PER LA CRITICA

UN’ALTRA SCRITTURA:

MARIO LUNETTA

di Corrado Morgia



"La letteratura è in debito di ossigeno nessuno l'aiuta. Ma il suo compito, credo, e il suo senso residuo, è quello di cercare contraddizioni all'interno del senso comune, di produrre enzimi fantastici indigeribili, di creare sconcerto nei confronti dell'universale obbedienza".

In un suo agile volumetto, tale soltanto per la dimensione, ma certamente non per i contenuti, dal titolo "Letteratura come sistema e come funzione", Guido Guglielmi definisce l'avanguardia "... nozione polemica, che sta a significare una letteratura d'opposizione rispetto alla produzione letteraria corrente..."; immediatamente di seguito fa risalire l'inizio di questa tendenza al 1848, l'anno dello scoppio e del fallimento della rivoluzione in Europa e della conseguente sconfitta della democrazia.

In quel momento fatale Charles Baudelaire, autore molto caro al nostro Mario, maestro e profeta indiscusso delle avanguardie continentali, aveva già pubblicato le prime opere, e con la presenza sulle barricate di Parigi cercava di manifestare, anche in tal modo, tutta la sua contrarietà a ogni forma di ordine costituito, non solo quindi nel campo estetico, ma anche in quello politico e sociale.

Da allora le avanguardie cosiddette storiche, dadaismo, espressionismo e surrealismo e, successivamente, le neoavanguardie della seconda metà del Novecento, si sono costantemente ispirate a quelle iniziali prove di profonda insofferenza verso le regole date, sia, appunto, in campo propriamente artistico che, assai spesso, anche se non sempre, in quello sociale, sulla base del convincimento che è necessario sovvertire da un lato i codici espressivi del sistema letterario, o comunque creativo, in senso lato, e dall'altro le tradizionali gerarchie del sistema politico.

In Italia, in particolare, le neoavanguardie letterarie, a partire dagli anni '60, si sono trovate a fare i conti non solo con l'esigenza di rinnovamento, ma anche di modernizzazione della cultura nazionale, quasi in ogni disciplina, dalla sociologia alla antropologia, dalla linguistica alla psicanalisi, alla fenomenologia fino all'aggiornamento della stessa attività critica e del sapere storico - filosofico, dominato dalla pluridecennale e ormai soffocante supremazia dell'idealismo crocio - gentiliano.

Questa posizione di rifiuto dell'esistente si presentò anzitutto con la stroncatura della produzione letteraria in auge in quel periodo, quella dei Bassani, dei Cassola, dei Tomasi di Lampedusa e degli stessi Pasolini e Moravia, assimilata, a volte forse frettolosamente, alla letteratura rosa dei romanzi di Liala, scrittrice peraltro assai popolare, sempre presente nelle arretrate riviste femminili del momento.

L'Italia si era da poco ripresa dalle devastazioni del secondo conflitto mondiale e cercava di uscire dal sottosviluppo che per lungo tempo ne aveva caratterizzato l'assetto economico, provando, per la prima volta nella sua storia, l'esercizio della democrazia politica, sancita dalla nuova costituzione nata dalla resistenza antifascista, accompagnata dalla nascita dei partiti di massa, tra i quali ruolo assai importante, anche nel campo della vita culturale, aveva assunto il Partito Comunista, guidato con mano sapiente da Palmiro Togliatti, personalità di spicco pure sul piano del gusto e della formazione intellettuale.

Contemporaneamente, sempre a livello culturale, si andava esaurendo la spinta, pur contraddittoria, ma senza dubbio rinnovatrice, del Neorealismo, che, specialmente nel campo cinematografico, con Rossellini, De Sica, Visconti e altri, ma anche con numerose prove letterarie, cito fra i tanti Vittorini, Pavese e il primissimo Calvino del Sentiero dei nidi di ragno, stava cercando di portare il paese fuori dal provincialismo autarchico e ferocemente reazionario del fascismo.

