Le parole fra noi

TRAGUARDO DI SANGUE

Racconto di Diego Zandel

Tardo pomeriggio di una primavera incerta. Interno bar. I tubi al neon fanno scivolare una luce bianco opaca sui consunti marmittoni grigio azzurri del pavimento. L'ampia vetrina, immiserita di poche e vecchie confezioni di cioccolatini in mostra, si affaccia su una via periferica semideserta, ingombra di macchine parcheggiate sui marciapiedi. Ogni tanto il passaggio di un'automobile, più spesso il rumore roboante e fastidioso di un motorino. Dietro il bancone, una donna non più giovane, magra e piacente, pur nel disordine dei capelli trattenuti da mollette infilate a caso, asciuga con uno straccio il ripiano del banco di alluminio. Ha appena versato un whisky, il secondo, a un uomo, Umberto, cliente fisso, per il quale da tempo prova attrazione, forse compassione, per quel segreto dolore che sembra portarsi dentro, e che lui cerca disperatamente di annegare nell'alcol. Beve, fino a irritarla quando lei stessa si rende conto che è troppo.

"Basta, Umberto, è ora di smetterla".

Lo dirà, come sempre, più tardi, quando sarà ora di chiudere e sarà costretta a opporsi all'ultimo baby chiesto dall'uomo, che lei, deliberatamente, ridurrà a un sorso.

"Poi va a finire che perdi la strada di casa" usa metterlo in guardia, e quando gli chiede "Perché lo fai? Perché, Umberto", lui si guarda bene dal rispondere, di parlarle di quel grumo nero che non riesce a rigurgitare.

"Perché non ti fai i cazzi tuoi?" le aveva risposto, brutalmente, un giorno in cui a parlare non era più lui ma il whisky che aveva in corpo, e Francesca, invece di rispondere come sempre, alla sua maniera, di donna abituata a difendersi da sola nei confronti di chi la provoca, s'era limitata a lanciargli uno sguardo offeso, che poi aveva rivolto altrove, a una incombenza qualunque del suo lavoro, con la voglia di mollare tutto e andarsene.

Stava lì solo perché, quel bar, era la sua unica fonte di guadagno. Il marito se n'era andato dopo sei anni di matrimonio, senza neppure arrivare al fatidico settimo, con una cliente che negli ultimi tempi, prima di lasciarla, era diventata sempre più assidua, per poi non farsi più vedere: era suo marito che andava a casa della cliente, alla fine decidendo di restarci per sempre. Lui non ci si era trovato mai bene in quel bar, troppo sacrificio. Levatacce la mattina, alle cinque, per essere aperti e in funzione per i primi clienti. Il marito aveva detto "basta" a quella vita. Gli interessava assai poco che quelle fossero le ore di maggior guadagno dell'intera giornata, la prima tappa dei tanti che si recavano al lavoro: caffè, cappuccini, cornetti, cognacchini, grappe. Poi subentrava la calma piatta, fino al primo pomeriggio, per i caffè del dopopranzo. La sera era l'ora degli avventori solitari, degli infelici, di chi, finito il lavoro, indugiava davanti a un bicchiere per ritardare il più tardi possibile il rientro a casa, dalla moglie, i figli, i fastidi. In un altro bar, in un altro posto, un'altra via, era, quello, il momento dell'happy hour. Lì, da lei, in quel quartiere desolato, avrebbe fatto ridere. Andatosene il marito, aveva fatto mettere la televisione, quello schermo da 32 pollici piatto, appeso al muro, che faceva compagnia anche a lei... sebbene lasciasse che fossero i clienti a scegliere i programmi. Le partite di calcio, ad esempio, quelle infrasettimanali perché la domenica il bar era chiuso, avevano il loro richiamo. Mica come l'atletica, adesso, tre persone in tutto. E Umberto.

Di solito, lui neppure la guardava la tivù, ora, invece sembrava interessato. S'era scordato addirittura del whisky, aveva dato un solo sorso fino a quel momento, col bicchiere lasciato lì sul banco, mentre il telecronista sovrapponeva la sua voce alle immagini...

...siamo in attesa del salto in alto femminile con la nostra Antonietta Di Martino, vice campionessa mondiale, reduce da un buon 1,97...

La sorprendeva, davvero, quell'interesse insolito in lui, che aveva sempre creduto distaccato da tutto. Anche da lei, Francesca, che pur aveva cercato di farsi strada nel suo cuore, illudendosi di fronte a qualche sguardo di desiderio che era riuscita a carpirgli e a restituirgli. Sapeva che viveva solo anche lui, da qualche parte nei paraggi, per non aver trovato la donna giusta di quelle che erano passate per il suo letto. S'illudeva, qualche volta, di essere lei, quella donna. La donna che lo avrebbe salvato dall'autodistruzione.

