Per la Critica

Note per il Centenario della Rivoluzione d'Ottobre

TRA FUTURISMO E “COM.FUTURISMO”

di Stefano Lanuzza

È sicuro che nell'odierno "sistema degli oggetti", previsto da Baudrillard fin dal 1968 e prevalente sull'irreggimentato immaginario collettivo come sulla memoria storico-culturale, il rivoluzionario Manifesto del futurismo (20 febbraio 1909) e l'Ottobre Rosso del 1917 abbiano perso un loro peculiare rilievo? In ogni caso, pare che la Rivoluzione, la "locomotiva della Storia" immaginata da Marx abbia deragliato.

Quasi al termine della Belle Époque - simbolicamente conclusa, nella Francia paranoica e antisemita dell'"affaire Dreyfus" (durato dal 1894 al 1906), con la fucilazione a Vincennes della danzatrice e presunta spia Mata Hari il 15 ottobre 1917, mese e anno della Rivoluzione sancita il 25 Ottobre da Lenin al Congresso dei Soviet -, oltre i retaggi romantico-simbolisti e il naturalismo, la prima, 'totale' rivolta culturale nell'Europa del Novecento è quella futurista: che, distinguendosi per originalità, fa seguito al decadentismo, all'anticonformismo degli artisti bohémiens francesi, alle insofferenze dell'antimanzoniana Scapigliatura italiana secondottocentesca e alla corrente dei fauves (1905-1908), cultori della "pittura pura" che incrociano gli inizi (1907) del cubismo.

Mata Hari (Margaretha Geertruida Zelle), icona della Belle Époque

Prendendo l'avvio nel 1909, ispiratore Filippo Tommaso Marinetti, il futurismo, movimento metropolitano ancora immune dai canoni fascisti pararurali anelanti all'espansionismo e allo "spazio vitale" (il Lebensraum dei nazisti), diffonde presto nel mondo la propria rivolta ed è a fondamento, in Russia, del com.futurismo ("comunismo futurista") fiancheggiatore della Rivoluzione liquidatrice dell'impero zarista. "Sono lieto" scrive un Marinetti anarchicheggiante "di apprendere che i futuristi russi sono tutti bolscevichi e che l'arte futurista fu per qualche tempo arte di Stato in Russia. Le città russe per l'ultima festa di maggio furono decorate da pittori futuristi. I treni di Lenin furono dipinti all'esterno con dinamiche forme colorate molto simili a quelle di Boccioni, di Balla, di Russolo. Questo onora Lenin e ci rallegra come una vittoria nostra" (Al di là del Comunismo, 1920). È lo stesso Marinetti che alla fine del maggio 1920 abbandona il Secondo Congresso dei Fasci di Combattimento pre-regime accusandoli di essere dei reazionari passatisti... L'anno dopo (21 gennaio 1921), Antonio Gramsci e Amadeo Bordiga fondano il Partito comunista d'Italia.

Originariamente, il futurismo italiano è anarcosocialista radicaleggiante, antimonarchico e antiautoritario, divorzista, fautore dell'amore libero e anticlericale. Ed è un 'assalto' al Vaticano il veemente Discorso improvvisato di Marinetti al Congresso fascista di Firenze all'inizio d'ottobre del 1919 (Futurismo e fascismo, 1924): "Fascisti! Non c'è maggior pericolo, per l'Italia, del pericolo nero [quello dei preti]. Il popolo italiano che ha saputo osare, volere e compiere l'immane sforzo eroico e vittorioso della grande guerra, decidendo, con la sua vittoria, la vittoria del futurismo elastico, geniale, sul passatismo teutonico critico e professorale, fallirebbe alla sua missione se non sapesse energicamente liberare la bella penisola, agile e palpitante di vita, dalla lue mortale del papato, o meglio ancora, per usare una espressione più precisa, lo 'svaticanamento'"... Non potrebbe dirsi intrinsecamente fascista un futurismo contrario alla 'religione di Stato' e a favore della libertà di stampa, sciopero e organizzazione, per l'aumento di salari e pensioni minime, per l'uguaglianza salariale tra uomini e donne, per la socializzazione delle terre, per l'assistenza sanitaria e la previdenza sociale generalizzate. Senza trascurare l'utopia dell'abolizione delle carceri e della delega del potere agli artisti.

