CULTURA & DIRITTI - FORO ROMANO

Le tappe principali dell'azione di Lenin artefice

della Rivoluzione d'ottobre

RUSSIA 1917. GLI OTTO MESI CHE SCONVOLSERO IL MONDO

di Aldo Pirone

Ad aprile c'è stato il centenario di un avvenimento ormai poco ricordato perché consegnato alla storia del "secolo breve": l'arrivo di Lenin a Pietrogrado il 3 di quel mese, secondo il calendario giuliano, nel pieno della rivoluzione russa scoppiata il 23 febbraio precedente. Un arrivo che cambiò il corso della rivoluzione. La scintilla era scoppiata spontanea; il segnale l'avevano dato le donne; le operaie tessili della fabbrica dal nome evocativo "Krasnaja Nit "il filo rosso". L'incendio si era poi rapidamente diffuso nei giorni seguenti nel quartiere operaio di Vyborg, alle grandi officine Putilov e, soprattutto, ai soldati della guarnigione cittadina che si erano rifiutati di sparare sulla folla dei manifestanti, operai e non. La saldatura fra operai e soldati decretò la rapida fine dell'ormai consunto e feroce regime zarista.

Iniziò quel 23 febbraio (8 marzo secondo il calendario gregoriano) per la Russia un periodo politico instabile e di movimento in cui si inserirono Lenin e il suo partito: il POSDR partito operaio socialdemocratico russo altrimenti detto bolscevico per via della maggioranza conquistata al II Congresso, svoltosi nel 1903 a Londra in cui Vladimir Il'ič Ulianov - Lenin era soltanto il suo pseudonimo - e i suoi seguaci avevano prevalso sui menscevichi.

Riandando a quegli avvenimenti di cento anni fa, a quegli otto mesi che sconvolsero il mondo per parafrasare il celebre libro di John Reed, che poi sfociarono nella Rivoluzione d'ottobre che ha segnato non poco la storia del novecento, rimane ancora di un certo interesse rispondere, sul piano politico e storiografico, alla domanda: come mai una piccola minoranza politica qual era quella dei bolscevichi riuscì a prevalere su tutti gli altri partiti della sinistra facenti capo ai soviet e anche alle forze della destra borghese presenti in quella specie di parlamento che era la Duma di Stato? Come mai riuscirono a conquistare il potere? Che poi tennero in pugno a dispetto di tutto e di tutti.

La risposta non può non rifarsi, per gran parte, al ruolo decisivo che ebbe Lenin in quei frangenti. La capacità che ebbe sopra a ogni altro di vedere le contraddizioni, che andavano gonfiandosi, fra le aspettative del movimento rivoluzionario e i tentativi di eluderli da parte del potere politico ex zarista e l'incapacità, fra l'uno e l'altro, degli altri partiti della sinistra (menscevichi, Socialisti rivoluzionari, bundisti ebraici ecc.) di dominare la situazione che pure all'inizio avevano avuto in mano essendo maggioranza nei soviet grazie al favore di operai e soldati. Fu la sua capacità non tanto ideologica, come si tende a credere, ma politica di "analisi concreta della situazione concreta" a permettergli di volgere a uno sbocco rivoluzionario radicale tutta la incandescente situazione.

Le "Tesi di aprile": tutto il potere ai soviet

Il punto di svolta è senza dubbio il suo arrivo dall'esilio svizzero alla stazione di Finlandia di Pietrogrado; il nome Pietroburgo era stato russificato perché troppo tedesco. Già lì il capo dei bolscevichi sorprende tutti, anche il suo stesso partito: bisogna - dice - passare dalla fase democratico borghese della rivoluzione a quella socialista: "Tutto il potere ai soviet". Sono le famose "Tesi di aprile". "L'originalità dell'attuale momento in Russia - scrive Lenin - consiste nel passaggio dalla prima fase della rivoluzione che ha dato il potere alla borghesia a causa dell'insufficiente grado di coscienza e di organizzazione del proletariato, alla sua seconda fase, che deve dare il potere la proletariato e agli strati poveri dei contadini (...) I Soviet dei deputati operai sono l'unica forma possibile di governo rivoluzionario (...) Il nostro compito immediato non l'instaurazione del socialismo, ma, per ora, soltanto il passaggio al controllo della produzione sociale e della ripartizione dei prodotti da parte dei Soviet dei deputati operai (...)".

