Per la Critica

UN’OPINIONE SULLA NARRATIVA DI MARIO QUATTRUCCI

di Piero Sanavio

Nella lunga serie di polar usciti dal pc di Quattrucci, più che la soluzione degli enigmi da parte dell'infaticabile commissario Maré, importano le peregrinazioni, sue e dei suoi eventuali accoliti, all'interno della città di Roma.
Sono percorsi nei vicoli e piazze di un labirinto dove solo fantasmi risultano i personaggi raggiunti dalla "giustizia", fatue personificazioni dell'effettivo responsabile dei disastri.

La città come luogo nemico, familiare e tuttavia inconoscibile, poiché sotterranea è la realtà che l'investigatore deve portare alla luce, è uno degli ovvii presupposti del polar. L'individuazione del colpevole certamente svela qualcosa che fino a quel momento ci era ignoto; e però, nel tessuto della realtà urbana, se il successo dell'investigatore risolve un enigma, neppure un tassello è rigenerato della grande scacchiera. In The Big Sleep , il "grande sonno", un altro modo per dire "La Morte", il cavaliere solitario Philip Marlow non porta nessun ordine morale a Bay City né nella grande famiglia che ha contribuito alla corruzione della città. Soltanto, di quella famiglia, neutralizza un elemento. Uomo d'ordine nostalgico di arcaici rapporti di classe, Maigret usa la legge illuso, contro ogni propria coscienza delle meccaniche del "reale", che ogni mistero risolto possa riportare il tempo cinquant'anni all'indietro, quando di fronte al "signor conte", di irreprensibile onestà, ci si levava il cappello.

Nella lunga serie di polar usciti dal pc di Mario Quattrucci, più che la soluzione degli enigmi da parte dell'infaticabile commissario Maré, importano le peregrinazioni, sue e dei suoi eventuali accoliti, all'interno della città di Roma. Sono percorsi nei vicoli e piazze di un labirinto dove solo fantasmi risultano i personaggi raggiunti dalla "giustizia", fatue personificazioni dell'effettivo responsabile dei disastri. Assai più che il delinquente "della porta accanto", magari funzionario in qualche Ministero, il vero nemico è chi (o ciò che) sta alle spalle di quelle maschere e - come un Minotauro eternamente elusivo-dalla loro ombra le gestisce. Inseparabile dalla natura stessa della città, e si manifesta in un susseguirsi di specchi, false piste, è dal ventre di quella che egli è stato generato e, tra suburre e palazzi, è con quell'utero che coincide la sua persona. Sarà quindi nel corpo stesso del Mostro, madre e figlio di se stesso, che dovrà muoversi Maré, sempre in pericolo di essere travolto da quel nemico: masticato e espulso come da una macchina tritacarne e magari tratto in inganno dalla propria umanità.

I crimini di questo maligno Proteo, filiazioni delle deviazioni morali fissate da quanti Giotto nei loro affreschi, sono tutti traducibili nelle meccaniche di un'ininterrotta lotta di classe - l' eterno scontro tra homo faber e Potere. A vincere è sempre il nemico, né diversamente potrebbe essere, e nessuna Arianna, neppure la legge, offre a Maré il filo magico per raggiungere il Mostro assassino. Solo ombre, lo si è detto, sicché al momento cruciale, è come se il buon commissario, pur scoperto e afferrato il "colpevole", annaspasse nel vuoto. Il Male non sarà mai estirpato.

Maré è cosciente di questa aleatorietà del "vero" e ce lo dice a modo suo - ruminando che "l'umana natura riserva assai sorprese, compresa quella di vedere un mansueto agnello trasformarsi improvvisamente in lupo"; e che delle connessioni tra molti avvenimenti, come dire tra delinquenza e Potere, "certe cose non le sapremo mai."

