LEGGERE IL NOVECENTO

“SENZA STANCHEZZA E SENZA TIMORE”

di Jacqueline Spaccini

È il 1931, il suo amore ormai lontanissimo, Dino Campana, è ricoverato da tempo nel manicomio di Castel Pulci, il grande amore della senescenza, il giovane Franco Matacotta, è di là da venire. Rina Faccio[1] - in arte Sibilla Aleramo - si appresta a dare alle stampe un nuovo romanzo, Il Frustino[2], quando pubblica questi pochi pensieri, tratti, come lei scrive, «da vecchi taccuini»[3]. Di primo acchito, sembrano essere riflessioni con un non so che di spigolatura, rimasugli inediti offerti forse per racimolare un facile piccolo compenso[4] o per essere ancora ben presente in «Pègaso», la prestigiosa rivista di Ugo Ojetti.

[1] Sibilla Aleramo è lo pseudonimo artistico di Marta Felicina (detta "Rina") Faccio.                                                                                                             [2] Testo autobiografico incentrato sull'amore impossibile con Giovanni Boine. Il romanzo uscirà l'anno successivo.                                                        [3] Da vecchi taccuini in «Pègaso», rassegna di Lettere e Arti diretta da Ugo Ojetti. Firenze, Fratelli Treves, anno III n. 9 settembre 1931, pp. 301-304. Tali pensieri saranno poi raccolti e pubblicati in S. Aleramo, Orsa minore. Note di taccuino e altro ancora. Milano, Mondadori, 1938. Ristampato da Feltrinelli nel 2002.                                                                                                                                                                                                                  [4] È trattenuta in Questura (ma poi rilasciata) nel 1925 con l'accusa di complicità sovversiva, a causa della sua relazione con Tito Zaniboni, deputato socialista autore del fallito attentato contro il duce. Quest'esperienza sarà rievocata nella poesia Una notte in carcere. Nello stesso anno, Sibilla Aleramo è tra i firmatari del manifesto degli intellettuali antifascisti. Ciò stroncherà ogni tipo di carriera giornalistica indipendente e a entrare nella schiera degli scrittori alla ricerca di sovvenzioni o vitalizi. Nel 1933, otterrà una pensione di mille lire «grazie all'interessamento di Arturo Farinelli e della regina Elena di Montenegro». In quell'anno si iscriverà all'Associazione nazionale fascista donne artiste e laureate e al Sindacato autori e scrittori. Poi le sue iniziali simpatie socialiste si faranno comuniste dopo il 1945. Nel 1946 chiederà la tessera del Partito Comunista italiano. Per queste e altre informazioni, cfr. presso la Fondazione Gramsci, l'Archivio Sibilla Aleramo - Guida alla consultazione (a cura di Marina Zancan e di Cristiana Pipitone), pp. 17-18.

Quattro pagine. Diciassette pensieri di diseguale lunghezza e interesse, una doppia interlinea a separarli tra loro. Taluni sembrano spunti per racconti, forse intarsi di romanzo, talaltri osservazioni di giovinetta[1] affidati a un diario intimo, secondo una struttura frammentaria che riscuoterà maggior successo stilistico alla fine del Novecento[2].


Oggi i miei pensieri sono arguti come i tralci biondi delle viti sinuose fra gli ulivi sulla collina bagnata di sole autunnale. Un'ironia dolce mi fa ammiccare cogli occhi, come una miopia vezzosa. Scorgo le piccole cause ridicole di fatti che ieri m'han dato emozioni gravi. E so anche da dove proviene questa lievità stamane del mio spirito, non la dico, sorrido, guardo i gialli tralci che sanno anch'essi perché stanno così lucidi nell'aria chiara, voluttuosamente lucidi prima che il vento li spogli (frammento n. 1).


La scrittura primonovecentesca in odor di metà secolo è tutta qui: l'aggettivo qualificativo accompagna inesorabilmente il sostantivo di riferimento (i tralci son biondi e le viti sinuose, l'ironia è dolce e la miopia vezzosa), oggi diremmo con automatismi linguistici. Talvolta, come in poesia, si raddoppia (piccole cause ridicole). L'antropomorfizzazione è presente fin dall'inizio per i pensieri, ma anche per la figura di analogia che è costituita dai tralci, biondi e sinuosi come il corpo di una donna, e prossimi alla svestizione, lucidi forse turgidi, se il vento si fa di una violenza che li rende voluttuosi e che li spoglierà. L'immagine sensuale[1] è ben presente e senza difficoltà si trasferisce alla scrittrice che allude senza esplicitare alla lievità del suo mattino.

