Le parole fra noi

i Robin&sons

VIA DEI TRIBUNALI E' UN VIA VAI

Otto storie in viaggio per l’Italia

di Pasquale Guerra

Pubblichiamo uno degli otto racconti.

Piacenza, 1943

Era particolarmente caldo, quel giorno. La chie- sa di san Donato era pronta ad accogliere il feretro e, quando il corteo fece il suo ingresso nella piazza, la banda di Burlasco fece risuonare le note di un vecchio canto montanaro. La commozione dei pre- senti accompagnò la bara fin nella navata centrale in attesa del rito funebre.
C'erano proprio tutti, a Pinerolo, in quel 24 mag- gio 1992: gli amici di sempre, gli anziani Fiat e quelli del circolo Turandot, il dottor Marenco e i dirigenti di settore, Mainardi ed altri confusi tra la folla. Non avevano voluto far mancare l'ultimo sa- luto all'amico Franco Roero.
***
Il 9 settembre del 1943 sembrava a molti un gior- no diverso dal solito, come se ci si fosse svegliati da un lungo letargo.
La stazione di Piacenza era da sempre un impor- tante snodo ferroviario tra il nord e il sud del paese, ma anche verso ovest, in direzione Torino, Aosta e per la Francia.
In quella mattina di settembre accoglieva, come da giorni e giorni, treni di commilitoni e forze dell'ordine oltre a gente comune completamente allo sbando. La notizia dell'armistizio aveva gettato tutti nella confusione più totale.
Sul binario 1 era pronto un accelerato diretto a Torino. Pochi, in verità, a prendervi posto. Un'a- ria sinistra si percepiva nella stazione: il timore di rappresaglie da parte di tedeschi, schegge impazzite offese nell'onore, allarmava tenendo con il fiato so- speso come quando le sirene annunciavano immi- nenti bombardamenti. Da Ancona stava entrando in stazione un treno che riportava a Torino dei soldati stremati e in ansia per quella situazione. Molti di loro avevano presidiato l'importante porto adriatico e, nella confusione generale, cercavano di far ritor- no a casa pensando che oramai, nonostante assalti e bombardamenti, la guerra fosse terminata.
Il treno era fermo sul binario 2 già da alcune ore e intanto crescevano tra i soldati l'ansia e il timore di finire sotto le bombe o bersaglio di qualche at- tentato. Gli italiani erano classificati ufficialmente come traditori.
Franco Roero era stipato con altri compagni di Saluzzo, Cavour, Avigliana. Non riuscivano a com- prendere il prolungarsi dell'attesa in stazione o, for- se, vi ci erano abituati a tal punto che, nonostante fossero senza alcuna informazione, se ne stavano su ripiani di legno dove alcuni cercavano di concedersi riposo.
Erano stanchi ed esausti per la snervante attesa, quando si diffuse la notizia che il treno pronto sul binario 1 stava per partire in direzione di Torino. Ci fu un tam tam generale e in meno che non si dica
molti abbandonarono il convoglio sul quale erano ammassati all'inverosimile per guadagnare un po- sto su quella sicura ancora di salvezza. E in effetti l'accelerato partì sbuffando dopo una manciata di minuti e sui volti dei soldati si stampò un sorriso misto a soddisfazione e sollievo per il ritorno a casa. Non mancarono i canti e le battute misti ad un sentimento indicibile di gioia per la conclusione di quell'inverosimile viaggio.
***
Franco Roero era nativo di Burlasco, classe 1923. Il padre gestiva una sartoria in via Buniva, a Pinerolo, e lì vi aveva trasferito la famiglia. Gli affari andavano bene, una clientela fidata e di tut- to rispetto: le famiglie dell'alta borghesia cittadi- na avevano il vezzo di recarsi dal sarto due volte all'anno. Ma anche taluni ecclesiastici e, a seguire fin dal 1922, con la frequentazione dei gerarchi si erano realizzati affari d'oro. Così Franco, il più gio- vane dei due figli - l'altra era Betta, di poco più grande - aveva potuto proseguire gli studi sino a scegliere il Politecnico che in quegli anni prima della guerra contava su nomi di prim'ordine. Si era specializzato in Disegno tecnico presso il corso di laurea in Ingegneria meccanica ma, con lo scoppio della guerra, era stato chiamato a servire la Patria, prima a Bologna e poi ad Ancona. Una ferma lunga più di due anni, fino a quel fatidico 8 settembre.
