Speciale Mario Lunetta

Un istante senza fine

di Mario Lunetta

Dal tavolino del bar sotto la tettoia di plastica a fiori e farfalle mitragliata dalla pioggia, volgarissima e superflua, l'uomo che tendeva a dimenticare tutto compreso il suo nome guardava la strada, guardava le sue mani, tornava a guardare la strada come uno schermo a tratti confuso a tratti nitidissimo, un attimo saldo come un blocco di cioccolata, l'attimo dopo sciatto come un cumulo di stracci - senza nessuna velleità spionistica, intendiamoci: ragazzi ambosessi perlopiù sovrappeso, con troppa ciccia ai fianchi e sul culo, vecchi accroccati come ragazzini, rarissime le amazzoni che portavano in giro il loro alone volando sulle ali dell'indifferenza - e lui, che aveva sempre amato le donne come un dono della vita bello e tremendo, se ne rammaricava quasi gli avessero sottratto il quid più prezioso che gli spettava, costretto a provare pena per quel cane randagio con gli occhi persi e di colpo, ora, a fronteggiare un giovane più sui trenta che sui venti, magro, camicia vistosa e giubbino verde militare, pantaloni al ginocchio, scarpe scolpite di tela e gomma, testa rasata a zero e - sfacciato come la firma di un grande artista, sul viso glabro un barbino lungo stretto verso la fine da un nastrino rosso cui era appesa una campanellina che ogni volta che lui scoteva la testa emetteva un suono che all'uomo sotto la tettoia ricordava certe musiche carezzevoli della sua infanzia e all'improvviso, mentre il giovane gli s'era fermato davanti, gli comunicava qualcosa di strano, tra inquietudine e conforto.

Roba da piangere, o da vergognarsi, si disse l'uomo premendo pensieri distratti nel solito crivello della sua mente inconclusa, una specie di cristallo di quarzo senza pietà neppure per se stesso, mai. Forse per questo c'era chi lo considerava crudele riconoscendogli tuttavia una generosità e una capacità di appassionarsi proprio fuori del comune, soprattutto per le cause perse, che sono quasi sempre le sole giuste, in questo mondo che funziona come un gioco degli equivoci pazzo e sinistro.

Pausa. Pausa visiva e mentale: era il gioco che tanto tempo fa usava fare con lei, l'unica, il più grande amore della sua vita: una grazia, una maledizione, semplicemente. Quando nelle loro conversazioni al cellulare che potevano anche somigliare a sceneggiate lei lo stringeva alle corde con qualche battuta assassina, lui, per celia e per non morire, si difendeva con una pausa lunga come un tunnel, lei allentava la presa e lui, resuscitando per celia, riprendeva la recita, fino alla prossima aggressione di lei e al prossimo chiudersi in difesa di lui, veri o falsi che fossero. Lui, sì, appunto: che era l'uomo cui erano state sottratte un'infinità di cose, di progetti, di parole, di azzardi dell'invenzione - e se ne stava seduto qui, al tavolino del bar sotto la pioggia, a consumare la sua colazione di cappuccino e croissant.

Pausa, ancora. Con tutto ciò che, strazi immedicabili e gioie sepolte, quel vuoto potesse contenere nel filo di sorriso dedicato alla sua esistenza che gli si sfarinava tra le mani, ora e qui, guardando e non guardando tutto ciò che i suoi occhi potevano ancora percepire, mentre dal cervello appannato gli si affacciava la frase di Wittgenstein così prossima a un'ovvietà, Il mondo è tutto ciò che accade, e un colpo d'ala screanzato di quel colombaccio gli aveva fatto scivolare sul tavolino il panama avana acquistato pochi giorni prima, imbrattando di caffelatte i giornali appena sfogliati.

Il giovane gli s'era accostato a un passo dalla tettoia non per ripararsi dalla pioggia ma solo per guardare con più agio, protetto dall'ombrellino verde da donna, la facciata della palazzina che aveva di fronte, finestre, balconcini, fioriere, chissà che altro. Nel suo sguardo che a dispetto della barbetta mefistofelica non aveva niente di inquisitorio o di sospettoso, non c'era nessuna curiosità, c'era solo certezza. L'uomo ne fu sconcertato. S'era aspettato di essere interpellato dal giovane su qualche persona, qualche ufficio, qualche centro studi, magari qualche cartomante ospitati nella palazzina, visto che lui vi abitava.

