Leggere il 900

UNA LETTERA A SCIASCIA

(in Stefano Lanuzza, Leonardo Sciascia. L'arte della ragione,

Edizioni Clichy, Firenze 2017)

Caro Leonardo Sciascia,

nei suoi libri, di cui questa lettera vorrebbe costituire un breve o svagato compendio, c'è la fenomenologia dell'insularità siciliana includente l'anima italiana e quella europea; e c'è l'esperienza d'un uomo di sicuro istinto politico che, deluso dalla giustizia come dalla politica, almeno s'ostina a credere nella 'giustizia della letteratura'.

È con la pubblicazione del Consiglio d'Egitto, genuino capolavoro per qualità di scrittura e per la critica della Storia, che intraprendo la lettura dei suoi libri: da Favole della dittatura alle poesie di La Sicilia, il suo cuore, alle prose saggistico-narrative di Le parrocchie di Regalpetra e Gli zii di Sicilia, preziosi incunaboli delle opere successive.

Dopo Pirandello e la Sicilia, che rimarca il superamento della presunta o limitativa 'insularità' di un drammaturgo e narratore votato soprattutto a rappresentare l'universale condizione umana, s'avvia con Il giorno della civetta il ciclo sciasciano più strettamente narrativo, confermato da A ciascuno il suo a suggellare una memorabile dilogia 'di mafia'. Mentre romanzi quali Il contesto e Todo modo raccontano la corruttela d'un potere politico connivente con quello ecclesiastico.

In La corda pazza, raccolta di saggi letterari, si può leggere, tra l'altro, una lapidaria critica del carattere siciliano sospeso tra "'la corda civile'[...,] bloccata da secoli; e [... la] 'corda seria' [...] in sincronia allo sciogliersi della 'corda pazza'". Fino alla sua orgogliosa affermazione secondo cui "se l'arte e la letteratura del nostro tempo contano qualcosa nel mondo, il merito è peculiarmente di scrittori e artisti siciliani, di scrittori e artisti regionalisti [...]. E basti pensare [... a] quella summa del regionalismo che è Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa"... Quasi ad echeggiare la frase di Goethe, che indaga l'indecifrabile diversità dell'animo dei siciliani e giunge ad affermare: "Senza la Sicilia non ci si può fare un'idea dell'Italia: qui soltanto è la chiave di tutto" (Viaggio in Italia, 1816, 1817). Frase sottoposta al vaglio nel romanzo di Tomasi, per il quale la ragione della differenza tra i siciliani e il mondo "deve trovarsi in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità"... C'è un orgoglioso lampeggiamento, in quell'occhio d'abisso, che talora impedisce di vedere la verità più immediata e banale delle cose.

Frattanto, in un articolo sul "Corriere della Sera" (2 settembre 1984), lei s'immalinconisce menzionando una lamentela del poeta Lucio Piccolo. "'Noi siciliani [...] siamo antipatici'" sostiene Piccolo. "Era, la sua, una constatazione, ormai, per assuefazione, appena dolente: rassegnata, accettata. E in un certo senso goduta, poiché è degli uomini diciamo speculativi, la capacità di estrarre da una condizione infelice una certa felicità, una sottile allegria".

Escono i racconti di Il mare colore del vino,includente il bellissimo 'racconto di emigrazione' Il lungo viaggio. Seguono gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, indagine sulla misteriosa morte a Palermo dello scrittore francese autore di Locus solus. E, stampato a breve distanza dall'uscita del libro-inchiesta La scomparsa di Majorana, ecco I pugnalatori: evocazione d'un complotto palermitano del 1862 contro lo Stato che sembra preannunciare le trame eversive culminate nel tragico rapimento, da parte delle Brigate rosse, di Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, partito maggioritario al governo in Italia e in procinto d'accogliere l'appoggio esterno del Partito comunista... Va ora notato che col suo L'affaire Moro, mimesi d'un grande dramma civile i cui effetti ancora pesano, lei è forse l'unico intellettuale a distanziarsi dal coro di voci sul Moro "grande statista": che invece, nell'inusitata orchestrazione filologica del suo libro, è ridimensionato a "politicante" privo di "senso dello Stato" e preoccupato, col suo partito, soltanto di mantenere il potere. Accorda invece una partecipe credibilità alle lettere del prigioniero condannato a morte in nome d'una ragion di Stato fondata sull'ambiguità di un "compromesso storico" che bollerebbe Dc e Pci come "complici" effettuali delle Brigate rosse.