"Perché, Umberto? Perché?" tornava a chiedere tra sé, intristendosi al ricordo della volta che lui, a quella sua domanda esplicita, le aveva risposto male, in quel modo volgare, da impedirsi di chiederlo di nuovo.

Un uomo ancora giovane, neppure cinquantenne, e bello, se non fosse per quel gonfiore procuratogli dall'alcol! In fondo, mica tanto vecchio per lei, arrivata ai 39, carica di delusioni, un figlio piccolo parcheggiato dalla madre, che si godeva solo la domenica... ciò nonostante, così stronza da provare tenerezza per quell'uomo che pensava solo ad affogare la sua vita nel bicchiere.

L'atletica, però...

In questa manifestazione, tra i convocati dal Direttore Tecnico della nostra nazionale, manca un discobolo degno di...

Sullo schermo le immagini di un atleta in procinto di lanciare il disco. La presa larga e sicura, l'avvitamento, prima lento poi sempre più veloce, del corpo, con il braccio che ad ogni giro sembra allungarsi sempre più, quindi il lancio, la telecamera che riprende il volo del disco fino alla sua conclusione a terra, i giudici che si avvicinano per la misurazione, il tempo per il telecronista di annunciare il risultato che compare, a beneficio del pubblico televisivo, in basso sullo schermo...

Francesca vede Umberto scuotere la testa, mentre un nome emerge improvvisamente nelle parole del telecronista.

...abbiamo qui Matteo Vidris, mitico campione olimpionico di lancio del disco degli anni Settanta, attuale allenatore dei nostri discoboli...

Sullo schermo compare un uomo robusto, dalle spalle larghe, il volto volitivo e abbronzato di chi vive molte ore all'aria aperta, volto incorniciato da lunghi capelli brizzolati raccolti a coda, da dargli un'aria da pirata.

Matteo! esclama tra sé Umberto, lasciando trapelare un sorriso di insospettata gioia.

Francesca s'accorge di quello straordinario, muto trasalimento. Il suo sguardo si sposta dallo schermo al volto, ora attentissimo, di Umberto, che, a un tratto, mentre parte l'intervista all'uomo apparso in televisione, vede alzarsi dallo sgabello e avvicinarsi al televisore.

"Vidris, l'atletica italiana, per quanto riguarda il lancio del disco, può fare affidamento su alcuni giovani?"

- Lavoriamo per questo. Come sa, specialità come il disco, il peso, il martello, al contrario di altre, hanno bisogno di esperienza. Non cito il caso limite di un campione di tutti i tempi come Oerter che ritornò all'agonismo dopo aver vinto quattro Olimpiadi all'età di 44 anni, ma si può dire che un atleta di questo tipo raggiunge la maturità non prima dei 30... E i nostri sono atleti di grande speranza ma ancora giovani...

"Può fare qualche nome"?

- Preferisco aspettare. Le premesse e le promesse ci sono...

"Grazie, Vidris...

Matteo Vidris saluta ed esce dallo schermo che viene riempito da un veloce primo piano del telecronista, microfono alla mano, poi l'immagine si sposta su un gruppo di atleti posizionati in pista, sulle rispettive corsie, in attesa dello sparo di partenza, mentre la voce del telecronista, fuori campo, annuncia ...

e adesso passiamo alla gara dei cento metri piani che vedrà in pista, per l'Italia...

Umberto ritorna al suo posto, al bancone. Non s'è ancora appollaiato sullo sgabello che ha già il bicchiere in mano. Contrariamente al solito, lo vuota con un sorso, lo sguardo più sperduto che trasognato.

"Dammene un altro" chiede a Francesca.

La donna si gira verso il ripiano delle bottiglie, tira giù quella di Glen Grant, la svita e mesce nel bicchiere di Umberto.

"Che lo conosci a quello?"

"Quello chi?"

"Quello che hanno intervistato... Vidri...mi pare"

Umberto accenna un sorriso.

"Vidris, con la esse finale... sì..." e annuisce, senza aggiungere altro.

"Personalmente, voglio dire..."

"Eravamo amici" risponde Umberto, con un soffio appena della voce, chiudendo l'affermazione con un nuovo sorso di whisky. E, quasi volesse chiudere lì la conversazione, sposta lo sguardo nuovamente verso le immagini in tivù.

... dove vediamo gli atleti già predisporsi ai blocchi di partenza. Tra gli italiani lo sprinter Fabio Cerutti,reduce da un infortunio muscolare...

Umberto conosce l'adrenalina di quei momenti, il cuore che accelera i battiti per poi sciogliere ogni emozione nel momento dello sparo, lo scatto della partenza, le gambe e tutto il corpo che si coordina nella corsa, senza pensieri, solo la coda dell'occhio che controlla gli avversari...

