Per la Critica

Un libro di Stefano Lanuzza

SCIASCIA E L’ARTE DELLA RAGIONE

di Marco Fagioli

Il libro di Lanuzza si apre con un pezzo letterario - "Una lettera", che l'autore scrive a Sciascia sulla base d'una conoscenza diretta fra i due avvenuta a Roma negli anni Settanta. Basterebbe tale scritto per capire la tecnica critico-narrativa con cui Lanuzza delinea la figura di Sciascia, sentito affine da un punto di vista letterario e per la passione civile.

Giunto in un momento di non felice stagione critica, Leonardo Sciascia: l'arte della ragione di Stefano Lanuzza (Edizioni Clichy, Firenze 2017, pp. 166, € 7,90) appare come uno dei testi essenziali per la conoscenza dello scrittore siciliano. Il saggio in oggetto conferma la scrittura puntuale del critico, con il suo percorso pluridecennale di studi sulla letteratura italiana ed europea del Novecento, fino ai volumi su Céline, di cui egli è uno dei maggiori conoscitori in Italia, e di un progetto di rilettura nuova, da un punto di vista non accademico, quale il suo recentissimo '900 out. Scrittori italiani irregolari (Fermenti. Fondazione M. Piazzolla, Roma 2017, pp. 294, € 24,00).

Sciascia è autore difficile eppure fondamentale per capire il rapporto fra società e cultura nell'Italia secondonovecentesca, pari in questo solo a Pier Paolo Pasolini. Infatti i due scrittori, seppure così dissimili, sono stati accomunati da una stessa passione civile.

Sciascia, maestro elementare fino al 1957 nella sua sperduta Racalmuto, nella terra agrigentina di Luigi Pirandello, è stato all'inizio e già trentacinquenne, con Le parrocchie di Regalpetra (1956), il testimone di una Sicilia vera e paritempo immaginaria, avviando un discorso letterario di osservazione quasi 'giudiziaria' della realtà, giudicando la propria storia "una continua sconfitta della ragione e di coloro che nella sconfitta furono personalmente travolti e annientati". In questo suo carattere egli parrebbe aver attinto a quella vena, capitale nella letteratura dell'Isola, che da Verga e Pirandello giunge fino a Tomasi di Lampedusa e Vittorini. Tutti autori, questi, fortemente diversi nello stile, eppure accomunati da quell'amarezza civile quanto fiera che caratterizza la sua cultura.

Senonché Sciascia, così come gli scrittori citati, è stato alla fine un critico severo della 'sicilianità', uscendo dai confini marini insulari e guardando verso quell'altra Europa che non era l'Italia. Ne è stata prova il suo guardare a modelli della letteratura francese quali gli illuministi Voltaire e Diderot, e a scrittori dell'Ottocento come Stendhal e Gide. Forse, testi come Ricordi della Corte d'Assise (1914) e La sequestrata di Poitiers (1930) di Gide ebbero su di lui un'influenza più profonda di quanto si potrebbe pensare, accanto alla conclamata passione per la manzoniana Storia della colonna infame (1842).

Forse per sfuggire al rischio di una narrazione crepuscolare e insieme apologetica della Sicilia, Sciascia scelse la strada del 'racconto poliziesco', con libri capitali per capire gli oscuri meccanismi del potere politico e della mafia come Il giorno della civetta (1961) e A ciascuno il suo (1966), che resero fama anche 'cinematografica' all'autore.

Ma è anche la vena potentemente moralista che continua ad essere la trama centrale della scrittura sciasciana: Morte dell'Inquisitore (1964), Il contesto (1971), Todo modo (1974), I pugnalatori (1976) e L'affaire Moro (1978) il cui orientamento 'trattativista' causò all'autore feroci critiche anche 'da sinistra'. Infine Porte aperte (1987) e Il cavaliere e la morte (1988), pubblicato un anno avanti la sua morte, mettono termine al lungo e profondo elaborare della sua scrittura.

La difficoltà della critica nella lettura dell'opera di Sciascia deriva dunque da questa apparente contraddizione: il rapporto tra Sciascia moralista civile e politico, e le forme del racconto. Un rapporto assai diverso, ad esempio, di quello tra etica e narrazione di Pasolini che sempre si risolve in un riscatto lirico. Sciascia il suo riscatto lirico non lo ebbe né lo cercò mai, preferendo rimanere ancorato a un'arte della ragione e a una scrittura che la rappresentasse.

