ACTA DIURNA - RASSEGNA

da "STRISCIA ROSSA"

a cura di Dec

Legge di bilancio
il vero scontro

1 OTTOBRE 2017

"IN ECONOMIA" DI BRUNO UGOLINI

Tutti a misurare, con precisione infinita, su giornali, Tv e social, le distanze tra le parole di Giuliano Pisapia e quelle di Massimo D'Alema. Tutti a riflettere sui retroscena, ovvero su chi vorrebbe soprattutto espellere Matteo Renzi dal Pd o chi spiega che Speranza e compagni fanno tutta una manfrina solo perché sperano così di aprire una trattativa e cambiare un progetto di legge elettorale combinato apposta, dicono, per ridimensionare la loro scesa in campo. Quasi nessuno intende indugiare sul motivo del contendere, a proposito della legge di stabilità, ovverosia la scelta di sopprimere i cosiddetti superticket della sanità e la scelta di nuove misure per i giovani precari o disoccupati. Rappresentano l'"aut-aut" posto al governo Gentiloni dal Mdp (movimento democratico e progressista) e dal Campo Progressista. Con una presa di posizione che vede tutti insieme Giuliano Pisapia, Roberto Speranza, Pier Luigi Bersani, Massimo D'Alema.

Certo con qualche sgradevole punzecchiatura interna, come l'ultima battuta di Pisapia sul D'Alema troppo "divisivo" o quella di D'Alema stesso sul fatto che Pisapia dovrebbe essere più coraggioso. E però veniamo al sodo, veniamo ai problemi sollevati. Sui quali esiste una sensibilità non sopita certamente anche tra le fila del Pd. Non sono temi frutto di un'irresponsabilità estremista, tanto è vero che gli stessi che hanno presentato le due proposte hanno poi votato a favore della nota di un aggiornamento al Def (documento di programmazione economica e finanziaria). Con la consapevolezza che se non lo avessero fatto ci sarebbero stati contraccolpi negativi soprattutto per le condizioni degli italiani meno agiati (aumento Iva).

Non si può del resto ricorrere al pretesto della mancanza di risorse economiche necessarie. Il costo per l'abolizione del superticket si aggirerebbe sui 600 milioni di Euro. La maggioranza Pd in Parlamento, nella sua ultima posizione, non respinge la proposta ma la vorrebbe diluire nel tempo. Il problema è che i malati non possono aspettare. Ha osservato a suo tempo, il Tribunale per i Diritti del Malato: "Il superticket sanitario rappresenta un ostacolo all'accesso alle cure dei cittadini: è iniquo e per molti una ragione per rinunciare alle cure.". Un recente rapporto Istat ha stabilito, infatti, che il 6,5% della popolazione rinuncia alle visite specialistiche perché troppo costose. Oltretutto il governo, ha osservato Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanza attiva, ha previsto, l'incidenza della spesa sanitaria pubblica sul Pil al 6,5% nel 2018, al 6,4% nel 2019, e una diminuzione nel 2020 al 6,3%.

Una battaglia sacrosanta, dunque. Così come quella relativa ad un altro tema, quello dei giovani che non trovano lavoro o trovano un lavoro precario. La richiesta non è quella di un'abolizione del Jobs Act che pure, per molti, non ha certo risolto i problemi che angustiano le giovani generazioni. Quello che si chiede è che si ponga fine a un sistema per cui si danno miliardi alle imprese con la cosiddetta decontribuzione e poi queste assumono solo giovani donne e uomini con contratti a termine. Altro che tutele crescenti! Le aziende, come ha sottolineato Maria Cecilia Guerra, esponente del Mdp, dovrebbero perlomeno impegnarsi a tenere, almeno qualche anno dopo le agevolazioni, i lavoratori per le quali le hanno ottenute. "Perché, se è vero che c'è un aumento di occupazione, questo riguarda soltanto il tempo determinato. Mentre aumentano stage, tirocini, precarietà".

L'"aut-aut" posto da Mdp e CampoProgressista, insomma, è ricco di contenuti che dovrebbero interessare chi vuole ispirarsi a una sinistra moderna e consapevole, non dimentica dei mali sociali del paese. Lasciando perdere il teatrino della politica tra sfide, ultimatum, bracci di ferro, manovre.


