Le parole fra noi

Racconto (da Storie di laggiù, Robin Edizioni)

TOILETTENWELT

di Federico Salvini

All'inizio era come fossi stato avvolta in un oceano di luce bianca, mentre un vento caldo, intenso e costante sorgeva dal basso e mi spingeva su, sempre più su. Non so dire quanto a lungo e sino a quale altezza... ma quando per la prima volta ebbi la sensazione di battere gli occhi, ecco che il bianco era già diventato un pallido celeste, ed io sfrecciavo in un'orbita oscillante intorno un vastissimo globo nero, striato da file di luci incrociate e gruppi di scintille. Poi, subito dopo, scoprii che non ero io a muovermi; sospeso, ero trascinata dalle stesse forze che agitavano il cielo, e con esso percorrevo invisibili linee di gravità e di attrazione.

Allora pensai che dovevo andare. Volevo andare. Il mio corpo acquisì una direzione, un intento che volgeva verso il buio, ed in esso, verso le piccole luci che lo punteggiavano. La mia attenzione fu attratta da una delle molte faville di una lunghissima linea sinuosa, forse l'ultima e la più flebile, appena prima che quel percorso si perdesse nell'oscurità. A capofitto, mi tuffai verso di essa.

Era un mondo. No, era molti mondi, neri, nerissimi. Discesi su di essi. Forse camminai, ma non c'era nulla. Scomparii ancora. Ero all'interno di uno spazio enorme, circondata dal vuoto. La mia luce dava forma alle tenebre tutt'intorno, le trasformava in grumi di colore, mi spingeva più avanti. Giunsi ad una soglia. Esitai.

Ma, solo per un istante. Ero dentro ormai. Volavo dentro una caverna e, dall'alto, potevo osservarne ogni dettaglio. Poi fui a terra, anzi sono a terra infine, e qui vivo, insieme a molti altri simili a me nell'aspetto, nel linguaggio e forse nelle attitudini, nessuno dei quali però, sembra aver seguito il mio stesso percorso.

Qui, dico. È quel che importa. Chi sono, ero o sarò mi pare irrilevante ora che sono qui. Come tutti, vorrei soprattutto sapere dove mi trovo. Come tutti, mi sforzo di afferrare la topografia di questo posto, che nel piano nel quale cammino, resta visibile solo per brevi tratti. Sui miei compagni di viaggio, sono avvantaggiata dalla circostanza d'essere giunto dall'alto, avendo potuto osservare tutta la caverna come una mappa, in un solo sguardo. Molti mi chiedono che aspetto abbiano certi punti di essa apparentemente irraggiungibili, ed io sono la sola che può illustrarli. Devo però impegnarmi sempre più nello sforzo di ricordare quel breve momento, il più importante tra tutti quelli che ho vissuto qui, ed accontentarmi come unità di misura della lunghezza di una spanna o di un passo umano.

Dove siamo? Io l'ho visto. È la sola cosa importante. Cerco in ogni modo di ricordare. C'è una grande cavità ovale, lunga forse come cinquecento passi e larga trecento, dalla volta altissima, quasi invisibile ma dalla quale proviene una luce bianca intensa ed immutabile. Un piano lastricato in pietra grigia occupa forse metà dello spazio, ma il resto, una forma irregolare divisa in tre parti, giace al di sotto di un gradino verticale senza protezione, alto almeno venti volte una persona, il quale definisce tre ampie zone ribassate, coperte da un selciato uniforme di grandi pietre quadrate ed immerse in una costante penombra, come se la luce proveniente dall'alto fosse riluttante a rischiarare quelle bassure. Peraltro, è noto ormai che sul piano inferiore non c'è niente; tutto quello che esiste in questo luogo, tutto ciò che conta sta su, dove camminano le persone. Qui sta l'Edificio, il parco con la Palma e l'Olivo e le erbe, le Carbonaie, la Cascata e naturalmente, le Toilettes... e poi ci siamo noi: gli abitanti, alcuni come me giunti qui di recente, altri presenti da molti rinnovamenti dell'erba, tutti a quanto pare, di passaggio in un posto che non può certo essere la patria di nulla e di nessuno.