Intanto a Torino aveva conosciuto Nora, una gra- ziosa e spigliata dipendente dell'Hotel Ligure: ogni mattina si incontravano sul treno che da Pinerolo porta a Torino. Nora aveva cominciato a nutrire una certa simpatia per Franco che negli ultimi tempi era riuscito a combinare i suoi orari con quelli del- la ragazza. Lei aveva una personalità decisa, ferma ma non era sfuggita al fascino di quel giovanotto, il professorino, come amabilmente lo punzecchiava quando l'ultima parola era sempre la sua.
Prima della partenza per le armi, Franco fu molto onesto con la ragazza: le era troppo a cuore per illu- derla; d'altronde sapeva bene che l'attesa, il lungo ed estenuante periodo sotto le armi, avrebbe potu- to forse logorare il loro rapporto. Desiderava che si sentisse libera di scegliere anche chi avesse potu- to darle maggiori sicurezze e più affidabilità di un professorino come lui. Ma Nora per nulla al mondo avrebbe rinunciato a quel bel giovanotto. Qualche lettera, cartoline postali in genere, con notizie e ac- cenni a progetti per il futuro... L'ultima volta le ave- va scritto verso la fine di luglio, con la promessa, fatta anche ai famigliari, che si sarebbero ricongiun- ti molto presto. Ma fu quella l'ultima comunicazio- ne. Era il 1942.
Per mesi la ragazza attese notizie, un biglietto, la parola di qualche comune conoscente. Passò il 1943 ma Nora non volle rassegnarsi. Sapeva in cuor suo che Franco sarebbe presto tornato a casa.
Al giovedì, consueto giorno di riposo, andava con le sue amiche al cinema non proprio per il film quanto piuttosto per quei cinegiornali e i cortome- traggi di guerra della INCOM. Aveva fame di noti- zie, scrutava quelle immagini, quei volti di soldati
alla ricerca del suo Franco. E ogni volta tornava addolorata ma non vinta o rassegnata. Le notizie, poi, non erano tra le più belle: tedeschi in ritirata, vendette di fascisti, stupri e violenze sulle donne, accerchiamenti da parte di partigiani.
***
Il convoglio attraversava lentamente la pianu- ra che da Piacenza sconfinava e si perdeva a vista d'occhio. Uno sbuffo annunciava l'arrivo nella sta- zione di Stradella. Avevano percorso appena 30 km e l'animo dei soldati era colmo di allegria e serenità. Oramai ogni atrocità, ogni ricordo di quei dramma- tici lunghi mesi di guerra sembravano essere svaniti nel nulla. Molti appoggiati l'uno all'altro o stesi per terra si concedevano un meritato riposo.
La stazione sembrava deserta, non si notava alcu- na presenza, nemmeno il capostazione a segnalare il via libera sui binari. All'improvviso si sentì un sibi- lo assordante che arrestò di colpo la corsa del treno. Nei vagoni ci fu un generale sconvolgimento, chi rovinò a terra, chi si spaventò per quell'improvvisa fermata. Una colonna di militari tedeschi attorniò il treno e i soldati, smontati in tutta fretta, con il mitra spianato aprivano le porte dei vagoni intimando in una lingua incomprensibile di affrettarsi a scende- re. Alcuni colpi di mitra avevano interrotto la fuga di qualche malcapitato che era rimasto senza vita sui greppi del binario. I soldati italiani, con le mani dietro alla nuca, vennero convogliati e ammassati sui carri che, con un tempismo da non credersi, riprendevano la strada per Pavia e da lì in direzione di Como e della dorsale occidentale del lago.
Franco Roero, incredulo come tutti i suoi com- pagni, non riusciva a darsi pace. Il terrore si univa all'angoscia per una sorte ormai segnata.
Passarono svariati giorni prima che la colonna giungesse nella estrema periferia di Brema, nel nord della Germania, in un grande campo di concentra- mento. Avevano viaggiato in condizioni disperate tanto da rimpiangere il periodo trascorso nelle ca- serme.
La città, situata sul fiume Weser, era un grande snodo fluviale, a circa 60 km dal mare del Nord. Centinaia e centinaia di uomini affollavano il porto per lavori di carico e scarico.
Alcuni autocarri si erano fermati oltre il porto, in prossimità di un grande capannone e vi avevano spinto molti di coloro che erano stati trasportati fin lì. Franco si trovò con alcuni compagni conosciu- ti sul convoglio maledetto in quello che sembrava un grande hangar: vennero consegnati degli avanzi di cibo, furono sistemati su dei pagliericci e, senza alcuna spiegazione, attesero il giorno seguente per conoscere a cosa li avesse destinati la sorte. Furo- no interrogati da un ufficiale che masticava a stento la nostra lingua e poi, controllati i pochi documenti che portavano con sé, fotografati e schedati.