Il "Pasticciaccio" di Gadda, grande autore, ma personalità complessa e appartata, apparso nel 1957, è il nuovo sole intorno al quale ruotano numerosi astri e pianeti. Poeti, prosatori, critici, di cui in questa sede si possono soltanto ricordare alcuni nomi.

Sanguineti, Balestrini, Porta, Giuliani, Pagliarani e poi Arbasino, Leonetti, Malerba, Manganelli e ancora Dorfles, Eco, Angelo Guglielmi, Barilli e Luciano Anceschi, il direttore de Il Verri, una delle riviste di punta del movimento insieme al più effimero Quindici.

Questa composita galassia di personalità, tra loro anche molto diverse, si coagulò nel convegno di Palermo che dette vita al Gruppo 63, alla cui base non c'erano soltanto le idee che ho cercato di ricordare sommariamente in precedenza, ma anche una critica all'industria culturale, che veniva vista come fenomeno egemonico della borghesia, nella fase cui era pervenuto in Italia lo sviluppo di tipo neocapitalistico, di cui forse furono sopravvalutate le dimensioni e anche gli effetti, individuando nello sconvolgimento dell'ordine linguistico una anticipazione, o una metafora, di quello politico, dominato come è noto dalla Democrazia Cristiana.

Successivamente i componenti del gruppo, appunto tutt'altro che omogeneo, sul piano per così dire ideologico, si divisero esattamente sulla politica e sull'atteggiamento da tenere nei confronti del '68, evento che decretò la fine di quel pur generoso tentativo.

L'esordio di Mario Lunetta, idealmente legato alle tematiche del gruppo, ma più giovane di gran parte dei suoi componenti, si colloca più avanti nel tempo, all'inizio dei '70, per procedere poi ininterrottamente fino ai giorni nostri, con una coerenza spietata, ma anche con una ammirevole forza creativa, che spazia dalla prosa alla poesia, dal teatro alla saggistica fino all'interesse per le arti figurative e alla inesausta partecipazione alla battaglia delle idee, realizzata tramite la collaborazione assidua a quotidiani e riviste, L'Unità, Il Messaggero, il Paese Sera, il Manifesto, il Corriere della Sera, Liberazione e infine anche con la partecipazione a programmi Rai.

Ma non è nemmeno da trascurarsi, in questo elenco, il suo impegno nella lotta politica e soprattutto in quella sindacale, esercitato come segretario del Sindacato Nazionale Scrittori, prestigiosa associazione, fondata niente meno che da Giuseppe Di Vittorio.

La cifra costante della sua produzione letteraria va dunque individuata nello sperimentalismo e nel suo personale e originale modo di aderire al discorso delle avanguardie.

Una delle sue ultime fatiche poetiche, Identificazione Biometrica, Poesie scritte in sogno, "2003 - 2010, si apre a questo proposito con una significativa citazione di Karl Kraus: "il mio linguaggio è la puttana di tutti, che io rendo vergine".

Accanto si può leggere una frase di Petrolini, altrettanto sintomatica, nel suo apparente "nonsense", molto appropriata per capire lo spirito del nostro autore: "Cose dette e ancor da dire, frasi fatte, frasi sfatte, desiderio di morire, salamini e caffè e latte".

Il Prologhetto di Mario, nella prima pagina del volume, si conclude a sua volta così: "Noi qui, abbiamo rinunciato a qualsiasi forma di nostalgia: solum tossire, soffiarsi il naso, passare in qualche modo la notte. Ma non a tutti piace, tuttavia, in un party di squali, fare al massimo la parte della sardina; lo si tenga a mente".

Ecco, Lunetta predilige il gioco verbale, ironico e grottesco, attraverso il quale distrugge la prospettiva e la presunta oggettività del reale, con una propensione per i linguaggi insensati, apparentemente sconclusionati ed eterodossi, approdando con queste premesse a una visione che si potrebbe definire surreale, e ricordiamo ora opportunamente, in questo quadro, anche un altro grande antenato come Palazzeschi.