...davanti a lui solo la pista rossa. Dopo mezzo giro, Umberto è in testa, ormai sa che sarà ancora una volta lui il vincitore, è partito ed è già al massimo, ma la convinzione gli dà un ulteriore accelerazione, le riserve nascoste si sprigionano in ogni fibra del corpo e le gambe rispondono distanziando gli avversari, anche quello più temuto, giunto dalla Puglia con l'aura del campione. E' il primo confronto diretto con lui... Umberto brucia i secondi, taglia il filo: primo. Secondo è il pugliese, terzo Walter, il suo compagno di squadra e... avversario. Non è tale solo nella staffetta 4x4, quando si posizionano: Walter al primo blocco, per guadagnare metri sull'altra squadra, e lui all'ultimo, per recuperare gli eventuali metri persi dagli intermediari. Hanno vinto così tante medaglie, insieme. Ma nei cento no, nei cento sono concorrenti, ed è sempre Umberto il primo a tagliare il traguardo, Walter il secondo. Quella volta, però, col pugliese, addirittura terzo. E si trattava della gara più importante, decisiva per la selezione degli atleti che avrebbero partecipato alle olimpiadi di Mosca. Anno 1980. Walter non ci sta a quel risultato, pensa di essersi giocato la qualificazione. Quando si china per raccogliere la tuta e fa per indossarla per mantenere caldi i muscoli, Umberto incrocia il suo sguardo scoprendovi... no, non la tristezza della delusione, ma l'odio...

"E com'è che lo conosci? Non dirmi che eri un'atleta?" sorride incredula Francesca.

"Taci, per favore... piuttosto, dammene un altro"

"Scusa..." e la donna si gira verso le bottiglie, poi, la testa china, gli occhi bassi, gli versa ancora il whisky. La bottiglia è ormai quasi vuota: "Tiè, finiscilo tutto" gli fa con malcelato disprezzo.

Lì, al bar, i pochi avventori che distrattamente seguono i campionati nazionali di atletica, si accorgono appena della schermaglia. Sobbalzano però quando sentono come uno scoppio per un bicchiere che va in frantumi e Francesca che grida: "Che fai? Sei pazzo?".

E' stato Umberto a stringere in mano il bicchiere pieno e a gettarlo a terra. Lei esce dallo spazio del bancone e va verso il ripostiglio dove tiene la ramazza, gli stracci, il raccogli immondizie. Nello stesso tempo, Umberto tira fuori il portafoglio, lascia una moneta di venti euro sul banco e se ne va dal locale senza dire una parola.

"Ma che gli ha preso a quello, è ubriaco?" chiede uno degli avventori a Francesca.

"Niente... non è niente" risponde lei malinconicamente, intenta solo a ripulire bene il pavimento dei pezzi di vetro e del liquido sparso.

Avverte un forte odore di whisky che quasi la nausea. Ma sa che non è per la situazione che si è creata, non per l'odore. Vorrebbe piangere, ma si trattiene. E, invece di avercela con Umberto, rimprovera sé stessa: "Che stronza che sono. Ha ragione Umberto, devo farmi gli affari miei, troppe domande le mie". Deve tornare a trattarlo come gli altri clienti, anche se in fondo avverte che lui è diventato un po' troppo speciale per lei. Quando non lo vede arrivare al solito orario, comincia a preoccuparsi. Se n'è resa conto lentamente, giorno dopo giorno, dei tanti che ormai Umberto frequenta quel bar. Ci sono quei pomeriggi in cui si trovano soli loro due, in silenzio, nel locale. Parlano attraverso timidi sguardi, tanto da diventare imbarazzanti se, per una sorta di inconscia calamita, diventano troppo insistenti. Si sente di nuovo donna con lui, Francesca. E vorrebbe tanto poterlo aiutare, farlo uscire da quell'inferno in cui vive. Perché, Umberto, perché?

Quel giorno è stato la prima volta che l'ha visto reagire in quel modo così... violento. Lei, certo, l'ha provocato... offeso, scolandogli la bottiglia in quel modo... trattandolo da ubriacone, sì.

...ecco, partiti gli atleti, buona l'uscita dal blocco... in questo tipo di gare è importante dosare le forze... vediamo che...

Francesca dà un'occhiata distratta alle immagini, soffermandosi un po' su quelle, con la scopa in mano, per seguire gli atleti sulla pista, un paio affiancati, gli altri subito dietro. Non corrono veloci come quelli di prima, altra specialità... Umberto lo saprebbe di che si tratta, pensa... Non l'aveva mai visto così interessato. Di solito la tivù nemmeno la guardava. Anzi, una volta che erano soli, lei aveva avuto l'impressione che quel chiacchiericcio di sottofondo che arrivava dall'apparecchio desse fastidio a Umberto, ed era andata a spegnerlo. Era stata la volta che lui le aveva sorriso grato e, per quel breve momento, gli aveva visto svanire la tristezza che sempre allignava in lui.

