Speciale Mario Lunetta

SCANDIRE LE PAROLE DI UN PENSIERO-FORMA INELUTTABILE

per Mario Socrate


di Mario Lunetta

Un esercizio di 'ammirazione critica' verso il poeta romano morto ultranovantenne lo scorso 27 marzo. Grande ispanista e traduttore, ma soprattutto autore di un'opera in versi di sempre alto profilo letterario e permeata di intrinseca politicità. Una poesia, la sua, di forte consapevolezza culturale quanto distante dall'ideologia e, al fondo, sorretta da un senso di 'lentezza', ossia dalla necessità di riflettere e calibrare senza frettolosa impulsività le cose del mondo. L'appassionata, estrema interrogazione svòlta in "Rotulus pugillaris" si arresta sulla coscienza che 'la verità è muta'.

Se avessimo qualche indulgenza per le suggestioni della Cabala, potremmo anche dire che in quest'ultimo giro di settimane la falce della Comare Secca ha mietuto con impeccabile esattezza aritmetica fra scrittori di primissima fila: due narratori (Consolo e Tabucchi), due poeti (Pagliarani e Socrate). Quest'ultimo è venuto a mancare martedì 27 marzo nella sua casa di via Michele Mercati a Roma, dov'era nato (figlio del pittore Carlo) nel 1920.
La mia ammirata devozione per la sua poesia, che implicava anche una considerazione assoluta per la limpidezza del carattere fatta di generosità e di rigore, s'era via via sviluppata fino a diventare una vera, viva amicizia. Il dono forse più prezioso che possiedo di lui è una dedica, datata 10.12.1976, che egli appose a matita (perché la penna, quella volta, risultò misteriosamente, simbolicamente introvabile) sulla prima pagina dei suoi Prologhi al "Don Chisciotte". Era il regalo dello scrittore e dell'ispanista al suo omonimo, su tocayo. Un regalo bellissimo e emozionante: "Mario Socrate al suo caro Lunetta, su tocayo, dopo una notte di pensieri comuni".
C'era già stato, tra l'altro, a cementare la nostra amicizia, un viaggio in Macedonia fatto insieme a sua moglie Vanna Gentili, in modi avventurosissimi e in una vaga atmosfera keatoniana, a seguito dell'invito ricevuto al Festival Internazionale di Poesia di Struga; e c'era ancora, più indietro, la mia lettura di tutti i suoi libri, iniziata negli anni di Università (Poesie illustrate, 1949; Roma e i nostri anni, 1957; Favole paraboliche, 1961; Il mondo è alle porte, 1964; Tutto il tempo che occorre, 1964; Manuale di retorica in ultimi esempi,1973). Accanto, e in posizione intercettiva rispetto alla ricerca del poeta, l'intenso lavoro di studioso della civiltà letteraria spagnola, ossessionato direi dalla contemporaneità sconvolgente di Cervantes e dai novecentisti più acuminati, primo fra tutti Antonio Machado.
Perché già, come tutti gli ingegni complessi e straordinariamente liberi, Socrate lavora sotto il dominio di alcune ossessioni fondamentali: quella della lingua della letteratura, sperimentata sempre nella sua autonomia e nella sua intrinseca politicità; quella del sapere teorico da coniugare costantemente con le esigenze della scrittura creativa in tutti i suoi possibili ritmi e velocità; quella
infine del tempo storico di cui la sua Letteratura e la sua Scienza della Letteratura intendono fare prepotentemente parte. Da questa storia perlopiù oscura e angosciosa, si legge in una delle frequenti dichiarazioni di poetica che segnano il Manuale di retorica in ultimi esempi, "scatterà a linea spezzata, / ma senza una frattura, anche la poesia, / la poesia più impura, contaminata / di vita, di giorni, forse tutt'altro che canto, / anche essa cosa del tempo profondo della prosa".
Ecco: Socrate ha sempre perseguito una linea di ricerca materialisticamente aliena da ogni misticismo, da ogni alone atmosferico-suggestivo, sorda alle istanze dell'emotività di primo grado: e si è sempre mosso, al contrario ("magari per negazione, alle pendici del tempo critico d'una destructio destructionis poesis") entro gli spazi della contraddizione elaborando un linguaggio composito e arduo, assolutamente privo di spiriti demagogici, capace di sottoporsi a critica nel momento stesso in cui si offre all'interpretazione, simultaneamente figura e commento della figura, invenzione e parafrasi.
