PER LA CRITICA

UN SELFIE CON LEOPARDI

di Luigi Matt

Scritto in forma di lettera a «Giacomo» (che alla fine viene salutato con un «Ti voglio bene»), L'arte di essere fragili sembra rispondere innanzi tutto ad intenti autopromozionali: l'autore traccia continui paralleli tra l'esperienza letteraria e umana di Leopardi e la propria, dimostrando se non altro un ammirevole sprezzo del ridicolo.

Naturalmente, occuparsi di un libro quale L'arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita di Alessandro D'Avenia (Milano, Mondadori, 2016) può sembrare ozioso. Il desiderio di lasciar perdere è molto forte; ma prendere in considerazione il libro è invece importante, visto che il grandissimo successo, in particolare presso la categoria degli insegnanti di scuola - molti dei quali, da quanto si sa, lo stanno proponendo come lettura in classe -, lo rende potenzialmente in grado di influenzare i gusti estetici e anche il modo di pensare di molti giovani. Si lamenta spesso, certamente con ragione, la scarsa propensione alla lettura delle nuove generazioni: se poi tra i pochi libri che i ragazzi prendono in mano c'è un prodotto come questo, la situazione è davvero preoccupante.

Scritto in forma di lettera a «Giacomo» (che alla fine viene salutato con un «Ti voglio bene»), L'arte di essere fragili sembra rispondere innanzi tutto ad intenti autopromozionali: l'autore traccia continui paralleli tra l'esperienza letteraria e umana di Leopardi e la propria, dimostrando se non altro un ammirevole sprezzo del ridicolo. Il libro fa strame della complessità di pensiero e dell'anticonvenzionalità del «più grande poeta moderno, un poeta che ha trasformato ogni limite in bellezza» (p. 38), raffigurato a tratti come un grottesco incrocio tra un capo scout e un motivatore. Con lo stesso tono allo stesso tempo enfatico e lacrimoso che già informava il pessimo romanzo d'esordio Bianca come il latte, rossa come il sangue, D'Avenia inventa uno scrittore inesistente che dovrebbe essere particolarmente gradito agli adolescenti, superando ogni limite tollerabile di banalizzazione: la divulgazione, se ben fatta, ha un grande valore, ma quando all'indispensabile opera di semplificazione si sostituisce il continuo ricorso al semplicismo, gli effetti raggiunti sono evidentemente nefasti. Non è facile rassegnarsi all'idea che parecchi studenti vengano indotti a ritenere che il pensiero di Leopardi sia riducibile a formule di questo genere: «Tu, Giacomo, non ti rassegnavi a perdere il cuore, il quale sa che esistono verità frutto di fiducia prima ancora che di una dimostrazione, verità come l'amore, come il fatto di esserci e respirare, come la nostra unicità, come la bellezza» (p. 197).

Impressiona, tanto più in un professore di italiano, l'impiego di viete formule degne del più rozzo dei bigini, come la seguente: «In reazione all'Illuminismo, in Europa cresceva la ribellione romantica, sbilanciata verso il fantastico confinante con l'irrazionale» (p. 57). E non mancano ricostruzioni scorrette, come L'infinito interpretato quale un sonetto con un verso in più, o semplicemente opposte al vero: «la tua poesia, diversamente da quella dei tuoi contemporanei e conterranei, accoglie anche le cose più note, quotidiane e fragili: passeri, pastori, greggi, artigiani, lune, donzellette, fiori, carboncelli, artigiani, canti...» (p. 49; non è certo da queste presenze, consuete nella poesia italiana antica e moderna, che si può inferire la novità dei versi leopardiani).

Il livello della scrittura, in ogni pagina del libro, è molto al di sotto della soglia di decenza. Basterà lasciare spazio ad una nuda schedatura: è superfluo mettersi a commentare analiticamente, dato che ogni esempio parla da sé. Tre in particolare sono gli strumenti a cui l'autore ricorre in continuazione:

1) metafore banali, già lette troppe volte e prive ormai di qualsiasi potenziale espressivo: «Nessuno può varcare quella frontiera, se non chi ha il passaporto per il nostro cuore» (p. 11); «la fiducia che la vita quotidiana possa diventare il terreno fertile per coltivare i nostri desideri, perché fioriscano» (p. 17); «per la nostra navigazione nel mare della vita» (p. 18); «serve poco per ravvivare quel fuoco nascosto tra la cenere» (pp. 28-29); «Ho sentito davanti a me un muro invalicabile, il cuore di quella ragazza si era rintanato da qualche parte, in un'oscurità che nessuna luce riusciva a raggiungere» (p. 30); «Adolescenza è questo fuoco che non vuole altro che ardere di passione e di passioni, a volte fino a bruciare se stessa per mancanza di combustibile» (pp. 40-41); «Tu sapevi che bisognava ridare dignità al cuore, risvegliandolo dal letargo in cui era stato cacciato» (p. 58); «Anche tu, Giacomo, hai dovuto affrontare queste intemperie negli anni della tua adolescenza» (p. 77); «nei tuoi primi idilli poetici avevi cercato, attraverso un cuore riconciliato con la ragione, l'armonia tra l'uomo e la realtà in un matrimonio pieno di promesse» (p. 111); «come si fa a mettere una corazza attorno al cuore per paura che la vita ci inganni» (p. 130);

2) frasi sentenziose, che riescono a manifestare al contempo pretenziosità e superficialità, come si immaginerebbe di trovare negli articoli di un rotocalco, non in un libro che parla di letteratura: «Solo la fedeltà al proprio rapimento rende la vita un'appassionante esplorazione delle possibilità e le trasforma in nutrimento, anche quando la realtà sembra sbarrarci la strada» (p. 21); «Abbiamo scambiato la felicità con il benessere, i sogni con i consumi» (p. 35); «questo è il compito della letteratura: rendere l'uomo più vero e autentico, spogliandolo delle menzogne che lo allontanano da sé, dalla vita, dagli altri» (pp. 39-40); «La speranza è un'arte che ha il suo prezzo» (p. 46); «Solo la bellezza crea speranza nel cuore e nella mente dell'uomo» (p. 50); «non desidera qualcosa se non chi ne avverte la mancanza» (p. 67); «L'uomo che spezza la vita altrui non è semplicemente un pazzo, ma uno che sente pochissimo, disprezza la sua vita e finisce col disprezzare quella degli altri» (p. 75); «Solo il tempo mostra la grandezza di un amore, di un'opera, di un uomo» (p. 77); «Più sete si ha più l'assenza d'acqua è dolorosa» (p. 83); «solo il silenzio permette all'uomo di superare il tempo in cui vive» (p. 118); «la mancanza di conoscenza di se stessi porta all'infedeltà a se stessi» (p. 128);

3) espressioni che vorrebbero essere intense e creative, ma in cui è impossibile trovare un senso qualsiasi (come a una rilettura l'autore, o in subordine un editor, avrebbe dovuto vedere chiaramente): «Leopardi ha distillato, come si fa con gli ingredienti dei profumi, le tappe che ci accomunano tutti» (p. 14); «il vigoroso realismo del fragile seme che accetta il buio del sottosuolo per farsi bosco» (p. 22); «Una biografia assomiglia a una linea, ma una vita assomiglia a una spirale, il centro rimane nella stessa posizione e i minuti gli si arrotolano attorno, ora più vicini ora più lontani, in base alla fedeltà alla propria originalità» (p. 24); «un ragazzo così, capace di accettare e trasformare le sue sfortune in trampolino per aprire la testa e il cuore» (p. 39); «con i suoi occhi abissali come l'aldilà» (p. 42); «La tua è la libertà del seme, che decide di marcire abbandonando le vecchie abitudini e sicure convinzioni per dare pienezza alla sua natura e al suo rapimento» (p. 99); «La notte prende il sopravvento anche interiormente. Non si "esce fuori di sé" per trovare se stessi, ma per perdersi del tutto. Eppure questo fuori di sé è diretta conseguenza del rapimento, che non ha trovato terreno per farsi realtà, o almeno così appare» (p. 117); «quel dolore al centro del petto che fa di ciascun uomo un'immortalità ferita» (p. 127); «finalmente abbiamo trovato qualcuno capace di guardare la nostra nudità senza farci sentire nudi, bensì vestiti di noi stessi» (p. 132).

Ad un certo punto, lo sventurato lettore incontra la seguente affermazione: «La poesia della vita non è un sentimentalismo dolciastro» (p. 68): forse la «poesia della vita» (qualunque cosa sia) no, ma L'arte di essere fragili - opera di un autore che definisce così la propria poetica: «Anche io scrivo perché vorrei che il mondo fosse all'altezza dei desideri del mio cuore, che brama, a volte mio malgrado, un paradiso» (p. 65) - del «sentimentalismo dolciastro» è la più perfetta realizzazione.

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