"Brava, ero stufo di quel terzo incomodo" le aveva detto, rivelando di stare bene solo con lei, che aveva annuito, ricambiando il sorriso. "Se la mia vita fosse un'altra..." lo aveva poi sentito aggiungere, per fermarsi subito.

"Sì, se la tua vita fosse un'altra?" lo aveva sollecitato lei.

"Non ti lascerei qui sola a vedertela con gente come me".

"Perché? Cos'ha la gente come te?"

Umberto aveva spostato lo sguardo da Francesca per immergerlo, deliberatamente, sulla parete di specchi colorati di rosso e di blu che aveva di fronte e che gli rimandavano l'immagine di un uomo a lui irriconoscibile, gonfio più che grasso, con la barba sfatta, gli occhi spenti... Il bancone nascondeva appena lo stomaco prominente... Lui aveva indicato il suo riflesso.

"Gente che si è persa" aveva risposto "pur avendo la strada dritta..."

"E... non c'è modo di rimettersi in... carreggiata?"

Umberto aveva abbassato la testa, scuotendola in maniera rassegnata, da suscitare tenerezza in Francesca.

"Non io, per quello che ho fatto"

"Che cosa hai fatto?"

Si era limitato a scuotere la testa. Non voleva parlarne.

"Io lo terrei per me" l'aveva assicurato Francesca.

Umberto aveva cambiato discorso.

"Dammene un altro, va!"

E aveva allungato il bicchiere, quasi a chiedere carità. La stessa frase alla quale lei pochi minuti prima aveva reagito in quel modo, svuotandogli la bottiglia tutta, per umiliarlo... No, non per umiliarlo. Era solo arrabbiata perché anche quella sera lui si era rivelato reticente con lei. Le aveva chiesto solo dell'atletica, come mai conosceva quel Vidris, e poi quel suo interesse per le gare... Non gli aveva chiesto chissà quale segreto...

I mezzofondisti Cosimo Caliandro e Silvia Weissteiner, il primo, non dimentichiamolo ha conquistato l'oro a Birmingham un anno fa, mentre l'altoatesina s'è aggiudicata il bronzo...devono fare i conti con atleti africani che dominano la specialità in campo mondiale, ma possono comunque ambire a ottimi piazzamenti...

Francesca sospira. Si chiede preoccupata dov'è andato Umberto adesso, mentre butta tutto nella pattumiera e finisce di asciugare il pavimento. Se avesse potuto, per come si sentiva, quel giorno se ne sarebbe andata via pure lei, subito. Guarda l'orologio. Mancava un'oretta ancora alla chiusura... Beh, poteva anche cacciare quei due gatti che erano rimasti!

Per farglielo capire comincia platealmente a portare via i bicchieri e le tazze delle consumazioni che hanno sui tavolini, sui quali passa anche lo straccio bagnato a significare che non avrebbe più servito.

"Chiudi?" le fa uno degli avventori "ma non è presto?"

"Smammate. Ho un impegno stasera".

"Ci lasci solo il tempo di vedere come va a finire col mezzofondo? Manca poco..." dice un altro.

Francesca annuisce. E approfitta di quei minuti per sistemare al meglio il locale. Poco dopo sente alzarsi un po' l'incitamento. Solleva anche lei lo sguardo verso il televisore e vede due donne, una bianca e una di colore, tagliare quasi appaiate il traguardo...

... l'italiana e la mozambicana hanno dimostrato ancora una volta la propria superiorità nei confronti della concorrenza della kermesse... L'atleta della polizia trentina, reduce dalle fatiche tricolori di Padova, è tornata per una sera alla sua specialità degli esordi, gli 800 metri, imponendosi con autorevolezza, tale da far fuori una ad una tutte le avversarie senza subire alcun attacco al primato...

Francesca vede i tre clienti alzarsi in sequenza, pronti ad andarsene.

"Quanto pago?" chiede uno, dirigendosi verso la cassa, dietro la quale va ad accomodarsi la donna.

"Tre euro e settanta..."

A ruota seguono gli altri, che lasciano il locale. Quando è sola Francesca va a spegnere il televisore. Il tempo di udire il telecronista pronunciare poche prima che lo schermo si rabbui:

...E si passa ai 5000. Due i protagonisti indiscussi sulla distanza più lunga proposta nel programma...

Ora, improvvisamente, il silenzio sembra angosciante. Francesca si sente davvero sola. Più sola che mai. Getta ancora un'ultima occhiata al riquadro del pavimento sul quale Umberto ha gettato il bicchiere col whisky.

"Non ti farò più arrabbiare, amore mio" dice tra sé, sbigottita di quelle due parole aggiuntive che concludono quella frase puramente mentale. "Amore mio? Ma...". E in quello stesso momento gli occhi le diventano lucidi "Amore mio? Ma che dico?" si ripete scuotendo la testa.