Se si è accennato a Giotto e i giotteschi il riferimento non era casuale, c'è un'aura di medievali sacre rappresentazioni in questi romanzi, come rivelano insieme gli a-parte moralistici di Maré e la volontà didattica del suo inventore. Ogni romanzo è un exemplum -- della natura del Male e la necessità, qualunque possa essere l'esito, di persistere nella lotta . S'è parlato dell'assenza, nei percorsi di questo Teseo, di una provvidenziale Arianna. E' soltanto in se stesso che l'instancabile Maré trova il filo salvifico, unico elemento al quale far fiducia, e questo è la lingua - un coacervo di idioma colto e popolaresco, locuzioni dialettali, formulazioni burocratico-poliziesche, e sono altrettanti strumenti d'accesso alle molteplici apparenze che, come gli spruzzi d'inchiostro di un calamaro, il Mostro lancia a propria difesa. Da questa lingua che Maré trae la forza per continuare la sua guerra, senza perdere fiducia nell'indistruttibilità dell'umana "decenza." Tale impasto espressivo costituisce la cifra di Mario Quattrucci per il quale ogni scelta estetica appare subordinata alla sua funzione didattica. Ne troviamo conferma, fosse necessario, nel proliferare delle note a piè di pagina per spiegare un riferimento storico, una citazione letteraria, un avvenimento.

Anche qui legittimo appare il riferimento alle sacre rappresentazioni: dove l'alto e il basso latino mescolati a idiomi che, come fango vulcanico, ancora non avevano trovato una "forma", convergevano, proprio per la loro convulsa specificità, a diffondere un' ortodossia che era insieme religiosa, morale, politica. Il discorso era rivolto sia al "popolo" che al "Signore", come le belle immagini nelle vetrate delle cattedrali.

Nei due recenti volumi pubblicati da Quattrucci per le edizioni del Vascello (Un delitto del 43 e altri racconti e Memoria che hai ancora desideri e altri racconti), Maré ritorna, e in ruoli in verità assai più credibili che nelle sue ultime presenze. Scomparso è il tono saccente che lo accompagnava in certi episodi e anche la lingua, soprattutto la lingua, che ormai declinava verso manierismi, qui s'è fatta più sciolta e viva. Assai più credibile appare l'impasto formale e al punto che, grazie anche a certi innegabili echi faulkneriani, è probabile che abbiamo qui le migliori prove narrative dell'Autore. Apprezzabile l'ironico "Hanno ammazzato Montalbano", di cui una lettura potrebbe essere quella di una meditazione sull'attuale profligare del polar su altre forme di percezione del "vero".Decisamente importante, nella sua compattezza, il testo che dà il titolo alla prima delle due raccolte e ci guida in meandri di ambiguità che appartengono alle viscere di Roma e dove la storia minima si mescola alla Grande Storia in una realtà fatta di viltà, tradimenti, non senza momenti di disperata onestà.

Nel pur sbilanciato volume Memoria che ancora hai desideri (fuori tono le inclusioni: "Uomo sotto la pioggia" e "Un cappello nero", riscritture si direbbero di "Cat in the Rain" e "The Revolutionist" di Ernest Hemingway; inutile, inoltre, "La sera che andammo da Pollini"), vigorosi ci appaiono i racconti costruiti attorno all'immagine del padre, una sofferta cronaca famigliare e include, oltre al testo eponimo, le narrazioni "Luigi. Una cronaca", "Che poi mio padre, in fondo..." e "Vecchio cinema Mussolini". Impeccabile il punto di vista del ragazzo, occhio giudicante degli avvenimenti; interessante la cifra espressiva che finalmente sembra indirizzarsi verso soluzioni formali che l'Autore finora aveva lasciato inesplorate.

I personaggi dell'antifascismo popolare romano, costretti com'erano, gli anni del pre-guerra, nelle diverse sentine della Capitale, sono filtrati attraverso sfocature formali che appartengono alla memoria e così i rimpianti, le parole non dette, anche un certo pudore dei sentimenti. Benissimo la frammentazione narrativa. Né importa se il racconto s'incaglia, a volte, in soluzioni da paleo-western. Citeremo, in "Luigi. Una cronaca", la pagina sul confronto tra popolani antifascisti che tuttora si riconoscono nel comune coagulo dell'esercito nel quale hanno servito, e una banda di fascisti pronti a una "spedizione punitiva". E' indossando i cappelli e i berretti delle diverse armi cui hanno appartenuto che, fucile in pugno, tutt'insieme, come Jacks in the box, questi popolani compaiono alle finestre delle loro case, pronti a difendersi da ogni assalto. E' soltanto per la viltà dei nemici se la situazione non si risolve à la OK corral.

Quei cappelli e berretti militari: orgoglio di una pur monarchica "legalità" contro fez e camice nere? Non si richiedono coerenza ideologica o credibilità cronachistica al mito - nella cultura popolare, né solo, quasi a smentire certe arroganze oracolari di Bertolt Brecht, hanno un loro ruolo simbolico anche gli eroi.