Speciale Mario Lunetta

Scimmie dagli occhi di burro

edizioni Robin 2016

di Mario Quattrucci


È un noir contraddetto dalla scrittura: che non è dark ma chiara, fortemente intrisa di ironia, autoironia, sarcasmo.

La narrazione è IN SOGGETTIVA: il lettore vede (e sente) ciò che il protagonista/narratore vede e sente − nel mondo esterno, dentro di sé, in sogno.

La narrazione è in TERZA PERSONA − PRIMA PERSONA anche nella stessa frase − ma nell'ultima parte questo si attenua: vuol dire che egli narra ed è narrato, ma narrato da sé medesimo che dunque si osserva − e in tal modo si oggettivizza e si rende universale − vólto, o se preferite maschera, HUMANI GENERIS...

È orbo − manca di un occhio: quindi manca di profondità e di prospettiva: ciò che vede (e rispettivamente "sente" − perché anche la sua anima è orbata) è in due dimensioni, è la superficie delle cose. Eppure il mondo, la vita, il tutto è non solo visto e sentito ma descritto compiutamente:

Perché in realtà niente è più nascosto da niente, tutto è venuto a galla, la profondità del reale − mondano, cosmico, umano ed esistenziale − è squadernata davanti a noi − o almeno davanti al suo occhio veggente: il marcio, il buio, l'irredimibile non è più nascosto, non è più nel fondo dell'inconscio o della storia ma è il definirsi stesso della vita.

Naturalmente − come anche dichiarato dall'Autore − ciò che vede sente e narra il Catullo Marani, protagonista agito della storia − questo caos del mondo e nonsense dell'esistenza − è solo il frutto del suo "groviglio di menzogne, frustrazioni, equivoci, delusioni, che lo porteranno a un passo dalla fine".

Ma è così? In realtà nella finzione del noir, nel delirio di Catullo, si rispecchia invece la lucida, purtroppo lucida, visione dell'Autore.

E se questa storia non è raccontata ma costruita in forma decostruttiva di "frammenti di un puzzle stupido o drammatico", ciò è perché il mondo, non più barocco, è ormai un insieme organico/disorganico di "immagini in frantumi"

Il contenuto della narrazione, dunque, è la vita: la vita del sedicente protagonista ma in rapporto con il mondo, e pertanto la vita del mondo, e la storia nel suo (nostro) tempo: un mondo in cui tutto è contraddittorio e continuamente contraddetto, un mondo che va a pezzi, una natura umana non mutabile nella sua e a causa della sua avidità ed aggressività; la vita come teatrino di maschere sconclusionate, e quindi non vita; la morte dentro di sé, e dunque una morte che è né più né meno che la propria vita.

Il personaggio principale − il deus ex machina − è però uno che non compare mai (se non nella narrazione del protagonista), ed è quel demonio esterno (allegoria del male...? In figura di persona assolutamente ordinaria...?) da cui tutto è stato generato: colui che privandolo di un occhio e contemporaneamente del suo amore, ha generato in lui lo sfascio e lo ha portato alla morte. A quella morte.

La quale, come detto, è narrata dal narratore-protagonista, fino alla penultima ora, come forma della sua esistenza ma alla fine − fine in realtà posta, secondo la regola del noir, all'inizio della narrazione − si esprime come morte data (per colmo di contraddizione: data erroneamente) e poi, al termine della narrazione (che è anche − forse − il termine della sua vita/non-vita) come morte programmata e infine data nuovamente (FORSE) a se stesso.

Chi lo conduce a questo esito, non voluto ma ineluttabile, sono due personaggi anch'essi decisivi ed emblematici (e naturalmente allegorici): uno, femminile, anch'essa non visibile se non nella sua rievocazione, è la sua antibeatrice: Milena −eMilena − (sulla cui realtà e natura naturalmente bisognerebbe spendere molta attenzione e molte parole...); l'altro è una sorta di Naphta postmoderno che contende l'anima ma soprattutto l'agire del protagonista, spingendolo alla folle azione dell'omicidio rappresentativo ed esemplare...

Questo Naphta, o Mefistofele proteiforme, è molto interessante, perché metafora − o forse meglio allegoria − del pensiero forte deviato: analisi concreta della situazione concreta marxianamente pressoché esatta; prospettazione della prassi falsamente rivoluzionaria, in forma di delirio da giustiziere della notte e per di più contro il genere femminile, dunque assolutamente fascista.