Ed anche, tutti profondamente diversi gli uni dagli altri. Ciascuno ha il suo modo di interpretare la vita che svolge qui, le funzioni dei vari elementi del paesaggio, il senso di tutto. All'inizio, ciascuno ha anche un proprio linguaggio, e deve imparare dal nulla la lingua franca in uso, la quale è la somma di molti idiomi differenti e varia col tempo, trasformandosi con l'aggiunta di parole portate dai nuovi arrivati, e con la sparizione di altre, che segue alla perdita di coloro che se ne vanno. Arrivano e se ne vanno dico, perché nessuno nasce o muore qui. Ad alcuni anzi, questi due concetti vanno spiegati come a dei bambini, siccome sembrano loro sconosciuti.

Quanto alle vie di accesso... chi lo sa? Io sono giunta planando dall'alto ma a quanto pare, sono l'unica ad aver seguito questo percorso. Altri sbucano dall'Edificio, dalle Carbonaie, si risvegliano ai piedi dell'Olivo o vengono ripescati dalle parti basse e tirati su con scale di corda. La maggior parte emergono semplicemente dalle Toilettes, ed allora dicono che quella era semplicemente l'uscita - la sola che abbiano trovato - di un labirinto nel quale s'erano trovati chissà come impigliati.

E poi le vie d'uscita... dev'essercene almeno una, da qualche parte. Perché di tanto in tanto qualcuno sparisce, eppure non si riesce a capire come, e per quale via. Le supposizioni sull'argomento sono tante quanti sono gli abitanti di questo luogo, ed altrettanto varie. Alcuni ad esempio concentrano la loro attenzione sull'Edificio, il quale in effetti è forse l'elemento più enigmatico del paesaggio. Di forma esagonale, e con un lato addossato alla parete esterna, si rivela come una specie di magazzino ricolmo di merci di ogni genere, cibi e bevande anzitutto. Ci sono enormi frigoriferi, ritenuti "magici" in quanto evidentemente inesauribili; basta richiuderli dopo averli svuotati, per ritrovarli pieni come prima. C'è la zona delle cucine, dove ognuno può preparare le pietanze preferite, ed alcune sale da pranzo. A me -e pochi altri- paiono magiche anch'esse, perché mi pare di ricordare che normalmente ( anche se non sono più sicura di cosa significhi questa parola) i resti dei pasti non scompaiono e neppure la tavola torna apparecchiata da sola appena voltato lo sguardo. Ma la maggior parte della gente non ci fa caso.

Molte altre stanze, comunque, sono piene di oggetti e prodotti d'ogni specie. Attrezzi, macchine, materiali, un po' di tutto. È roba della quale a volte è facile capire la funzione, a volte invece assai difficile, almeno per molti di noi. Strano è però che nessun oggetto, per quanto enigmatico, sia incomprensibile proprio a tutti. Tra gli abitanti, pare ci sia sempre almeno una persona, sempre dico, che lo conosce o almeno lo riconosce come qualcosa di familiare. Anche in questo caso ogni articolo prelevato, in qualche modo riappare ad ogni successiva visita dei locali.

In parecchi sono saltati fuori dall'edificio, anche per questo esso resta al centro dell'attenzione dei più. Taluni sono usciti direttamente dai frigoriferi, al momento dell'apertura. Diversi dei nostri passano molto tempo ad esplorarlo, e persino, hanno proposto agli altri il folle progetto di sorvegliarlo continuamente, lasciando aperte le celle e tenendole sempre d'occhio per impedire o "cogliere sul fatto" l'effetto di reintegro. C'è stato un periodo nel quale molti s'erano dedicati a questo compito. Non so bene i dettagli, ma si trattò di un fallimento.