Dignità

13 OTTOBRE 2017

"IN COLONNINO"

DI REDAZIONE

Non puoi negare la dignità al prossimo se la rivendichi per te. I costituenti fornirono alla dignità una solida base materiale. Prendiamo l'articolo 36: il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla qualità e alla quantità del suo lavoro, sufficiente a garantire a sé e alla famiglia un'esistenza dignitosa. Cosa volevano dire i nostri padri? La dignità non è a costo zero. Esistono diritti che non sono a costo zero.
Stefano Rodotà


Utopia

4 OTTOBRE 2017

"IN COLONNINO"

DI REDAZIONE

Bisogna ritrovare il coraggio dell'utopia. Parlo di un'utopia che verifichi se stessa sul campo. Parlo di un'utopia guidata da alcuni grandi principi di carattere etico, ma capace di mettere alla prova le proprie intuizioni, con il confronto e le scelte volontarie di gruppi di persone, di comunità. Un'utopia della trasformazione della vita quotidiana che sia progetto di governo della società e dell'economia e che garantisca una parità di opportunità.
(Bruno Trentin)

La verità sul Jobs Act:
più precariato

24 SETTEMBRE 2017

"IN LAVORO" DI RINALDO GIANOLA

Ogni mese quando arrivano le statistiche sul mercato del lavoro scoppia inevitabile la polemica tra i sostenitori del Jobs Act e lo schieramento dei critici, tra chi vede nelle cifre la creazione del milione di posti di lavoro e chi denuncia, invece, la drammatica condizione di vita di giovani, donne e disoccupati.

Mentre il progetto Jobs Act si avvia a chiudere il primo triennio di vita, forse si può utilizzare qualche dato certo per cercare di capire la dinamica del nostro mercato del lavoro.

Qualsiasi considerazione sul Jobs Act e sui suoi effetti dovrebbe tener conto preliminarmente delle condizioni economiche del Paese. Nei tre anni di attività del Jobs Act (2015, 2016, 2017) la crescita del Pil è stata in media attorno all'1% annuo e solo quest'anno si arriverà all'1,4-1,5%. E' una crescita ancora debole, troppo debole per alimentare un boom occupazionale, che resta anche nel 2017 ben al di sotto la media europea (più 2,2%).

Al momento della discussione e del varo del Jobs Act (2014) il tasso di disoccupazione era del 13%, quello giovanile del 43%; alla fine del primo anno i livelli erano rispettivamente scesi all'11,5% e al 39%; nel 2016 erano del 12% e del 39,4%. Gli ultimi dati 2017 indicano un tasso di disoccupazione generale dell'11,2% e giovanile del 34,2%.

L'effetto principale sul mercato del lavoro e sulla creazione di occupazione è stato indotto dall'"esonero contributivo triennale" (citazione: Tito Boeri) inserito nella legge di Stabilità. Le imprese hanno ricevuto un bel regalo e hanno risparmiato 8060 euro per tre anni per ogni lavoratore assunto a tempo indeterminato nel 2015, e 3250 euro dall'anno successivo per 24 mesi. Il maggior effetto sui nuovi occupati è stato registrato negli ultimi mesi del 2015 quando le imprese hanno accelerato le assunzioni per godere pienamente dei benefici fiscali. A fine 2017, quando si esaurirà il piano triennale di decontribuzione per le imprese (forse rinnovato in altre dimensioni con la nuova legge di Stabilità), sarà interessante verificare quanto è costato alla casse dello Stato l'esonero contributivo. Attorno ai 20 miliardi di euro è una cifra plausibile, indicata da più di una fonte sindacale e politica. D'altra parte il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, quest'estate ha chiesto un piano di decontribuzione di 20 miliardi di euro per creare 900mila posti di lavoro in tre anni.

La decontribuzione a favore delle imprese ha avuto un effetto determinante sul Jobs Act nel primo anno (fonte Inps), cioè nel 2015 quando sono stati creati 934mila contratti a tempo indeterminato mentre nel 2016 il numero è crollato a 82.917. Diminuito il regalo, le imprese hanno ripreso le vecchie abitudini.
Il Jobs Act, inoltre, aveva come filosofia ispiratrice, e anche come slogan politico, la cancellazione dei contratti precari. In effetti nel primo anno abbiamo assistito alla crescita dei nuovi occupati attraverso la trasformazione dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato per usufruire dei vantaggi fiscali. Il fenomeno si è sgonfiato velocemente e i dati (primo trimestre 2017) indicano la creazione di 322mila posti, ma solo 17mila sono a tempo indeterminato. Un'analisi dell'Inps (giugno 2017) indica che su 100 rapporti di lavoro creati solo il 20% risulta stabile.