È chiaro come questo tipo di pratica chiami senza tregua il lettore in quanto complice e in quanto "dissimile" in cerca delle possibili similarità con l'autore del testo. Il "punto di vista" caro a Socrate non potrà essere quindi che plurale, disperatamente dialettico: e reclamerà una strumentazione stilistico-retorica di prodiga ricchezza e di precisione assoluta, per ottenere una serie di edifici sintattici che siano prima di tutto sintesi (aperta) di se stessi. La consapevolezza dello stupore, potremmo dire con una formula approssimativa. Una scrittura plurilinguistica, fondata sulla mescidazione imperterrita dei diversi livelli, che si dà (mentre si nega) come suggello / definizione per un possibile manierismo futuro, e funziona, in ipotesi e in realtà, in quanto ammirevole macchina animata da un'ininterrotta dinamica dei significanti.
Ovviamente, in questa scrittura socratica la maieutica la fa da padrona, e non solo per ragioni onomastiche: perché si tratta di una maieutica della materialità in cui si cimenta un poeta di basic education marxista, esperto di tutte le retoriche, di tutti i metalinguaggi: per cui il significante non rimanda al significato, alla res extensa, ma si pone esso stesso come significato, autologicamente - eppure in totale apertura. Il suo "vizio di nuove saggezze generali" Socrate lo coltiva con un'attitudine non mimetica ma interrogativa. Non gli interessa la riproduzione linguistica del caos mondano ma la continua messa in questione degli strumenti e dei modi per decifrarne almeno il senso parziale: qui sta la forza esemplare della sua Ragion Poetica, che si nega al vittimismo, al visceralismo "selvaggio" e/o sentimentale ancor oggi tanto di moda, all'esibizione di un privato in odore di ascesi o di vaticinio.
Critica dell'ideologia tra le più severe e indisponibili nella nostra letteratura di secondo Novecento, quella del poeta romano colpisce più profondamente nei gangli in cui l'ideologia dell'Universale Borghese più subdolamente e sofisticatamente si produce: nelle tecniche dell'inganno costituite dalla maxi e dalla miniretorica della comunicazione (che soprattutto cancella e obnubila) e della riproduzione dei modelli immaginativi (che soprattutto lavora a mantenere l'egemonia dell'esistente). Ecco perché, brechtianamente si direbbe, Socrate manovra in direzioni oppositive e trasgressive i manometri dei linguaggi, attraversando con la furia della ragione la nobile tradizione occidentale, e - sincronicamente - l'ignobile contemporaneità della Confezione Predisposta, senza mai scendere a patti, dettando anzi con stupendo coraggio epigrafico una serie di autodefinizioni comunque indenni da tentazioni agiografiche, come avviene con esiti altissimi, ad esempio, in "Carmen correlativum": "noi fra nere piogge, fra le parole, i fili, le sabbie, / cercando di spingerci oltre, di non stare al tempo / come se la morte fosse altra cosa che la morte, / noi dopo tante colonne, tanto amore e passione e piramidi, / noi che non avevamo di più certo, di più sicuro di lei /
che l'odio (sperperato) da lasciare per noi / saldamente dopo di noi, imperituro / in una unica nostra storia continua, / in questa storia di noi implacata".