Alle spalle Lenin ha un giudizio sulla guerra in corso che non ammette sfumature: lo scontro in atto in Europa è fra banditi imperialisti. I lavoratori e le masse popolari di tutti i paesi belligeranti, all'epoca ancora prevalentemente contadine, ne sono vittime, così come le nazionalità oppresse nei grandi imperi che si stanno scontrando sul suolo europeo e in Medio oriente: russo, austroungarico, tedesco, inglese, ottomano. Perciò bisognava "trasformare la guerra imperialista in guerra civile". E' la posizione che aveva enunciato alla Conferenza dei parti socialisti europei di Zimmerwald in Svizzera nel 1915 e che ribadisce l'anno dopo a quella di Kienthal.

Lenin trova una situazione politica in Russia segnata da un "dualismo di potere": da una parte i soviet, che sono gli organismi spontanei che soldati, operai e in parte i contadini si sono dati fin dai primi giorni dell'insurrezione - il 28 febbraio nella stessa sede della Duma, a Palazzo di Tauride, era sorto il primo soviet - riesumandoli da quella prova rivoluzionaria generale che era stata la rivoluzione del 1905 poi fallita, dall'altra la Duma e il governo incarnato dal partito Kadetto (Costituzionale democratico) e dagli Ottobristi (Unione del 17 ottobre), partiti borghesi e filomonarchici con varie sfumature politiche e dei proprietari terrieri.

Inoltre sa bene che l'aspirazione delle masse insorte è la pace immediata e la terra da distribuire ai contadini espropriandola alla grande aristocrazia semifeudale e zarista. Lui aggiunge, per rispondere anche alle esigenze del proletariato delle fabbriche, oltre a tutte le altre libertà sindacali, anche il "controllo operaio" sulle imprese capitalistiche. Per quanto riguarda la terra adotta il programma del maggior partito della sinistra e dei contadini: i Socialisti rivoluzionari (SR). Per quanto riguarda la pace la propone immediata, senza annessioni e riparazioni.

Il suo discorso alle masse rivoluzionarie è chiaro: per ottenere quello cui aspirate e per cui siete insorti occorre che tutto il potere passi ai soviet. A questa condizione - dice - la rivoluzione potrà avere uno svolgimento pacifico perché è dentro i soviet che il potere potrà passare da un partito all'altro senza conflitti cruenti e secondo la normale dialettica politica. Nessuno - aggiunge Lenin - potrebbe opporsi a questo passaggio perché - spiega - i soviet sono spontaneamente diventati l'organismo in cui si ritrova la stragrande maggioranza delle masse popolari politicamente attive, dotate anche di una milizia armata: Le "guardie rosse". Vi è però una questione non secondaria. L'impegno di tutti i partiti di andare nel più breve tempo all'elezione a suffragio elettorale universale e diretto di un'Assemblea costituente cui spetterà il compito di dare un assetto democratico definitivo alla nuova Russia rivoluzionaria. L'obiettivo è molto popolare e sentito soprattutto dalle masse contadine che sono la stragrande maggioranza della popolazione. E' sentito perché è stato detto loro, innanzitutto dai Socialisti rivoluzionari, il partito che li rappresenta nella loro stragrande maggioranza, che sarà quell'assemblea a dar loro la terra. Lenin, perciò, assume quell'obiettivo, facendolo diventare un impegno del suo partito e del futuro governo dei soviet. Ma lo mette a latere dell'obiettivo principale che rimane "Tutto il potere ai soviet". Inoltre non tace la sua opinione: dal punto di vista democratico-rivoluzionario i soviet sono superiori all'Assemblea costituente perché i primi incarnano la rivoluzione socialista e una democrazia proletaria, mentre la seconda una repubblica che, per quanto avanzata, rimane pur sempre democratico-borghese.