Sincerità! Ma se io mi conficco le dita nei capelli, e serro le palpebre respingendo le lagrime, e mentre tutta la mia passione mi urla di gettarmi a terra e di dimenarmi come una dannata, mi alzo invece, mi protendo nella notte verso il vento, verso la serena luce lunare, e riapro gli occhi sul fiume, e poi torno presso la lampada e mi costringo all'attenzione per un lavoro aspro e freddo, sono sincera? Che cosa tradisco, a che cosa ubbidisco? (frammento n. 4)

Ritorna qui il vento che è agente della natura, come il fiume e la luce lunare. Ma stavolta è simbolo di passione, a fronte di un lavoro cui l'autrice deve appressarsi sotto la luce artificiale della lampada per scrivere pagine difficili (un lavoro aspro e freddo) - e che non la coinvolgono emotivamente. Deve farlo e lo farà, benché il suo animo si senta insincero, addirittura traditore nel profondo di tutto il suo essere. È un anelito alla sincerità (chissà quale, forse l'ingenua onestà dell'ispirazione) che tuttavia resterà inascoltato, pur tra mille dubbi. Il paesaggio circostante non si fa narratario, bensì interlocutore ideale di Sibilla Aleramo. Le fa da sponda, stavolta in qualità di affidatario di fiducia (la luce lunare è serena) e non, come nei modi leopardiani, di testimone reticente.

Che la natura là fuori, viva per sé stessa, come la poesia nel Parnaso di Gautier o di Leconte de Lisle, le appare chiaro:

Lampada ad olio, piccola ampolla di vetro, lume d'oliva, per la prima volta splendi in su le mie carte, nella prima sera della mia stanza fra i monti di Corsica[2]. Fiammella chiara e lene, senza ripari, che ti agiti dolce s'io muovo più veloce la mano sui fogli, che cosa vedrai nascere al tuo pacato respiro? Le stelle, fuori, nel cielo, viaggeranno, e tu ed io saremo qui, per quante sere? Tu calma, io col mio spirito balenante, a vivere ciascuna la nostra luce... (frammento n. 8).

Di nuovo è l'alba: non distingui ancora s'essa ti tingerà di rosa o di grigio: non importa, alzati, è un giorno nuovo, tutto principia, ed è sommerso tutto ciò ch'è stato ieri mercé le piccole poche ore notturne che sono passate su te come passa la morte fra l'una e l'altra generazione. [...] La vita è in te che ti alzi, che guardi il cielo bianco, guardi senza stanchezza e senza timore, ancora una volta, come se fosse la prima (frammento n. 10).

Al mattino la vita nuova la veste di speranze e vigore, l'alba dà gioia e consapevolezza alla creatura che ha fiducia in sé; alla sera, invece, il buio passa, passa come la morte che tutto sommerge, separandola dalle stelle e lasciandola balenante, operosa monade leibniziana. I pensieri solitari più malinconici scaturiscono dalle sue interazioni con gli uomini:

Uomini che mi danno il malessere. Deboli uomini, inerti e pallidi, stanchi dell'opera che non han prodotto, della vita che non han dominato. Con inflessioni dolci di voce, dolci e inutili, con curvate spalle e mani bianche e sorrisi di larve (frammento n. 12).

E subito dopo, questo frammento:

La signora M. è triste perché nessuno ha più bisogno di lei (tre figli grandi ed accasati): - Al più servo come un en tous cas[1]. - E la signorina L. obbietta: - Ma, e io, non sono stata tutta la vita un entous cas ? (frammento n. 13).

Non è la prima volta né sarà l'ultima: la donna Rina è quella di Amo dunque sono (1927), pronta ad annullarsi, a sacrificarsi, a mantenere in vita persino un amore lontano, in absentia, costruendo per lui un castello di carte, anzi di carteggio. La scrittrice Sibilla Aleramo subentra in un secondo momento, dopo esser stata generosa, prodiga di consigli e ambascerie, come coscienza critica delle sue relazioni, erigendo un tribunale interiore in cui impersona tutti i ruoli, fino a quello di giudice istruttore che condannerà - à la vie, à la mort - l'amante di turno. Inderogabilmente.