L'arte della ragione di Stefano Lanuzza giunge ora a innovare un dibattito critico su uno Sciascia che non cessa di essere nostro contemporaneo. Va intanto detto che Lanuzza - studioso comparatista, critico letterario attento a quegli autori da lui definiti, nel volume '900 out, "irregolari": come Campana, Savinio, Vittorini, Malaparte, D'Arrigo, Pasolini, Ferruccio Masini, Baldacci, Lunetta, Sgalambro, Strati, Dario Fo, ecc. - è anche scrittore dallo stile personale come testimoniano, tra altri suoi libri (cfr. Wikipedia), i più recenti Il bosco, il mondo, il caos. Come un romanzo (2015) e il citato '900 out dove molti dei suoi ritratti di autori paiono al limite tra la critica e il racconto breve: come nelle pagine su Gianfranco Contini ("Sfrattato da Firenze"), sul dandy Landolfi o sul "Nobel giullare" Fo. Insieme ai dialoghi con Masini o a un illuminante "Colloquio" con l'autore di Horcynus Orca (1975) Stefano D'Arrigo, un 'gioiello' della critica letteraria degli ultimi decenni in un paese come il nostro in cui la libera critica sembrerebbe scomparsa.

Il libro di Lanuzza si apre con un pezzo letterario - "Una lettera", che l'autore scrive a Sciascia sulla base d'una conoscenza diretta fra i due avvenuta a Roma negli anni Settanta. Basterebbe tale scritto per capire la tecnica critico-narrativa con cui Lanuzza delinea la figura di Sciascia, sentito affine da un punto di vista letterario e per la passione civile. È allora questo Sciascia non 'visto da lontano' come una tradizione del pensiero letterario classico raccomanda, ma 'partecipato' nelle sue passioni e rappresentazioni, stabilito attraverso il fuoco della vita che, si sa, è un calore comburente che travolge ogni distanza.

Tuttavia, una distanza Lanuzza la mantiene: quella di una sicilianità vissuta criticamente, con un allontanarsi definitivo dall'Isola da cui invece Sciascia, morto a Palermo, non volle, alla fine, mai distaccarsi.

Nella seconda parte del suo discorso, l'autore prende in esame non tanto la comune passione per la cultura siciliana, ma i luoghi stessi della critica intorno a Sciascia: "trascurato da Alberto Asor Rosa e tenuto in pregio da Giulio Ferroni". Lanuzza ricorda inoltre l'episodio, a suo modo premonitorio, della vaga polemica tra Sciascia e Giorgio Bassani a proposito del romanzo Il Gattopardo (1958): secondo Sciascia - che si dichiara "scrittore impuro, spurio e irregolare" ("Giornale di Sicilia", 18 gennaio 1970), un episodio che rivela la particolarità della sua visione di fronte al ferrarese scopritore di Tomasi di Lampedusa.

Lo scrittore appare qui come uno spirito inquieto e insolato, quasi un antico arabo-ispanico affascinato dalla ragione illuminista, ma, alla fine, stretto alle proprie radici mediterranee con una forte simpatia verso quella forma "grottesca e insieme fantastica" del Barocco siciliano: perciò, alla fine, distante dal francese, decadente fin de siècle di Tomasi che pure, in un racconto come il postumo Lighea (1961), si contaminava con i grandi modelli di Edgar Allan Poe e del Simbolismo. Alle evocazioni di fantasmi di Tomasi, pure potente nella sua narrazione di memoria, Sciascia preferisce la scrittura ironica dei Micromega (1752) e Candide (1759) volterriani, dell'uomo che non si rifugia nella memoria della Storia ma s'affida al lavoro incessante della ragione e del suo pessimistico scavare nel carattere dell'uomo.

La Ragione di Sciascia non è quella cartesiana dei francesi, bensì quella pessimistica - schopenhaueriana - di Pirandello, che in Così è (se vi pare) (1917) arriva alla conclusione dell'inconoscibilità della verità e della riduzione di essa al "socialmente conveniente". Se pare difficile trovare un nesso tra lo Stendhal di Tomasi (Lezioni su Stendhal, 1971) e lo Stendhal di Sciascia sul 'finto viaggio in Sicilia', così non è possibile trovare una saldatura tra la Ragione dei francesi e quella dei tedeschi perché le due idee di Ragione sono antinomiche e tra loro incompatibili.