Dopo un breve periodo di stanza in quel campo, in attesa di nuovi documenti, erano stati trasferiti ad Amburgo, a circa 130 km a Nord di Brema, sull'El- ba, e lì sistemati nei depositi del porto: il lager Be- zeichnung 691 X A.
Tutte le mattine, in squadre di quindici o al mas- simo venti persone, sotto la minacciosa sorveglian- za di alcuni addetti e di militari armati, avrebbero dovuto spalare macerie in seguito ai bombardamen- ti. E si ritrovarono così con pale, picconi davanti a palazzi sventrati o rasi al suolo, cumuli di mattoni e detriti di ogni genere: non si faceva altro che scava- re, rimuovere, liberare interi quartieri dai continui e imprevedibili crolli. A loro la sorte era stata tuttavia più clemente.
La fatica e il lavoro massacrante avevano segna- to in modo preoccupante il suo aspetto: non era più quello del professorino, come scherzosamente dice- va Nora. Aveva il volto scavato, la pelle che metteva ben in evidenza tutte le ossa. Per non parlare dell'a- limentazione molto scarsa e praticamente insuffi- ciente a sopportare quell'immane fatica. Aveva sen- tito di altri cui era toccata una drammatica e inspie- gabile sorte: notizie su campi di concentramento o, come sostenevano alcuni ufficiali tedeschi, di adde- stramento in cui erano stati ammassati in migliaia e dove le vittime superavano di gran lunga quelle dei bombardamenti a cui erano ormai avvezzi. La sera, stremato, riusciva a malapena a scambiare qualche parola con connazionali conosciuti su quel maledet- to convoglio. Tra essi un padre salesiano di Tortona, anche lui su quel treno. Non avevano la dimensione del tempo, dei giorni. Qualcuno incideva su di una parete del capannone dei segni ad indicare i gior- ni, le settimane. Al religioso, che poteva muoversi con più libertà anche per la conoscenza della lingua, Franco aveva affidato delle lettere dirette alla famiglia, per informarla che era vivo, in buona salute e che presto sarebbe tornato a casa. Franco rimase ad Amburgo fino al marzo del 1944 quando venne trasferito ad Itzehoe, oltre il fiume Elba, nel circon- dario di Steinburg.
A Itzehoe era stato condotto alla Alsensche Port- land Cem. Fabriken. Ancora lavori pesanti: si sca- ricavano i barconi zeppi di carbone per ricaricar- li di sacchi di cemento. Erano sopraggiunti anche problemi di salute e molti finivano per ammalarsi a causa di seri disturbi all'apparato respiratorio dovu- ti alle polveri di carbone e di calce.
Si rincuoravano nei modi più disparati. Franco aveva con sé ancora qualche lettera di Nora, ne co- nosceva ormai ogni parola, ogni sillaba.
Continuò a lavorare in quella fabbrica anche dopo il passaggio ad Internato civile, nel settembre del 1944, come era scritto ora nel suo documento.
Alla fine di gennaio del 1945, venuto meno il carbone, Franco ed altri commilitoni erano stati trasferiti alla Deutsche Werke M. Fabriken di Kiel, sul fiume Eider, sul mar Baltico. La cittadina era un importante snodo fluviale tra il Baltico e il mare del Nord, a circa 90 km a nord est di Amburgo, in una baia dove si apre l'omonimo golfo. Aveva subito devastanti bombardamenti e occorreva mano d'o- pera per rimuovere ancora macerie dovuti ai crolli e alle devastazioni causate dalle bombe.
Rimasero a Kiel fino alla fine di febbraio quan- do vennero trasferiti nella fattoria I.Koll a Osterby Holz.
Poi, improvvisa, inattesa, insperata giunse la no- tizia della fine della guerra e lo stupore si mescolò all'incredulità. Ma non era ancora terminato il loro calvario.
Ai primi di agosto furono radunati e trasferiti nel centro di raccolta di Eckernforder, sul Baltico, a 63 km a nord da Kiel, sempre nello Schleswin Hol- stein. Da lì furono portati nuovamente ad Amburgo ma i tedeschi ormai pensavano ad altro.
La fuga, quel via vai convulso per salvare il sal- vabile, la titubanza che accompagnò Franco e altri suoi compagni mentre si aggiravano nel campo che andava smobilitandosi: sembrava che nessuno fa- cesse più caso a loro. Con sospetto e terrore insieme si avviarono verso il deposito dove vi erano attrezzi e altri macchinari. Trovarono delle biciclette e, con tutto ciò che ormai restava in loro, andarono incon- tro alla liberazione.