A questo punto si può e si deve dire che lo stesso Lunetta, con la vivacità e il rigore della sua poetica e dall'alto delle sue più di 52 pubblicazioni, è indubbiamente uno dei protagonisti della vita culturale italiana del secondo Novecento, come dimostrano tra l'altro, anche i riconoscimenti che ha ricevuto nella sua lunga e feconda attività.

Finalista, ad esempio, allo Strega nel 1977 e nel 1989 e vincitore di altri importanti premi nazionali, come il Pisa per la poesia, nel 2004, o il prestigioso Alessandro Tassoni, attribuito alla carriera nel 2006.

In una recente intervista, interrogato sullo stato delle patrie lettere oggi, Lunetta così chiarisce, come meglio non si potrebbe, la sua posizione: "La letteratura è in debito di ossigeno - sostiene - nessuno l'aiuta. Ma il suo compito, credo, e il suo senso residuo, è quello di cercare contraddizioni all'interno del senso comune, di produrre enzimi fantastici indigeribili, di creare sconcerto nei confronti dell'universale obbedienza. Uno scrittore che non sia scomodo e non procuri fastidi alla digestione del dominio delle menti, non è uno scrittore, è un addetto ai servizi delle pulizie".

Da questa linea così efficacemente sintetizzata, non si è mai discostato, animato sempre dall'inquietudine della ricerca e da una ansia inesauribile, volta a saggiare tutte le possibilità della scrittura, mettendo continuamente alla prova il suo spirito sovversivo, impegnato ostinatamente in una coraggiosa e sarcastica impresa di "decostruzione", attraverso la quale rappresentare quello che spesso definisce il "caos del mondo".

Infatti, entrati progressivamente in crisi i miti della storia, conclusa l'epoca che è stata chiamata delle "grandi narrazioni", l'umanità contemporanea è sola davanti al "non senso dell'esistenza" e le parole del poeta non possono allora avere altro fine che quello di "rappresentare questo magma, formando un magma esse stesse".

In tale contesto la letteratura, mentre continua a significare anzitutto sé stessa, può esprimere anche, allegoricamente, ricordiamo a tal proposito la lezione di alcuni giovani critici romani di qualche anno fa, tra cui Filippo Bettini, una proposta, comunque mai consolatoria, a doppio senso, letterale, sul piano del racconto naturalisticamente inteso, e insieme metaforico, nel tentativo di rappresentare, appunto in questo modo, la caoticità.

Lo straniamento, di sklovkijana memoria, è il mezzo attraverso cui si può esprimere questa condizione, portando cioè l'espressione artistica, per così dire, fuori da sé stessa, rendendola estranea alla propria presunta "prescritta natura".

Gli obiettivi sono quelli di stravolgere l'abituale, conformistica e logora visione delle cose; di spezzare i dettami della comunicazione verbale consueta; di ricorrere il più possibile a forme stilistiche fuori di ogni disposizione stabilita; di spiazzare il lettore, creando situazioni inusitate e imprevedibili, recuperando, in questo modo, della creazione artistica, non l'elemento emotivo o sentimentale, ma piuttosto quello appunto allegorico.

Con simili procedimenti si oltrepassano, a mio parere, non solo tutte le visioni realistiche, ma anche quelle romantiche e decadenti dell'arte medesima, per approdare alla condizione in cui, attraverso il metodo allegorico, il racconto, deve essere interpretato in modo diverso dal suo significato apparente.

Dalla "crisi semantica" non si esce ritornando a presunti, possibili, remoti o nascosti contenuti, ma solo rinunciando completamente ad essi, a favore di quello che Kant definiva nella Critica del Giudizio "il libero gioco delle nostre facoltà conoscitive", ma nel senso che tale conoscenza non è data tanto dalla narrazione degli eventi, ma dall'atteggiamento intenzionalmente sovvertitore con il quale sono proposti.

