Speciale Mario Lunetta

Strade per la savana

di Mario Lunetta

La scarpa è lo specchio dell'anima.

Diffidate della scarpa troppo lustra.

Essa dinota egoismo, crudeltà, volontà

di ridurre a propria vittima

la creatura più debole e soprattutto la donna.

ALBERTO SAVINIO


So che tutti loro non mi vedono, è l'unica certezza che mi sia rimasta. Non possono vedermi, il mio volto è nascosto anche a me stesso. Dimenticato, per la precisione. Io, se ancora mi è lecito usare il pronome, li guardo senza veramente distinguerli, una massa informe avvolta nel suo delirio, muoversi, correre, brigare senza un attimo di respiro: immense turbe di pesci di specie e grandezza svariate in questo maremoto di luci, ombre, rumori, fetori, voci, speranze, paure e tutto il resto che ignoro né voglio conoscere. Non un abisso, solo una giostra dissennata che non si ferma, non si ferma, eppure è misteriosamente bloccata. E io qui, solo col mio pronome, davvero un cane abbandonato in questa città incapace di cancellarti se non con la morte, il modo più stupidamente facile, sì... In questa città dal nome breve e dall'estensione infinita, ormai niente più che il set sbrindellato e sporco di un film d'avventure sempre meno avventuroso...

Occhi bassi, girovagando qua e là già oltre ogni stanchezza. Mica per modestia. Mica per timidezza. Mai sofferto di certi vizi, per fortuna. Semplicemente perché sì, non mi interessano le facce, ma solo le scarpe: degli uomini e delle donne, senza distinzione. Nella scarpa, ho sempre pensato, è il vero dna di ogni individuo. La personalità comincia da lì, e in genere le guaine che fasciano i piedi delle persone che incrocio sono volgari, banali, non hanno linea né stile direbbe un buon calzolaio: esattamente, suppongo, come chi le indossa. Mica pretendo di vedere ai piedi della gente esclusivamente prodotti Tod's, Gucci o Ferragamo, non arrivo a questi vertici di fanatismo: ma insomma, insomma, a un minimo di decenza, questo sì, credo proprio non si possa rinunciare. Mai arrendersi a calzare quei relitti di zattere a prua piatta o a punta di lancia che ci assediano da ogni dove, non chiedo altro alla crudele divinità del cuoio.

Vetrine, vetrine. Negozi di souvenir, alimentari, bigiotteria. Che differenza può esserci tra bigiotteria e bigotteria? In questo paese mai nato, per dirla alla maniera di quell'orrida imbrattacarte urlante elevata postmortem agli altari della Grandezza Giornalistica, nessuna. Assolutamente nessuna. Dove hanno sempre comandato i preti, alla fine anche le differenze verbali sono al massimo semi-identità, somiglianze alterate da una vocale, semplici assonanze. Niente di più.

Da mesi, in casa o fuori, un tarlo mi s'è installato nel cranio. Dio, che roditore famelico. Com'è possibile, mi tormento, andarsene in qualche posto, un posto purchessia, senza lasciare tracce: insomma, sparire. Tutti i miei tentativi, tutte le mie prove, risolti in altrettanti fallimenti. Sono soltanto serviti a farmi capire quanto sia difficile svanire senza residui. Non basta la volontà di autoannullarsi. C'è una questione quasi irrisolvibile: il proprio corpo. Il corpo fisico, intendo, anche quando sia diventato, come sento sia diventato il mio, una pura ombra che non fa ombra.

Il corpo fisico, appunto. Che da tempo si porta con sé o dentro di sé, e nella sua scarsa gestualità, e nella propria voce opaca, l'ossessione che sì, c'è un unico modo per scomparire del tutto: farsi sciogliere in un barile di acido nitrico come usa la mafia, e magari, per non soffrire troppo, farsi sparare prima da un killer. Poi, il resto. Tutto dietro compenso, s'intende: perché il lavoro, qualsiasi esso sia, va sempre pagato, ci mancherebbe.

