'a venire impedisca la 'durata' (perpetua) di un mondo ai due e più livelli di discriminazioni pluristratificate e diseguaglianze di classe (sempre più marcate - abbondanza di ricchezza per pochi ed estensione spazio-temporale di una maggioranza sempre più dilatata e impoverita, senza confini). La sua azione è legata dalla necessità di sovvertire il paradigma capitalistico con tutto l'apparato dei suoi punti di riferimento ormai fuori tempo, oscenamente predatori e distruttivi.

In questo spazio d'azione rivoluzionario è necessario che la stessa semiotica dei segni (parole/immagini) - per ora subordinata all'economia capitalistica finanziario-speculativa individualistica - si svincoli quale evento epocale scardinatore per passare all'economia del comune del comunismo come quello della poesia dell'impegno, o della democrazia dell'eguaglianza di valore di tutti gli elementi in gioco.

Un comunismo rivoluzionario dunque della molteplicità plurale o del divenire-altro-con-gli-altri entro un tempo-storico espressivo e rivoluzionario soggettivato-oggettivato quale evento creativo alternativo, come quello che emerge non dai "futures" ma dalla "durata degli istanti della poesia. Un istante-intervallo événementiel che, sebbene suscitato dallo stato di cose del presente ordo-neo-liberista (cosiddetto immateriale!), sia invece un andare avanti creativo-poetico e diretto a scardinarne gli "assets" fraudolenti e gerarchizzanti, mentre al tempo stesso offre le sue chances di pratiche devianti.

Può sembrare un azzardo più che folle (lo sarà anche?) mettere in mutua comunicazione la "durata" della poesia e quella del comunismo, ma è anche vero che senza le tempeste dell'utopia creativo-po(i)etica non c'è rivoluzione politica che tenga. Una creatività pluribiforcante di eventi divergenti-collettivi con i loro ritmi di temporalità turbolenta e plastica che si estendono parimenti come simultanei itinerari per le pagine dello spazio in espansione. La potenza di una ucrono-utopia che intreccia, interseca e ibrida creolmente ogni elemento discorsivo-compositivo (verbale e non verbale, iconico e non iconico, segni e cose...) come eterogenei di pari con-testualità funzionale; sì che sia impossibile che il paradigma monologico del capitalismo contemporaneo o, se così si può dire, cognitivo-linguistico digitalizzato la possa fagocitare come investimento di produzione, distribuzione e circolazione semantica capitalizzata nel circuito dei poteri attuali. Il comando che, identificando il reale col reificato nervosismo dei diagrammi dei mercati finanziari, dei "defaults", dei terrorismi e dei securatismi assicura, rinforza e raddoppia i muri della feccia predatoria al potere, l'1% sul 99% degli esclusi, impoveriti e assoggettati...

Bene! / E' venuta a galla! / 1% vs 99% / No, non è Trump / E' venuta a galla anche nel 2007 / Ma le donne e gli uomini / Non hanno voluto risconoscerla / Bene! / NOI dell'Unione Europea NOI / I muri già li abbiamo / Da tempi immemorabili spremiamo / I precari di vita e di lavoro / E li moltiplichiamo / Bene! / DA NOI sono venuti a galla gli scandalizzati DA NOI / Gli scandalizzati da Tsipras / Ah Tsipras Tsipras / Che hai lasciato la scelta al popolo / Hai fatto votare il popolo / Che scandalo per i padroni dei soldi. / Meglio l'Italia che non vota. // Nelle saline da scarto di Marsala / Fenicotteri rosa senza testa Melmosi fondi sbeccano golosi // [...] / La porta sul mare s'è ristretta / Striscia azzurra perduta nell'azzurro / Stupida striscia azzurra nell'azzurro // [...] / Dollari nascono e rido a chi lavora. / Sì, sono a galla.[8]

E poi... è possibile una rivoluzione senza poesia?

Sicuramente

molto è il lavoro, / bisogna fare in tempo. / bisogna / strappare / la gioia / ai giorni venturi. / in questa vita / non è difficile morire. / costruire la vita / è tanto più difficile. (Majakovskij ).

non si può vivere / con la morte dentro / bisogna decidere / tra scagliarla lontano / come un frutto marcio / o lasciarsi contagiare / e dunque morire (Ochoa/Gonzales).

Non è più tempo di chiedere. Esigere è tempo / e insieme / l'esilio e l'utopia danzare[9].

