Speciale Mario Lunetta

Un dì(re), girando nei dintorni di via "Accademia platonica", lunare

di Antonino Contiliano

Parlare dei poeti è sempre un compito ingrato. I poeti esistono per essere

citati e quello che si scrive su di loro è, nella maggior parte dei casi, superfluo... Le cose stanno così almeno per quelli che non sono né critici né storici della letteratura. Ma poiché la voce dei poeti riguarda tutti noi... gli esperti in materia dovranno pure accettare che anche qualcuno di noi dica la sua.

Hannah Arendt


Abbandonare "la filosofia di un giorno che è sempre lo stesso"

Gastone Bachelard

Ri-cominciare con la poesia di un giorno che non è mai lo stesso - "per leggerezza", " area di contagio", "omaggi e memorie" - di Lettera morta, il giorno delle occasioni o degli eventi che il tempo presenta e che vogliono il silenzio muquente della "lettera morta" quale complesso nodo di circo-stanze segnaletiche; il silenzio del pensiero astratto quanto curvato dallo 'schema" dell'immagine astraente, e tuttavia linguaggio concreto in azione che continua a parlare, agire e a comunicare attraverso uno scorrere di elementi con versi dell'accadere poetico 'temperati' con ironia saputa. Testi che chiedono di essere letti e rivitalizzanti secondo il logos e l'humus plurivoco stesso delle suddivisioni tematiche che ne ha fatto il poeta. Mario Lunetta, Lettera morta, Fermenti (controsensi / album 8), Roma 2000.

E non si può iniziare, e poi ricominciare, a leggere i testi di questa raccolta di testi poetici di Lunetta se non - ritagliandoci un posto di osservazione - a partire dal taglio del suo tempus per cui, per parte delle "fessure di Crono" e del vento della leggerezza, scola "sottrazione di peso" (I. Calvino, Lezioni americane) o, forse, meglio, intreccio debito di pieghe spaesanti delirante e volatile comicità, effimera quanto micidiale occhio meduseo. Lo sguardo d'insieme che balena con la velocità di kairós - l'attimo 'debito' dell'atto (poetico) decisionale - e si coagula in configurazione rappresentativa; in questo caso quello che si consuma nell'andamento ritmico variegato della poesia di Lunetta che a fine testo, spesso, trova il guizzo della battuta fulminea, l'umorismo dissacrante raggrumato nell'istantanea di una fiamma congelata: "dommage", "chapeau", "voilà"; la sorpresa di un witz fulminante. Il tempo come il ritmo di una "battuta" d'arresto quasi inaspettata ma necessaria per dar luogo alla visibilità auditiva e giudizio tempestivo a una comune potenza comunicativa che lega il linguaggio del poeta a quello della lingua del "forum" socio-popolare temperato di velenose quanto salutari bene-dizioni - detto in lingua corrente, da parla come magni, senza spocchia, capocchia, parrocchia, / crocchia, e conocchia: senza niente o press'a poco insomma: o inzomma, all'uso / casereccio (e poco fico) del Meridione purchessia, non necessariamente profondo (p. 23) - che bollono tutti i giorni.

L'"intemperanza" della tempesta dei giorni (3,7,10, un colpo di pistola alla bocca, un fazzoletto di seta che strangola), vortici soffocati e quiete climatizzata nel disperato climax passionale di una luna di miele castrante, e morte annunciata; e in scena la doppia castrazione - Kamaleonte Kãmasutra e il Trattato di castità del reverendo Luovel (pp. 12-13) - di una coppia di giovani sposi che esplode, tra le pratiche del Kãmasutra di Vãtsyãyana , mentre "si romperanno le palle a morte" prima che la morte stessa, tempestivamente, e senza la fine del fuco nella sua folle corsa per inchiappettare l'ape regina, cali il sipario. Privata dell'orgasmo pirotecnico, a freddo, necessaria e "senza speranza", la morte splende con soluzione e benedizione: "...la povera sposina riluttante, / Vishnu le conceda eterno riposo".

Tempo e quiete relativi di situazioni che non tardano a sentire altri decessi, la morte non procede da sola, liscio o contratto che sia il percorso. Il riso l'accompagna. Il tempus li stempera.

Le falde/fessure del 'tempus' plurimo che si piega, spiega, e ri-spiega provocando gli attriti del caso e gli smottamenti dei livelli diversi del testo, sono, credo, il presupposto da cui non ci si può allontanare troppo per coglierne il senso dirompente come suono e risuono allegorico delle immagini-raziocinanti quanto ironiche. La parte di pratica etico-politica significante di questa raccolta di Lunetta, in ogni modo promessa (engagement) d'intelligenza critica.