Cerco di ricordare qualcosa di me proprio in rapporto al mio corpo, che non è, di certo non è un corpo morto, né un corpo pineale, né un corpo pituitario, né un corpo celeste, ma tutt'al più una carcassa. In fondo, sono un uomo di stazza mediocre: complessione tutt'altro che atletica, altezza 1,68, spalle e torace di modesta apertura, muscolatura non proprio da rugbysta. Del carattere non è il caso di parlare: non interessa a me, sicuramente non interessa a nessun altro, ormai. C'è chi, almeno in passato, lo trovava "alquanto spigoloso", come ebbi a leggere in uno di quei profili ipersintetici e sbrigativi dai qual non si ricava nulla di preciso, compilati da cosiddetti Esponenti Della Critica in uno di quei repertori per maschi e femmine della piccola e media borghesia con velleità non del tutto sopite di tenersi aggiornati sulla cultura. In realtà, è quell'avverbio che mi dà da pensare con una stilla di turbamento. Alquanto. Che significa? Un milione di cose, cioè nulla.

Di fianco alla qualifica in verità piuttosto ambigua, Pittore, in quelrepertorio appare l'immagine di un busto del sottoscritto in marmo e travertino. Non farò il nome dello scultore, perché fare nomi equivale sempre, inesorabilmente, a una delazione. Nel dialetto di questa città di fregnacciari e cantambanchi sempre a caccia di farlocchi da cucinare a scottadito, l'epiteto Pittore designa l'imbianchino. Era anche quello di Hitler buonanima, una volta salito al Cancellierato. Bert Brecht, che non era romano neanche per sbaglio ma nient'altro che un crucco d.o.c. di Augusta intelligente e spiritoso, se ne servì in molti dei suoi versi più ferocemente antinazisti. Comunque beh, se la scheda è una balordaggine assoluta, la fotoriproduzione dell'operetta plastica è assai meno stupida. Un busto di piccole dimensioni con la mia faccia posta derrière sulla nuca, in un'espressione concentrata e insieme distratta, come tanti credono sia una norma fatale per gli artisti, e il volto risolto frontalmente in una placca del tutto piatta priva di fisionomia, diciamo pure "metafisica" alla De Chirico, in marmo nero del Belgio. Su un ripiano, le mani ai due lati, tagliate all'altezza dei polsi, aperte e col dorso in vista. Poi, firma, titolo e data di esecuzione.

Pittore, il sottoscritto: quasi un insulto. M'avessero definito Poeta forse mi sarei offeso di meno. Sì, perché poi il senso comune delle mezzecalze che compongono il cosiddetto pubblico, più che valutare le opere corre dietro ai giorni, cioè alle storie di vita nostre, di noi disperati, di noi segnati da Dio. E diciamolo una volta per tutte, noi che ci imbrattiamo tra colori e parole, parole e colori, siamo soltanto i down della specie, però chiusi, a dar retta al pubblico ormai sempre meno acquirente stante lo sfacelo catastrofico che chiamano eufemisticamente crisi, nella nostra leggenda presunta inaccessibile. Io compreso, naturalmente. Già, proprio io che per paradosso ho sempre voluto avere una vita senza plot, magari, qui lo dico e non lo nego, riuscendoci solo in minima parte, naturalmente.

Un malaffare definitivo, la vera conclusione di questa mia inconcludente vicenda. Che no, non sono stato finora capace di realizzare. Buffo verbo, se applicato a questo gioco: si può realizzare la sparizione di qualcuno che non vuole più continuare a realizzarsi, cioè sparire?

Un bingo? un faraone? un domino? un baccarà? una bazzica, magari nella speranza generalmente frustrata di segnare 500 punti con una quinta maggiore del seme di atout?

La gente, si sa, vive di speranze. Speranza, benzina della vita. Una volta esaurita, il motore si arresta. Beato me, mi ripeto sbattendomi da un pizzo all'altro di questa città morbidona e canagliesca... Beato me che di speranza, una volta compiuti i venticinque anni, non ne ho più avuto un decilitro.