A parte le accuse di Marinetti contro i moti rivoluzionari sovietici, il cui esito è da lui giudicato non progressista ma distruttivo e, negli effetti, reazionario, non c'è troppa deriva tra l'iniziale ribellismo marinettiano e le insorgenze, negli anni 1910-1912, del futurismo russo. Questo, tra gli immediati militanti, conta anche una rappresentanza di pittori cubofuturisti attivi dal 1910: Natalia Gončarova, Larionov, Malevič, Lentúlov, Aleksandra Ekster, Jakúlov.

Dopo le manierate uscite (1911) degli "egofuturisti" di Pietroburgo (caposcuola Igor' Severjànin, attaccato da Majakovskij nel poema del 1915 La nuvola in calzoni: "Come osate chiamarvi poeta / e, mediocre, squittire come una quaglia?") in polemica coi cubofuturisti presenti dal 1910 con l'almanacco Sadòk sudéj (Il vivaio dei giudici), nel 1912 viene diffuso a Mosca il poema-manifesto Schiaffo al gusto del pubblico. Lo firmano Vladimir Majakovskij, Velimir Chlébnikov, Vassilij Kaménskij: decisi, tanto per cominciare, a rompere con l'Accademia e Puškin, "più incomprensibili dei geroglifici"; e perfino a scaricare "dalla nave della modernità Tolstoj e Dostoevskij". È un sedizioso "schiaffo" che, lanciato verso le consuetudini letterarie russe ancora sospese tra realismo utilitaristico e spiritualismo, diventa un proclama di autonomia dell'arte e, nel decennio successivo, una forma di dissenso contro le ingerenze del potere. Tale atteggiamento autonomistico integra i temi del "formalismo russo" (1914-1930), i cui protagonisti (Šklovskij, Jakobson, Propp, Ejchenbaum, ecc.) sono sostenitori di Majakovskij e militanti nell'Opojaz di San Pietroburgo e nel Circolo linguistico di Mosca (il loro precursore può identificarsi nel linguista e semiologo svizzero Ferdinand de Saussure)... "Il formalismo russo" precisa Trockij in Letteratura e rivoluzione (1923), "si è legato strettamente con il futurismo russo e mentre quest'ultimo ha capitolato politicamente di fronte al comunismo, il formalismo si è opposto al marxismo con tutta la sua forza teorica. Victor Šklovskij è il teorico del futurismo e al tempo stesso il capo della scuola formalista". Quanto al futurismo, Trockij ritiene che esso, "per molti aspetti rimasto una diramazione bohémienne-rivoluzionaria della vecchia arte, si avvicina, più immediatamente e più attivamente di ogni tendenza, alla formazione della nuova arte".

Il 24 febbraio 1913, Majakovskij, Kaménskij e Davíd Burljúk intraprendono un viaggio di propaganda futurista che dura fino al 1914 toccando una ventina di città della Russia. L'anno prima, un riconoscimento del nuovo corso artistico-culturale giunge dal critico Anatolij Lunačarskij, autore del saggio Futuristy ("Kievskaia Mysl", 17 maggio 1913).

Lo scoppio della Rivoluzione d'Ottobre non è troppo lontano, e sono anche i futuristi come Majakovskij a marcare i prodromi del socialismo sovietico. Crede, il poeta, pure alla necessità di una 'rivoluzione estetica' capace d'identificarsi con una nuova 'politica della vita' propiziatrice del mondo ideale richiamato dal suo amico-maestro Chlébnikov con un linguaggio ricco di metafore, iperboli e neologismi. Genio poetico e mentore del gruppo d'avanguardia Gileja, Chlébnikov è nominato "archimandrita dei cubofuturisti" (Poesie di Chlébnikov, 1968) dallo slavista Angelo Maria Ripellino: che lo ricorda disperatamente solo, in perenne vagabondaggio per la Russia, "bislacco, lacero, squattrinato", sfuggente "la folla come un uccello spaventato" (Majakovskij e il teatro russo d'avanguardia, 1959).