Moro prigioniero non è diverso da Moro politico, dunque: quell'uomo del partito al potere - lei dichiara a "Panorama" (26 settembre 1978) - rimane "indefettibilmente fedele a se stesso, a se stesso cristiano, a se stesso, soprattutto, democristiano. Presentarlo come impazzito di paura è stato, cristianamente, umanamente, un delitto".

In quegli anni Settanta, cadenzati delle sue parole sempre intrise d'una intelligenza scintillante (è, questo, il tempo in cui facciamo conoscenza), quasi nessuno quanto lei ha memoria dello scrittore e pittore Savinio, 'realista magico' europeo contiguo a Bontempelli. Prendendomi sottobraccio e spostando il discorso, avviato con qualche vaghezza, sul rapporto fra l'arte figurativa realista e un romanzo come A ciascuno il suo - dove si fa riferimento a un'opera di Guttuso -, tirando una convulsa boccata dall'eterna sigaretta mi dice, con nella voce dall'accento così marcatamente siculoccidentale un lieve tremito d'entusiasmo, che, subito dopo Pirandello, tra i maggiori del Novecento letterario italiano c'è Savinio... Convinzione definita anche in un articolo, Testimonianza per Savinio, pubblicato dalla rivista "Scena" (n. 5, ottobre-novembre 1976): "Ci si trova davanti [...] a uno dei pochi geni sicuri (con Bruno Barilli e Carlo Emilio Gadda) della letteratura italiana". Poi, nella sua Introduzione al libro saviniano Opere. Scritti dispersi. Tra guerra e dopoguerra. 1945-1952 (1989), pubblicato nei Classici Bompiani, lei aggiunge un commento che potrebbe attribuire a se stesso: "La felicità dell'intelligenza. E il suo dire 'non riesco ad essere infelice', [...] si può anche intendere come un 'non riesco a non essere intelligente'". Come non riesce, Sciascia, a non intelligere.

Colui che poi, con un sorriso di benevolenza non disgiunta da discrezione, lei presenta come "un giovane promettente"? Proprio io: oggi un ex giovane che non mantiene le promesse da lei stabilite.

Il nostro dialogo non ha seguito, a parte una sua telefonata, subito successiva al pomeriggio romano, per chiedermi l'indirizzo del poeta e bibliofilo fiorentino Arnaldo Pini, proprietario d'una libreria antiquaria e suo fornitore di volumi... teologici (oggi ritengo rilevante, nell'ambito delle sciasciane prese di posizione morali, l'interesse teologico e "una certa religiosità" di chi non si dichiara mai ateo. Risvolto, questo, d'uno scrittore talora enigmatico e per certi aspetti 'segreto').

Trascorre altro tempo e, forse perché penso che lei, spesso pressato da postulanti, possa credere a una qualche mia richiesta d'attenzione, non le invio il mio primo libro: pubblicato a Firenze da La Nuova Italia nel 1979, anno in cui lei si candida alle elezioni col Partito radicale e per questo motivo, nel mese di maggio, finisce per rompere la quarantennale amicizia col comunista Guttuso. "Caro Sciascia, perché con Pannella?" eccepisce Guttuso. "Caro Guttuso, amico inquistore..." è la piccata replica sciasciana.

Il titolo, debitamente lapidario, di quel mio libro sintetizza, nemmeno a farlo apposta, l'argomento del nostro precedente colloquio: Alberto Savinio; uscito negli stessi giorni del suo Nero su nero, corrusco scartafaccio diaristico, 'giornale di bordo', calepino sapienziale e certo un testo che non ha niente da invidiare, poniamo, all'omologo libro di Elias Canetti La provincia dell'uomo. Quaderni di appunti 1942-1972 (1973, stampato in Italia nel 1978).