Immagini-raziocinanti quanto ironiche. La parte di pratica etico-politica significante di questa raccolta di Lunetta, in ogni modo promessa (engagement) d'intelligenza critica.

Impegnata per attraversamento critico di contraddizioni ineludibili (realtà e utopia) e comicità di contrasto tra il valore di certi avvenimenti (Giubileo) e le espressioni linguistiche destabilizzanti che ne demoliscono l'importanza e la serietà cui la storia ha sempre legato una certa solennità di parata, e ggi sostituita dallo spettacolo d'intrattenimento e consumo mercantile. Ma ideologia e mercato ne scoronano la verginità aspergendola con l'acqua minerale in bottiglie di plastica delle sante multinazionali . L'urto delle correnti del vocabolario di Inter nos (p. 23), che scorazza gentilmente praticando sìmul l'aria ascendente e discendente per registro/lessico linguistico mosso e tagliato con sintagmi stra-lunati di lingua corrente - " roba da preti, sfilatini del buon Dio, sorsate di malinconia" - e lessico plurilingue "unheimlich" (dribbling, enfìn, ad portas, horrori, ghost story, grammelot, rate, ratatouille, conflitto, confìytto, hau-fault, hit parade), scorre infatti come l'accelerato comico di un insieme di fotogrammi in metch divertito, la cui pellicola, "dommage"!, finisce "nel cesso".

Sono le falde e le correnti semiotiche del testo che, "rosa dei venti", si fanno 'tempesta' o amalgama di quanto il linguaggio polisemico della poesia è capace di tipicizzare intrecciandolo con cura e natura. È un impasto poetico-riflessivo che procede "senza la minima bava di lirismo": con "massima PRECISIONE, massimo UMORISMO" e parola che s'invera solo come azione "inter nos" o dia-logo del noi in pubblica pagina. Il dettato e il lascito di questa Lettera morta di Lunetta, infatti, testualizza un equilibrio (è verosimile) inequivocabile di logica e immaginazione po(i)etiche desoggettivante e una 'pratica significante" politico-culturale lì dove c'è un soggetto la cui solitudine di pensiero smarginante e civile si incontra con la volontà e il desiderio di un 'sensus communis' antagonista, che è critica e rifiuto del senso comune addomesticato.

È la scrittura di cui può essere capace solo una singolarità che, come tutti, non somiglia a nessuno (Shakespeare/Rousseau); il discorso di una semiotica poetica che, variando l'andamento del verso nella costruzione dei vari testi (che formano la raccolta), processualizza i vari eventi, le occasioni del quotidiano e della storia comune e transeunte - mon dieu - con immaginazione, finezza po(i)etica e stile. Chapeau\ (sintonia lunettiana). Uno stile che scavando nel "niente" e non trovando il vuoto fa emergere la finitudine di ogni cosa e l'equivalenza di ogni morte che allinea, impassibile contabile, i decessi del caso {Kubrick, p. 40) »

E il suo pensiero ride e costruisce per ironia e humour la "...mappa del niente.../ ...nel suo silenzio che non è silenzio, nel suo fragore che è solo afasia /" di "niente parla"; ma questo parlare (quasi una memoria forte della coralità del "si" dell' inter nos materialitistico, il collettivo del 'sensus communis' è la parole dell'azione degli eventi storico-temporali che fra un apparire e un altro non può non essere e non esser-ci in questo spazio-tempo 'pubblico' del conflitto critico; il conflitto della contingenza delle cose del mondo che non escludono, anzi, una scelta antagonista di senso e orientamento alternativo o di rottura della continuità della storia, e che nella poesia trova ancora il suo legittimo luogo di ribellione gratis "et dona ferentes".

Il mondo, da questi parti, pluralità di azioni e parole, senza finalità intrinsecamente teologiche e teleologiche, "molto brechtianamente" - perché "Una rosa è una rosa" (p. 15) -, è 'tempus' che mescola ritmi intrecciati instabili e precari più che destinati all'eternità intoccabile di Dio. Il mondo materialista del "niente" luniano che si srotola con l'essere del riso piuttosto che non essere; il 'ni­ente' del "nulla eterno" imparentato con la radice della materia vivente e nientifìcatrice che con il non essere assoluto. Il ni-ente che non garantisce speranze a nessuno (neanche sul piano del materialismo della storia) ma che si pone con la potenza disarmante e combattiva del riso, e insieme con la collezione dei "fallimenti" dell'instancabile utopia e l'archivio della "memoria desolata".