Furono giorni estenuanti e non sempre gli itine- rari che seguivano consentivano l'utilizzo delle bici. Attraversavano campi completamente incolti e pae- si che avevano perso ogni sembianza di civiltà. Sul loro cammino avevano incontrato gente buona che, nonostante le difficoltà della lingua, si era prodigata accogliendoli in qualche stalla o in capanni di fortu- na. Alcune volte riuscivano a viaggiare su dei carri o altri mezzi da trasporto finché, dopo un tempo per loro incalcolabile, giunsero al Brennero.
Arrivare a Torino era ancora un miraggio ma, continuando su percorsi senza dubbio più sicuri e tra le campagne, il 28 agosto del 1945 era a casa.
***
A casa Roero Franco non trovò più il vecchio Sergio. L'attività era ora nelle mani della sorella, donna Betta. Ma erano mesi di magra e nessun af- fare in programma, nessun ordinativo, nessuna con- segna.
Nora. La sera stessa del suo arrivo a Pinerolo, Franco andò in cerca di notizie sulla ragazza ma in- spiegabilmente non aveva ricevuto alcuna positiva informazione. Si incontrarono qualche giorno dopo, all'angolo di via S. D'Osoppo, nella piazza: era do- menica e Nora usciva dalla chiesa di San Donato. Un urlo di gioia, poi una corsa per abbracciarlo.
L'aveva riconosciuto nonostante ora fosse dura- mente provato e una barba incolta e disordinata gli coprisse il volto. Ma ci volle ben poco a riprendersi e a mettere insieme i tasselli del loro futuro come se nulla fosse accaduto, come se ogni cosa si fosse fer- mata in quel lontano giorno della laurea, della festa, della promessa.
Nora aveva perso il lavoro al Ligure dove ave- vano ridotto l'attività al minimo. A Pinerolo viveva con i genitori e li assisteva amorevolmente. Franco, intanto, era riuscito a contattare un professore del Politecnico, l'ingegnere Burlo, che abitava nella sua stessa città.
Burlo gli prospettò un lavoro in Fiat: riaprivano tutti gli stabilimenti e al Lingotto cercavano inge- gneri, disegnatori, progettisti. Era una svolta dopo gli anni della guerra: dall'ingegneria bellica si stava
tornando, e con determinazione, alla produzione au- tomobilistica.
Alla fine di gennaio del 1948 fu chiamato in Fiat e iniziò, nel reparto di disegno tecnico, ad avviare i progetti per nuove auto. Si stava per realizzare un sogno.
Aveva da poco compiuto 27 anni e il 4 aprile del 1950 sposò Nora.
Per il viaggio di nozze aveva preso a noleggio la Lancia Aurelia B 20 di un autotrasportatore di Cavour. Partirono alla volta di Bordighera con l'in- tenzione, poi, di fermarsi a Nizza. Pochi giorni ma voleva che Nora arrivasse al mare: non vi era mai stata! Partirono che era ancora l'alba. Lei indossa- va un tailleur rosa che la rendeva meravigliosa agli occhi del marito.
Sul tragitto Torino-Savona si era abbattuto da poco un violento temporale: era un percorso dura- mente provato dai mezzi militari e dalle bombe. A Bordighera sarebbero giunti nelle prime ore del po- meriggio in modo da poter cercare, con tutta la calma necessaria, ospitalità per quella notte. Poi avrebbero pensato ad organizzare il resto. Un amico conosciuto in Fiat, Vito Savarese, un napoletano assunto al Lin- gotto con varie mansioni, aveva consigliato loro la pensione Delle Palme dove vi aveva lavorato anni addietro, prima della guerra.
Avevano ormai un centinaio di chilometri alle spalle e le Alpi avrebbero poi lasciato spazio ad un altro e nuovo paesaggio, all'aria e al mare della Li- guria. Franco continuava nella sua andatura spen- sierata e con la mano accarezzava quella della sua Nora, raggiante per aver coronato il suo sogno.
In una curva, all'altezza di Ceva, la Lancia Au- relia si era improvvisamente trovata di fronte un camion che, provenendo dalla corsia opposta, era fi- nito per sbandare in quella curva pericolosa per via dell'asfalto viscido e sdrucciolevole. Franco aveva tentato di evitare l'impatto con una brusca frenata, sterzando per non scontrarsi con il mezzo. Nora non ebbe il tempo di rendersene conto, presa dall'eufo- ria di quel viaggio di piacere. L'auto stava finendo in una scarpata ma alcuni alberi ne avevano blocca- to la folle corsa.