Bolscevichi in difficoltà

Queste posizioni però sono minoritarie. Infatti, al primo Congresso panrusso dei soviet svoltosi nel giugno i rapporti di forza sono i seguenti: su 1090 delegati c'erano 285 SR, 248 menscevichi, 105 bolscevichi e 73 senza partito o di formazioni socialiste minori. In questa fase, dunque, i soviet sono dominati da una maggioranza di SR e menscevichi non hanno alcuna intenzione di rompere la collaborazione con il governo della Duma diretto dal principe L'vov. Il punto teorico, di marxisti ortodossi, da cui essi partono è che quella in corso è una rivoluzione democratico-borghese a che spetta alla borghesia condurre e con la quale, perciò, occorre collaborare e condizionare. Lenin condurrà quotidianamente una polemica violenta e senza esclusione di colpi contro queste posizioni definite "conciliatorie", "rinunciatarie", "social scioviniste"; e contro i leader di sinistra che le sostengono, tacciati, senza mezzi termini, di "asservimento alla borghesia". Sulla base di questo assunto teorico nel maggio si forma un governo di coalizione con l'ingresso di alcuni esponenti menscevichi e socialisti rivoluzionari fra cui Cernov che diventa ministro dell'agricoltura. Né, da parte sua, il governo borghese prima, e di coalizione dopo, ha l'intenzione e la forza di fare la pace e di dare la terra ai contadini. La borghesia russa, da una parte, è troppo legata agli interessi imperialistici suoi propri e delle potenze straniere dell'Intesa con cui è alleata, e, dall'altra, a quelli dei proprietari fondiari. Di conseguenza i partiti di sinistra menscevico e socialista rivoluzionario che con essa perorano l'alleanza e la collaborazione a prescindere, sono ingabbiati dentro un groviglio di contraddizioni che non riescono a sciogliere e che li allontana via via dalle aspirazioni delle masse rivoluzionarie. In questa fase Lenin, sempre nelle "Tesi d'aprile", indica al suo partito il compito principale di conquistare la maggioranza: "Fino a che saremo minoranza svolgeremo un'opera critica e di spiegazione degli errori, sostenendo in pari tempo la necessità del passaggio di tutto il potere statale ai soviet dei deputati operai perché le masse possano liberarsi dei loro errori sulla base della loro esperienza".

A giugno il governo di coalizione, con il particolare impegno del ministro della guerra Kerenskij, diventato, nel marzo precedente, socialista rivoluzionario, decide una nuova offensiva al fronte che finisce nei primi giorni del mese successivo in un fallimento che inasprisce l'animo dei soldati che non vogliono più combattere. Il 18 giugno è organizzata a sostegno del governo una grande manifestazione. Partecipano 400.000 persone, ma nessuno fa propri gli slogan filogovernativi. La dimostrazione è egemonizzata dai bolscevichi ed è ostile al governo che da poco aveva rifiutato di approvare anche le proposte più moderate di riforma agraria. Quasi tutti i cartelli riportavano: "Tutto il potere ai soviet" "Basta con la guerra!" "Pane, pace, libertà!".