Deve chiudere il locale, prima che entri ancora qualcuno. Si dirige svelta verso la porta, esce all'esterno, al buio illuminato solo dall'insegna del Bar, con la pubblicità "Caffè Haiti", inserisce la chiave nella serratura delle serrande e abbassa per intero quella della vetrina, poi, a metà quella della porta d'entrata. Deve andare solo a chiudere le luci all'interno. Sta per farlo, quando si sente chiamare: "Francesca". Riconosce, sorpresa, la voce. Si volta e vede Umberto sbucare dal buio della strada, con un passo malfermo e un sorriso imbarazzato.

"Che c'è?" gli domanda.

"Perdonami, Francesca, perdonami per prima, non lo meriti..."

La donna, impietosita, gli va incontro e cerca di sostenerlo.

"Non è stato niente, stupidone... Entriamo" e Francesca lo aiuta a piegarsi, perché non batta la testa contro la serranda di alluminio, lo accompagna fino a una sedia dove Umberto, incerto sulle gambe, si lascia cadere.

Poi lei corre a chiudere a chiave la porta di vetro del bar, per impedire a qualche ritardatario di entrare. Torna da lui.

"Basta bere per oggi" gli fa.

Umberto annuisce.

"Sono venuto solo per scusarmi..."

"Te l'ho detto, non è n..."

"E per spiegarti"

"Ti fidi di me?"

"Solo di te"

Sentono battere sulla porta di vetro. Francesca guarda e, sotto la serranda semi abbassata, vede il volto di un cliente, che le fa segno di voler entrare.

"E' chiuso" le grida Francesca.

Il cliente insiste, provocando l'irritazione della donna, che vuole stare sola con Umberto.

"E' chiuso" ripete, con il tono di chi ha perso la pazienza e volta le spalle.

Sente il mancato cliente rivolgerle una mala parola prima di andarsene.

"Umberto, andiamo via, è meglio... vieni da me, a casa... è qui vicino. Nessuno ci disturberà"

"Sì, con te... soli".

Francesca sorride felice. Si affretta a chiudere le luci, indossa il soprabito e aiuta Umberto ad alzarsi, escono. Lei finisce di abbassare per intero la serranda, quindi, per sostenerlo, cinge con il braccio la vita all'uomo, che le circonda a sua volta le spalle. Hanno difficoltà a camminare spediti, anche per le macchine parcheggiate sul marciapiede, ma, aiutandosi a vicenda, riescono a procedere senza troppi sbandamenti. Umberto, per quanto ubriaco, ha quella sorta di lucidità di fondo degli alcolisti, data dall'abitudine al bicchiere, che gli consente di mantenere un certo controllo e di non gravare pesantemente su Francesca.

"Matteo Vidris era un mio amico" dice Umberto.

"Sì, me l'hai detto"

"Lo sarebbe ancora... se non fossi finito così".

"Di qui" lo guida Francesca, cercando uno spazio tra le macchine parcheggiate in maniera caotica anche sul marciapiedi "quel portone laggiù..."

"Ero un atleta come lui..."

"Ho visto come guardavi le gare..."

"Io, a differenza di lui, che era un discobolo, ero un velocista... Ci credi? Il migliore..."

"Perché non ti dovrei credere?"

"Abitavamo vicini da ragazzi, andavamo insieme agli allenamenti. Non ancora quindicenni, prendevamo insieme gli autobus, con le nostre borse, per attraversare la città, nei pomeriggi, dopo la scuola, e raggiungere i campi... Ci cambiavamo e ci riscaldavamo i muscoli con alcuni giri del campo. L'allenatore poi provvedeva ad affidarci i rispettivi esercizi..." continua Umberto.

Francesca lo ascolta con attenzione e una calda soddisfazione interiore per quella che sente diventare sempre più una confidenza straordinaria, che va oltre la possibile amicizia coltivata nelle ore trascorse insieme al bar, lui a bere in quel modo disperato, lei a servirlo.

Raggiungono il portone della casa di lei. E' un vecchio palazzone anonimo degli anni sessanta. Con l'ascensore salgono al quinto piano. Quando sono dentro l'appartamento Umberto ha appena cominciato a raccontare le loro prime rispettive vittorie, sue e di Matteo. Ben presto i due atleti, ciascuno per la sua specialità, erano diventati imbattibili e ciò aveva suscitato l'interesse di alcune società di atletica, a cominciare dalla CUS Roma, il Centro Universitario Studentesco, che li aveva ingaggiati con l'intenzione di incrementare i suoi palmares. D'inverno avevano accesso, per gli allenamenti, alle palestre di viale Regina Margherita. Lui e Matteo erano i più giovani. Lì incontravano gli atleti delle diverse categorie e specialità.