L'uomo, diceva quel filosofo ginevrino, nasce buono. E' la società che lo guasta. Punti di vista. Società o meno che se si vuole gli fornisce l'apprendistato fin da quando entra nella cosiddetta età della ragione, e forse anche prima, l'uomo mette di suo il massimo impegno per diventare ciò che in genere sarà da adulto: un fior di carogna. Constatazione che non mi turba, debbo confessarlo prima di tutto a me stesso, se questo famoso me stesso esiste, cioè se ha un senso plausibile. Guardo un po' tutto quel che mi viene incontro, come dire tutto quel che la strada mi butta addosso e non riesco a schivare con lo sguardo. Risultato: eccomi qui, testa sempre più pesante, sempre più costipata di stronzate, sempre più scombinata insomma, e se mi contraddico ebbene sì, mi contraddico: sempre più vuota... Un secchio della spazzatura perfino privo di contenuto...

Sopravvivo senza riconoscermi, pura insensatezza, e non ho più nessuna voglia di cercare un senso connesso a un modo di vita collettiva organizzato unicamente per prolungare la propria disorganizzazione. In questo mondo di scimmie ferocissime che obbediscono ai loro domatori dei quali conoscono la frusta ma non la faccia, sì, contano ormai solo due cose che non sono cose, ma fatti inafferrabili, parapsicologicamente instillati anche nelle membrane cerebrali di quelle che un tempo venivano benevolmente definite masse e ora sono state trasformate, per via di intelligenti bastonate filosofiche, in moltitudini, sostantivo che mi pare, dentro questa mia confusione, generico e un tantino sprezzante. Due cose. Due feticci immortali. Si chiamano Denaro e Menzogna, e non tollerano aggettivi.

Cammino, cammino... Batto strade che non ho mai visto... Un flaneur senza meta, ecco... Nobile attività di un uomo che vuole smettere di averne una che sia una... E finalmente finire, finire per sempre, senza residui.

Ieri, in una sosta dei miei vagabondaggi che sarebbe più preciso definire tregua, leggevo seduto in un bar quel libro di Guy Debord del 1988, ce l'ho in tasca, Commentari sulla società dello spettacolo, e m'ha colpito il passo in cui si dice che in questo mondo ormai in preda alla lotta di tutti contro tutti, se non anche contro se stessi, e in cui ognuno è anche senza volerlo un sorvegliante sorvegliato, "Ogni servizio di sicurezza di un'industria privata combatte il sabotaggio di cui è oggetto, e all'occorrenza lo organizza contro il rivale". Insomma, "Si sorveglia segretamente ciò che è segreto. Di modo che ciascuno di questi organismi, confederati in modo molto elastico intorno ai responsabili della ragion di Stato, aspira per proprio conto a una specie di egemonia insensata. Perché il senso è andato perduto insieme al centro conoscibile".

Voilà. Buonanotte ai suonatori. Ai tamburi della rivoluzione. Ai pifferi che accarezzano il potere, sostantivo che nell'opacità e nel segreto cova la propria magia. Dio dei suoni, della musica, del rumore... Sempre da celebrare molto al di sotto dei piani nobili... Se va bene, negli scantinati... Alla peggio, nelle fogne...