E dunque gli uomini si fanno meschini, non hanno neppure prodotto un'opera e già son stanchi, spettri senza sostanza. Ma lei non è da meno, quando permette a quegli stessi uomini di servirsi di lei come un en tous cas, elegante eufemismo che in lingua francese sta a indicare una donna di riserva, da tenere (comunque) da parte, sulla cui presenza poter (sempre) contare, nell'urgenza, pronta all'uopo, perché non si sa mai, potrebbe tornare utile...

E ancora parlando con (e di) un uomo che ha occhi come «grigie pietre fulgide» (frammento 15), Sibilla Aleramo lascia scorgere il dissidio insolubile in cui si dibatte l'anima dagli «occhi or sorridenti or pensosi» (frammento5). Il fatto è che non è molto cambiata dalla bimba così descritta: «[m]io padre dice che [...] c'era in me, dai tre ai sei anni, questa vitalità meravigliosa, questa effervescente fantasia, questa brama d'ascoltar fole e d'inventarne, questo prepotente costante esercizio di seduzione e di conquista[1] per mezzo della parola... Io!» (frammento 5).

Da sé non si basta. La sua affermazione passa attraverso l'autenticazione da parte degli occhi dell'altro. Di sesso maschile. Sia pure debole, fragile o meschino. Scrive in una sua poesia:

Son tanto brava lungo il giorno.
Comprendo, accetto, non piango.
Quasi imparo ad aver orgoglio
quasi fossi un uomo.
Ma, al primo brivido di viola in cielo
ogni diurno sostegno dispare.
Tu mi sospiri lontano:
«Sera, sera dolce e mia!»
Sembrami d'aver fra le dita la
stanchezza di tutta la terra.
Non son più che sguardo,
sguardo sperduto, e vene
[1].

Che cos'è che conta, allora, per davvero? L'amore, la propria realizzazione, la poesia, la natura? Essere una vera donna o essere una donna vera? E che cosa significherà poi? C'è un arbitro implacabile oltre a sé stessa? Lo dice, così, in tre righe esemplari del frammento n. 8:

Quando ho scritto questa frase: "un capolavoro equivalente ad una vita" invertivo l'ordine comune dei termini, e parlavo forse da vera donna, per cui la vita sta sempre sopra all'arte.

E spesso prende il sopravvento, relegando l'arte in un canto. Lo scrive, nel 1935, a Quasimodo, che nelle lettere si firma Virgilio:

Il tuo amore è passivo, inerte, incapace, dal primo giorno del menomo gesto o atto vitale, creativo, che sottometta a sé le circostanze avverse, le pieghi, le trasformi. Facile amore, Virgilio! Mentre l'amore è cosa ardua, quanto la poesia. [...] Ma le parole rimangono parole, se non divengono vita d'ogni attimo, vita, intendi? E tu non vivi per me, questa la terribile verità che soltanto oggi, arrivando qui [Sondrio, N.d.R.] per dare e avere amore e vita, ho compresa. Tu forse vivi per tua figlia, non so. Forse neppure; e forse neppure per la tua poesia. Ma per me, no certamente[1].

Si conclude senza concludersi (non ancora, non così), la storia d'amore a intermittenza tra un giovane poeta siciliano (all'epoca, Quasimodo ha 34 anni) e una scrittrice stimata dai più ma non più in auge (per quanto nel dicembre del 1935 vince un premio, il Galante, poi scomparso dalla memoria degli anni) e anagraficamente vecchia (ha 59 anni), seppur sempre bellissima e affascinante.

Ma non si spegne la sete di amore che lei richiede a un uomo, trofeo indispensabile per provare a sé stessa che merita di essere amata. Scriverà in una delle tante lettere: Sono donna, tutte le donne, e forse per ciò, io sola veramente donna (e quindi, dicevi, poeta)[2]. E forse per ciò, destinata a doppiamente soffrire.


[1] Sibilla Aleramo - Salvatore Quasimodo Lettere d'amore (a cura di Paola Manfredi), Rovereto, Nicolodi, 2001, p. 168 e sgg.

[2] Ibid., p. 231. La sottolineatura è di Sibilla Aleramo.

Credit: le ultime due foto sono tratte dal libro a cura di Paola Manfredi.