Per la Critica

SHORT THEATRE – 12 / ALLA RICERCA DI UNA NUOVA, ‘INTERIORE’ POLITICITÀ

di Marco Palladini

Approssimandosi il centenario della Rivoluzione d'Ottobre e pensando all'impatto che essa ebbe sulla scena russa di inizio Novecento, in termini di rinnovamento sia drammaturgico e sia estetico-registico - basti fare riferimento alla sinergia avanguardistica tra Majakovskij e Mejerchol'd (Mistero buffo, 1918) o tra Maksim Gorkij e Stanislavkij, che spingeva il realismo sul versante della critica sociale - vale forse la pena domandarsi quali direzioni al presente abbia preso il teatro politico-civile, in una temperie socio-culturale radicalmente mutata, senza più punti di riferimento né ideologici né ideali, e pervasa da una volontà di potenza onnimediatica che rende ormai difficile comprendere a quale livello di realtà ci si muove.

Qualche possibile risposta può venire da alcuni spettacoli visti nella dodicesima edizione del festival romano Short Theatre intitolato "Lo stato interiore" e come sempre sagacemente diretto da Fabrizio Arcuri.

Il primo lavoro che ho visto o, meglio, esperito era una proposta della compagnia svizzero-tedesca Rimini Protokoll. Un collettivo di registi, autori, scenografi, videomaker guidato da Stefan Kaegi e Dominic Huber, attivo da oltre quindici anni e ormai molto famoso in Europa, che usa il teatro per incorporare direttamente 'pezzi di realtà' sociale e politica. È, in parte, la vecchia formula del 'teatro documentario' decostruita e rielaborata in forme creative multiple, sempre diverse, che non puntano ad una resa dimostrativa o pedagogica, ad uno stile agit-prop con morale inclusa, bensì ad offrire materiali disparati, frammenti di storie, schegge di vite di persone anche molto contraddittorie o antitetiche come modo di guardare alla molteplicità e alla ambiguità del reale, e lasciando allo spettatore il compito di interrogarsi circa il senso di ciò che ha fruito, o anche soltanto una scia di pensieri meditabondi, perplessi o malmostosi.

È ciò avviene pienamente, mi sembra, con l'installazione scenica Nachlass - Pièces sans personnes realizzata al Teatro India. Nachlass in tedesco significa in sostanza 'lascito', 'eredità', ciò che un morto lascia ai viventi e si tratta sia di cose materiali, sia di messaggi, insegnamenti immateriali. In questa chiave i Rimini Protokoll hanno incontrato e coinvolto otto persone che hanno deciso, con motivazioni anche assai diverse, di presentare anticipatamente ciò che vogliono lasciare di sé al mondo dopo che saranno morti. Il dispositivo scenico prevede così che si entri in una piccola, ovattata saletta grigia dove si affacciano le porte automatiche a scorrimento di otto stanze, sormontate ognuna da un orologio digitale che indica il countdown. Quando il timer arriva a zero, si può entrare random, senza seguire una sequenza predeterminata, in piccoli gruppi oppure da soli. Intanto, sul soffitto della saletta un video-planisfero simula il ritmo dei deceduti istante per istante nel mondo. Tanto per ricordarci che ad ogni nostro respiro c'è qualcuno che muore nel pianeta. Un utile memento.

Il mio personale percorso incomincia nella stanza dove è stata riprodotta la cantina di un base-jumper. Ascolto il messaggio registrato dell'uomo che prova a spiegare perché ha deciso di praticare questo sport estremo che consiste nel gettarsi nel vuoto da speroni di montagna, grattacieli, ponti, torri etc. e atterrando con il paracadute. Che qui vedo, di color arancio, appeso ad una parete. Tra il 1981 e il 2016 si legge in rete che sono morti oltre trecentodieci praticanti il base-jumping. L'uomo è, quindi, consapevole che per quanti controlli ed attenzioni egli metta a verificare la sua attrezzatura, ogni volta che si lancia rischia la vita. Ma il brivido del volo, del precipitare per qualche secondo o minuto nel vuoto lo attira troppo. Perché lì non si pensa, non c'è né passato e né futuro, solo un qui e ora dell'essere, una voluttà iper-adrenalinica del rischio più forte dell'orgasmo, e che neppure la nascita di un figlio ha saputo acquietare. Parte un video nella grata sottostante e vediamo i piedi del base-jumper che risalgono il sentiero di un monte. C'è l'attimo di sospensione prima del lancio, poi il volo visto in soggettiva su una verde vallata punteggiata da campi coltivati, stradine e fattorie. Stavolta è andata bene.