Macché. Niente di niente. La bocca del giovane non aveva emesso una sillaba. L'unico suono che lasciò come un piccolo rintocco assurdo fu quello della campanellina voltando di scatto la faccia mentre la sua testa rasata faceva uno scotimento disperato, e l'uomo sentì dentro di sé un brivido che gli ributtò nel vuoto del cranio un groppo di ricordi aggrovigliati come serpenti. Da quel groviglio di corpi viscidi emerse a un tratto davanti ai suoi occhi un gioiello indicibile: la pistola cosacca del nonno che ne era orgoglioso come di un tesoro inestimabile: Baden-Baden 1870, canna a due ordini, prima quadra poi tonda, decorate con agemine in oro. Cassa in ebano quadrettato rifinita da una sfera d'avorio. Ogni volta che per pulirla il nonno la estraeva dalla cassetta rivestita in velluto color vinaccia ripeteva come una sentenza inappellabile "Un'arma unica al mondo", e l'uomo ormai vecchio che era stato bambino anche lui, aspettava invano il resto di un racconto che si concludeva con quella considerazione tombale.

Oh beh, non molto di più che un ricordo fra i tanti che di tanto in tanto vengono a installarsi nella mia testa come in un nido abbandonato. Ora guardò la fila dei platani dalla corteccia grigia e in qualche tratto color crema, risalì alle larghe foglie e ai grappoli rotondi dei frutti come a cercarvi un'ombra di sollievo che non venne. Il giovane mefistofelico stava scomparendo tra i passanti che avevano un po' tutti l'aria di manichini sfasati, ciascuno dentro un suo fondale di inappartenenza.

Anche stasera l'uomo avrebbe cenato da solo. Una triste cena da sopravvissuto, davanti allo schermo del televisore che spandeva invariabilmente chiacchiere malamente inventate dagli uffici stampa governativi come premessa al vero corpo delle notizie: massacri sempre più fantasiosi dentro guerre mai dichiarate ma intraprese con ferocia selvaggia in certe zone del mondo da cui fuggivano senza posa popoli infiniti di migranti che sarebbe stato più esatto chiamare rifugiati, un venti per cento dei quali finiva in fondo al Mediterraneo. Oh sì, il Mediterraneo: il più florido cimitero della terra.

L'uomo non riusciva ad abituarsi a quelle atrocità da romanzo horror all'ennesima potenza: lui che faceva di mestiere lo scrittore e ora le sue storie gli parevano ogni giorno di più, a petto di quelle spaventose notizie di cronaca, maldestri tentativi da principiante nell'arte letale di ciò che ancora, con una denominazione sempre meno appropriata, si chiama romanzo. Ora capiva anche quanto sarebbe stato difficile liberarsi dell'ossessione di quell'amico ingegnere che, perse poco tempo prima moglie e figlia in un incidente stradale e schiacciato - lui, persona mitissima - da un senso di colpa invincibile per le decine e decine di morti che tentavano l'attraversamento del Mediterraneo, un bel giorno era salito a bordo della sua barca, in mare aperto s'era legato una pietra al collo e s'era buttato giù, nelle tenebre. Qualcosa, s'era detto l'uomo, che somigliava a un suicidio e in realtà forse voleva essere un risarcimento.

A casa s'era preparato una minestrina di dado Knorr. Per secondo una fetta di caciocavallo e qualche oliva snocciolata. In chiusura, una pesca. In quell'inizio di autunno la sua testa era occupata soprattutto da un pensiero scomodo come una camera troppo stretta da mobili troppo espansi. Era il pensiero di lei che s'era installato di forza al centro del suo spazio cerebrale, e ne condizionava in ogni istante le dinamiche, le inclinazioni, gli umori.

Trent'anni prima li aveva legati un amore pieno di fatalità e di angoscia, insieme cieco e lucidissimo. Qualcosa di meraviglioso e di terribile, che non era sopravvissuto, pure senza morire, a una quantità di ostacoli drammatici e beffardi. Un segno dei tempi, anche quella storia. Avevano ripreso a frequentarsi dopo quasi trent'anni come spinti da una circostanza ineludibile, una specie di scherzo atroce, una beffa da clown, per capire che erano cambiati tutt'e due, chissà se in peggio o in meglio o che, diversi comunque ma con il loro fondo di integrità totalmente intatto malgrado le frustate di ciò che si chiama volgarmente destino e invece è solo infermità del caso, che va sempre in tutte le direzioni come un diavolo zoppo.