Appena accanto all'Edificio sta la Cascata, un ruscello costante che scaturisce da un foro circolare nella parete, a varie altezze d'uomo, e si getta in una vasca anch'essa rotonda, di profondità imprecisata ma certo notevole. È luogo favorito da molti, tutti coloro che ne apprezzano le acque tiepide e lievemente lattescenti, ed anche da quelli che cercano di studiarne la struttura e la funzione, dato che anch'essa è uno dei passaggi di ingresso a questo nostro piccolo mondo. Ogni tanto infatti dei nuovi venuti, trascinati da correnti in risalita ne emergono e si aggiungono alla nostra comunità. Chi ha tentato, ed ancora a volte prova a ripercorrere la via in senso inverso però, scopre che l'acqua diventa subito molto più densa sotto la superficie, e risospinge verso l'alto chiunque voglia esplorarne le profondità.

Verso il centro della cavità stanno poi le Carbonaie, due casette rettangolari con tetto spiovente e porta sopraelevata, piene quasi sino al soffitto di polvere nera, carbonica. Nessuno sa cosa siano o a cosa servano, nessuno le frequenta.

Il parco, invece, è tra i luoghi favoriti dagli abitanti di qui. È una zona più o meno triangolare vicina al centro della cavità, ed il solo luogo ove si trovi vita non umana. C'è un'erba sottile, che periodicamente emette steli portanti fiori rosa, che formano cuscini sui quali in parecchi trovano agevole sostare; sinché i fiori cadono e l'erba ingiallisce. È quest'erba il solo elemento che manifesti una certa stagionalità: perché in seguito essa rinverdisce ed il ciclo ricomincia. E' così che tutti noi manteniamo la nozione dello scorrere del tempo.

Il parco ospita anche due grandi alberi, l'Olivo e la Palma. Il primo ha un tronco grosso e contorto, e produce frutti verde-neri di nessuna utilità ed assai amari. Alla sua ombra in molti amano riposarsi, ed è vero che stare a guardare il suo fogliame variegato genera frammenti di ricordi, e ciò è di qualche sollievo a molti. La Palma invece è molto meno amata. Alta come due uomini, bombata al centro, promana dalla cima un ciuffo di foglie enormi, seghettate, vagamente maleodoranti. È raro che qualcuno dei nostri le si avvicini.

Ed infine ci sono le Toilettes... fra tutte le apparizioni che ci circondano, quella che obbliga tutti a ricordare sempre che qui ciò che conta è il dove, non cosa o chi. È il labirinto, il luogo nel quale la sola cosa importante è la propria posizione, un pensiero totalizzante che prende chiunque vi si addentri per qualcosa di più della soddisfazione dei propri bisogni corporali. Per quella funzione bastano i primi locali oltre ciascuna delle tre soglie, ma chi volesse proseguire lungo gli interminabili corridoi sotterranei, gli incroci, i trivi, scendere o risalire le innumerevoli scalinate capisce subito di star esplorando il senso stesso della nostra vita qui. È chiaro, è certo che da lì si può uscire, ed è questa una sicurezza che nessun altro posto ispira; lì non serve domandarsi cosa ci stiamo a fare in questo posto, perché la risposta pare sempre a portata di mano, e sta solo nella nostra capacità di trovare una uscita.