Mi pare abbia preso a piovigginare. Stagione sconnessa come tutto, fuori e dentro di me, questa primavera di bellezza. Qui, in questa città decrepita che ogni tanto fa make-up e ha sempre più l'aria e l'allure di una bagascia disfatta, ormai si deve cedere progressivamente posto a una pletora di nuovi inquilini, cani a non finire che si trascinano dietro padroni imbranati, colombi, cornacchie, tàccole, falchetti, e via e via... Un giorno o l'altro dalle tane di tanti ricchi maniaci se ne fuggiranno le migliaia di aquile, serpenti e coccodrilli che vi fanno vita troppo comoda e troppo noiosa, e sarà una gran bella carnevalata... Altro che le processioni tristissime di extracomunitari in gruppo o in solitario, così insopportabili per l'olfatto e le good manners dei miei superpatriottici concittadini... O le prediche ponderate e caritatevoli del Pastore Tedesco, repertorio del vuoto e del nulla reiterato a ogni piè sospinto sulla tastiera di lingue vive e morte che si rincorrono su questo pianeta della felicità, al ritmo lento, sospettoso, lento, colpevolizzante, lento, morboso e non so che altro, di musiche sacre, come le chiamano... Ariette in genere così poco ariose... Quando va bene, fette di composizioni di gran conio, che so, Bach Mozart Schubert Schumann Chopin e per buon peso all inclusive i nostri Verdi e Rossini... E a proposito sì, ecco: dopo la tazzina di caffè hag appena sorbita, mi salta in testa di colpo un aforisma di quello straordinario libro di Schumann che è La musica romantica, e che dice, a proposito di una visita di Rossini a Beethoven, "La farfalla volò sulla via dell'aquila, ma questa la scansò per non schiacciarla con un colpo d'ala"... Divertente e maligno. Durezza critica inflessibile. Crudeltà senza smorfie.

Da otto giorni, mi pare, non metto piede in casa né a studio. Qui nessuno mi aspetta, se non alcuni quadri, e magari l'ultimo, ancora incompiuto, avrà avuto più di un attacco di nervosismo. A casa soltanto le mura, e forse, chissà, alcuni oggetti d'affezione, come si dice, non vedendomi si saranno sfogati con qualche scatto di insofferenza. Il fatto è che vivo da solo dal giorno che mia moglie, la mia povera Delphine che amava un po' troppo quel bianco meraviglioso, lo Chateau Bonnet, levò le tende da questo mondo, fulminata da un ictus che non le lasciò scampo. Sette anni fa. Sì poverina, quel vino era la sua passione, ma l'ho sempre giustificata perché stiamo parlando di uno dei prodotti enologici d'eccellenza dell'Aquitania, e lei, Delphine, era nata a Bordeaux... Bon, rien à dire.

E io, mi chiedo come uno scemo... Io, dove sono nato? Forse continuo a nascere perché continuo a morire... Ogni giorno... Ogni istante... Mah, nella prossima vita, se ci sarà, la smetterò di fare l'astemio virtuoso... Mi vestirò da ubriacone... Mi sparerò in gola scariche di sangiovese e barbaresco senza interruzione... Farò il bagno in un barile di whisky... Idiota. Idiota. Mentecatto. Non fa progetti chi vuole entrare nel nulla.

Ho sonno. Sono disgustato della mia pochezza. Mi sfiora la porta a vetri di quel Mac Donald's. Ne viene fuori come una pianta esotica, fresca, terribilmente giovane, capelli di piuma chiara, occhi verdi che mi si aprono addosso in un lampo topazio, quella ragazza che alla mia età non merito più... Immersa nella sua solitudine abbagliante e senza sofferenza. Sparita. Via.

Non un briciolo di somiglianza con Delphine... La mia povera Phine, sì. Che un miliardo di anni fa, in un'altra delle mie troppe vite, m'aveva preso all'amo senza esitazioni alla vernice di una mia mostra parigina in una galleria del Marais. Pioveva alla diavola, ricordo. Non avevo neppure voglia di sole. Ero annoiato. Guardavo i miei quadri con scontentezza. Mi dicevo: Ma perché la gente dovrebbe mettersi in casa questa roba che non piace neppure a me che l'ho fatta?

Lei si complimentò col sottoscritto per questa o quell'opera, in mano un bicchiere di Moet & Chandon. Quando brindò a me e alla mia pittura invitandomi a bere con lei, mi sentii obbligato a sorseggiare dal mio bicchiere un dito di champagne, ma in realtà guardavo le sue mani e il suo viso su cui era spalmato come cipria un velo di ironica simpatia nei miei confronti... Ma è già un invito, pensai. Da fuori entravano le note di Satisfaction dei Rolling Stones.