Intanto la vita a Pietrogrado non è migliorata: la scarsità di cibo e rifornimenti continua a gravare sulla popolazione operaia. Le file ai negozi, la carestia e la fame non sono diminuite. Tutto questo sposta l'opinione delle masse verso i bolscevichi che vedono accrescere la loro influenza nei soviet cittadini. A Luglio, infatti, una manifestazione enorme di soldati e operai si presenta davanti alla sede del soviet a palazzo di Tauride e lo occupa, chiedendo al soviet di assumere il potere. I soldati vogliono la pace, anche perché essendo in grande prevalenza contadini, aspirano a tornare a casa per partecipare alla spartizione della terra dei grandi proprietari. La manifestazione, sotto la spinta sbagliata dei bolscevichi di Pietrogrado che Lenin criticherà aspramente, ha intenti insurrezionali, ma il partito e Lenin medesimo non ritengono maturo il momento per una nuova insorgenza. I rapporti di forza non sono ancora favorevoli. Lenin definirà l'evento "qualcosa più di una manifestazione e qualcosa di meno di una rivoluzione". Tuttavia i bolscevichi si mettono alla testa della dimostrazione armata per non separarsi dalla massa degli operai e dei soldati. L'iniziativa fallisce anche per l'intervento, il giorno seguente, di truppe fedeli al soviet che scatenano la repressione contro i bolscevichi. Lenin, accusato dalla stampa borghese di essere al soldo del Kaiser tedesco è costretto a fuggire e a nascondersi in Finlandia. Il partito, perseguitato, entra in una sorta di semi clandestinità, molti militanti e dirigenti sono arrestati fra cui Trotskij e Lunaciarskij. Tuttavia, anche se abortito, il tentativo insurrezionale muta gli equilibri interni al governo provvisorio di coalizione: Kerenskij diventa primo ministro e reintroduce la pena di morte nell'esercito. Inoltre il suo governo cerca piano piano di devitalizzare Pietrogrado rivoluzionaria cominciando a sottrarre, per mandarli al fronte, reparti alla guarnigione che aveva fatto la rivoluzione di febbraio con gli operai. Di fronte alla nuova situazione Lenin attenua la parola d'ordine di "tutto il potere ai soviet" perché - dice - finché questi organismi saranno dominati dai partiti cosiddetti "conciliatori" con le forze borghesi rappresentate dalla Duma, sarebbe illusorio pensarli come organismi in grado di svolgere compiti rivoluzionari. E indica nuovamente la via della preparazione delle masse per una presa diretta del potere attraverso la maturazione di condizioni insurrezionali. Gli organismi su cui imperniare l'azione diventano i comitati di fabbrica fra gli operai e di unità militari fra i soldati.

I contadini occupano le terre. Kornilov tenta il golpe

Ma la situazione cambia di nuovo per due motivi. Il primo è l'entrata in azione delle masse contadine che, stufe di promesse e di aspettare, avevano già cominciato a occupare spontaneamente le grandi proprietà dell'aristocrazia zarista - solo a giugno c'erano state 875 occupazioni ed espropriazioni - e a risolvere la questione della terra alla "plebea" come osservò Lenin. Il secondo motivo è il tentativo in agosto di colpo di Stato del generale Kornilov che, dopo aver perso la città di Riga occupata dai tedeschi, spedisce truppe contro Pietrogrado per occuparla, debellare il governo e instaurare una sorta di dittatura militare. Kerenskij è costretto ad appoggiarsi alle truppe rivoluzionarie della città minacciata, riarmare le unità militari disarmate a luglio e a subire il ritorno dei bolscevichi unica forza in grado di opporsi al generale golpista. Infatti, il partito di Lenin schiera gli operai mobilita la "guardia rossa" e spedisce agitatori e propagandisti, in particolare soldati, fra le truppe korniloviste che si sbandano e disertano. La linea politica che detta Lenin, però, è quella di "combattere Kornilov senza per questo appoggiare Kerenskij". Anzi, secondo lui occorre continuare a criticare a fondo sia lui, con le sue malcelate ambizioni bonapartiste, sia il governo e i partiti di sinistra che lo appoggiano.