L'anno dopo la Rivoluzione sovietica, Majakovskij, Kaménskij, David Burljúk danno vita al Manifesto della federazione volante dei futuristi("Gazeta futuristov", 15 marzo 1918). Trascorse la Rivoluzione francese e quella sovietica, "Noi, proletari dell'arte," scrivono rivolgendosi a operai, contadini, soldati, marinai, intellettuali, artisti "incitiamo i proletari delle fabbriche e della terra alla terza rivoluzione, incruenta, ma terribile, la rivoluzione dello spirito". Soprattutto esigono "che l'arte sia separata dallo Stato. Bisogna abolire ogni tutela, ogni privilegio, ogni controllo nel campo dell'arte. Basta con i diplomi, i titoli, gli incarichi e i gradi; che siano consegnati agli artisti, perché siano da loro utilizzati, tutti i mezzi materiali: teatri, oratori, mostre, accademie, scuole d'arte [...] Viva la terza rivoluzione, la rivoluzione dello spirito".

Nello stesso fascicolo della "Gazeta futuristov", Majakovskij rivolge una Lettera aperta agli operai: "Solo lo scoppio della rivoluzione dello spirito può purificarci dal rancidume della vecchia arte. [...] La rivoluzione del contenuto, socialismo-anarchia, è inconcepibile senza la rivoluzione della forma, futurismo".

Segue, in Italia, un significativo articolo di Gramsci intitolato Marinetti il Rivoluzionario("Ordine Nuovo", 5 gennaio 1921): dove il fondatore del giornale "l'Unità", oggi ingloriosamente estinto non solo per mancanza di lettori, ironizza su certi "filistei del movimento operaio" e, riscontrando l'identità non monolitica bensì apertamente dialettica del primo futurismo, ne riconosce il carattere rivoluzionario. Il futurismo - reputa Gramsci -, sorto nell'"epoca della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa, doveva avere nuove forme, di arte, di filosofia, di costumi, di linguaggio. [...] I futuristi hanno distrutto, distrutto, distrutto; hanno avuto la concezione nettamente rivoluzionaria, assolutamente marxista, quando i socialisti non si occupavano neppure lontanamente di simile questione. [...] I futuristi hanno avuto il coraggio di distruggere, nel campo della cultura borghese, gerarchie spirituali, pregiudizi, idoli, tradizioni irrigidite".

Per qualche tempo, in Italia, un 'certo futurismo' è, insomma, per le sue caratteristiche peculiari, il contrario di come può concepirlo il simpatizzante futurista Mussolini che, potendo, usa strumentalizza per la propria convenienza. Così non appare anomalo l'orientamento antifascista dei futuristi Boccioni, Russolo, Emilio Notte, Dante Carnesecchi, Fedele Azari, Vinicio Paladini, Duilio Remondini, Renzo Provinciali e altri, fino al fervente filobolscevico Mario Carli... Tanto che il fascista Giuseppe Prezzolini (colui che a Mussolini, espulso dal Psi il 24 novembre 1914, manda il telegramma: "Partito socialista ti espelle. Italia ti accoglie") non manca di stracciarsi le vesti nell'articolo Fascismo e futurismo ("Il Secolo", 3 luglio 1923): "Se il fascismo vuol segnare una traccia in Italia deve espellere ormai tutto ciò che vi rimane di futurista, ossia di indisciplinato e anticlassico". Addita inoltre, non a torto, scandalose identificazioni tra futurismo e bolscevismo il Prezzolini che nel suo articolo rileva: "Ho visto il progetto di un monumento futurista a Marinetti. Esso rassomiglia straordinariamente ai monumenti futuristi che la Rivoluzione russa si è eretta in alcune piazze". Lo contraddice in modo lapidario il secondo Marinetti "passatista" Benedetto Croce: "L'origine ideale del fascismo si ritrova nel futurismo" ("La Stampa", 15 maggio 1924).

C'è Trockij che, in una lettera del 30 agosto 1922 a Gramsci, così scrive: "Caro compagno, potrebbe comunicarmi qual è il ruolo del futurismo in Italia? Quale fu la posizione di Marinetti e della sua scuola durante la guerra? Quale è la loro posizione adesso? Si è conservato il gruppo di Marinetti? Qual è il suo atteggiamento [di Gramsci] verso il futurismo? Quale l'atteggiamento di D'Annunzio?".