Tre mesi dopo Delphine era mia moglie. Trentasei anni di convivenza, cambio di casa un paio di volte, quindi definitiva sistemazione in quel villino di Montesacro, in fondo alla Nomentana... Tutto uno scricchiolìo di mobili, parquet e chissà che altro... Solo lo studio non ho mai cambiato... Una fedeltà scaramantica, non so... Comunque, qualcosa di ben diverso da un atteggiamento di pura e semplice pigrizia.

Le case sono come gli uomini. Alla fine parlano loro, e tu non fai che ascoltarle. Da un certo momento in poi, appena qualche giorno dopo la morte di Delphine, mi pareva che da quella casa mi venissero addosso soltanto recriminazioni e accuse. Dovetti imparare a convivere con un senso di colpa che a poco a poco diventò la mia sola compagnia. La mia Phine non c'era più, aveva smesso di esistere, eppure il suo ricordo, posti del mondo che avevamo amato insieme, tenerezze piene di fantasia, oggetti acquistati durante i nostri viaggi, sparsi come amuleti fra casa e studio, perfino piccoli o grandi scontri, infrequenti ma seri, tutto insomma, tutto ciò che era stato la figura vivente del nostro rapporto di affetto, sensualità e quel poco di intelligenza di cui suppongo entrambi disponessimo, semplicemente scomparso, di colpo. Era rimasto un grumo di dolore, che s'era sistemato dentro di me come un cancro... Ovviamente... Ovviamente... Ma che poi aveva progressivamente ceduto a una sofferenza di natura, come dire, in qualche modo filosofica.

Delphine non c'era più. Niente di lei persisteva dentro la mia vita, in tutti i miei atti. Non c'era più il suo corpo. Era stata annullata la sua presenza fisica. Beh, proprio questo io non capivo. Non ne afferravo il senso. Mi trovavo dentro una bolla d'aria vuota. Non vedevo il nesso della sua assenza con tutto quanto aveva costituito la ricchezza e la confusione della nostra esistenza in comune. Mi mortificava la sensazione che anche il mio organismo si fosse modificato. In un colpo solo avevo perso una bussola e un metronomo.

Anche ora, qui nel giardino delle catacombe di San Callisto, e non mi rendo conto se sono ormai più un nomade o un deportato, anche ora che da tanto tempo la sofferenza s'è placata, continuo a non capire... Forse perché non riesco a rendermi conto della necessità della morte, come dire... Sì. Perché la necessità è qualcosa di diverso dalla fatalità... Ecco perché alla fine, dire che una certa persona con la quale si sono avuti legami d'amore o d'amicizia è scomparsa, equivale a una menzogna, è comunque un'inesattezza... Non si scompare mai del tutto... La memoria di quello che chiamano vissuto è una bestia inaddomesticabile... E impone per sempre la sua presenza figurale, olfattiva, sonora, fatta di una quantità di particolari... Una specie di tappeto persiano composto di decine di migliaia di nodi... In uno scenario che quanto più è indeterminato tanto più continua a determinarsi in una concretezza di fuoco o di ghiaccio... Magari con sotterfugi, astuzie, trucchi da illusionista derisorio...

Ecco, proprio non so che dire. M'è passato davanti qualche minuto fa un pullman turistico a tetto scoperto. ROMA CRISTIANA è la scritta che campeggia sulle fiancate... E qui, niente più che questa mia testa stressata e piena di vuoto ingombro di uno sterminio di cose, parole, gesti, emozioni, risate, urla... Ingombro del suo corpo che non ho mai smesso di desiderare anche dopo che la freschezza della gioventù se n'era andata... Ora, a un tratto la mia testa pazza torna per suggestione su quell'incubo non saprei se più macabro o religioso che m'ha aggredito nel sonno, non più tardi di un mese fa.