Nell'urto violento, Franco venne scaraventato fuori dell'abitacolo mentre la donna era rimasta incastrata e senza alcun segno di vita. Anche l'au- tomezzo aveva perso il controllo ed era andato ad abbattere una colonna di cemento che delimitava una piazzola dove forse era in progetto un'area di servizio. L'autista era morto sul colpo. Era di Saluz- zo e stava rientrando dopo aver caricato mattoni da costruzione.
Dopo alcune ore una pattuglia di carabinieri era corsa sul posto. Aveva notificato il decesso dell'uo- mo alla guida e, poi, l'auto finita nella scarpata. Nora venne soccorsa da un'autoambulanza di for- tuna mentre Franco si sera ripreso nonostante fosse tutto un rivolo di sangue. Cercava di tamponare la ferita sulla fronte e sentiva dolori in ogni parte del corpo. Chiamava Nora, disperatamente.
Al sangue si mescolarono lacrime di dolore e di rabbia. Uno stato confusionale gli cominciava ad annebbiare anche la vista. Fu accompagnato in ospedale dove venne medicato: dei punti di sutura
bloccarono quel taglio frontale. Cercava notizie di Nora, si dimenava mentre lo curavano. La chiama- va. Chiedeva di continuo notizie al medico che sta- va prendendosi cura di lui. Poi una suora infermiera venne a consolarlo: la sua giovane sposa era in ria- nimazione, ma salva. Gli praticarono una iniezione per sedarlo: a tutti i costi avrebbe voluto raggiun- gere il reparto. Si risvegliò solo dopo più di due o tre ore.
Ci vollero ancora dei giorni perché Franco ve- nisse a sapere di una verità sconvolgente: l'urto e le conseguenze del tragico incidente avevano compro- messo, tra le altre cose, gli organi riproduttivi della sua sposa. Non avrebbero potuto avere figli. Franco si lasciò andare ad un pianto irrefrenabile. Volle che i medici non riferissero nulla alla sua amata consor- te. Avrebbe atteso il momento opportuno per rive- larle l'amara verità.
Quel che si riuscì a recuperare del bagaglio ven- ne fatto recapitare a Pinerolo dove, intanto, la cop- pia aveva ritrovato una parvenza di serenità nel pic- colo appartamento di corso Torino.
Nora aveva trovato lavoro come commessa in un negozio di tessuti. Franco era ritornato al suo lavo- ro, in Fiat, a Torino. Si era anche intensificato l'ami- cizia con don Vito Savarese che, a Torino senza un parente o un familiare, la domenica a volte era ospite presso casa Roero.
Franco era ritornato di buonumore, Nora sempre più taciturna aveva imparato a lavorare a macchina e, con scampoli presi al negozio, ritagliava tovaglie, tende e quanto altro risultasse utile per la casa.
Quando don Vito venne ad annunciare il suo ritorno a Napoli (l'aria di casa... ripeteva conti- nuamente), Nora confezionò per lui delle eleganti e raffinate tovagliette da colazione: sicuramente a Napoli avrebbe messo su famiglia e quello sarebbe stato uno dei primi regali per il loro caro amico.
Don Vito partì non senza la promessa che i suoi amici lo avrebbero onorato di una visita. Li avreb- be ospitati con tutti i sacri crismi per ricompensarli dell'affetto e del calore in quel periodo piemontese.
Dopo la partenza dell'amico, la coppia attraver- sò un nuovo periodo buio. Le conseguenze dell'in- cidente e la scoperta, casuale, di quel che aveva su- bito (aveva trovato un referto dell'ospedale mentre riordinava dei cassetti) fecero ricadere Nora in uno stato depressivo tale da allontanarla dal lavoro e ri- uscirle difficoltoso ogni contatto con l'esterno.
Fu in cura dal dottor Mainardi, un luminare di quella malattia che iniziò un trattamento a base di Imipramina, un prodotto nuovo in quegli anni.
La situazione si aggravò quando l'anziano padre spirò a seguito di una polmonite contratta nel rigido inverno di quel 1960. La madre era scomparsa anni addietro, quando lei lavorava a Torino.
Con la morte del padre perse anche l'ultimo le- game che la teneva ancorata alla sua famiglia d'ori- gine. Non aveva sorelle o fratelli, ricordava di uno zio emigrato in Australia ma ne aveva perso ogni traccia.
Fu così che la signora Betta si prese amorevol- mente cura di lei: non aveva preso marito e con- tinuava a gestire la piccola azienda di famiglia.