Nella seconda stanza in cui entro vi è al centro un cumulo di scatole di cartone. La voce registrata è quella di una donna che ha creato una Fondazione di sostegno all'Africa. Lei ha lavorato nella vita come ambasciatrice europea, quindi si è dedicata a organizzare missioni di aiuto e di pace in vari paesi del Continente Nero. Il senso di quello che vuole lasciare sta lì negli scatoloni. Dove frugo trovando statuette, idoli africani, cartelle di documenti e molti album fotografici. La signora vi appare come una donnetta occhialuta con i capelli castani corti, sempre vestita in modo anonimamente austero. Ha un'aria da suora laica o da professoressa filantropa ritratta in vari villaggi accanto a madri e bambini o con le autorità locali.

Nella terza stanza è riprodotto l'ufficio di un dirigente di banca, con la scrivania, le poltroncine in pelle per i clienti, le lampade, le piante finte, la finestra con la veneziana. Ci parla la voce in tedesco e un po' gracchiante di un uomo alquanto anziano a cui si intreccia quella non poco petulante della moglie. Un piccolo display posto sul tavolo offre la traduzione del suo discorso. Che riepiloga la sua carriera lavorativa e ribadisce le giuste regole per essere un buon banchiere. Quindi vira sulla sua gioventù ed ammette di non essersi opposto al nazismo; la consorte interloquisce e prontamente lo giustifica dicendo che era un ragazzo e che tutti facevano così, ma il marito sembra coltivare un vago disagio per essere stato un filo-hitleriano. Alla resa dei conti e dell'esistenza il suo lascito terminale è quello di non credere a nessuna ideologia.

La quarta stanza è il loculo di preghiera di un musulmano 78enne. Occorre togliersi le scarpe e accomodarsi. C'è a terra un tappeto persiano e una scodella ripiena di 'lokum', i dolcetti giallognoli di zucchero caramellato di cui l'uomo è ghiotto. È un turco che vive a Zurigo, ma viene da Istanbul. Accompagnato da una insistente musica turca, parte un video in cui egli mostra passo dopo passo come sta organizzando il ritorno del proprio cadavere nella città natale. I musulmani non possono essere messi nelle bare, debbono essere avvolti in un telo bianco. Però per viaggiare in aereo il suo corpo racchiuso nel sudario dovrà essere necessariamente deposto in una bara. C'è un tizio che si occupa appositamente di tale servizio e precisa anche quanto viene a costare. Si vede, quindi, nel filmato l'uomo tornato a Istanbul, che percorre le strade del quartiere dove viveva da bambino e poi giunge nel cimitero dove, sepolti nella nuda terra, ci sono i corpi dei suoi avi sormontati da modeste lapidi di marmo. Si congeda dicendo che quando lascerà questo mondo aliterà un leggera brezza e qui parte un ventilatore che mi soffia sul collo. Mi pare bella e poetica questa idea che è il soffio d'anima dei morti il loro lascito.