Sull'onda della sconfitta del tentativo kornilovista, Lenin capisce che la situazione sta diventando di nuovo favorevole a un nuovo balzo in avanti rivoluzionario. Il consenso nei soviet sta crescendo per i bolscevichi mentre crolla per i menscevichi e per gli SR che iniziano a dividersi fra un'ala di destra e una di sinistra che tende a seguire i bolscevichi. Il partito di Lenin conquista la maggioranza nei soviet, decisivi, di Pietrogrado di cui diviene presidente Trotzkij, e Mosca, e aumenta di molto dal 20 al 33% nelle elezioni della Duma cittadina pietrogradese; una specie di Consiglio comunale. Da quel momento Lenin comincia a tartassare i suoi compagni di partito sul fatto che occorre una nuova insurrezione per dare il potere ai soviet e per convocare le elezioni dell'Assemblea costituente. Lenin sente che fra i bolscevichi non tutti sono convinti: Zinoviev e Kamenev dissentono. Ma lui non risparmia argomenti e sforzi. Dal rifugio clandestino finlandese dove, nel frattempo sta scrivendo l'opuscolo "Stato e rivoluzione" per dare base teorica alla dottrina dello stato, inonda il vertice del partito di lettere, di note, di articoli: invita a non indugiare a cogliere l'ultima occasione "di sviluppo pacifico della rivoluzione" con il passaggio di "tutto il potere ai soviet". "I Soviet prendendo il potere, potranno ancora oggi - scrive sull'organo del partito "Raboci Put" ("La via operaia") nell'articolo 'I compiti della rivoluzione' del 26-27 settembre - ed è probabilmente l'ultima occasione favorevole, assicurare lo sviluppo pacifico della rivoluzione, l'elezione pacifica dei deputati da parte del popolo, la lotta pacifica dei partiti in seno ai soviet, la verifica pratica del programma dei vari partiti, il passaggio pacifico del potere di un partito all'altro".

Lucido parossismo rivoluzionario

Le titubanze di una parte del partito nascono dal timore di una rottura con gli altri partiti di sinistra, Zinoviev e Kamenev guardano più ai rapporti politici fra i partiti, Lenin, invece, è attentissimo al rapporto al rapido evolversi della coscienza delle masse che si trasferisce anche sul piano dei rapporti di forza tra i partiti di sinistra con una crescita vertiginosa in voti nelle elezioni dei soviet e soprattutto nei centri rivoluzionari più avanzati: al fronte nella V armata del nord, fra i soldati delle guarnigioni di Mosca e Pietrogrado culla della sollevazione rivoluzionaria, a Kronstadt fra i marinai della flotta del Baltico. A Mosca, considerata una città politicamente arretrata, il partito di Lenin, nelle elezioni delle Dume di quartiere, conquista il 47% dei voti balzando da 34 mila a 82 mila mentre fra i soldati ne prende 14.000 su 17.000. Inoltre cresce impetuosamente l'adesione al partito: gli iscritti che ad aprile erano 80.000 diventano 240.000 in agosto.

Lenin nel perorare la causa della preparazione dell'insurrezione per abbattere il governo di Kerenskij mette in campo anche un altro argomento: la convinzione che l'inizio della rivoluzione socialista in Russia, considerata l'anello più debole della catena degli Stati imperialisti, può innescare la rivoluzione in tutta l'Europa. Soprattutto in Germania, considerato il paese più gravido di eventi rivoluzionari. Si richiama per questo agli episodi di rivolta come la sommossa operaia a Torino in agosto e agli ammutinamenti di marinai nella flotta tedesca. La storia dimostrerà poi che le sue aspettative sono eccessive perché, come rifletterà molti anni dopo Gramsci nei "Quaderni del carcere", l'Europa occidentale non si prestava alla "guerra manovrata" a un unico assalto rivoluzionario, perché "Nell'Occidente tra Stato e società civile c'era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura di società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte" che andavano espugnate con una più lunga "guerra di posizione". Una guerra nella quale i comunisti europei dovranno imparare, soprattutto in conseguenza della lunga battaglia antifascista, a concepire la democrazia fuori dagli schemi leninisti che, in qualche modo, la separavano dal socialismo.