Veniva a trovarla quando il fratello era al lavoro, a Torino, le preparava da mangiare e l'accudiva come una sorella.
Era vicino il Natale del 1961 e Franco desiderò che trascorressero quei giorni al Sestriere, in un vil- laggio convenzionato per i dipendenti Fiat. Furono momenti in un certo qual modo sereni e Nora sem- brava avesse ritrovato quell'equilibrio che le era un po' venuto meno. Conobbero brave persone, tutte annoverate nella grande famiglia Fiat.
Ritornati alla vita di tutti i giorni, Nora aveva preso una serie di abitudini che scandivano i tempi in cui il consorte era al lavoro: il mercato delle erbe, la visita a San Donato, il cappuccino sotto i portici da Fornero, la scuola di ricamo presso le suore Vin- cenziane. Sembrava tutto rientrato nella normalità, come se le cure del dottor Mainardi avessero colto nel segno.
Ma già nell'estate successiva la situazione si ag- gravò notevolmente: Nora provava un forte senso di colpa per non aver potuto dare un figlio al marito. Non ne avevano mai parlato, forse per delicatezza e riservatezza o piuttosto per non alimentare ulterio- ri sofferenze. Intanto il caldo aveva acuito la crisi, Nora si rintanò nuovamente in casa e non volle ve- dere nessuno.
Per Franco furono giorni durissimi. Al lavoro cercava di mantenere il contegno di sempre ma agli amici più fidati non era sfuggito un innegabile cam- biamento di umore: in certi giorni era cupo e silen- zioso, quasi a riflettere la situazione di casa dove solamente la radio, perennemente sintonizzata sui canali nazionali, riempiva di note e di parole quella tristezza senza precedenti.
A fine agosto, dopo un lungo penare, ricevettero una lettera da Vito Savarese: parole accorate, affet- tuose oltre ad un minuzioso resoconto della vita na- poletana. Nel commiato, annunciava l'intenzione di visitare la coppia di lì ad una settimana.
A Nora la notizia non produsse alcun turbamen- to; per Franco, invece, la visita dell'amico si rivelò inopportuna in un periodo così estremamente deli- cato. In un primo momento pensò di dissuaderlo da un tal proposito, poi si rincuorò e vi colse un aspet- to positivo: forse la sua presenza avrebbe finito per essere di giovamento in un momento come quello.
Don Vito giunse a Pinerolo in un settembre pio- voso e umido così vicino all'autunno ma l'acco- glienza che gli riservò Franco fu calorosa come ai tempi della loro frequentazione. Durante la cena al Regina, don Vito si accorse che qualcosa non anda- va. Il silenzio di Nora, lo sguardo a volte assente, l'imprecisione o l'esitazione di certi gesti comuni e quotidiani l'avevano particolarmente scosso e tur- bato. Tuttavia non si perse d'animo e l'indomani, accompagnando Franco a Torino, si spinse a voler sapere cosa era stato della Nora spigliata e allegra di una volta. Ebbe un dettagliato resoconto e nei gior- ni successivi pensò che non avrebbe potuto lasciare l'amico in quello stato.
Si prodigò innanzitutto invitandoli a Napo- li per trascorrere un breve soggiorno nel periodo immediatamente precedente al Natale. Per la festa dell'Immacolata la via San Gregorio Armeno si ani-
mava all'inverosimile: pastori, oggetti decorativi per il presepe oltre ad iniziative di ogni genere in attesa dell'evento natalizio ormai alle porte.
Franco, che non aveva usufruito di ferie in quel periodo, trovò la proposta eccellente, un'occasio- ne da non perdere anche per via di alcuni parenti, trasferitisi da pochi anni nella città partenopea, che avrebbe rivisto di buon grado. Nora non manifestò alcun interesse ma si affidò completamente a Fran- co che sembrava non voler rinunciare all'opportuni- tà di un tale viaggio.
Rientrato a Napoli, don Vito organizzò meticolo- samente la trasferta dei cari amici. Riuscì a prenota- re una camera ai piani alti della foresteria dei Padri Gesuiti, in Via San Sebastiano, da dove i coniugi Roero avrebbero potuto godere di un panorama di tutto rispetto sulla città vecchia, sul porto e verso la collina del Vomero.
Partirono in treno, un lungo viaggio iniziato al mattino presto in una giornata uggiosa che non pro- metteva nulla di nuovo né variazioni meteorologi- che. Da Genova il treno aveva preso a costeggiare la costa tirrenica: il mare increspato e poi quei tratti insoliti del paesaggio tra una galleria e l'altra, ora affascinanti, ora selvaggi, avevano rapito la mente di Nora, assorta, immobile e con lo sguardo fisso sempre a quel panorama.