Nella quinta stanza tutta bianca, ci si accomoda su uno dei quattro sgabelli che stanno attorno ad una sorta di grande giroscopio. Si indossano delle cuffie auricolari e si ascolta la voce in francese di un medico neurologo sessantenne che commenta le foto della sua vita, dalla più tenera infanzia ad oggi. Scorrono nel visore le immagini di un professionista borghese ben contento o compiaciuto di sé, vagamente antipatico. Poi con un morphing all'incontrario l'ultima immagine retrocede sino al visetto di un neonato. Qual è la nostra vera immagine, si chiede? Il medico ci suggerisce di chiudere gli occhi e di concentrarci sulla 'vera immagine' che abbiamo di noi. Riapro gli occhi e per un gioco di luci guardo le pupille della ragazza seduta attorno al giroscopio davanti a me: penso a Lyotard quando parlava dello 'sguardo del pazzo'. Intanto, il medico che è un laico materialista assoluto, sta dicendo che noi siamo processi biochimici che si stanno semplicemente disintegrando. Quando lui sarà definitivamente disintegrato non resterà dunque nulla, alcun lascito. Ma se ci ricorderemo di questi pochi minuti trascorsi nella sua stanza allora, forse, non tutto sarà stato vano.

La sesta stanza è disposta come un teatrino con un micropalcoscenico e un sipario e tre gradini di poltroncine. Ascolto la voce un po' tremolante in francese di una donna che ricorda quando ebbe un momento di gloria a dodici anni nel momento in cui cantò in pubblico la canzone Tom Pillibi che aveva vinto nel 1960 l'Eurovision Song Contest. Lei da ragazzina voleva fare la cantante, ma in effetti non ci riuscì. La sua vita prese altre strade e finì per fare la segretaria alla BMW. Si dischiude il sipario e su una sedia vediamo una maglia di lana d'angora lavorata dalla signora. Adesso il racconto si fa drammatico: la registrazione risale all'agosto del 2015, ma lei soffre di sclerosi multipla a placche dal 1990, forse quando ascolteremo la sua voce lei non ci sarà più. Inoltre, rievoca le fasi di un matrimonio distruttivo terminato con il divorzio, due tentati suicidi, il sostegno del figlio poliziotto. Torna, da ultimo, sul momento più luminoso della sua esistenza rappreso in quella adolescenziale esibizione canterina che lei ci lascia con struggimento. Parte il motivo nella interpretazione originale di Jacqueline Boyer e la voce della donna le fa faticosamente eco: "Il a d'la chance - Tom Pillibi / Et moi, je pense que je suis son amie / Il est si riche, que je l'envie / Il est si riche - sacré Tom Pillibi".

Si entra nella settima stanza che è apparecchiata come la camera di un motel. C'è un ampio letto matrimoniale con sopra una trapunta color crema, e sulla parete retrostante un lungo quadretto naif versicolore. A fianco del letto ci sono due comodini con abat-jours e una foto un po' sbiadita della figlia tredicenne, di nome Maria, del nostro ospite assente. Che è un uomo di quarantaquattro anni il quale si mostra in tv in un video dove si sta accingendo, in mezzo ad un fiume di montagna, a fare la pesca con 'la mosca' in perfetta tenuta da 'fisherman' in tonalità verde bottiglia. L'uomo ci invita in francese ad aprire i cassetti dei comodini dove ci sono, ben ordinate nelle scatoline, decine di finte mosche che lui stesso prepara come esche da infilare all'amo della canna. Ci tiene un po' pedantemente a rimarcare che sono la riproduzione di mosche 'efemere' ossia effimere, degli insetti acquatici che hanno una breve vita adulta (sono conosciute anche come 'mosche di maggio'). Capisco subito dopo il senso metaforico di questa precisazione. Al pari della sorella, questa persona ci racconta che sta morendo. Soffre di una rara malattia genetica ereditaria, conosciuta come sindrome di von Hippel-Lindau che dà luogo a diverse forme di neoplasia. A causa di ciò, l'uomo è già in pensione e sta cercando di predisporre il suo trapasso senza sconvolgere troppo la vita della propria amata famiglia. Sulla videoparete-finestra inclinata davanti al letto dove mi sono seduto scorre l'acqua di un fiume, lo stesso verosimilmente dove lui va a pescare. L'acqua fluisce imperturbabile come l'esistenza. Pescare con la mosca ti può allietare, ma non ti può salvare.