"Dopo la guerra" risponde Gramsci da Mosca (8 settembre 1922) rivedendo alquanto le sue impressioni del 1921, "il movimento futurista in Italia ha perduto interamente i suoi tratti caratteristici. Marinetti si dedica molto poco al movimento. [...] Al movimento futurista partecipano attualmente monarchici, comunisti, repubblicani e fascisti. [...] I più importanti esponenti del futurismo d'anteguerra sono diventati fascisti, a eccezione di Giovanni Papini, che è diventato cattolico e ha scritto una Storia di Cristo. [...] Prima della mia partenza dall'Italia la sezione di Torino del Proletkult aveva chiesto a Marinetti, in occasione dell'apertura di una mostra di quadri di lavoratori membri dell'organizzazione, di illustrarne il significato. Marinetti ha accettato volentieri l'invito, ha visitato la mostra insieme con i lavoratori e ha espresso quindi la sua soddisfazione per essersi convinto che i lavoratori avevano per le questioni del futurismo molta più sensibilità che non i borghesi. Prima della guerra i futuristi erano molto popolari tra i lavoratori. La rivista Lacerba, che aveva una tiratura di ventimila esemplari, era diffusa per i quattro quinti tra i lavoratori. Durante le molte manifestazioni dell'arte futurista nei teatri delle grandi città italiane capitò che i lavoratori difendessero i futuristi contro i giovani mezzi aristocratici o borghesi, che si picchiavano con i futuristi. [...] D'Annunzio non ha mai preso ufficialmente posizione sul futurismo. Bisogna accennare che al suo sorgere il futurismo assunse un espresso carattere antidannunziano. [...] Si può dire che dopo la conclusione della pace il movimento futurista ha perduto interamente il suo carattere e si è dissolto in correnti diverse".

Lev Trockij

Alla curiosità di Trockij, il maggiore artefice dei "Dieci giorni che sconvolsero il mondo" testimoniati nel 1919 da John Reed, alla duttile intelligenza di Gramsci e alle spinte innovatrici del com.futurismo non corrispondono la politica generale di Stalin né versanti della cultura italiana impropriamente di sinistra, entrambi contrari a ogni avanguardia e incapaci d'immaginare altro dagli schemi del "realismo socialista" propagatosi dall'Unione Sovietica in tutta l'Europa. Non è allora un caso che, mentre in Unione Sovietica diversi cubofuturisti e suprematisti si adattano alle semplificazioni del realismo e in diversi modi all'arte di Stato, in Italia molti futuristi diventino assertori d'una nuova arte manifestamente realista e monumentale.

Il realismo socialista? "Vuol essere il metodo di una letteratura comandata, intesa a ricoprire di uno strato di consenso la sostanza oppressiva del regime" scrive il giornalista e politico Cesare Zappulli introducendo un'edizione italiana (1966) del saggio di Andrej Sinjavskij Che cos'è il realismo socialista? A tale domanda, Sinjavskij così risponde: "Per il suo contenuto, il suo spirito e l'eroe che esalta, il realismo socialista è molto più vicino al XVIII secolo [...;] è estraneo alle ricerche formali, alla sperimentazione, all'originalità. Ed è per questo che ha respinto molti scrittori di talento [...] che volevano rimanere originali e personali: V. Chlébnikov, O. Mandel'štam, N. Zabolockij, Majakovskij stesso" la cui poesia "è tutta permeata dal soffio della novità. E questo soffio ha abbandonato la nostra letteratura con la sua morte".

Grazie soprattutto al prestigio conseguito da Majakovskij - il cui impegno militante sembra condiviso anche da Lenin e da quei bolscevichi che considererebbero l'effervescente Marinetti più rivoluzionario dei lepidi socialisti italiani -, il com.futurismo prende ad assumere un cospicuo risalto. Ma, dopo la presa del potere da parte di Stalin, Majakovskij, sospettabile di pervicace futurismo, viene sottoposto a sorveglianza poliziesca e gli si assegna un'abitazione a Mosca proprio di fronte a una caserma sede del Kgb (Comitato per la sicurezza dello Stato). Comunque il poeta - sostiene Ripellino - "non desistette mai dal proclamarsi futurista e ancora per molti anni dopo la rivoluzione, esaltando in liriche e poemi le imprese del futurismo, manifestò l'orgoglio d'aver fatto parte di quel movimento" (Majakovskij e il teatro russo d'avanguardia, cit.).