Non c'è consolazione se non nella forza e nel valore demistificante della "scrittura bustrofedica" che ora, qui, oggi "si fa apparizione capestrana" e riso: "Ma il mondo è stupido, lo sai. Crede ai fantasmi / e non li crea. Noi, in compenso, ci nutriamo di carne umana: "della nostra /... / E poi, tu ridi: nella bufera / e nella festa, col tuo bravo sarcasmo... / il rovescio delle cose, albe illividite dei pensieri / che non camminano" (p. 46). Il riso che nasce dove i pensieri non trovano più le parole, forse ce sono troppe in circolazione e intralciano il traffico corretto (e le cose sfuggono); per cui rimane solo il coraggio di ridere e il suo indice di leggerezza, che non è rilassamento etico-politico.

Mercello Carlino, in apertura della raccolta, richiamando un pensiero di Savinio, infatti sottolinea che

Anche la poesia un giorno fu stanca di essere immortale, e scese nella poesia di Baudelaire, per poter morire». Che Lunetta condivida l'assunto è indicato fin dall'epigrafe leopardiana sulla soglia di Lettera morta: un vero potere di azione, e cioè - per la scrittura - di critica delle ideologie, si sprigiona dalla coscienza della precarietà propria «di chi è preparato a morire», così come promana (e v'è come una radice o una ragione comune, un concorso di energie di pari intensità tra morte e riso) dal "coraggio di ridere" (quel ridere alla maniera dirompente, tesa e nervosa e crudele, segnalataci in essenza da Baudelaire), che è manifestazione tra le più peculiari, in letteratura, della volontà di mandare ad effetto l'annuncio della morte di Dio.

In questa leggerezza del riso c'è la gravità de La ballata del D'Alema (p. 29). Una ballata che sballa con l'esattezza della precisione del tiro delle parole a rima baciata e continuata per smascherare, altra guerra guerreggiata, un'ideologia di servi e accattoni; un ritmo incalzante che va e ritorna con la determinazione della traiettoria di una satira danzante e crudele che obbliga lo sguardo/1'ascolto al riso, giudizio non indifferente. Una sentenza che per sentieri biforcanti cala una mazzata sul ridicolo del "ghigno furbastro" (il grottesco) della Sinistra "sinistra" che, - sotto l'elmetto il baffetto del D'Alema "politicamente corretto", - brava e gregaria, aspetta l'effetto "dei funebri Apaches": la tragedia di una guerra Nato-americana, mai dichiarata ma chiara.

"...Che Dio lo protegga, / in questo mondo di malandrini. Lunga vita al Senatore. L'Italia / ha ancora bisogno di lui", si potrebbe ripetere (sottolineando l'uso dell'anafora cui il nostro autore ricorre, e non di rado, nei suoi testi) con Lunetta; e ripeterlo con quella sua stessa ironia, sorgente per attriti e stridori, lontana dal naufragio della fine della storia, che per forte analogia di contrasto, amaramente, sghigna del/sul parallelo dei "3 gobbi" (p. 14) - Giacomo Leopardi, Antonio Gramsci e Giulio Andreotti.

Così, ancora "molto brechtianamente", con sorriso malinconico, seducente andatura ritmica di verso dialogato, discorsivo e battute scherzose (con i morti si può e si deve ancora scherzare: ai poeti non è dato piangere), il poeta dialoga a corta distanza con l'amico Ignazio deceduto. Qui l'ironia etero-auto-critica di taglio estetico ("Non hai visto... non hai vissuto quello che volevi vivere"), conoscitivo ("per miserabili esiguità d'orizzonti...nel segno di Majakovskij...coscienza di classe") e pratico ("lucida percezione dello sfruttamento...necessità del cambiamento"), e persistente utopia, con vera "mossa da cavallo", sul piano di una delicata scacchiera testuale, ci porge il Lamento per il secondo Ignazio, eccetera (p. 37-38), un addio il cui lutto non perde lo smagliore del sorriso - un vero 'lascito' di "fallimenti" al niente:

A noi, sai, piacciono le cravatte. / Le collezioniamo, come i fallimenti. / E per te e con te, Ignazio, compagno presente, amico / che non ci hai mai lasciato, coltiviamo / ancora, senza pentimenti, furore e gioco, progettando / progetti sicuramente inattuabili: / e ti chiediamo, a te che tante ne conosci, qual è / la migliore mossa del cavallo, in questo / campo di battaglia devastato, sotto / questo cielo di piombo vanesio e inconcludente, / eccetera (p. 38).