Nell'ultima stanza in cui entro vi è un tavolinetto ingombro di immagini, attorno due sedie e una panca-divanetto di legno. Anche tre piccoli display che traducono le parole francesi della nostra ospite assente che è una signora di novantuno anni che, forse, al momento potrebbe già essere scomparsa. Si guardano le tante foto sparpagliate che sono istantanee di un'intera esistenza: soprattutto immagini di gite, vacanze, viaggi, incontri, feste con amici e parenti, con adulti e piccini. Immagini qualsiasi di una donna qualsiasi che ci narra di essere stata sposata per cinquantacinque anni con lo stesso uomo. La vita che racconta sembra essere stata "un lungo fiume tranquillo" come recitava il titolo di un film di étienne Chatiliez del 1988. Vita di gente comune che attende, appunto, una morte comune. La signora riflette sul principio di eguaglianza che c'è nel morire: la morte è giusta perché non risparmia nessuno e questo la soddisfa. Ci invita a caricare delle piccole sveglie che dopo un minuto si mettono a trillare. Ecco, conclude ironicamente, la mia ora è suonata, quando suonerà la vostra? Un altro, ennesimo 'memento mori'.

Si esce e si prende la via di casa con una nuvolaglia di riflessioni nella testa. Dov'è la politicità di questo post-teatro? Forse nel caricare di senso e di segno le tracce anche più anonime e labili di persone ordinarie poste di fronte al problema dei problemi: come lasciare con dignità la propria vita e lasciare qualche cosa per cui si possa dire che è valsa la pena di averla vissuta? Nel tempo della fine delle utopie, delle rivoluzioni, delle grandi visioni palingenetiche del mondo, la politicità sta forse nel dare valore ad ogni esistenza, anche la più umile, anche la più modesta e monotona. Milioni di storie di vite svolitano via leggere come farfalle, evaporano nel nulla, ma ciascuna di esse ha avuto una sua minima preziosità, una propria peculiare identità. E allora mi viene di ripensare a Peter Brook quando dice che ogni teatro degno di tale nome è un teatro sacro, perché apre una porta che mette in comunicazione il visibile con l'invisibile. Il politico oggi può soltanto sublimarsi nel sacro?

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L'altro lavoro che in questa chiave mi ha sollecitato è Discorso Grigio allestito dalla compagnia ravennate Fanny&Alexander negli spazi della Pelanda al Macro di Testaccio. Questa volta i due autori-registi Chiara Lagani e Luigi De Angelis hanno incaricato il loro giovane attore-frontman Marco Cavalcoli di condurre, con il pretesto di un discorso che "il Presidente terrà alla Nazione", un virtuosistico giuoco di parodizzazione e decostruzione del logos politico ufficiale che quotidianamente viene rivomitato fuori dalle tivù italiote pubbliche e private. In una scena vuota dove ci sono soltanto dei microfoni inastati, Cavalcoli è al solito bravissimo a 'tenere' desta l'attenzione del pubblico per un'ora blaterando tutte le infinite insulsaggini, i luoghi comuni, i miserandi espedienti retorici, le squallide formule sloganistiche che nutrono ipertroficamene i discorsi della politicanza odierna.

Cavalcoli ora sembra fare il verso a Berlusconi, ora a Grillo, ora a Napolitano, ora a Renzi e via elencando. Ma non è mai una imitazione, un travestimento mimetico alla Crozza, semmai una citazione da sberleffo, da caustico ammiccamento. La sua recitazione, peraltro, va avanti tra inciampi, stolide ripetizioni, interruzioni, piccole pause, slittamenti secondo il vaniloquio permanente dei cosiddetti rappresentanti di una democrazia svuotata di senso e di senno. Cavalcoli in grisaglia d'ordinanza e cravatta scura anima l'icona-burattino di più o meno astuti demagoghi, di venditori di fumo e di parole iper-abusate, ridotte a mero rumore verbale, di propalatori di consuete promesse elettorali un tanto al chilo, in uno scenario pubblico dove ideologie ed idee sono oramai annientate.