L'aumento del numero di occupati in Italia ha avuto un effetto sensibile sul tasso di occupazione che è migliorato con una certa costanza in questo triennio, pur tra alti e bassi. Il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni è del 61,6% in Italia nel 2016 (Fonte: Istat) ma è un dato ancora lontano dalla media europea (70%), resta ben al di sotto di Svezia (80,5%), Germania (78%) e Francia (69,5%). Restiamo agli ultimi posti in Europa, solo la Grecia è dietro di noi (54,9%). Anche in questo caso le donne in Italia sono le più penalizzate: mentre l'occupazione maschile è nella media europea (70,6%), il tasso di occupazione femminile è deludente (51,6%).

Ci sono ancora due fenomeni, di solito poco trattati sui giornali dagli esperti di varia natura, che meritano di essere segnalati a chi volesse dare un giudizio sul Jobs Act.

Il primo: un aspetto importante e poco valorizzato (fonte: Relazione Inps sul mercato del lavoro) è che con il Jobs Act quattro nuovi assunti su dieci hanno un contratto part-time. Le imprese, dunque, non solo hanno ridotto i costi grazie al vantaggio della decontribuzione, ma hanno abbassato ulteriormente il costo del lavoro agendo sugli orari. Inoltre la parte più attiva del mercato del lavoro non è stata quella dei giovani, bensì la fascia degli over 50. Qui le analisi sono diverse. Chi si avvicina o si allontana dalla pensione, tutti vittime della professoressa Fornero, resta in azienda, mantiene il lavoro, e ci sono imprese che cercano pure gli ultracinquantenni per la loro esperienza professionale o perché sanno che comunque il rapporto durerà pochi anni.

Il secondo: la cancellazione dell'Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, un atto di alto valore politico e simbolico per la storia di questo Paese e della sinistra anche se a nessuno interessa più, non ha prodotto particolari effetti positivi sulla creazione di nuovi posti di lavoro e ha portato, invece, qualche novità sui licenziamenti disciplinari. Nel 2016 sono cresciuti del 28% rispetto all'anno precedente (da 36.048 a 46.255). Bisognerà valutare a fine anno, alla fine del primo triennio del Jobs Act, quali saranno i dati sicuri dei licenziamenti disciplinari. Al momento si può ipotizzare che questo fenomeno deriverebbe da un abuso della legge e non da un'esplosione incontrollata di contrasti nelle aziende, da scioperi selvaggi, vertenze irresponsabili o altro. Il dato sarebbe la cartina di tornasole del deterioramente del clima sociale sui luoghi di lavoro: forse qualche imprenditore, o padrone, ha deciso di regolare qualche conto con la copertura della legge.


Sinistra, non c'è
tempo da perdere

28 SETTEMBRE 2017

"IN LAVORO"DI LUIGI MARIUCCI

Una parte significativa dell'elettorato di sinistra attende proposte concrete, anzitutto sul lavoro. Si tratta per lo più di persone scarsamente interessate alle alchimie sulla individuazione della leadership e sulla prospettiva delle alleanze (vecchio, nuovo o nuovissimo centrosinistra?). In genere sono persone che non si riconoscono più nel Pd da quando questo partito è stato conquistato da una gestione del tutto personalistica e il suo segretario ha proclamato che il licenziamento libero è un "diritto" dell'impresa e uno stimolo alla sviluppo, cosicché su questa linea si è introdotta una disciplina del licenziamento tra le peggiori d'Europa, per di più applicata ai nuovi assunti, vale a dire -in maggioranza- ai giovani.

Queste persone attendono proposte precise, fattibili, non enunciazioni retoriche, ma impegni programmatici rigorosi che possano costituire l'intelaiatura di una nuova offerta politica, unitaria e credibile, alternativa a quella dominante.
Questo vale per tutti, ma in particolare per il movimento che ha scelto come denominazione l'articolo 1 della costituzione.

Intanto occorre una valutazione, sintetica ma rigorosa, del passato. Il Pd accredita la favola secondo cui il Jobs Act avrebbe prodotto un milione di posti di lavoro in più. La tesi è tanto trionfalistica quanto priva di fondamento. La quota di occupazione cresciuta negli ultimi anni è dovuta alla pur debole ripresa economica, nel settore manifatturiero, nei servizi e soprattutto nel turismo. L'iniziale incremento dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, però assoggettati (dal 7 marzo 2015) alla clausola occulta di precarietà iscritta nel licenziamento libero, si deve all'incentivo della decontribuzione triennale. Una sorta di doping provvisorio.