Non so, a questo punto, con quanta attenzione la critica si sia soffermata su un carattere della poesia di Mario Socrate che a me sembra determinante e distintivo sia dei suoi modi che del suo stesso senso: la lentezza. Che non è da confondersi con una prudente pacatezza tardigrada, e invece è tutta compresa nella necessità di ponderare senza frettolosa impulsività le cose del mondo. Fatta di esatta distanza e di lucida percezione analitica, questa lentezza è postulata dalla stessa processualità del pensiero. Già, perché il grande poeta romano non misura il suo passo sullo scatto dell'immediatezza lirica, del grido effimero, dell'effetto fulminante, ma si affida alla macerazione del rapporto problematico con la storia che gli è stato dato vivere, e insieme con le forme del complesso geroglifico col quale egli la interroga e le risponde. È fuor di dubbio che in questa ricchezza mai paga di se stessa un ruolo di forte rilievo lo abbiano giocato in via reciproca le sonde di profondità lanciate nei due grandi versanti di ricerca in cui si è sviluppata l'intensa operatività intellettuale di Socrate, quello dell'ispanistica (cui lo studioso ha prestato con straordinario rigore critico-inventivo le risorse della sua natura di poeta) e quello della scrittura in proprio, soprattutto in versi, specialmente a partire da un libro "di fondazione" come Roma e i nostri anni.
In quella fase lo sguardo di Socrate era già lungo, privilegiava lo spessore dei fatti a scapito della loro urgenza lancinante, mettendo in azione la "lentezza" del suo procedere, che veniva puntualmente a coincidere con l'acutezza di una percezione assolutamente anticronistica. Il perché dei fenomeni interessava il poeta assai più del loro crudo o fascinoso manifestarsi, i nessi politici o culturali lo intrigavano assai più della loro bruciante rivelazione. Erano soprattutto queste modalità a marcare la distanza che a quell'epoca distingueva la sua poesia dall'ondata neorealistica e proto- pasoliniana, spesso così generosa e così confusa. Era, voglio dire, soprattutto la sua tensione filosofica, la carica del suo pensiero risolto in immagini meditative, in figurazioni di fortissima figuratività dialettica. Nessun timbro di esuberante oggettivismo in questa scrittura, nessuna indulgenza per il pittoresco, nessun autobiografismo sia pure girato in chiave stoica. Le tentazioni del narcisismo non hanno mai catturato le corde di un autore costantemente impegnato a misurarsi coi grandi enigmi, pur vivendo con intransigente partecipazione civile le turbolenze dell'accaduto più prossimo e più infausto.
In tre raccolte che fanno organicamente trittico come Manuale di retorica in ultimi esempi, Il punto di vista e Allegorie quotidiane l'inclinazione appunto allegorica del poeta si afferma in una maturità di intrecci teorico-simbolici di eccezionale energia. La sua scrittura si fa davvero discorso, la sua "lentezza" si dirama in ansia di inchiesta, in inquieto, ardimentoso turbamento a petto del vuoto in cui il suo occhio vede risucchiato nel caos l'orizzonte dell'utopia. Niente di metafisico, in tutto ciò. Niente di apocalittico. Le apocalissi che il poeta attraversa sono apocalissi politiche e apocalissi della coscienza, se in quel suo Manuale una poesia molto riflessiva e molto sparata a paròdica polvere "maoista" come la splendida "Ossimoro" dice: "Così pure la tigre è di carta, / ma la carta non taglia la tigre, / come, a gesti, fra queste righe, / la morra cinese ci parla. / Ossimoro, solo in parole, / nei tuoi segni fallaci fallace: / hai fermato perfino il sole / col razionale ch'è reale. / Non c'è che prenderti in parola, / se il peggio alla corta prevale; / non è che menti per la gola, / ma la tua verità è infame. / (Anche se non basta la vita / a vedere i tuoi segni smentiti, / lei ch'è soltanto infinita / come il numero dei numeri finiti). / E io, fra il moròn e l'oxùn, passo aspettando in questo freddo / maggio, e non mi scaldo a nessun / giornale bruciato che leggo".
Una poesia diffusa in profondità, si può definire quella di Socrate. Un azzardo in catena che scommette sulla durata efficace della scrittura pur sapendo che essa non dà salvezza, testimonia tutt'al più la speranza della salvezza. Ma il poeta sa, con altrettanta perspicuità, che quando la testimonianza si traduce in impennata dell'immaginario e si fa giudizio, si innalza a allegoria: come dire, iuxta Benjamin, figura del nulla e al tempo stesso resistenza al nulla.