Il suicidio di Majakovskij nel 1930 (alcuni anni dopo l'avvio dello spietato controllo sovietico sulla cultura e il dominio del 'nuovo zar' Stalin con le "purghe" di un 'fascismo rosso' che non si differenziano dai massacri del nazionalsocialismo) segna la fine del cosmopolitismo futurista evocatore di quella "rivoluzione permanente" perseguita dal Trockij originariamente menscevico che vagheggia un mondo 'tutto' liberato fin dalla rivolta del 1905 contro l'autocrazia degli zar e dopo che, il 9 gennaio dello stesso anno, i soldati zaristi sparano sulla folla dei manifestanti davanti al Palazzo d'Inverno di San Pietroburgo.

"La primordiale intima unità tra la poesia di Majakovskij e il tema della rivoluzione è stata notata più volte" scrive Roman Jakobson. "Ma senza attenzione è stata lasciata un'altra indissolubile congiunzione di motivi nella sua opera: quella della rivoluzione e della morte del poeta" (Una generazione che ha dissipato i suoi poeti, 1931). Quanti, poi, vorrebbero distinguere Majakoskij dal movimento futurista vengono così additati da Ripellino:"Nello loro tendenza a far di Majakovskj un poeta erariale, uno scialbo campione accademico, alcuni critici russi s'affannano a separarlo dal futurismo [...]. Uno dei più tempestosi poeti della nostra epoca diventa nelle loro mani un compunto sacerdote del realismo" (Majakovskij e il teatro russo d'avanguardia, cit.).

Vladimir Majakovskij

Altresì, la morte di Majakovskij metaforizza la liquidazione nella Russia sovietica del futurismo e d'ogni libero gruppo artistico e letterario: dalla tirannia stalinista bollati come inutili se non nocivi. Segue la soppressione d'ogni avanguardia per fare posto all'Unione degli Scrittori Sovietici che nel 1934 tiene il suo Primo Congresso, un'apoteosi del realismo socialista e la delegittimazione delle avanguardie... Nel frattempo Stalin, "becchino della rivoluzione" (cfr. Trockij), mentore del "socialismo in un paese solo" e prossimo principale vincitore della Seconda guerra mondiale, accompagna la propria ascesa, iniziata nel 1922 come quella di Mussolini, continuando a ordinare l'uccisione degli oppositori e di tanti ex sodali, tra cui, il 21 agosto 1940, Trockij rifugiato in Messico. A distanza d'un anno, per ordine di Stalin segue uguale sorte la rivoluzionaria Marija Spiridonova che l'11 settembre 1941, mentre i nazisti invadono la nazione sovietica, è assassinata a Orël, la città di Turgenev e Bachtin, per le sue denuncie contro i crimini dei bolscevichi falsificatori degli ideali rivoluzionari.

Ad additare i rinnegati del socialismo Mussolini Stalin Hitler, criminali politici e di guerra che danno vita a fascismo stalinismo nazismo, resta la memoria storica che racconta di un futurismo italiano che, dapprima con una facies libertaria, finisce per essere connotato come fascista e guerrafondaio dal trasformista Marinetti (assurto nel 1929 alla bizzarra 'feluca' elargitagli dal falso amico Mussolini) coinvolto, seppure controvoglia, nell'avventura hitleriana. Ciò in penosa contraddizione con quanto lo stesso fondatore del futurismo, da sempre filofrancese spregiatore dell'imperialismo tedesco, scrive in occasione della Prima guerra mondiale: "Se la Germania vincesse e la terra fosse germanizzata il Sole avrebbe schifo della terra" (Taccuini, 10 maggio 1918). Aggiungendo il 3 giugno 1918: "Baldracca pedantesca Germania. [...] Vincere o morire perché il mondo e l'Italia non siano germanizzati".

Marinetti, le cui antinomie rispecchiano quelle d'una parte della borghesia italiana primonovecentesca, detesta la luterana società germanica, prona a una tradizione ottocentesca fondata sull'autoritarismo e un militarismo ottusi non meno che feroci; e trova Hitler insopportabile: offende il suo residuo estetismo siffatto maniaco esaltato e delirante, grottesco ex pittorucolo austriaco che coi suoi scherani stringe in una morsa il proprio popolo sfruttandone la paura dell'Ottobre Rosso, assecondandone la tentazione di consegnarsi alla tirannia e alimentandone il bellicoso istinto di morte.