Nel leggere le sue note, i suoi articoli e le lettere al comitato Centrale del suo partito di quei giorni febbrili, non si sfugge all'impressione che Lenin è in preda a un lucido parossismo rivoluzionario. Non pensa all'insurrezione come complotto di partito e lo spiega nella lettera al Comitato Centrale "Il marxismo e l'insurrezione" del 13-14-settembre: "Per riuscire, l'insurrezione deve fondarsi non su di un complotto, non su di un partito, ma sulla classe d'avanguardia. Questo in primo luogo. L'insurrezione deve fondarsi sullo slancio rivoluzionario del popolo. Questo in secondo luogo. L'insurrezione deve saper cogliere quel punto critico nella storia della rivoluzione in ascesa che è il momento in cui l'attività delle schiere più avanzate del popolo è massima e più forti sono le esitazioni nelle file dei nemici e nelle file degli amici deboli, equivoci e indecisi della rivoluzione. Questo in terzo luogo. Ecco le tre condizioni che, nell'impostazione del problema dell'insurrezione, distinguono il marxismo dal blanquismo". Vede maturare la crisi ma teme e sente gli indugi, le titubanze, la tendenza al compromesso di una parte dei suoi compagni che vorrebbero un'intesa con gli altri partiti della sinistra perché temono che il partito possa sì prendere il potere ma non reggerlo da solo, malgrado l'ampio sostegno popolare nei punti decisivi della rivoluzione in corso. Fra lui e il resto del Comitato Centrale si arriva a una divaricazione. Nella nota intitolata "La crisi è matura" del 29 settembre pubblicato in parte su "Raboci put" Lenin arriva a "domandare la mia uscita dal CC" riservandosi "la libertà di agitazione nelle file del partito e al Congresso del partito" perché gli sembra che le sue posizioni siano boicottate sia dal Comitato Centrale sia dall'organo centrale del partito che "sopprime nei miei articoli i brani" che criticano gli errori politici dei bolscevichi. La minaccia fa effetto. Il 10 ottobre, dentro il partito bolscevico, c'è un momento di svolta. Il Comitato Centrale si riunisce clandestinamente a Pietrogrado in casa del menscevico Suchanov. La moglie, Galina, che invece è bolscevica, ospita all'insaputa del marito i pochi membri del massimo organo del partito. Alla riunione partecipa Lenin che è arrivato travestito; l'insurrezione messa ai voti è approvata a maggioranza. Votano a favore, Lenin, Sverdlov, Stalin, Dzeržinskij, Trotskij, Urickij, Kollontaj, Bubnov, Sokolnikov e Lomov; contro, Zinoviev e Kamenev.

I bolscevichi conquistano la maggioranza nei Soviet

Tuttavia Lenin, non fidandosi, continua a tempestare i dirigenti bolscevichi invitandoli a organizzarla minutamente, con misure concrete e specifiche senza lasciare niente al caso. Perché - dice - "l'insurrezione è un'arte" e per farla vincere occorre improntarla a rapidità e audacia concentrando sui punti deboli del nemico le forze maggiori possibili mirando a ottenere successi anche parziali ma continui. Due giorni prima della riunione del C.C. si era già portato avanti con il lavoro e incalzava: "Combinare le tre nostre forze principali: la flotta, gli operai e le unità dell'esercito ....occupare a) il telefono, b) il telegrafo, c) le stazioni ferroviarie, e d) in primo luogo i ponti... Accerchiare e isolare Pietrogrado, impadronirsene con un attacco combinato della flotta, degli operai e dell'esercito: tale è il compito, che richiede arte e un'audacia estrema. Il successo della rivoluzione russa e della rivoluzione mondiale dipende da due tre giorni di lotta". (Lettera "Consigli di un assente" 8 ottobre 1917).