Nella chiesa di Sant'Agnese si stavano svolgendo i funerali di Delphine. Io, ovviamente annientato, respiravo senza respiro in chissà quale altro luogo, uno spazio senza pareti di un bianco abbagliante. La bara che conteneva la mia Phine era davanti all'altare, coperta di corone e di cuscini di fiori. Di colpo vidi diventare nera la mia corona di rose rosse. Con un grido che certo dovette terrorizzare i presenti mi buttai bocconi sulla bara abbracciandola, affondando la faccia tra i fiori, ripetendo il suo nome, gemendo di disperazione. Il parroco, che aveva tessuto il suo sermone di insopportabili banalità, era sconvolto. Mi si accostò e assumendo contro lo scandalo un atteggiamento di tartufesca partecipazione, si sforzò di convincermi a rimettermi in piedi, calmarmi, tornare in me. I suoi borborigmi mi passarono sopra come acqua sporca, un rivolo di torbida ipocrisia. Non mi spostai. Capivo dolorosamente che il mio colpo di teatro era l'ultima possibilità di vero saluto alla mia donna defunta, il solo modo di ritrovarci insieme prima della sua definitiva evanescenza. Il prete non desisteva. Si ostinava sempre più nelle sue esortazioni, e ormai le sue chiacchiere mi davano solo un'ulteriore ostinazione. Stavo provocando un piccolo disastro, e mi pareva che l'approvazione al mio gesto inconsulto provenisse soprattutto dal sorriso che ero convinto increspasse le labbra di Delphine, imprigionata nella bara più che nella morte. Il prete non la faceva finita. A un tratto, al colmo dell'esasperazione, urlò come un forsennato: Lazare, veni foras! Mi sentii spinto, quasi sollevato da un gran colpo di vento. Volai in alto verso il soffitto a cassettoni, poi tutto scomparve. Mi svegliai terrorizzato, in un bagno di sudore. Dio, che assurdità, tanto più che sia io che Delphine non avevamo fede religiosa, e i suoi erano stati nella realtà funerali laici celebrati al Tempietto Egizio del Verano.

Mi staranno cercando... Oh cara Vanja, matura ragazza contadina, fedele domestica ucraina... Ti sarai vista persa... Avrai denunciato la mia scomparsa al commissariato... Staranno monitorando ospedali, alberghi, case di amici... Mentre io, balordo che non sono altro, continuo a sbattermi da un pizzo all'altro di questa città imbecerita in cui sparire è impossibile... Privo di documenti... Con solo il mio vecchio zaino da studente per un paio di cambi di biancheria... Ridicole abitudini da vedovo tornato di colpo ragazzo... Tentando di dormire qua e là con un occhio solo... Pasti a livello di pura sopravvivenza...Bisogni corporali al minimo, soddisfatti preferibilmente all'aperto... Meglio evitare i wc delle stazioni... Sciacquandomi la faccia all'alba con l'acqua di qualche nasone, come si dice a Roma... Scomparso da una settimana un noto pittore / Le ricerche non hanno dato finora risultati degni di nota.

Mi dimenticheranno... Se entro un'altra settimana non avranno annusato le mie tracce, beh, sì, potrò considerarmi fuori tiro... Potrò azzardare a spostarmi al nord o al sud, estremo nord o estremo sud, e seppellirmi in qualche crepaccio di montagna, qualche forra inesplorata... Niente treni, ovviamente. Niente pullman. Solo taxi disposti a lunghe percorrenze. Posso permettermelo. Pagamento cash, nessuna tracciabilità. Un noto pittore, mi hanno definito. Io rettificherei senza falsa modestia in Un noto e cattivo pittore...