Quando, anche contro il futurismo, inizia nella Germania hitleriana la polemica sull'"arte degenerata", condivisa in Italia dal già futurista e dadaista Julius Evola convertitosi all'antimodernismo e al "razzismo spirituale", nell'Aeropoema del Golfo della Spezia (per la Festa del Premio di pittura "Golfo della Spezia", settembre-ottobre 1933) Marinetti, ostile all'alleanza dell'Italia con la Germania, snobba Hitler chiamandolo "un riassunto di baffi e visiera".

Una sferzante risposta pare allora il discorso del führer del 18 luglio 1937 in occasione di una mostra sull'arte italiana a Monaco di Baviera. In esso Hitler, già mestierante acquarellista bocciato in età giovanile all'esame d'ammissione all'Accademia di belle arti di Vienna, si rifiuta di visitare la sala delle opere futuriste e attacca violentemente "i cubisti, i futuristi, i dadaisti [...] corruttori dell'arte"... Non c'è deriva tra i preconcetti di Hitler e la politica culturale stalinista che giudica le avanguardie mere manifestazioni dello spirito borghese.

Ora s'osservi quanto Marinetti, convinto che "il fascismo [...] si nutrì di principi futuristi" (Futurismo e fascismo, 1924), ricicli le idee di Mario Morasso, singolare personaggio anticipatore delle tematiche futuriste su macchinismo e tecnicismo. Livido razzista che nel libro Uomini e idee del domani (l'egoarchia) (1898), recante le stimmate stirneriane dell'edonistico L'Unico e la sua proprietà(1844) e d'un distorto 'superomismo' nietzschiano, Morasso invoca il dominio delle macchine ("macchinismo") supportato dal dispotismo statale, dall'antiumanitarismo, dal ricorso alla guerra risolutrice d'ogni conflitto politico. Un odio isterico per ogni idea di democrazia e di solidarietà accomuna Morasso al velleitarismo e al bellicismo all'origine delle guerre imperialiste devastatrici dell'Europa. Nel suo, solo esecrabile, libello Contro quelli che non hanno e che non sanno (1899) si legge: "La coalizione degli infimi organizzata nella odierna democrazia è divenuta così estesa, così fitta, così soffocante da costituire una terribile minaccia [...]. La democrazia, come un immenso ragno, ingrassato da tutti i bassifondi sociali, ha avviluppato e rinserrato nelle sue luride fila lentamente i gruppi umani, assorbendone la vitalità, consumandone le energie, degradandone le distinzioni".

Invece, tutt'altro che antidemocratica malgrado il contraddittorio Marinetti, la corrente oltremodo ampia e 'inclusiva' del futurismo influenza molte umane attività (perché è soprattutto l'intero esistente che i futuristi vorrebbero cambiare): arti visive, architettura, musica, teatro, cinema, danza, moda, filosofia, economia, scienze, scuola, famiglia, finanche la cucina, naturalmente la letteratura dell'epoca e, in qualche caso, quella successiva. In proposito, per fare un insospettato esempio, raccoglierebbe il testimone anche quel Louis-Ferdinand Céline che da giovanissimo può probabilmente percepire la temperie futurista e nei suoi ultimi libri dall'allure sperimentale si rivela, oltre che argotier, sorprendente neofuturista dallo stile telegrafico e dall'indiavolata 'immaginazione senza fili'. Davvero non si contano le onomatopee, le cacofonie, i fonosimbolismi e rumorismi futuristi trascorrenti per molte pagine dei céliniani Guignol's Band I (1944)- Guignol's Band II (Le pont de Londres) (1964): "Braoum! Vraoum!...", "Brouang!... Valmg!", "Vloumb! Vloumb!", "Wrroub!...", "Vraap!... Hua!... Wraago!... Hua!... Wroong!...", "Youp! oyé di oyé! / Yop! oyé di oyé!", "ding!... dindin!... don! don!...", eccetera. O della "Trilogia del Nord" (D'un château l'autre, 1957; Nord, 1960; Rigodon, 1969): "vrang! e brrrang!", "braoum!...", "vuâââ! Wuâââ...", "vlaf! vloof!...", "pfanng!...", "pfatf!...", "toc! flac!...", "ripflac! e riptaf!...", "rrr!".