A Nero su nero, monumento al disincanto e al pessimismo dell'intelligenza, seguono la raccolta di articoli e interventi La palma va a nord, Il teatro della memoria e Cruciverba, terza parte, quest'opera tutta da leggere, d'una trilogia saggistica comprendente Pirandello e la Sicilia e La corda pazza.

Affine alla raccolta di motti Kermesse è Occhio di capra, dizionario di 'modi di dire' siciliani; e una vera e propria 'chicca', sorta d'affettuoso smascheramento d'una delle innocenti millanterie di Stendhal che racconta di avere fatto un viaggio in Sicilia mai avvenuto, è Stendhal e la Sicilia. Segue Per un ritratto dello scrittore da giovane, saggio dedicato a Borgese, che precede La strega e il capitano, l'amoroso Ore di Spagna, i romanzi Il Cavaliere e la morte e Una storia semplice. Tra questa folta produzione c'è A futura memoria, corroborante raccolta di scritti giornalistici «su certi delitti, certa amministrazione della giustizia; e sulla mafia».

Nel 1975, con scalpore giunge in libreria un romanzo che non c'è motivo per non considerare tra i capolavori della letteratura: Horcynus Orca di Stefano D'Arrigo... Pochi ricorderanno la sensazione provocata dall'inopinato battagepubblicitario della Mondadori, che lo stampa, e le polemiche fra sostenitori e detrattori d'un libro di 1257 pagine fittamente impresse, repleto di neologismi e dalla complessa costruzione: da qualcuno (per esempio, e non è poco, George Steiner) giudicato ai vertici della narrativa occidentale e da altri, quanto meno impropriamente, un ambizioso prodotto dell'editoria di consumo. Si tratta, inoltre, d'un libro tutto 'di mare', l'unico scritto da un grande romanziere siciliano se si pensa che negli stessi Malavoglia di Verga il mare è solo uno sfondo della narrazione.

Autori siciliani quali Consolo, Bufalino e Camilleri esprimono sincero apprezzamento verso l'opera del conterraneo D'Arrigo, in gioventù, prima di trasferirsi a Roma, vissuto ad Alì Marina e a Messina (quanti sanno che il giovane Sciascia, diplomatosi maestro elementare, frequenta per un po' a Messina la Facoltà di Magistero dell'Università, presto abbandonata?).

Se al terzetto siciliano si legano gli interventi di Maria Corti, Gianfranco Contini o Primo Levi, fra le numerose altre espressioni, pro o contro, lei non aggiunge la sua. Tale mio riscontro, certo pleonastico, mutua una domanda rivolta ad alcuni scrittori, per lo più siciliani, che rispondono rilevando un'estrema distanza fra la scrittura di Sciascia, secca, incisiva, 'cartesiana' e quella immaginosa, visionaria, poetica e avvolgente di D'Arrigo; tra il ferreo raziocinio sciasciano e l'estenuato, baroccheggiante romanticismo darrighiano. I più maliziosi non mancano di alludere anche a una mera rivalità fra scrittori della stessa terra; o a quell'inguaribile atarassia per la quale - come lei stesso, in varie occasioni, denuncia - ciò che tanti siciliani rimproverano ad altri siciliani non è di 'fare qualcosa' ma 'il fare' toutcourt. Del resto lei stesso, tenuto in gran conto nell'illuministica Francia, non si sente abbastanza apprezzato dai suoi conterranei: magari spiegandoselo col fatto che, in contrasto col suo logocentrismo, l'anima siciliana profonda resta inguaribilmente barocca e romantica: ovvero - si opina - 'irrazionale'.