Franco rispettava quel suo silenzio, senza però lasciar trasparire la preoccupazione, l'incertezza per ciò che ne sarebbe derivato: era da tempo, forse da quel tragico viaggio che non si erano avventurati oltre Pinerolo, Sestriere, Torino.
Era ormai l'imbrunire quando il Direttissimo dalla stazione di Campi Flegrei entrava in Mergelli- na. Don Vito era lì ad attendere da più di un'ora per quello che in fondo si prospettava come un ragio- nevole ritardo. Gli abbracci, le feste (Nora era un po' restia a quelle rumorose espansioni): Questa è Titina, mia moglie, e questi i miei figli...
E l'aria di festa si trasferì in via san Sebastiano, in casa Savarese.
Nora non riuscì a chiudere occhio, quella notte. La festa, la confusione, volti nuovi e nomi che ave- va ben presto dimenticato le avevano procurato un senso di smarrimento e, poi, una tensione che non si era allentata nemmeno una volta saliti nella loro camera.
L'indomani però, e nei giorni successivi, Nora ritrovò brio e forze: sembrava rinata! Era ammaliata da quelle esposizioni di pastori in via san Gregorio, conquistata dall'aria austera della chiesa di Santa Chiara, entusiasta delle vedute sul golfo, di Capri e Sorrento, rapita dalle rovine di Pompei e dalla Villa dei Misteri.
Ritornarono a Pinerolo dopo poco più di una settimana. Franco affrontò il viaggio di ritorno più sollevato che mai. A volte ripensava alla loro vita, al destino che aveva interrotto i loro sogni, frantumato le loro aspettative. Avrebbe desiderato dei figli, ave- re attorno a sé uno stuolo di nipoti e parenti.
A Pinerolo, tempo una settimana o forse più, la loro vita di sempre aveva preso a girare monotona- mente. A nulla era valso la proposta di un lavoro che una conoscente aveva proposto: Nora aveva svo-
gliatamente accettato un piccolo impiego in sartoria dalle sorelle Rainero, in via Trento. Due settimane appena e tutto l'entusiasmo era svanito.
Intanto in Fiat il lavoro progrediva a ritmi sem- pre più serrati. Si era ad una svolta: il settore de- sign era stato convocato già prima di quell'estate del 1979 a lavorare per una utilitaria familiare che avrebbe sostituito la 127 ma rivolta, piuttosto, alle fasce giovanili. Franco aveva ritrovato grinta e que- sta volta era proprio davanti ad una occasione che si sarebbe potuto definire storica. Con il gruppo che faceva capo a Franco c'erano anche quelli dello stu- dio Giugiaro. Il modello, prima a benzina con un motore di 900 cc e, subito dopo, un diesel di 1200 cc. La svolta della Fiat si chiamava Uno. Vi lavora- vano febbrilmente da mesi. Era da anni che in Fiat non accadeva nulla di ciò. Anche i sindacati erano da una parte vigili e attenti alle novità del mercato, dall'altra muovevano con cautela obiezioni sui tem- pi di lavoro o sul riassetto della fabbrica.
La Uno fu presentata a Cape Canaveral, negli USA, nel gennaio del 1983.
Quando rientrava a casa, Franco non amava par- lare dei suoi successi sul lavoro. Stanco ma conten- to per quell'improvviso cambio di vento, quel giro di boa dell'azienda torinese, si fermava invece con Nora per preparare insieme la cena. Guardavano in- sieme il telegiornale mentre consumavano il pasto e poi, in poltrona, si fermavano ad ascoltare il terzo canale di radio Rai che concludeva la serata con una programmazione di gran classe.
Il giorno stabilito per i festeggiamenti in casa Fiat, a Torino, vi erano un po' tutti, dall'Avvoca- to a Cesare Romiti, da Umberto agli altri rampolli della famiglia Agnelli. E poi i politici, il Ministro dell'Industria, Agricoltura ed Artigianato, Pandolfi, il sindaco Novelli.
Quel giorno Franco non riusciva a non far traspa- rire l'orgoglio di appartenere ad una grande azien- da, ad un gruppo leader nel settore automobilistico.
Ma era anche l'ultimo anno in Fiat: era giunto anche per lui il pensionamento.
***
Non aveva cambiato certe sue abitudini e spesso, al mattino, si recava a Torino, o per incontrare degli ex compagni di lavoro, gli anziani Fiat, come ve- nivano definiti, oppure per consegnare dei progetti che alcune aziende continuavano a commissionargli nonostante fosse fuori ruolo: erano ancora in tanti a ricordare la precisione e la perfezione dei suoi dise- gni tecnici.