Torna frequente il richiamo ad un "Partito Pulito" come evidente riflesso del movimentismo 5Stelle e residuo feticcio del qualunquismo-populismo imperante. Nel gioco tra luci fisse e improvvisi abbuiamenti, l'attore riappare a un certo punto indossando dei grandi guanti gialli da fumetto stile Mickey Mouse e, quindi, un grande testone di cartapesta di un uomo anziano atteggiato in una espressione grave e compresa da 'padre della patria': postrema derisione ai politici attuali diventati figure da cartoon di una commediaccia che non fa più ridere, ma induce soltanto disprezzo e/o depressione. In sottofinale Cavalcoli si toglie mascherone e guanti e resta in silenzio a fissare attonito il pubblico per lunghi minuti. Una dilatata sospensione del 'dire' come a voler dire: non ci sono più parole per descrivere il punto imo in cui è precipitato il discorso politico pubblico, per delineare l'effettuale deserto della nostra democrazia. Scrosciano quindi gli applausi per l'eccellente performance dell'attore, ma si insinua in me il dubbio: i presenti hanno capito che sono stati gli spettatori del proprio medesimo naufragio? E dopo di ciò cosa potrà accadere? Solamente un nuovo fascismo potrà arrivare?

Ecco la politicità di questo lavoro dei Fanny&Alexander importante, desolante, finanche agghiacciante sta, a mio avviso, nel condensare un monito, nell'avvisarci che siamo quasi al livello zero, che siamo attraversati da una malattia degenerativa molto grave, che occorre fare qualcosa prima che sia troppo tardi.


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Per concludere la mia incursione a Short Theatre, riferisco dello spettacolo Present continuous del giovane coreografo-regista e danzatore Salvo Lombardo, prodotto dal Festival Oriente Occidente di Rovereto. Teatrodanza di venatura post-postmodern situato in un contesto da discoteca, con un quadrato-pedana delimitato da nastri rossi e in fondo sulla destra una postazione che è insieme quella del dee-jay e un bancone da bar. Le luci sfarfallano pulsanti, hanno scatti da riflettori-strobo, la musica si distende in arrembanti ritmi acid-house, con scie rumoristiche o talora screziati da sonorità classiche o da famose canzoncine (The Lions Sleeps Tonight). Ma soprattutto si impone una percussività elettronica martellante per un campionario sempre creativo e inesausto di pose e posture, di gesti e gesture, di movenze fluide o spezzate che rielaborano in modi controllati e sapienti la grammatica della dance discotecara, sino ad alludere al plastico 'voguing' lanciato da Madonna nel 1990.

Ballo-sballo e non solo per quattro danzatori - due uomini (Lombardo e Cesare Benedetti) col giubbottino operaio e due donne (Lucia Cammalleri e Daria Greco), una in jeans e reggiseno nero, l'altra rossochiomata in pantaloncini scuri e canottiera chiara. I corpi una volta messi in moto non si fermano più, sono luogo fisico di disfrenamento, di desiderio, di seduzione e di depensiero. Luogo dell'hic et nunc, lo spazio chiuso, latamente claustrofobico della discoteca è lo spazio ideale dell'ego-narciso, con le sue traiettorie e circonvoluzioni. Innumeri ricombinazioni in movimenti a quattro, a due a due o solisti. Pas de deux per coppie etero oppure omosex. Il gioco coreutico fluisce felice, energico, vitalizzante e potrebbe continuare in un presente infinito, appunto.

Salvo Lombardo che seguo dai suoi esordi, mi pare che migliori di spettacolo in spettacolo, ormai lo reputo il vero erede di Enzo Cosimi, antesignano del teatrodanza postmod in Italia con il memorabile spettacolo Calore (1982). Sono trascorsi ben trentacinque anni, ma in Lombardo ritrovo la medesima brillantezza inventiva e compositiva, la sensualità, la leggerezza, la libertà di esprimersi.

Come ci ha insegnato la biopolitica, vige oggi fondamentale e necessaria la 'politica del corpo', un corpo aggredito da mille nemici e istanze repressive. La danza contemporanea che è la rappresentazione estetica e autocognitiva al meglio della liberazione e dell'autonomia del corpo, ha per questo una valenza iperpolitica che bisogna saper riconoscere e tutelare.

Settembre 2017