L'uomo amava la sua donna scoprendo in lei certe qualità umane che all'epoca della loro passione cinematografica di tanto tempo prima aveva intuìto a strappi, forse senza neppure dargli troppa importanza: e ora, invece, con tutte le ammaccature che lo stare al mondo non risparmia a nessuno, gli apparivano una delle ragioni fondamentali del suo sentimento per lei, che da attrice di forte personalità e educatissime qualità mimetiche le nascondeva sotto una maschera ciclotimica molto giocata di finta umiltà e di finta furbizia, con quell'infantilismo istintivo che a lui piaceva da morire e gli faceva trascurare perfino l'inguaribile bava di contraddittorietà che pure era tanta parte del suo fascino un po' fané, quindi sicuramente impreziosito dalla carezza non sempre benevola del tempo.

La mattina dopo che il giovane con barbino e campanellina gli era apparso davanti come un folletto l'uomo se ne stava al solito tavolino del solito bar scorrendo il giornale dopo l'ultima sorsata del suo cappuccino. Guardava le pagine en passant, si soffermava su qualche immagine, tornava a guardare la strada e la gente che la calpestava, socchiudeva gli occhi, si attaccava a questo o quel pensiero molto volàtile che poteva dargli sofferenza o conforto, rimpianto o malessere, fermava l'attenzione sull'articolo di fondo del direttore che aveva il pregio di non averlo mai deluso. Lei, la sua donna, continuava a comportarsi al modo di una libellula ora estrosa ora apatica se non distaccata, in un'alternanza che lo teneva sulla corda al pari di un equilibrista impacciato. Con lei aveva riso come mai aveva riso con nessuno, perché il condimento dell'amore è l'allegria, la sua marmellata l'umorismo. Da qualche tempo lei sembrava non spanderne più a piene mani, e questo provocava qualche assillo e qualche fenditura nella lastra tuttavia solida dell'assetto psichico di lui.

Da una decina di giorni non s'erano più visti né sentiti al telefono. L'uomo non amava le forzature e detestava gli obblighi. Sapeva che, come aveva detto qualcuno, in amore tutto è vero e tutto è falso. Tempora mutantur et nos mutamur in illis, scrive Joyce in A Portrait of the Artist as a Young Man. Comunque, massime e riflessioni a parte, dentro sentiva bruciare il muscolo denominato cuore dalla maggior parte della gente, e non era un fuoco fatuo, certo che no.

Se ne restava in attesa, e intanto leggeva le notizie al fosforo che la cronaca riportava da questo mondo e da quell'altro. Lei sarebbe tornata, e magari proprio come una ragazza, con rinnovata freschezza, finalmente libera da tutti i tormenti e gli affanni che erano sempre stati il contorno della sua vita, in agguato anche nelle fasi di tenerezza più struggente.

L'uomo alzò ancora una volta gli occhi dal giornale e come in un fotogramma al rallentatore vide quel vecchio che aveva perso il bastone e stava precipitando lentamente sull'asfalto, a pochi metri da lui. Si affrettò ad aiutarlo, due ragazzi lo avevano preceduto, ma ora lui era lì, ad accertarsi che il caduto non si fosse fatto troppo male, l'altro lo ringraziò con lo sguardo, fece una carezza ai due ragazzi che lo avevano soccorso, l'uomo lo prese sottobraccio e lo fece accomodare al suo tavolino.

"Come si sente?"

L'altro scosse la testa, come a dire che non era stato niente di grave.

"Scherzi dell'età, nient'altro", sorrise.

Lui chiese cosa gradisse.

"Ma niente, grazie".

Lui non gli dette retta, ordinò un'acqua tonica e forse anche un caffè, che ne dice?

Il vecchio rispose sì per la tonica, ma grazie no per il caffè.