Alla fine, l'idea sciasciana di Ragione entra in conflitto profondo con quella cultura italiana, politicamente militante o no, del Novecento. Ed è qui che Sciascia si ritrova scrittore e uomo solo. Comunque, del nesso tra Sciascia e Pirandello, il critico denota l'aspetto problematico facendo risaltare di Sciascia l'"illuminismo senza integralismi, che trasvaluta le tematiche verghiane della 'Roba', le idendità incerte o frustrate poste in scena da Pirandello" (p. 28). E, già nelle sue prime pagine, Stefano Lanuzza sembra far proprio il punto della 'rivendicata solitudine' di Sciascia rispetto al quadro della letteratura italiana del suo tempo riprendendo un inciso di Dominique Fernandez: "Inutile aggiungere che lo scrittore occupa una posizione isolata, non solo in Sicilia, ma in tutta Italia" (Le promeneur amoreux, 1980).

Forse su tale isolamento di Sciascia rispetto ad altri scrittori siciliani successivi a Pirandello - con "il pansessualismo autoderisorio degli 'ingravidabalconi' di Brancati, il trasformismo psicologico di Tomasi di Lampedusa, le elegie di Vittorini e i miti postdannunziani di Quasimodo" - , così come vengono segnalati da Lanuzza, ci sarebbe da riflettere.

Quello scelto da Sciascia è un isolamento, piuttosto che dalla Storia reale, da una letteratura dove accanto alla diversità esistono anche delle convergenze a volte via via mascherate: così, ad esempio, il rimpianto in Conversazione in Sicilia (1941) di Vittorini, a suo modo "un perdente, uno sconfitto" come Sciascia, e il sentimento scettico del Gattopardo di Tomasi rispetto alla storia ufficiale dell'annessione del Sud al Regno d'Italia e allo smascheramento dall'interno dell'impresa garibaldina con un esito alla fine funzionale al potere politico del Nord ("i piemontesi"). Ciò che si ritrova in Sciascia come in Tomasi. E qui sarebbe opportuno, più che vedere quanto divide i tre grandi scrittori siciliani, Vittorini Tomasi Sciascia, registrare quel che li unisce e come essi si pongano rispetto alle opere dei Verga, De Roberto e Capuana che riuscirono ad essere nazionali ed europei pur muovendo dalla Sicilia. Mentre appaiono troppo riduttivi certi giudizi sul carattere 'populistico' delle loro opere, va osservato come sia dalla delusione del Verga e del De Roberto circa "le magnifiche sorti" dell'Isola e del suo popolo che nasce il presupposto della critica solitaria di Sciascia, dal 'rimpianto elegiaco' di Vittorini e, infine, del triste ripiegarsi sul passato da parte di Tomasi.

Perciò, se è giusto far risaltare la solitaria 'differenza' di Sciascia, come ben Lanuzza disegna, sarebbe altrettanto giusto fare risaltare le sotterranee eppure vive convergenze. Pure tenendo conto che Sciascia sembra manifestare una non tanto velata predilezione per gli 'umili' manzoniani dei Promessi sposi (1827) che non per i 'vinti' dei Malavoglia (1881). Forse che esista nel laico Sciascia una simpatia per il 'giansenista' Manzoni rispetto al 'pauperista' Verga? E magari proprio in questo consiste, riprendendo una riflessione di Antonio Gramsci, il carattere oscuro della questione meridionale: nella differenza tra gli 'umili', alla fine vincenti, dei Promessi sposi e i 'vinti' dei Malavoglia, che restano sempre 'perdenti'.

Preso dalla sua sincera e forte aderenza all'etica di Sciascia, scrittore 'contro' tutti i poteri, a volte Stefano Lanuzza sembra volare troppo velocemente su alcuni risvolti dell'isolamento dello scrittore che è stato, indubbiamente, il maggior disvelatore delle collusioni tra il potere mafioso e il sistema politico ed economico. Gran parte del suo saggio si svolge dunque sulla specificità del discorso sciasciano circa la vera natura della mafia e del suo intrinseco rapporto col potere. Anche in questo, e nella critica ai cosiddetti "professionisti dell'antimafia", Sciascia sembra confermare la sua vocazione di 'voce contro', scomoda per le finzioni di una società civile che da un lato stigmatizza la mafia, ma dall'altro lato coltiva, nella sua vocazione per il potere, il rifiuto d'ogni vera riforma e lotta contro le cause che la generano.