C'è stata in me troppa morte, ormai c'è solo assenza, voglia di non esistere più, aspirazione al nulla. Detesto le immagini che ho dipinto. Ho distrutto i ritratti di Phine e di Miriam. Oh Miriam, sì. Solo un gran senso di pietà, per te. Non capivi niente di pittura, sensibilità zero... Eri solo curiosa, accumulavi esperienze per cancellare il senso di colpa che era la tua vera malattia... Una chiavatrice insaziabile... Un uomo dopo l'altro... Un cazzo dopo l'altro, finché non incappasti nel mio beneamato... Quattro anni dopo la morte di Phine, già. Quel tardo pomeriggio di fine estate, mentre stavo montando le mie guaches per un'esposizione alla Casina delle Civette di Villa Torlonia... Venisti fuori da non so dove in quell'ambiente vuoto con le superbe vetrate policrome di Duilio Cambellotti. Ci fissammo come due colpevoli che volessero abolire la loro colpa, e fu una scopata senza parole, furiosa, stupida. Senza un sorriso né una sillaba, m'infilasti in tasca il tuo biglietto da visita e fuggisti, è proprio il caso di dire, mentre io me ne restavo a meditare sulla possibile metafisica del rapporto tra il coito e il tempo. Appunto. Proprio una metafisica del cazzo.

Bene, sì, te ne ho voluto. Un bene nervoso, instabile come la situazione meteorologica che ha trasformato questo paese del sole in una succursale dell'Inghilterra... Roma non troppo diversa da Londra, ecco... Ormai il barometro si scapriccia da far invidia al primo ballerino della Scala... Magari fra un attimo riprende a piovere a dirotto... Eventualità che mi lascia assolutamente indifferente... Mi riparerò da qualche parte... E' il meno, nelle mie condizioni... Niente ombrello, niente impermeabile... Non ho più bisogno di nulla, ormai.

Ah, Miriam. Anche tu, una vittima di non so cosa. Il bene che t'ho voluto è stato soprattutto una questione di sesso... Lì era il nodo, e a me la cosa andava a pennello... Non per niente sono un pittore... Battuta idiota... E solo ora mi rendo conto che forse tu cercavi anche qualcos'altro, qualcosa che andasse oltre i nostri giochi e le nostre porcheriole...

Eri sempre come inseguita, da qualcosa o da qualcuno. Divorziata dall'avvocato che era stato tuo marito qualche anno prima di incontrare il sottoscritto, me ne parlavi a volte con un gran senso di scoramento... Non era cattivo, dicevi, era solo insopportabile... Ma evidentemente la casella di lui, per quanto tu ti imponessi di bypassarla, restava vuota. E' difficile che l'odio dia luogo all'indifferenza. Per questo è necessario il disprezzo, e forse tu non ne avevi abbastanza per il tuo avvocato. Pover'uomo, forse sia a lui che a te pesava non aver avuto figli. Troppo spesso una coppia orfana di figli fa naufragio. L'avvocato si costruì come tutti la propria morte: tumore al fegato, probabilmente lo sbocco di una lunga sofferenza, frustrazione, umiliazione. Dopo un periodo di confusione e di nebbia, come dire, tu, mia piccola Miriam, cercasti di reagire, soprattutto sul piano della vivacità fisica: viaggi con me o senza, serate, teatro, concerti, salotti, ristoranti... La vita continuò a bagnarti senza inumidirti più di tanto...

Quel pomeriggio eri rientrata da Lisbona. La città più incomprensibile e malinconica del mondo, dicesti. Il rito dell'accoglienza spettava a me, quindi non volli contraddirti Andammo a cena da Checchino al Mattatoio, e al dessert, quella magnifica torta di mele alla cannella, certo mia piccola, desolata Miriam, la ricordi ancora, là dovunque ti trovi, mi dicesti con aria misteriosa: "Non ti ho portato niente da Lisbona... Ma vedrai, ti farò un regalo indimenticabile..."

Solo dopo il fatto capii la promessa e la minaccia delle tue parole... C'è stata in me troppa morte, me lo ripeto come un ritornello insensato... Rientrammo a casa mia, rilassati, quieti, almeno così mi parve. Facemmo l'amore molto dolcemente. All'alba mi svegliò uno spiffero freddo che entrava dalla finestra. Era aperta. Non capivo. Il tuo posto nel letto, vuoto. Una botta in mezzo al petto, improvvisamente fuori dall'intontimento del sonno. Corsi sul balcone e vidi il tuo corpo bocconi sul cortile. Ecco cos'era, il suo regalo indimenticabile...