Non aveva mai parlato ad alcuno degli anni trascorsi in Germania. Qualche tempo dopo, su consiglio però di alcuni intimi amici che avevano subito analoga sorte durante la guerra, aveva inol- trato all'Organizzazione Internazionale per le Mi- grazioni (OIM) la richiesta di indennizzo per gli ex lavoratori forzati sotto il regime nazista, nell'am- bito del programma previsto dal governo tedesco. Compilare quei moduli, ricordare certi particolari, riandare con la memoria a quei luoghi e alle soffe-
renze patite, fu solamente il riaprire una dolorosa finestra sul passato. Ma era un atto necessario, quasi una testimonianza perché le nuove generazioni non dimenticassero o, quel che è peggio, non rimuoves- sero quella immane tragedia. Non doveva scendervi l'oblio!
Sui moduli, con richieste di informazioni mol- to particolareggiate, ricostruì quei terribili mesi. Si servì di una guida stradale del Touring per ritro- vare i luoghi, i percorsi e calcolarne le distanze. E ne preparò una piccola ma dettagliata memoria da conservare assieme a quel libretto, il certificato di lavoro che le autorità tedesche gli avevano rilascia- to a Brema.
***
Erano da poco passate le 12.30 di quel 22 mag- gio 1992. Stava rientrando da Torino.
Per la prima volta aveva messo da parte il suo giornale e osservava dal finestrino quel susseguir- si di case e poi campi e di nuovo case. Nichelino, Candiolo, None, Airasca, Piscina e, finalmente, Pi- nerolo.
Alla stazione alcuni si salutarono ma non vide- ro Franco Roero. Non ci fecero troppo caso. Il tre- no riprese la sua corsa e, solo prima di giungere a Torre Pellice, il controllore si accorse di un uomo accasciato sulla poltroncina con la testa all'indietro. Lo chiamò ripetutamente. Franco sembrava sordo a quel richiamo. Aveva gli occhi sbarrati, fissi nel vuoto, interrogativi. Il controllore chiamò alcuni passeggeri seduti lì nei pressi, cercò di adagiare l'uomo sull'ampio sedile ma nessuna reazione alle sue sollecitazioni. Poi andò di corsa dal macchini- sta: con la radio di bordo chiamarono la Polfer di Torino e arrestarono il treno. Attesero i soccorsi. In meno di trenta minuti l'autoambulanza dell'Ospe- dale di Torre Pellice raggiunse il convoglio fermo nella campagna a pochi chilometri dalla stazione di arrivo. Franco venne sistemato su di una barella e poi, in una inutile corsa, ricoverato nell'ospedale della cittadina valdese.
Dai documenti la Polfer si accertò dell'identità dell'uomo e poté risalire alla sua abitazione. L'a- gente Romanisio telefonò ad un numero rilevato su di un foglietto ripiegato all'interno del portafogli. Ma non vi fu alcuna risposta. Vi era anche l'indi- cazione dell'abitazione della famiglia Roero. Inca- ricarono il Nucleo Carabinieri di Pinerolo per un sopralluogo in corso Torino. Lì si trovarono davanti ad una donna che, appresa la notizia, sprofondò in uno stato confusionale. Sembrava completamente assente, non parlava né rispondeva alle richieste di informazioni. Fu necessario interessare un medico.
Quella stessa sera Nora fu condotta in ospedale dove rimase per alcune settimane.
Al funerale di Franco vi erano i suoi compagni di lavoro, lo staff Fiat al completo con il dottor Ma- renco.
Su La Stampa un trafiletto ricordava il suo im- pegno in Fiat e la drammatica e improvvisa scom- parsa.
Don Vito Savarese apprese così la scomparsa del caro amico. Provò a lungo a comporre quel numero di telefono senza ricevervi risposta.
Prese il primo treno e da Napoli si portò a Pine- rolo.
In corso Torino non ebbe alcun riscontro. Rin- tracciò dei comuni amici e la sorella di Franco, Bet- ta. Apprese del ricovero di Nora in ospedale e la raggiunse. La donna era chiusa in un silenzio che non faceva presagire nulla di buono. Don Vito rima- se lì per tutto il tempo del ricovero, alternandosi con Betta e qualche amico di famiglia.
Nora si spense venti giorni dopo la scomparsa del suo amato consorte.
Don Vito provvide a sistemare ogni cosa. Salutò Betta.
Non tornò più a Pinerolo.
Dedicato a Gennaro che non ha fatto in tempo a leggere questo racconto

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