"Anche della lotta... C'era un cartello appeso nella zona della lotta, accanto al quadrato, con una scritta che non ho mai dimenticato 'Chi abbandona la lotta è figlio di una ballerina'" ride, contagiando Francesca "La palestra era importante... gli allenamenti non erano più limitati solo alla corsa per me e al disco per Matteo. Divennero sempre più meticolosi e complessi. Dovevamo completare la formazione dell'intero corpo, perché, vedi, alla corsa non sono interessate solo le gambe, ma ogni tua fibra... dovevamo anche allenarci con i pesi... e stare a dieta e..."

Continua a parlare, mentre Francesca, senza smettere di ascoltarlo, lo conduce nella sua camera da letto, lo aiuta a spogliarsi, lasciandogli addosso solo gli slip. Dopo averlo disteso, la testa sul cuscino, le gambe allungate. Umberto smette di parlare, per guardarla incantato.

"Sei bellissima" le dice "Ti desidero da tempo".

"Credi che non me ne sia accorta?"

"E tu?" chiede Umberto con ansia per quella scarsa autostima che ha di se.

"Cosa credi?" sorride Francesca e gli si distende al suo fianco, stringendosi a lui, accoccolandosi con la testa nell'incavo della sua spalla, passando una carezza sul petto. "Anche se qualche volta ti prenderei a pugni..."

Lui si volta su un fianco e la stringe a se. La bacia. A lungo.

"Mi gira un po' la testa" le fa "ma adesso va meglio. Succede sempre quando sto con te..."

"Bugiardo!" gli dice con voce da gattina. E, poi, seria "Stare insieme... sarà sufficiente per non farti più bere? E non rispondermi male, come mi hai detto una volta" lo rimproverò bonariamente.

"Sono un maleducato, vero?"

"Non cambiare discorso..."

"No, ti dirò tutto... tutto. Devo pur dirlo a qualcuno!" esclama soffocando un improvviso sfogo di pianto, che si limita a uno stringimento delle labbra, una morsicatura, che per riflesso dei muscoli facciali, così tesi, ferma le lacrime, tranne una che scende lenta sulla gota.

Francesca, nell'assistere a quello sforzo, è assalita da una tenerezza che la spinge a suggere con le labbra quella lacrima, di cui sente sulla lingua il sapore salato, e quindi a proseguire con sempre maggiore frenesia a baciarlo sul viso, ovunque, sugli occhi, la fronte, le guance, la bocca. Quando fa scivolare le mani lungo il corpo di lui, è come se gli lanciasse un segnale. E Umberto, quasi a voler disperdere il buio che ha dentro, l'attira a sé, la spoglia, si abbassa i pantaloni, e s'impossessa di quel corpo con l'avidità di una lunga sete. La stessa di Francesca, che gli si dona, pur avvertendo, a un tratto, nell'amplesso di lui il fondo cupo di una disperazione, uno sfogo, che le impedisce di gioire come pure vorrebbe. Lascia che finisca, senza volergli fare il torto di chiudere le gambe, per il dispetto che ha provato nel sentirsi usata, trapassata da quella sorta di assenza oscura che, sordamente, ha cancellato in Umberto il desiderio e il piacere di lei. Così come bere il whisky non era più, per lui, il piacere di sentire sulle labbra il gusto del distillato, ma il gesto che lo portava ad affogare nel mare dell'oblio. Di che cosa, Umberto? Ormai, sì, voglio saperlo.

Restano così, l'uno accanto all'altra, senza più parlarsi. Anche lui è consapevole della triste inautenticità di quel suo atto d'amore. Teme di averla offesa.

"Perdonami" le mormora, affranto.

"Non importa" le risponde atona Francesca.

I loro corpi si staccano, pur restando affiancati, ma distanti, sul letto matrimoniale di Francesca. Un silenzio imbarazzato incombe sui due. Finché lui, dilaniato da quel vuoto che lo rende incapace di amare, confessa.

"Ho ucciso un uomo".

Lei volta la testa, i capelli sparsi sul cuscino, verso di lui, che resta con gli occhi fissi a guardare il soffitto.

"Sei la prima persona a cui lo dico".

Francesca ha un trasalimento. Sente sciogliersi qualcosa dentro di lei, nel basso ventre, simile a un orgasmo ritardato. Vorrebbe di nuovo stringersi a lui per dare seguito a quella sensazione, ma resta così, per il timore di rompere l'incantesimo provocato da una confessione che la restituisce a sé stessa come donna amata, nella quale riporre tutta la fiducia, il conforto, magari la speranza di una riabilitazione nei confronti di se stesso e del mondo. Aspetta che Umberto continui. E lo fa.