Non c'è grande poesia che non si nutra di un pensiero articolato; e, per dirla con Pagliarani, "senza carità di se stesso". Il discorso di Socrate lo certifica con leopardiana drammaticità, in un giro d'orizzonte vasto e di colpo accorciato come per una zoomata mancina, nella sconnessione dei piani e degli incastri mentali e materiali su cui pure, per un attimo, quella cosa inafferrabile che chiamiamo mondo sembrava essersi assestata.
L'ultima straorinaria prova di questo metodo e di questi esiti ottenuti provando e riprovando, senza tregua, la fornisce una raccolta come Rotulus pugillaris e altre poesie (2004), che si avvale di una bella introduzione di Giulio Ferroni, Il titolo, molto suggestivo, è fornito, al dire dello stesso autore, da "quello apposto dal domenicano Agostino di Dacia (sec. XIII) al suo conciso trattato di logica ad uso dei suoi giovani studenti". Un rotolo minuto, tale da poter essere stretto in un pugno: quindi, umile, povero. Ma anche, è da aggiungere, agguerrito, dal momento che il radicale pugil richiama in latino la lotta col cesto, quello che è poi divenuto il moderno pugilato. E la consapevolezza che gli attuali siano tempi di lotta e di guerra su infiniti fronti (quelli della cosiddetta "globalizzazione") nel libro di Socrate si legge perfettamente, come vi si legge la coscienza della debolezza e della fragilità della parola poetica di fronte alla violenza materiale, insieme alla necessità irrinunciabile di testimoniare comunque, come voleva Agostino d'Ippona: Ergo scribendum est, malgrado tutto, contro il silenzio, la morte e l'oblio.
Vivono, rivivono nel libro temi che hanno intessuto l'intera ricerca di Socrate: il senso dell'esistenza, il senso della letteratura, la difficile convivenza di uomini e culture, l'anelito verso un mondo altro, la giustizia, la dignità, la rettitudine: ciò insomma che si è chiamato, forse con sbrigativa speranza troppo presto divenuta equivoca certezza, socialismo. Ma tutto questo viene declinato nella strettoia di un'interrogatività drammatica, di fronte a una storia che sembra aver rinunciato al proprio futuro. E a una sensibilità sociale acutissima come quella di Socrate non sfugge il torvo spirito totalitario, avrebbe detto Hannah Arendt, che investe oggi tutte le manifestazioni dell'esistente, dalla politica alla cultura al costume alla religione, in una poltiglia oscura che potremmo anche attribuire alla violenza del mercato che funziona reciprocamente come mercato della violenza, in un nesso inestricabile. Gli dèi non sono fuggiti, si mostrano ormai solo come dèi mercantili. E Socrate dice, allora, in apertura del suo Rotulus: "Gli dei, dunque, dilagano / e fanno a chi è più Dio". Il futuro se ne sta in disparte, "fermo sul ciglio della strada, appiedato, / desistito, / come un ciclista in testa che ha bucato".
Una poesia della consapevolezza com'è quella di quest'ultimo libro del poeta romano non può che porsi come interrogazione sul negativo dell'"umana leggenda": qualcosa che rimanda immediatamente al leopardismo socratesco cui poco sopra accennavo. In modi estremamente forti ed urgenti esso risalta in un testo come "Cosa c'è mai", in cui il gioco alterno delle rime, anziché attenuarlo, accentua il peso del tragico irrisolvibile che lo permea ("C'è, sì, qualche mitica domanda / che si propone come essenziale, / ma ce n'è una, una soltanto / che a sentirla nella sua incombenza / non è quasi più una domanda / benché sia quella che fa più male. / Cosa c'è mai nell'umana leggenda, / cosa c'è nella nostra natura / per cui ogni vittoriosa vicenda, / quanto più perseguita e contesa, / via via si distorce e si snatura? / È forse obbligante risposta / che abbia un senso
ricominciare? / O è appena una proposta / residua, subliminale?"): posizione poetico-filosofica cui fanno eco amaramente ironica certe nugae tremende come "Appunto" ("Il nulla non ha un prima, / è ciò che non muore, / non ha un creatore, / un dio, diciamo, neanche il dio del nulla, / appunto, un nonnulla").