In Scimmie dagli occhi di burro, una delle ultime produzioni del nostro autore, questa condotta è messa alla prova fin dal titolo e si rivela poi nel corso di tutta la narrazione. Esiste anche una sorta di trama, si parte infatti da un omicidio e quindi c'è una vittima, compaiono inoltre alcuni personaggi che hanno un nome e un cognome, Tiberio Procacci, per esempio, e poi Milena, Catullo, Elpidio e altri ancora.

Poi ci sono città, treni, luoghi di villeggiatura e persino un seminario, il cui padre rettore è un latinista e grecista di gran fama, ma il tutto è inserito in una sorta di frullatore linguistico, dove l'accenno di storia è un puro pretesto per sconvolgere ogni convenzione narrativa e mettere il lettore di fronte a un susseguirsi di parole e di frasi, che vengono spesso utilizzate a prescindere da quello che si potrebbe immaginare come l'evolversi compatto della vicenda, che comunque si sviluppa in un groviglio di episodi che vanno a comporre un collage volutamente assurdo, ma non privo di un suo filo rosso.

Il proposito di uccidere per esempio, dove il delitto diventa un gesto assillante di cui bisogna però trovare una spiegazione.

"Oh si ...- sostiene Catullo alla fine del romanzo - se il mio primo assassinio è avvenuto per errore, il secondo avrà una giustificazione almeno sul piano di un principio di equità, sarà comunque un risarcimento..." e con ciò si avvia a identificarsi con John Dillinger, il famoso gangster americano degli anni trenta, sul quale Ferreri girò un importante film, forse il suo capolavoro, ormai non pochi anni fa.

Finale non dissimile, almeno in quella che sembra esserne la ragione di fondo e cioè l'ulteriore dimostrazione della perdita di senso e quindi di ogni speranza di redenzione, è quello del volume di poesie già citato: "...la vita intera si svena in un ghigno - si legge in conclusione - tutto resta comunque immutato, dentro o fuori la vasca sporca del tramonto, qui, nel bianco davanti ai miei piedi, dietro la mia nuca di cane. Unica certezza: tutto questo bianco finirà in rosso sangue".

Volendosi esprimere in termini tradizionali, in Lunetta, a volte, il significato comune delle parole sembra fisicamente sovrastare, schiacciandolo, il significante, mentre all'opposto in altri momenti quest'ultimo può assumere un ruolo più importante, finendo comunque, l'uno e l'altro, con l'essere sconvolti in modo tale da smarrire del tutto qualunque senso preciso.

Leggere Lunetta quindi vuol dire prendere atto di un diverso punto di vista, entrare in una scrittura altra, radicalmente differente rispetto a ciò che va di moda come anche alle forme abituali della narrativa.

Lunetta è lucidamente consapevole dell'esaurimento di un genere, ma non si strappa per questo le vesti, tutt'altro, reagisce infatti in modo beffardo e totalmente dissacrante.

Per tali motivi, nel concludere questo intervento, preferisco lasciare la parola da un lato a Francesco Muzzioli, lo storico e critico letterario che di Mario è amico e non solo estimatore e conoscitore, che ci ricorda come meglio non si potrebbe che "Lunetta pratica la strada difficile, ma produttiva della gestualità verbale sporca e incomposta, ma incontenibile e della mimica ghignante ", cogliendo quindi, in estrema sintesi, alcuni fondamentali aspetti del suo lavoro che anche in questa sede si è cercato di mettere in luce, mentre dal suo canto ancora Petrolini, dietro la cui maschera si cela evidentemente quella di Mario stesso, ci dice, con un ultimo sberleffo: "questo è il libro: bello e brutto, pazzo, sciocco e intelligente: non c'è niente e c'è di tutto, c'è di tutto e non c'è niente...".

Occorre invece essere grati a Lunetta per il molto che ha detto e fatto capire e per tutto quello che ha ancora da comunicarci.