Se è vero che la realtà di una lingua e una cultura, come i mondi sognati e agiti dalla poesia degli spazi e dei tempi non lineari, da soli non possono rivoluzionare il tutto e in un fiat, è anche vero però che senza i loro fermenti non c'è divenire-diversità. Non c'è rottura dei cristallizzati comportamenti (individuali e sociali) soggettivati-oggettivati sotto le forche oppressive e comandate dai rapporti di forza diseguali (simbolici e non) e senza sperimentazione culturale e politica che rivolti l'ordine simbolico stabilito, dove ogni segno simbolizzato è votato al ruolo di medium garante delle verità ufficiali. Le oppressioni vanno bombardate anche alla luce della danza collettiva dei colori degli arcobaleni sovversivi della poesia dissacrante e delirante.

Un arcobaleno non è niente al di fuori della simultaneità e durata dei colori che lo realizzano e che ne attuano l'esistenza. È una voce-azione che è propria anche al comune del comunismo e insieme forza d'uso condivisa/condivisibile per abbattere i muri delle gerarchie subordinanti e socializzate agli ordini dei cicli, tra una crisi e un'altra, della riproduzione delle logiche della società del capitale ordo-neo-liberistico antidemocratico.

Una pratica significante, quella della poesia, cioè in piena attività smonetizzata che, diversamente dalla socializzazione antidemocratica del credito capitalistico del tempo-denaro (sempre più accelerato), richiede un raccogliersi di senso pendant paritario e lento di tutti gli elementi della testualità poetico-materiale in uso. La sua comunicazione infatti è una politica di conflitti e d'eccedenza di senso che si coagula tanto attorno alla relazionalità d'eguaglianza di tutti gli stessi elementi in con-dis-corso (verbali, non verbali, semantici, a-significanti, etc.) quanto attorno alla tempestività e all'intempestività delle durate che l'attraversano come tempo incompiuto e potenziale di idee e iniziative di rottura.

La durata della poesia ha infatti una semantica temporalizzata su un tempo in cui il rapporto di lavoro e di informazione-significanza per i soggetti coinvolti si può dire che è l'inverso dell'inversamente proporzionale della logica del tempo di lavoro richiesto ai lavoratori (e non lavoratori) quale appendice alienata e accelerata dell'"immateriale" capitalistico contemporaneo.

Qui il rapporto prevede infatti che più il tempo di vita di ciascuno è assorbito come tempo di lavoro, di meno tempo dispone l'assoggettato e l'asservito per distribuire la propria attenzione su quelle stesse informazioni (di cui è sorgente autonoma e indipendente) per usarle come opportunità di lavoro e liberazione autorealizzante. Il coinvolto cade nella cosiddetta sindrome da deficit di attenzione (ADHD, Attention-Deficit/Hjperactivity Disoder) e nella trappola della "scarsità di tempo", dell'asimmetria informativa e della povertà crescente dei più rispetto ai pochi (chi per comando gestisce e governa l'informazione conosce infatti di più degli stessi soggetti coinvolti nella generazione dei flussi informativi, che il potere socializza come "bene comune").

Nell'universo della poesia e dell'arte invece più si è assorbiti nel tempo di lavoro di produzione, circolazione e uso generale dei testi, maggiore e qualificante è la durata e l'attenzione coinvolta e insieme più carica di sensi e valori liberatori (quantità e qualità). Vi si sta dentro sempre più ricchi di co-creatività comune e di eguaglianza comunista, anziché più poveri come nel mondo dell'accelerazione degli automatismi della capitalizzazione algoritmica, quella che governa la produzione lavorativa software contemporanea (pubblica e privata), mentre alza muri e checkpoint da ogni parte e in ogni dove.

Una ricchezza comunista, perché no, quella della poesia e, senz'altro, altra (antagonista e alternativa) rispetto al "comunismo del capitale", dove i collassi delle crisi finanziare - sempre più ravvicinate nel tempo (rispetto a quelle del XIX e XX secolo) - sembrano (si osa un'analogia speciosa) un palindromo poietico "big crunch" (le bolle del denaro-finanza - D, D, D... - del secolo in corso). Un palindromo come la forza catastrofica delle onde anomale. Il palindromo del sistema denaro-finanza che prima fa correre in avanti i dadi monetari per valorizzarli poi li fa scorrere indietro infatti prigionieri del proprio gonfiore cumulativo-implosivo (D-D1-D2...), mentre devitalizza però le energie che ha sfruttato e abbandonato come scarti del percorso.

Il palindromo che governa gli elementi fono-sillabici-lessematici della poesia, - i fonemi, le sillabe, le parole, i ritmi -, quando inverte la marcia della loro composizione per farli scorrere all'indietro (es.: levi, vile; stole, lesto; vico, covi, etc.), genera invece significanti, significanze e segni-azioni nuovi, vitalizza così una semantica rivoluzionaria che via via emerge dai potenziali in corso di attuazione. Al posto del big crunch avremo così un bin bang semantizzante di conio alternativo allo standard delle immutabili verità ufficiali.