Sottrarre peso al niente, dunque! Che rompicapo! E se poi aggiungi che è il peso di una lettera morta?, il soffio della parola che si fa gelo, lettera immobile o poesia a cristalli liquidi e fiamma gelata, si può fare a meno di pensare al peso di un testamento che non smette di suggerire e darti materia per riflettere? Può non rivolgersi l'attenzione a quel pensare poetico che è un pesare il raggrumato della temporalità con il giudizio dello spettatore e dell'attore che scrive il ni-ente ovvero di eventi che non hanno la consistenza duratura e immobile della sostanza che permane ma dell'e-sistenza che muta secondo i livelli di una con-tingenza temporale non truccata (Dio ride, recita un vecchio detto ebraico, se l'uomo pensa; e Valéry di rimando dice che l'uomo ogni tanto pensa, ogni tanto è) ! Può non essere dato peso a questo pesare leggero - pensiero-corpo, corpo-pensiero - di ogni lettera nei versi, di questi in ogni testo e di questi nella raccolta? Una raccolta e un censimento di circo-stanze e fatti che bilancia e sbilancia eventi e scrittura sfaldando il rumore del silenzio e dandogli voce con lo splendore del riso e del sorriso messo in scena come ictus poetico vestito di "sberleffi" cuciti con l'eleganza della non curanza fin davanti la morte.

La morte che, come i destinatari di un 'lascito' scritto nella solitudine del pensiero e del scrittoio,

Sul mio tavolo da lavoro, molto brechtianamente, tengo / una rosa rossa d'acciaio smaltato che affiora da un grattacielo / di cemento e un piede nudo insanguinato di ceramica / firmato Fulgenti, che ha un foro nel tallone. / Non ho ancora capito il possibile senso simbolico / dell'accostamento, che pure mi intriga e mi procura, specie / nelle giornate in cui mi sento lontanissimo dal mondo, e il mondo / è pazzo come il vento, un'ombra di malessere / più volatile del mercurio ( p. 15),

non vede mai in volto i presenti, perché la temporalità, nel mondo, ne mescola la pittura "come in una foresta tropicale" (p.46) o un ologramma spazio-temporale a circuito chiuso e diveniente. Così il chronos non ha spazzato via del tutto quella geografia politica (potremmo dire di meteoro-logica con-tingenza storica) tra le cui fessure, ancora, si aggira, come le antiche anime che non avevano avuto effettiva sepoltura, il "minuscolo spettro" (quello di Karl Marx) - "...uno minuscolo spettro che si aggira / per l'Europa, cui peraltro nessuno fa caso, le cui parole /suonano mute più che indecifrabili: insomma, il fantasma / di una pesce: di un pesce-luna..."(p. 22), e vi trovano dimora anche le fosse per l'Europa "suicidata" che " L'America l'ha condannata. /.../ L'Europa è lettera morta" (p. 31); l'Europa, ieri rapita per essere fecondata, oggi rinchiusa e tradita per essere uccisa.

Il mondo di questo chronos, ridendo fino all'addio dell'ultima pagina con "geometria implacabile" e "bravo sarcasmo implacabile" del "...ti saluto / con solitudine fraterna.. /, ancora mette in scena " il rovescio delle cose" abilmente colto dalla pittura dell'amico Francesco, "così poco francescano". È l'ultimo saluto, desolato, il congedo definitivo dall'unico mondo di "lettera morta", ma il suo silenzio è la voce del rumore della molteplicità non-contraddittoria delle occasioni della 'contingenza', così com'è conto che rende noto il timbro della decisione debita allorquando -"geyser d'ira non placabile", "riso detonatore", "shaker" debordante, confine "pilot light"- scola speranza senza speranza senza abbandonare il suo valore di "legs" (lascito) derridiano, ci sembra, di corpo e ombra insieme vissuti e insieme levati. E senza paura, ci sembra, ai suoi destinatari, questa "lettera morta", segnata e consegnata ai limiti, rimanda a un'esperienza che non può essere solo personale e privata se, come succede, gli omaggi e le memorie e l'area di contagio "per leggerezza" hanno il soffio ironico quanto grave del "vento pazzo" che gira ovunque, e cui nessun orecchio , quindi, può sottrarsi:

".../ Viviamo una vita fossile. In me la sola forma di energia / è l'ira. Tutto è radioattivo. Ognuno ha perso / la propria ombra" {Inverosimile secolo, p. 30, area di contagio);

L'Europa si è suicidata: / L'america l'ha condannata. / Questa guerra è una faccenda sporca: / L'Europa è lettera morta" {Europa Europa, p. 31);