Scaduta la decontribuzione crescono di nuovo soprattutto i contratti a termine, che secondo le stime dovrebbero essere l''80% delle assunzioni. Questo perché il Jobs Act oltre a liberalizzare i licenziamenti ha liberalizzato anche i contratti a termine, abolendo la necessità di ogni giustificazione causale. Hanno straripato i voucher, ora sostituiti da un improbabile "contratto di prestazione occasionale". Dilagano inoltre gli stage e i tirocini privi di ogni reale contenuto formativo e usati in funzione di lavoro sostitutivo e precario a basso prezzo. Così come si moltiplicano i lavori poveri prodotti nell'ambito di quella gig economy che, traducendo, significa "economia dei lavoretti". La verità è che il Jobs Act è stato il punto estremo di una politica di flessibilizzazione del lavoro durata circa un ventennio e inaugurata dal governo Berlusconi del 2001. L'esito è quello di una svalorizzazione del lavoro che incide su tutte le forme di lavoro, dal lavoro dipendente classico ai lavori temporanei alle diverse forme di lavoro semiautonomo e parasubordinato fino alle nuove tipologie di lavoro attivate dalle cosiddette piattaforme digitali.

I nuovi processi produttivi e l'applicazione intensiva delle tecnologie informatiche producono di per sé una tendenza alla frantumazione e alla precarizzazione del lavoro, oltre che una distruzione di posti di lavoro e una nuova specie di disoccupazione strutturale. Le politiche pubbliche e la stessa legislazione hanno fin qui assunto un carattere servente e ancillare verso le immediate esigenze poste dal mercato e dalle imprese. Questo orientamento va rovesciato. Bisogna tornare a pensare alle politiche pubbliche come a uno strumento fondamentale di correzione delle distorsioni prodotte dal mercato. Lo stesso Fondo monetario internazionale ha affermato che l'eccesso di disuguaglianze determinate dalla ideologia e dalla pratica neoliberista è all'origine di inefficienze non più tollerabili.

Il punto di partenza deve essere costituito dalla riaffermazione di un principio che appartiene alla sfera dei valori ma che ha anche un significato propriamente economico. Va restituito valore e dignità al lavoro, in tutte le sue forme. Anche perché la svalorizzazione del lavoro, rompendo la coesione sociale, produce mostri, vale a dire la strumentalizzazione del disagio sociale e del bisogno di protezione da parte delle formazioni populiste di destra, che usano cinicamente i migranti come capri espiatori, come sta accadendo in tutta Europa, specialmente nell'Europa dell'Est, e come indicano anche le recenti elezioni tedesche. Ma questa scelta di principio va tradotta, appunto, in proposte concrete e percepibili da parte di una ampia fetta dell'elettorato di sinistra, largamente demotivato e disorientato.

Nell'ordine, si può cominciare da alcuni esempi. Va introdotta una disciplina ragionevole ed equa del licenziamento che abolisca le intollerabili differenze di trattamento introdotte dal Jobs Act. Va ricondotto il lavoro temporaneo alla motivazione di specifiche ragioni causali obiettive. Il lavoro a termine, nelle sue diverse forme, deve essere reso meno conveniente sul piano contributivo del lavoro a tempo indeterminato.Vanno rigorosamente vietati e sanzionati gli stage e i tirocini usati non per favorire la formazione sul lavoro e l'inserimento dei giovani nel mercato del lavoro, ma per lucrare su prestazioni di lavoro a costo zero. Va introdotta una effettiva tutela universalistica di base per le varie forme di lavoro autonomo debole ed economicamente dipendente. Va promosso un piano straordinario e selettivo di assunzioni nella Pubblica amministrazione, con particolare riferimento ai settori della ricerca, della istruzione e della sanità, depauperati da anni di blocco del turn over e di invecchiamento degli addetti, determinato anche da un allungamento - ormai oltre misura - dell'età pensionistica. Va costruito un piano straordinario di opere pubbliche in materia di infrastrutture e di interventi sul drammatico dissesto idrogeologico, assistito da una normativa che favorisca la rapidità degli interventi e che al tempo stesso contrasti duramente i meccanismi di corruzione e manipolazione degli appalti.

Questi sono solo alcuni primi esempi, ciascuno dei quali può essere illustrato analiticamente. Di questo dovrebbero discutere le diverse forze della sinistra che vogliono candidarsi ad offrire una proposta politica credibile. Smettendo di consumare energie in discussioni bizantine e politiciste di cui ormai si appassiona solo una frazione minoritaria del ceto politico.