Tutti, prima o poi, tentano andarsene di qui passando dalle Toilettes. Ma nessuno sa come sia possibile farlo. Le persone vanno da sole, in gruppi, in segreto o seguite dall'interesse di tutti, ma tutti gli accorgimenti che si possono prendere non cambiano mai le cose. Si parte, si va avanti; ma tutto quel che si trova sono altri corridoi, altri lavandini, altri servizi igienici, altre docce, tutti perfettamente funzionanti e sempre miracolosamente puliti. Tutti illuminati da una luce cerea proveniente da pannelli sul soffitto, tutti perfettamente accessoriati, a migliaia, a milioni. Si può salire decine di piani, o scendere verso zone abissali, ma l'aspetto del luogo non cambia mai. Si procede, inutilmente, ed a nulla vale portare dei pezzi di carboncino o altri oggetti per segnalare le svolte e i corridoi già percorsi. Il trucco può aiutare solo a non tornare sui propri passi, ma le nuove strade restano identiche a quelle precedenti, e non portano mai a nient'altro che nuovi corridoi, nuove file di Toilettes. Alla fine ci si stanca... quando giunge quel momento, per quanto a lungo si sia restati dentro e per quanto lontano si pensi d'essere andati, si scopre che l'uscita stava lì, ad un paio di svolte. Ma non è mai la vera uscita, bensì solo la strada del ritorno.

Mai, ho detto? No, non è così dopotutto. Le persone se ne vanno davvero a volte. Qualcuno trova la strada. Certamente, mai in un modo che altri possano imitare, cioè, seguendo qualche regola. Chi propone un sistema, chi annuncia la partenza, chi tenta di dimostrare d'aver scoperto il segreto, è un fatto, non riesce mai nel suo intento. Chi invece scompare sul serio è sempre presunto esser passato per le Toilettes, mai osservato farlo. Questo ha fatto sorgere varie... diciamo, leggende sul labirinto. Solo pochi ormai cercano di risolverne il mistero facendo uso della ragione, o cercano di condividere qualsiasi opinione su quale sia il modo di servirsene. Molti sono ormai convinti che si debba tentare in segreto, e senza avere alcuna idea precisa in mente; perché il labirinto, dicono quelli, respinge chiunque sia così presuntuoso da pensare di capirlo.

Non io. Io non la penso così, anzi neppure credo siano le Toilettes la chiave per abbandonare questo luogo. Non ci sono secondo me svolte giuste, direzioni giuste nel labirinto, o meglio potrebbero esserci... ma solo per quei pochi dei nostri che non hanno bisogno di cercare, siccome le conoscono già. Non l'ho detto a nessuno, ma credo di aver riconosciuto il tipo. Sono quelli che quando arrivano non sanno una parola umana, eppure apprendono la lingua franca in brevissimo tempo; quelli che tuttavia non sembrano avere mai niente da dire con quella, mangiano pochissimo e passano la gran parte del tempo a bagnarsi nella vasca o all'ombra dell'Olivo a non far nulla. Quelli che di umano hanno l'aspetto, e tuttavia non sono persone vere.

Ce ne sono diversi. Ne arrivano. Si trattengono qui a volte per un tempo lunghissimo, a volte li si vede sparire quasi subito. Loro non tentano di uscire, loro escono. Non hanno fretta. Comunicano poco con gli altri, ed anche il loro modo di ascoltare è strano, come dire, meccanico, è la parola. Ma questo mi interessa poco. Ne ho scelto uno, un ragazzo all'apparenza, rosso di capelli e dai grandi occhi grigi. Lo chiamano Bil. Trascorre il tempo tra immersioni nella vasca e stando sdraiato sull'erba del parco. Sono andata da lui sotto l'Olivo e gli ho parlato.

Gli ho detto: caro Al, non so chi tu sei e non m'importa. Però quando andrai mi piacerebbe venire con te. Hai nulla in contrario? Devo forse cercarmi qualcun altro? Lui mi ha guardato... attraverso, sì attraverso, poi ha allargato le braccia annuendo, e mi ha fatto capire con quello che per lui era lo stesso. Poi si è girato dall'altra parte. Me l'aspettavo. Inutile aggiungere altro. Non posso certo pretendere che mi avvisi.

Lui andrà. Impossibile prevedere quando, ma sono certa che prima o poi entrerà nel labirinto delle Toilettes non per cercare l'uscita, bensì semplicemente, per andarsene. Ed io lo seguirò.