Giustamente l'autore mostra come tutto l'impegno dell'opera sciasciana non sia disgiungibile da un principio civile ed etico, e segnala in alcune peculiarità stilistiche dello scrittore - dei racconti e romanzi in cui la lezione morale s'intreccia alle forme del racconto giallo, del conte philosophique e del saggio politico - la strada originale per comprenderne il senso. Non c'è dubbio che, nella lettura di Sciascia da parte di Lanuzza, tale sintesi non facile avvenga; e forse l'esempio migliore di tale sintesi di generi diversi in una nuova idea del racconto si ritrova nei testi apparentemente più letterari che politici quali, per esempio, gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (1971), La scomparsa di Majorana (1975) e il pirandelliano Il teatro della memoria (1981) sul caso Bruneri-Canella. Qui, in questi recits su vicende inconsuete o misteriose della vita, lo scrittore pare raggiungere quella sintesi tra il civile e l'esistenziale che in altri racconti più 'politici', meccanismi pure letterariamente perfetti, sembra minore.

Lo Sciasciadi Lanuzza raccoglie nella seconda parte, come tutti gli altri libri della Collana "Sorbonne" di Clichy, una scelta antologica di estratti dalle opere dello scrittore, ed invero alcuni dei frammenti antologizzati contengono l'essenza stessa del pensiero sciasciano: "Io mi sono trovato, nei primi quindici anni di vita, a vivere dentro un pirandellismo di natura. Gli ho dato nome e me ne sono fatta un'ossessione [...]. A un certo punto - grazie agli illuministi - mi sono liberato di Pirandello, sono arrivato a detestarlo. Poi ci sono tornato: serenamente, con grande amore". E ancora: "[...] credo di essere saggista nel racconto e narratore nel saggio. Dirò di più: quando mi viene un'idea di qualcosa da scrivere, breve o lunga che sia, non so in prima se mi prenderà la forma del saggio o del racconto" (Conversazione in una stanza chiusa, 1981).

Così in La Sicilia come metafora (1979) la dichiarazione per Manzoni è quasi programmatica: "Se mi si chiedesse a quale corrente di scrittori appartengo, e dovessi limitarmi a un solo nome, farei senza dubbio quello di Manzoni. D'altronde Manzoni oltre a essere il più grande scrittore italiano è anche il più francese degli scrittori italiani [...]. E poi: è stato detto che ha convertito, convertendosi, l'illuminismo al cattolicesimo; ma io penso che in lui è forse accaduto il contrario: il cattolicesimo si è convertito all'illuminismo". Enunciazione, questa, forse temeraria poiché contraddice una linea consolidata del pensiero democratico: la distinzione tra Scuola cattolica e Scuola democratica di Francesco De Sanctis, le illuminanti riflessioni di Gramsci sulla distinzione tra gli 'umili' manzoniani e i 'vinti' verghiani, oppure tra 'contadini' e 'luigini' di Carlo Levi.

Probabilmente, Sciascia non ha mai creduto nell'esistenza di una 'questione meridionale' come nelle formulazioni basilari del marxismo italiano da Labriola a Gramsci e da Salvemini a D'Orso; ma ha piuttosto pensato a una 'questione siciliana'. Rivelatrice inoltre del suo pensiero sulla letteratura è un passo in Nero su nero (1979) che par tradire nello Sciascia filosoficamente pessimista la sopravvivenza di un ottimismo quasi tomista: "E allora: che cosa è la letteratura? Forse è un sistema di 'oggetti eterni' che variamente, alternativamente, imprevedibilmente splendono si eclissano tornano a splendere e ad eclissarsi - e così via - alla luce della verità". Ecco: in queste 'aporie' sta la grandezza, ma anche il limite della scrittura di Sciascia nel costituire un'opera altamente morale - "di un moralista che trovava consolazione nella sua solitudine" (Enzo Biagi, Cara Italia, 1998): una grandezza a cui il libro di Stefano Lanuzza rende un appassionato quanto critico riconoscimento.

(13/10/2017)