Si scambiarono banalità per cinque dieci minuti, poi, quando il vecchio si fu rinfrancato a sufficienza e, scusandosi, lo ringraziò ancora mentre si aggrappava al suo bastone infedele per andare dove doveva, l'uomo sentì con disagio di star vivendo un sogno. Il vecchio si allontanò con passo guardingo, e ora ecco, dal portone della palazzina di fronte era uscita una coppia giovane e piena di vita. Si stavano dirigendo verso il suo bar, e di colpo, come subendo una botta in fronte, l'uomo riconobbe il ragazzo col barbino e la campanellina che abbracciava una ragazza abbagliante mentre lei si disfaceva in un sorriso grande come un alone di luna.

I due gli passarono accanto mentre l'uomo si sentiva annichilito. Il volto della ragazza era il volto che la sua donna aveva trent'anni prima, e il sorriso di lei ora lo stringeva alla gola come un nodo scorsoio. Per un istante lunghissimo credette di morire, seguendo con lo sguardo, disperatamente, i due giovani che usciti dal bar gli davano ormai le spalle e sparivano tra i passanti come in una festa, un attimo dopo che il barbino s'era voltato verso di lui per lanciargli un'occhiata che conteneva, così gli parve, un'ombra di fuggevole intesa.

Un sogno perverso. Un maleficio. Rimase immobile, una statua di bronzo. Dopo un tempo che non seppe misurare, fece un cenno al cameriere:

"Una camomilla molto carica, per favore".

Un povero escamotage, lo sapeva benissimo: almeno come sapeva che il passato non torna, semplicemente perché non va via, si dissolve soltanto.

Passò il pomeriggio al cinema, vedendo con un certo disgusto lo stupido film di Martone dal titolo di una pacchianeria sovrannaturale, Il giovane favoloso, semplicemente un insulto alla memoria di Leopardi; mangiò una pizza Napoli alla trattoria di piazza Navigatori; a casa ebbe la tentazione di scrivere a chissà chi una lettera di minacce, ma poi ovviamente non lo fece - anzi, sotto un colpo di sonno che lo stordì come un gancio alla mascella, se ne andò a letto. Un gran bel sonno, dopo quelle poche ore sconfinate, di forte malessere e oscura insensatezza. Molti sogni caotici, frantumi di racconto di uno schizofrenico, schegge che finivano con l'incastrarsi l'una nell'altra prima di dar luogo a un nebbia di svariati, incredibili colori, rumori meccanici, fischi, tutta una ridda sconclusionata in cui apparvero due specchi neri nei quali lui andò cercando invano il volto della sua amata così com'era ora, un po' sciupato rispetto al suo antico splendore ma sempre dolorosamente insostituibile.

I giornali di due giorni dopo, con l'ovvia garniture di radio e tv, inzuppavano avidamente il biscotto nell'acquitrino della cronaca nera.

In una zona del parco dell'EUR in corrispondenza con le Tre Fontane sotto un folto di vegetazione è stato rinvenuto il cadavere di una ragazza giovanissima. La posizione era quella di una persona tranquillamente addormentata. Non sembrano esserci segni di violenza sessuale, ma sicuramente - anche prima dell'esame autoptico - gli inquirenti possono affermare che la morte della donna sia avvenuta per strangolamento.

L'uomo guardò inorridito l'immagine del volto della ragazza che era proprio quello della sua donna in uno scatto avvenuto trent'anni prima. Magari, si disse lui con uno strappo al cuore, l'avrà vista anche lei, e certo me ne parlerà, quando tornerà. Me ne parlerà col suo pianto disperato che conosco così bene, e io non capirò perché, dal momento che ho capito tutto in anticipo, nel momento in cui ho visto per la prima volta il barbetta col suo nastrino e il suo campanellino. La terrò stretta a me, la consolerò con parole naturalmente inadeguate, non saprò cosa dirò, forse non dirò nulla e la ascolterò singhiozzare sentendo questa mia vita maledetta calpestata senza remissione da troppe cose che non sono traducibili in parole, non possono essere scritte né lette, da lei e da nessuno.

Da lei l'uomo non ebbe una telefonata, una promessa di rientro: ma lui sapeva che sarebbe tornata, come aveva sempre fatto. Quando scese per la colazione trovò una busta nella cassetta della posta. L'aprì e - come temeva - vide che conteneva una lunga ciocca di peli da barba stretta da un nastrino rosso con appeso un campanellino che appena mosso dalle sue mani emise un suono ben noto.

agosto 2015