"Ero già nella lista degli atleti italiani che dovevano partecipare alle Olimpiadi di Mosca, quelle del 1980. Nella lista c'era anche Matteo, per il disco. Eravamo entrambi felici, prossimi alla partenza. Veniva premiato il nostro lavoro di anni. Poi, a un certo momento, avverto una certa atmosfera intorno a me... L'allenatore, ad alcune mie domande sulla trasferta, risponde con imbarazzo... parla di rinvii della mia partenza. Io solo? Sembrava di sì, non sarei partito con tutta la squadra... forse da solo, dopo. Perché? L'allenatore aveva farfugliato qualcosa sul contingentamento. In pratica, bisognava operare dei tagli sul numero degli atleti. Ma come poteva toccare me questo provvedimento? Tutte le ultime gare mi avevano visto tra i primi, tra i più affidabili... Però non mi si diceva ancora un no, netto. Restava solo un sì vago, molto vago... Capivo che c'era qualcosa che non andava. L'allenatore non era affatto chiaro con me... Proprio questa incertezza su una partenza che fino allora era data per scontata cominciò a turbare le mie notti. Non dormivo più, con momenti di panico in cui l'immaginazione mi conduceva dritto e incredulo alla conclusione che potesse davvero accadere una cosa che davo per impossibile. L'unico con il quale potevo confidare i miei timori era Matteo. Anche lui riteneva impossibile una simile scorrettezza. Motivata da cosa poi? Vedrai che sarai tra i nostri, mi rassicurava. I risultati stavano lì a dimostrarlo, ritagli e ritagli di giornale che parlavano delle mie imprese... Tuttavia, continuavo ad affannarmi su che cosa poteva essere successo in quei giorni, tra l'inserimento in squadra del mio nome e la paventata cancellazione. Era terribile. Sai cosa significa questo per un atleta? Anni di allenamenti, di sacrifici, di tensione in gare ufficiali per poter dare il meglio di sé, per emergere, qualificarsi! Ai momenti di panico seguiva la sfiducia umana, non solo professionale, nei confronti di chi aveva dato per garantito il mio posto alle olimpiadi ed ora si tirava indietro. Che gente era quella? A quali condizionamenti cedevano... Erano i primi a non credere nelle loro scelte, per cedere ad altre esigenze di gente che non sapeva nulla di te, per la quale eri solo un numero... Poi, però, mi calmavo. Umberto, è impossibile che ciò accada, mi ripetevo, il rinvio della partenza sarà legato a una banalità... Ma quando il rinvio si rivelò una vera e propria cancellazione del mio nome dalla lista, e i miei colleghi, tutti, partirono per Mosca, crollai..."

Francesca, stretta a lui, lo guarda dal basso verso l'alto, intimorita nell'attesa del momento in cui, con il racconto, sarebbe venuto al terribile punto di svolta, quel punto in cui tutta quella rabbia che gli avevano fatto accumulare sarebbe esplosa.

"Perché... perché ti esclusero?"

Umberto sente la gola arida. Bere. Avrebbe voluto bere. Si limita a inghiottire saliva.

"C'era... c'era un mio compagno di squadra... Walter... un campione, ma sempre meno veloce di me, sempre secondo... Una volta addirittura terzo... Mi odiava per questo... Ma fu lui a prendere il mio posto".

"E perché?" domandò Francesca, incupita dall'ingiustizia.

"Un alto dirigente della Federazione s'era... invaghito di lui..."

"E lo ha per questo...?"

"Non così... come dire... automaticamente. Walter non ci stava... l'aveva respinto più di una volta... ma quello non mollava... Sapevamo poco di questa cosa. Solo qualcuno se n'era accorto. Il nostro allenatore, certo... ma che poteva fare contro un dirigente? E poi Walter riusciva a tenerlo a bada... finché..."

"Ha ceduto..."

"No, o meglio sì... ma solo quando ha saputo di essere stato escluso dalla squadra olimpionica. Allora, ha messo la posta in gioco... sé stesso. Ma solo se fosse partito per Mosca... L'allenatore si è opposto un po', ma la pressione del dirigente..." la voce gli venne meno, gli occhi divennero lucidi "Ed io... io che..." non riuscì più ad andare avanti.

Francesca si strinse forte a lui.

"Amore mio!" cercò di consolarlo "Amore mio!"

Umberto doveva finire il suo racconto. Si inumidì le labbra con la lingua. Riprese il suo racconto.

"L'allenatore ha avuto un torto gravissimo: quello di non avermi sostenuto fino in fondo. In fondo, c'era la sua carriera di mezzo. E in certi casi i risultati valgono meno del... non saprei nemmeno come chiamarlo... tornaconto. Quando tornarono da Mosca... ecco, non mi feci più vedere né sentire. Ormai, seguendo le gare da casa, in televisione, ogni volta che vedevo uno degli altri atleti della mia squadra sentivo montare dentro di me la rabbia... Restavo incredulo di fronte a ciò che era accaduto. Pensavo che il mio fosse solo un incubo dal quale presto mi sarei svegliato... Era però un incubo che non finiva mai... non finì neppure quando la squadra tornò a casa. Pensai che potevo liberarmi da quell'incubo solo eliminando chi mi aveva escluso..."

Francesca, impressionata, porta una mano alle labbra.

"L'allenatore..." cerca di anticipare la conclusione, tale era la tensione.