Una vocazione comune, quella del mondo del comune della poesia e del comunismo (ci piace dunque pensare e proporre), non foss'altro che il comune della poesia e del comunismo hanno in comune i ritmi operativi e musicali del tempo esponenziale delle turbolenze proprie alle armonie caotiche dell'atmosfera caosmica.

Una musica affatto disciplinabile dal comando del capitale-denaro e dalla sua legge, la legge della valorizzazione e delle gerarchie rinnovate del capitale "fusibile" (il modello aggiornato che fonde tempo assoluto e relativo di lavoro, come se fossero le eguali fusioni bancario-finanziarie volte alle gerarchie classiste). Ma la legge di valorizzazione della poesia e del comune del comunismo è altra da questo paradigma di spartizione sociale e politica classista.

Nel processo e nei modi dei loro divenire-storie/storia senza oppressioni e discriminazioni, la loro prassi non prevede di alzare né socializzare, per esempio, la democrazia dei muri del credito-debito degli investimenti speculativi né quella delle guerre separatiste (militari e non militari) fra classi superiori e inferiori. Il loro tempo - ritmi non lineari - è il tempo storico che qualifica il geo-politico vivere-con come "negazione determinata", fratture, scelte, decisioni e "balzi di tigre" discontinui-continui nei percorsi (diversi dai salti dei tagli del capitale).

In questi ritmi non c'è, come nelle ricorrenti crisi di crescita della politica del kapitale, l'avance di un compiuto modello dell'eternità o dell'immutabilità dei rapporti di potere fra le parti del dis-corso. La strutturazione del mondo della poesia e quella del comunismo sono invece una democrazia degli elementi nel corpo delle cose stesse; una materialità d'energia dove segni e cose significano mutuamente in co-variazioni di variazioni continue e reciproche.

Nel nesso di questi elementi corporei i "muri" hanno solo la consistenza della mobilità dei venti, o delle onde del mare, o dell'espansione della materia cosmica durevole, o "dell'infinita sinfonia" dei cerchi di ottone che adornano il collo di giraffa de "La donna del drago" - la donna di cui, secondo una leggenda Padaung, si era innamorato il dio del vento (dalla loro unione nacque, poi, la generazione della Donna Giraffa) - del quadro dell'artista siciliano Giacomo Cuttone.

E la sinfonia dei venti come quella delle onde e del nexus per la "generazione" di nuove realtà, come quella "sinfonia" del comune della poesia e del comunismo, non hanno muri capitalizzati/capitalizzabili!

Quell'altri, i muri dell'immobilità, invece, vanno ripudiati, negati, abbattuti! Perché sono i vari muri odiosi e di classe del Brics e gli altri dei recinti di cemento (nonostante l'esultanza della caduta del muro simbolo, il muro di Berlino/1989), o di filo spinato, o dei checkpoint tra Messico, Gaza, Mediterraneo, Ue, etc. Sono i muri che tendono a far affogare come follia, criminalità e terrorismo ogni vento contrario che soffia dentro i loro steccati; le fortezze che, rinnovate (inventate giorno dopo giorno), fanno proliferare l'area delle guerre di frontiera (internamente ed esternamente) come divisori di classi e discriminazioni espulsive permanenti.


[1] Carl Schmitt, Le categorie del 'politico', il Mulino, Bologna, 2015, pp. 187, 188, 189, 191.

[2] Dan Sciller, Chi governa internet?, in "Le Monde Diplomatique - il manifesto", n. 2, XX, Febbraio, 2013, p. 24.

[3] Dan Sciller, Chi governa internet?, in "Le Monde Diplomatique - il manifesto", cit.

[4] Cfr. http://www.economia.rai.it/articoli/salvataggio-delle-banche-facciamo-il-punto/31886/default.aspx

[5]Cfr. See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Gentiloni-e-Padoan-annunciano-scudo-20-miliardi-per-banche-4748ce41-8b8c-48ab-8876-407cf1ded0d2.html

[6]Cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-09-25/banche-fusioni-piu-che-dimezzate-rispetto-2007-105830.shtml?uuid=ADf8xYQB

[7] Cfr. David Ragazzoni (a cura di), in http://normalenews.sns.it/le-fusioni-bancarie-italiane-ed-internazionali/

[8] Giovanni Lombardo, MONDO HA TRUMP HA MONDO (Poesia inedita, Novembre, 2016. La citazione è avvenuta con il permesso accordato dallo stesso autore e amico).

[9] Elote e Chiles, Intermezzo, in Marcha hacker-risata cyberfreack, PromoPress, PA, 2005, p. 29.

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