I suoi non sono timori infondati. Una settimana prima della data fissata, infatti, Zinoviev e Kamenev, in una dichiarazione pubblicata il 18 ottobre sul giornale menscevico Novaja Zhizn, rendono pubblico il loro dissenso dalle decisioni del C.C. del 10 ottobre, rivelandone implicitamente la determinazione di procedere a organizzare l'insurrezione. Lenin reagisce furioso. Li chiama "crumiri" che "devono essere gettati fuori" del partito.

La sua percezione dello spostamento dei rapporti di forza a favore dei bolscevichi viene confermata dal rinnovo dei soviet in tutta la Russia. Il II congresso panrusso, infatti, che deve essere convocato per il 20 ottobre e che poi slitta al 26 registra questa situazione: su 649 delegati 390, la maggioranza sono bolscevichi, 160 socialisti rivoluzionari, 72 menscevichi, e 27 senza partito o di formazioni minori. Lenin riprende quindi la parola d'ordine "Tutto il potere ai soviet" e concepisce l'abbattimento del governo provvisorio di Kerenskij come il mezzo per presentare questo potere al Congresso dei soviet. John Reed nel suo vivido e celebre libro "Dieci giorni che sconvolsero il mondo" riporta le parole di Lenin alla riunione del Comitato centrale del 21 ottobre: "Il 24 ottobre sarebbe troppo presto. Bisogna che l'insurrezione si appoggi sulla Russia intera. Ora il 24 ottobre non saranno arrivati tutti i delegati. Dall'altra parte il 26 ottobre sarà troppo tardi. Allora, infatti, il Congresso sarà già organizzato ed è difficile a una grande assemblea costituita prendere provvedimenti pronti e decisi. Noi dobbiamo dunque agire il 25, il giorno dell'apertura del Congresso, per poter dire: 'Ecco il potere. Che ne fate voi?' ".

L'ultimo febbrile incitamento al Comitato Centrale bolscevico è della sera del 24: "Bisogna a qualsiasi costo, stasera, stanotte, arrestare il governo dopo aver disarmato gli allievi ufficiali (ed averli sconfitti, se resistono) ecc.. Non è più possibile aspettare! Si può perdere tutto!! (...) Chi deve prendere il potere? Questo ora non ha importanza. Lo prenda il Comitato Militare Rivoluzionario o 'qualsiasi altro organo' il quale dichiarerà di voler consegnare il potere solo ai veri rappresentanti degli interessi del popolo, degli interessi dell'esercito (proposta immediata di pace), dei contadini (la terra deve essere immediatamente presa, la proprietà privata abolita), degli interessi degli affamati (...) il potere non sia lasciato a Kerenskij e consorti fino al 25, in nessun caso, in nessun modo: la faccenda deve essere assolutamente decisa questa sera o questa notte (...) Prendendo il potere oggi, non lo prendiamo contro i Soviet, ma per i Soviet. La presa del potere sarà opera dell'insurrezione (...) Il governo esita. Bisogna finirlo ad ogni costo! Oggi il temporeggiamento nell'azione equivale alla morte!".

Dopo aver scritto questa lettera, la sera stessa Lenin si reca allo Smolny, fino a poco tempo prima scuola di perfezionamento per le fanciulle dell'aristocrazia della Russia imperiale, a dirigere l'insurrezione organizzata dal Comitato militare rivoluzionario del Soviet di Pietrogrado diretto da Trotskij che lì ha la sua sede. Il giorno dopo, 25 ottobre, soldati e "guardie rosse" cominciano a occupare, senza incontrare resistenza, i ministeri, la banca nazionale, la centrale telefonica, le stazioni ferroviarie e tutti gli altri punti nevralgici di Pietrogrado. Alle 21,35 l'incrociatore Aurora sparò con i suoi cannoni il colpo a salve che dava il segnale per l'assalto al Palazzo d'Inverno.

E la storia della Russia e del novecento cambiò.