Precisandole che non attribuisco senso alcuno a quanto non si distingua dalla superficialità e dal generico pregiudizio, tento di spiegarmi quella che ritengo una sua sincera o legittima 'antipatia' nei confronti della narrazione di D'Arrigo, satura di mare così come la proustiana Recherche lo è di memoria. Allora io immagino che la sua possibile avversione possa riguardare segnatamente il... mare: che permea il romanzo darrighiano al pari del Moby Dick di Melville... "Il mare non mi è mai piaciuto, e non mi piace neppure oggi" lei dichiara a Marcelle Padovani nel cruciale libro-intervista La Sicilia come metafora. Nota poi che molti paesi della Sicilia "volgono ostentatamente le spalle al mare", da lei visto "per la prima volta soltanto a cinque anni". Peraltro il mare - lei sostiene - "non piace neppure ai siciliani": poiché degli insulari non potrebbero amare "il mare che è capace solo di portar via gli emigranti e di sbarcare gli invasori". Così - riepiloga - "non so neppure nuotare".

Tuttavia non potrebbe rilevarsi che Horcynus Orca rappresenti proprio il contrario della stereotipata metafora del siciliano costretto dalla malasorte ad abbandonare la propria isola? Visto che, concepito come nostos ovvero l'omerico 'viaggio di ritorno', il romanzo finisce per esprimere l'anelito di chi, per mare, torna alla propria terra: alla propria lingua, al proprio mestiere, alla propria identità.

Che infine 'Ndrja Cambia, il protagonista darrighiano, al termine del romanzo venga ucciso dalla fucilata d'una scolta inglese e non realizzi le proprie speranze può simboleggiare una forma d'adesione del 'romantico' D'Arrigo allo sciasciano illuminismo pessimistico relativamente alla possibilità degli uomini di patteggiare con le iniquità del sistema.

Intanto Horcynus Orca paga la condanna a un ostracismo non dissimile dall''alto silenzio' in cui anche lei, caro Sciascia, lo relega magari solo a causa del 'mare'... "Il mare" lei scrive in La corda pazza "è la perpetua insicurezza della Sicilia, l'infido destino [...]. Il mare è amaro".

Le scrivo da una città, Firenze, già sede di siciliani (Verga, Capuana, Borgese, Vittorini, Gentile, il dimenticato poeta Antonio Bruno di Biancavilla, il due volte sindaco di Firenze, negli anni 1951-1957 e 1961-1965, Giorgio La Pira; fino al critico letterario Giuseppe Zagarrio) che, ai loro tempi, per giungervi, hanno traversato lo Stretto in ferry boat e viaggiato coi treni da lei detti "la grande passione della mia vita" (pure spiegando alla Padovani: "Non ho più viaggiato che in treno").

Oggi penso agli anni in cui ogni suo scritto è per l'Italia della civiltà, della cultura e del desiderio di onestà una festa dell'intelligenza e del pensiero libero; penso al suo acume nello stigmatizzare la condizione morale del nostro Paese, lo stravolgimento della verità, la giustizia malintesa che crea ingiustizie, la rapacità delle caste non solo politiche. Penso al suo tono di voce dimesso, soffocato dagli striduli scherani d'un potere affaristico e posti a guardia di interessi clientelari, degli illeciti impuniti, del profitto illegale, della privatizzazione di scuola e sanità, della corruzione, dell'attacco alla dignità del posto di lavorro, delle sanatorie per i capitali esportati (regali alla mafia che ricicla il denaro delle attività criminali). Ciò, malgrado gli eventi bellici che attraversano l'Occidente globalizzato, questo concentrazionario mercato di massa incapace di fare i conti con le illusioni edonistiche che lo modellano; e nonostate la crisi globale del capitalismo, con la catastrofe, l'Undici Settembre 2001, delle Torri Gemelle di New York (difficilmente lei accetterebbe la versione ufficiale secondo cui tale Bin Laden, nascosto in una grotta tra le montagne dell'Afghanistan, organizzerebbe la più complessa delle azioni terroristiche).

Con tali riflessioni la saluto terminando questa mia lettera scritta nel giorno di un'incipiente primavera al tavolo d'un Caffè nella fiorentina Piazza Signoria che il 23 maggio 1498 vede il frate domenicano Savonarola, un eretico al pari del fraticello agostiniano Diego La Matina di Morte dell'inquisitore, bruciare sul rogo e dove pare che le pietre siano ancora "letteralmente incandescenti": come, nelle Chroniques italiennes (1855), annota il suo Stendhal, scrittore - lei avvertirebbe - "senza mare".