"Non hai visto quello che volevi vedere, ma non / per miopia, credo; piuttosto, per debolezza connivente / delle cose, delle intenzioni e delle volontà. / Non hai mai vissuto quello che volevi vivere, ma non / per carenza di vitalità, credo; piuttosto, per miserabili /esiguità d'orizzonti, cinismo del dominio, foia / di asservimento e altro, nelle città e nelle campagne, /negli uffici e le scuole, nelle chiese, perfino / nelle officine dove un tempo si fabbricava / quel quid sempre più raro, che nella lontananza comunista / a te cosi cara, si chiamava, nel segno di Majakovskij / e della sua blusa gialla cubofiiturista, coscienza / di classe, lucida percezione dello sfruttamento, dura / necessità del cambiamento, eccetera. // Non hai parlato tu, padrone di molte lingue, la lingua /..../ che non solo rinomina le cose e ridisegna le immagini opache / del mondo, ma le attraversa col brivido dell'utopia, magari / a costo di spavento e dolcezza, nel fitto delle tenebre / che ci mordono la gola come una torma di lupi / nella bufera" {Lamento per il secondo Ignazio, eccetera, p. 37).

Nessuno, credo, può sottrarsi a questo keránnumi di eventi e occasioni che si intrecciano nei testi di "Lettera morta". Per leggerezza, area di contagio e omaggi e memorie, il suo fluire è un processo po(i)etico che filtra gli eventi della storia e della cultura che ci appartengono, e lo fa incontrando gli occhi di un amico e la sua opera con traiettorie allusive e allegoriche quanto, terribilmente e materialmente, vitali per temperamento condiviso; traiettorie ondulate, prive di abbandoni mistici o soggettivistici lai, cariche di "qualche rivolo di memoria desolata" e presenze di energie in itinere fino all'ultimo giorno, quello in cui, come ogni cosa, si lascia quest'unico e solo mondo.

Così, Francesco, respiri il tuo smog, che è lo stesso / del mio: di me che amo le tue figurazioni, le tue / cancellazioni, i tuoi marasmi sanguinosi, dentro / una terra abolita.../ ...Ma lo spazio bloccato / dei tuoi quadri è uno squarcio esterrefatto nella cancrena / quotidiana, una crasi nella sordità della vita / che non vive se stessa. // Ascolto la tua pittura parlata. La sento come un rombo, o / come un fraseggio leggero. Tratti / con la distanza appassionata di un esploratore / senza speranza, lungimirante e cieco, una materia / sordida e sottile... / .../ Questo è respiro e mano. Questo è rètina e gioco / che scherza con la morte (p. 47).

Vorrei dire anche che il tempus di queste poesie, diversamente s-versate per andamento espressivo, ritmi sonori e lessicali, sintassi logica e grammaticale, "geni(a)talità" ironica, è anche sorgente di utopia sulle "stragi delle illusioni", se lo "stupore" comunque è ancora possibile:

Credo che ormai, in questo deserto inenarrabile / di sprechi programmati, imposture obese e malandre:

[in questo,

insomma, devastante sisma dell'utopia / che già qualcuno, in un bieco passato italiano, chiamò / strage delle illusioni, ogni scrittore / degno del nome debba contare tutti i granelli di sabbia / (nessuno escluso) - al lume definitivo / di qualche stella remota. // ...// Credo che la parola, finzione di un'unica / finzione infinita e definitiva, non spetti oggi ai pallidi eredi / di Pierre Menard, ma soltanto a chi / ne abbia cancellato, con la polvere delle proprie ossa, / l'alone misterioso intriso di complicità / - e l'abbia immersa nello stupore del proprio sangue, / ragionando (duramente), sorridendo / (duramente) col coltello alla gola, salutando / cerimonioso Colui che disse di Shakeaspeare: / "Somigliava a tutti gli uomini, tranne nel fatto / che somigliava a tutti gli uomini" Chapeau (Gli eredi, p. 39).

Così il suo tempus, che miscela occasioni, situazioni, circostanze, è tessuto ad alta temperatura di praxis poetica. Una scrittura che solo la "tempestività" del poeta, pronto sul filo della contingenza leggera e tagliente, porta alla "qualità dell'accordo" che tempera pensiero critico e a lingua poetica, perché distratti e colpevoli non perdano il senso delle proporzioni davanti alle differenze delle gobbe di Leopardi, Gramsci e Andreotti. "In questo mondo di malandrini", infatti, non è difficile che ciò accada, specie se si "perde un miliardo di neuroni al giorno" e la nostra "è un'andata senza ritorno". Salut !