"No, non ne valeva la pena..." rispose sprezzante "Come non valeva la pena prendersela con quel disgraziato di Walter..."

"Il dirigente?"

"Presi a pedinarlo. Quell'uomo doveva sparire dalla faccia della terra... Cominciai a pensare come... Nei pressi della mia casa da giorni vedevo una macchina parcheggiata. Era una decappottabile con la capotta tagliata, della quale nessuno sembrava curarsi. Era ferma sempre al suo posto. Intuii che doveva essere stata rubata... sai, quei furtid'uso: si prende la macchina perché serve e poi si abbandona. Immaginavo che il proprietario ne avesse già sporto denuncia alla polizia, ma la pigrizia e l'indifferenza degli uomini d'ordine per queste cose è nota... ma finché qualcuno non segnalava la macchina, nessuno sarebbe venuto a prelevarla. Così, una notte, guanti di gomma alla mano per non lasciare impronte, la presi io. Bastò infilarmi sotto la capotta tagliata, armeggiai con i fili dell'accensione, e andai ad aspettare il mio burocrate. Lo beccai una notte, al ritorno da una cena sociale, mentre, dopo aver parcheggiato la macchina, attraversava tutto solo la strada... Abitava all'Eur, in un vialone nei pressi del vecchio velodromo. Lo illuminai con gli abbaglianti nel momento in cui si trovava al centro della carreggiata, calcai il piede sull'acceleratore... lo vidi voltarsi spaventato, accecato dai fari, verso di me... lo colpii in pieno. Dopo fuggii a tutta velocità, abbandonando la macchina lungo un via deserta in direzione della Magliana. Il giorno dopo, sul giornale lessi che era morto. Era stata anche trovata quasi subito la macchina che lo aveva investito, ed era una macchina il cui furto da più di un mese era stato denunciato dal proprietario. Perciò il colpevole era il ladro sconosciuto. Di me, naturalmente, non sospettava nessuno".

"D'allora ti porti dietro questa colpa" commenta Francesca, sbigottita.

Umberto annuisce. Ormai, rotti gli argini del lungo silenzio, sentiva il bisogno di non tralasciare nessun elemento del suo doloroso calvario.

"Subito dopo, però, mi sono reso conto di aver ucciso in realtà un uomo in carne e ossa. Ero andato oltre la mia rabbia, oltre la mia offesa. Ma non avevo neppure la forza di autodenunciarmi. Ho voluto pagare coltivando quella colpa dentro di me come un cancro, lasciandola crescere finché mi uccidesse. Il dolore era insopportabile e l'unica medicina era l'alcol".

"Povero, amore mio" si stringe a lui Francesca "Hai pagato troppo. Quanti anni sono passati?"

"Trenta. Avevo vent'anni".

"Il massimo della pena. Ora basta, però. Esci dalla tua prigione. Ci sono io che ti aspetto".

Umberto si umetta le labbra, come se avesse ormai la bocca secca.

"Era meglio se andavo in prigione. Così... fine pena mai".

"Perché no? Ti aiuterò. Non sarai più solo, non dovrai tenere tutto dentro come hai fatto finora" vede Umberto voltare la testa verso la finestra "Umberto, guardami... guardami" l'uomo gira lentamente la testa verso Francesca, che incontra due occhi spenti, affaticati. Ma è l'insieme di lui ad apparire provato. L'uomo fa appena lo sforzo di sorriderle. Di un sorriso strano, però, di gratitudine e rassegnazione, tale da non illudere Francesca "Amore mio, ti prego..." lo esorta, e scoppiando a piangere lo abbraccia con l'intero suo corpo, baciandolo, bagnandolo di saliva e lacrime, come un lavacro, per poi calmarsi a poco a poco, tra brividi che solo la nudità dei loro corpi può spiegare, ma che nascono dentro di lei. Francesca tira su la coperta, senza più parole, esausti. Si addormentano così, allacciati l'uno all'altra. Il buio e il silenzio esterni, fuori della finestra, sommergono quelli interni della camera da letto.

Poi, improvviso, un botto, dal rumore gonfio e sordo, sveglia Francesca. Si accorge subito di non avere Umberto accanto a lei. Fuori è già l'alba.

"Umberto!" chiama e, non udendo nessuna risposta, intimorita da un presagio oscuro che subito caccia da sé, con una nota più acuta nella voce, ripete "Umberto!".

Si toglie la coperta da dosso, scende dal letto. Dalla porta della camera la investe un'aria fredda e umida. Francesca, tremante, indossa freneticamente una vestaglia e corre verso il soggiorno. Vede la porta finestra spalancata.

"Umberto!" grida, e guarda oltre quelle imposte che sapeva essere, la sera prima, chiuse.

Ma l'angoscia è talmente forte che non trova il coraggio di affacciarsi al piccolo balconcino di casa e guardare di sotto, in strada.