Louis-Ferdinand Céline

Nato nel 1876, Marinetti muore il 2 dicembre 1944 senza fare in tempo ad assistere alla miserabile fine, pressoché all'unisono, di Mussolini (28 aprile 1945) e Hitler (30 aprile 1945) nonché alla disfatta di nazismo e fascismo, anticipati dalla vanificazione del progetto emancipatorio futurista e delle stesse aspirazioni della Rivoluzione d'Ottobre. Presumibilmente, al cospetto dei molti milioni di morti della Seconda guerra mondiale, l'autore di GUERRA sola igiene del mondo (1915) rinnegherebbe questo tra i più balordi dei suoi scritti, chissà se ispiratore, nell'occasione della Grande Guerra, del Mussolini che, da 'neutralista' col suo scritto sull'"Avanti" del 26 luglio 1914 Abbasso la guerra. Né uomini né soldi, qualche mese dopo, incoerentemente, si fa interventista gradito agli industriali guerrafondai.

Ora cosa resta del Mussolini che, ventunenne socialista, dopo una celebrazione nella Brasserie Handwerk di Ginevra (18 marzo 1904) per il trentatreesimo anniversario della Comune di Parigi, presenti Angelica Balabanoff e probabilmente anche Lenin, il 27 marzo 1904 scrive su "Avanguardia socialista": "Noi fraternizzammo coi russi i quali rispondevano ai nostri inni col grido 'Viva il Proletariato italiano, viva il Socialismo!'" (Emilio Gentile, Mussolini contro Lenin, 2017)... È lo stesso, prossimo parafuturista Mussolini che, critico al pari di Marinetti verso gli esiti del bolscevismo, successivamente 'guida' la marcia su Roma (28 ottobre 1922) standosene a Milano, che per la sua megalomania imperialistica sottrae risorse al proprio Paese gettandole nei deserti africani e l'11 febbraio 1929, a detrimento dello Stato laico italiano, sottoscrive con la Chiesa, "in nome della Santissima Trinità" - lui ateo, autore del breve saggio del 1904 L'uomo e la divinità: Dio non esiste -, i perniciosi Patti Lateranensi. È quel 'duce' che nel 1925 riconosce de jure lo Stato sovietico rivoluzionario stabilendo con esso un Patto di amicizia poi tradito, e infine, al seguito di Hitler in guerra 'contro tutti', con "parole in libertà" dichiara guerra a Francia e Gran Bretagna (10 giugno 1940) e agli Stati Uniti (11 dicembre 1941), occupa l'Albania e vorrebbe "spezzare le reni alla Grecia"... Chi è veramente tale metamorfico ex socialista da Curzio Malaparte ricordato non ancora padrone dell'Italia, un modesto Benito che l'autore di Kaputt (1945) chiama "Muss" in un libro stampato postumo (Muss. Il grande imbecille, 1999), ritraendo "un uomo solo, taciturno, il figlio di un operaio, un operaio, un popolano, un uomo semplice, che non sapeva stare a tavola, né salutare, né fare un complimento"? È costui che, prima d'annunciare il 10 giugno 1940 l'entrata in guerra dell'Italia a fianco della Germania, il 26 maggio 1940 direbbe al maresciallo Pietro Badoglio una frase degna del marinettiano libello sulla "guerra igiene del mondo" ("Ho bisogno soltanto di qualche migliaio di morti per potermi sedere da ex belligerante al tavolo della trattative")?... L'ignobile proposito, riferito dallo stesso Badoglio nel suo libro di memorie L'Italia nella seconda guerra mondiale (1946), non è creduto attendibile da storici quali Arrigo Petacco e Renzo De felice.

E di Lenin, non ostile ai futuristi, che ne è? Oggi, dal mausoleo di marmo posto nella Piazza Rossa dove s'affacciano i lussuosi magazzini Gum, la mummia di Vladimir Lenin col suo broncio eternale non dà risposte a quanti chiederebbero cosa rimane delle speranze, dei fermenti culturali e sociali, della vitalità, della voglia di giustizia, della furia e del dolore che nell'apocalittica prima parte del Novecento, il più sanguinoso secolo dell'umanità, hanno fantasmato il futurismo - un movimento progressivo il cui nesso interno tra avanguardia e reazione rimane variamente interpretabile - e la stessa Rivoluzione d'Ottobre: spettri che, come il comunismo invocato da Marx-Engels (1848), non cessano d'aggirarsi per l'Europa.

Lenin