Corsi giù, stravolto, inebetito. Una statua che tentava di accarezzare una statua. Feci poi, confusamente e col cuore che se ne volava sbattendo da tutte le parti come dentro una scatola di ferro, tutto quel che c'era da fare. Poi ancora gli adempimenti di rito, interrogatorio, riconoscimento del cadavere, e il resto. Miriam non c'era più, neppure lei. Non c'era più per sempre. Quello non era uno dei suoi viaggi nevrotici, era una sparizione definitiva.

La stessa che ho deciso di mettere in atto anch'io, con una differenza troppo ardua da realizzare: la mancanza assoluta di spettacolarità, qualcosa che è davvero più profondo della morte... Pure, non vorrei si credesse che tutte queste scomparse siano state l'elemento decisivo del mio progetto di sparizione senza tracce. Non è per via della morte di Delphine e di Miriam che ho maturato l'intenzione di farla finita come non potrebbe neppure un fantasma... Credo si tratti in qualche modo di un surrogato della pittura, che da tempo non pratico più. Un feticcio che ne sostituisce un altro. L'apparenza che si arrende al vuoto e al niente.

Da oltre una settimana vago per la città... Centro, periferia... Via del Corso grondante fin sui marciapiedi di jeanserie che buttano fuori a cascata stracci e straccetti di stoffa-cartavelina, Piazza Navona che ormai sfigurerebbe di fronte a un suk di Tangeri, colonizzata com'è da frotte di aggressivi venditori di paccottiglia per turisti storditi... Tutto uno sconcio trash, e trash, e ancora trash... Torre Maura, Tor Sapienza, Garbatella, Ostiense... Le panche di San Paolo fuori le Mura saranno anche dure, ma comunque provvidenziali per quest'homeless volontario che si rotola sulle strade e le piazze come una boccia tirata maldestramente, o una pallina da flipper ubriaca...

Sono da poco uscito dalla GNAM di Valle Giulia. Debbo complimentarmi col mio istinto da topo. Ci ho dormito due notti, sfuggendo non so come al controllo dei custodi prima della chiusura. Il topo ha fregato i gatti. Un po' di freddo, questo sì, ma dalla permanenza in quel rifugio m'è venuta la possibile soluzione per la mia sparizione risolutiva: aria intossicata, vita che alla fine è stata solo stoltezza e vanità, vacui riconoscimenti, lodi perlopiù interessate, mancanza di coraggio, incoerenza nelle scelte stilistiche. Per cui, sì, giustamente condannato all'oblio, da me stesso prima di tutti.

Ho ritrovato due miei vecchi quadri, appesi a quelle pareti. Roba non infame né infima. Roba tuttavia non indispensabile. Mi hanno fatto quasi tenerezza. Tenerezza, e qualcos'altro che non so spiegare. La prima notte, una sensazione di viaggio nell'aria spenta di un chiostro. La seconda, quella di trovarmi in una sterminata assemblea di fantasmi che in qualche modo mi erano parenti. Un sonno faticoso, da cui emergevano rumori creati dalla mia testa contraffatta. Alle prime luci dell'alba ho passato molto tempo davanti a un paio di scene di animali africani, dipinti dell'Ottocento coloniale, inguardabili ma che mi hanno suggerito a un tratto una soluzione decisiva per il mio progetto. Decisiva, sì. e assolutamente non pittorica né pittoresca. Un esercizio, diciamo così, di autocannibalismo radicale per fauci altrui. Ecco, sì... Me ne fuggirò in Africa, che so, sarà sufficiente aggirarmi per un ridicolo disarmato safari in solitario nella savana, Congo o Kenia... Mi farò divorare da un branco di leoni affamati. Nessuno mi vedrà più. Non troveranno di me neppure gli abiti, neppure le scarpe.

aprile 2012