O anche "Oltre" ("Puoi guardare e vederlo / suo malgrado il nulla, / basta saperlo dire, / basta che lo estrai da sé, / abbarbicato com'è al suo al di là, / e fino oltre il vuoto delle sue radici, / e oltre ancora, / oltre la scurità", o ancora, infine, "E allora", con quelle sue risonanze calderoniane e gongorine accelerate dal battito drammaticamente indefinitivo delle virgole in fine di verso ("E allora giù nel sonno, / nell'avulso vuoto, / fuori dallo spazio, / e dallo stesso luogo, / senza riferimenti a confronto, / dove i sogni, se passano, è solo per svanire, / e i sogni non sono che sogni / camuffati da sogno / per non lasciarsi capire").
Il respiro del poeta è sempre costretto, lungo tutto il suo impervio percorso, da un'implacata ansia problematica che esclude qualsiasi riposante appeasement, ma è soprattutto nelle prove dell'avanzata maturità che quest'ansia si sistema in una strutturazione sintattico-metrica crudelmente paratattica, con virgole nevroticamente reiterate e pause a catena che riescono a un discorso-requisitoria che si direbbe di urgentissima estraneità, tra urti memoriali e ferite del presente.
In Rotulus pugillaris l'approccio al divino possibile è l'approccio ad un'ombra, appunto è assolutamente laico. E si confonde, in un'estrema fermezza autogiudicante, col senso del proprio disperdersi nel numero, come avviene, con quasi magica leggerezza, in "Indistinto". O come, emergendo da un'abissale depressione, càpita in una poesia dichiaratamente leopardiana ("Palinodia seconda"), irta anch'essa di interrogazioni terribili. Il libro di Socrate ha, appunto per tutte queste ragioni, una sua profana sacralità, che cresce sul filo di una visione radicalmente negativa della storia degli uomini, luogo materiale e immaginario dell'autodistruzione irredimibile, incisa come su una lastra marmorea in andamento di coordinazione ininterrotta: "E mentre trascorrono le attese / noi stiamo sempre qua in un intrattempo / tra finitezza e infinita essenza / sperperati di desideri a repentaglio / col nostro corpo assediato e indifeso, / all'azzardo come un avamposto, / irredenti dei nostri mali / in un mondo che si va struggendo / corroso persino da insaziati batteri, / polvere che ritorna alla sua polvere / all'ombra di questa vita terminale" ("Intrattempo").
Confortano il poeta, in quei suoi tardi anni pure ancora così vivi di poesia, certe immortali presenze: il suo Cervantes, il suo Machado. E il "licenciado Vidriera" delle Novelas ejemplares è evocato in un testo fra i più alti dell'intera raccolta ("Esergo"), che è davvero la sintesi folgorante di un'esistenza sempre vigile, vissuta con coraggiosa responsabilità letteraria e civile. Per questo mi pare giusto riportarla per intero in questa nota, quasi come un messaggio teso fra uno ieri non consumato e un oggi troppo opaco: "Per non scostarmi del tutto / dal mio lavoro in ritardo / i versi qui li appunto / quasi di soppiatto / in margine, in calce, / nell'esergo, nel vivagno / di queste pagine sul dolce / mio depresso compagno / El licenciado Vidriera / (che traducevo da ragazzo / le notti alte della resistenza, / in attesa di libero arbitrio). / Ai tempi suoi ce n'era, / e non fa meraviglia, / di gente come lui, / che aveva motivi e guai / per sentirsi di vetro, / che rifuggiva gli abbracci, / che si guardava d'attorno, / che di notte, come una bottiglia / s'infilava nei pagliai / e camminava di giorno / proprio in mezzo alla strada, / a maggior sicurezza, / elargendo acuzie e detti / di cristallina materia. / Io, qui, procedo nella ressa / di ombre diafane, irradiato / dal buco d'una sassata / in pieno sul parabrezza".
Nessuna confusione estetizzante tra vita e letteratura. Ma la grande letteratura rimanda comunque alla vita, e la investe con la forza di una verità non dilapidabile. Per Socrate "la verità è muta"; e dall'alto della sua straordinaria storia personale e creativa, egli può dire in questo suo libro estremo, con infinita tristezza: "... guardo con gelida passione / il mondo, sempre più lontano, / come in un'ultima carezza / la mano d'un morto".