Storia e Politica

RIVOLUZIONE E AVANGUARDIA

di Francesco Muzzioli



Visto che la nostra cultura ha dimenticato come pensare il futuro, siamo costretti a ripensare il passato secondo le ricorrenze degli anni anniversari.

Ed eccoci quindi al centenario della Rivoluzione d'Ottobre: invece di provare a ipotizzare un comunismo adeguato ai tempi attuali - magari andando a ragionare della bizzarra proposta di An American Utopia (2016) di Jameson, basata sul "pieno impiego"; oppure di quell'incredibile lascito del giovanissimo blogger marxista morto di tumore a 16 anni (Max Edwards, The Animous Revolutionary, 2016) - invece ci tocca di voltarci indietro per parlare del "comunismo che è esistito", dovendone constatare il sostanziale fallimento.

Meglio di niente, si dirà, non sarà un gran male guardarsi indietro: sì, se si riuscisse ad evitare tutta una montagna di luoghi comuni, come quello che sostiene il progetto sbagliato fin dall'inizio. Lo disse già Gramsci nel suo articolo La rivoluzione contro il "Capitale" ("Avanti!", 24-11-1917), rendendosi contro che non era avvenuta nel posto previsto da Marx, cioè nel punto di massimo sviluppo, bensì in un luogo arretrato: per Gramsci questo però serviva a dimostrare l'esuberanza sorprendente della realtà rispetto ai vincoli delle teorie, mentre noi, con il senno di poi, possiamo argomentare che proprio quella arretratezza (l'aver saltato la rivoluzione borghese) è stata condizionante in modo decisivo e che forse, come qualcuno ha affermato, il comunismo sovietico non è stato altro che un maniera di operare la transizione verso il capitalismo, sostituendo un "piccolo padre" con un altro e coartando le libertà sotto il peso di un partito unico a struttura piramidale, da cui la repressione, e tutto il resto.

Forse, come ha scritto Žižek, «È per questo che una rivoluzione dev'essere ripetuta: solo l'esperienza della catastrofe può rendere cosciente l'attore rivoluzionario del limite fatidico del primo tentativo» (Il contraccolpo assoluto, 2016, p. 55). Ma adesso proviamo ad inquadrarlo questo disastroso involgersi dell'utopia in distopia, attraverso lo specchio del rapporto tra rivoluzione e avanguardia in Russia. Anche qui, di nuovo, ci si trova ingombri di luoghi comuni, più o meno riassumibili in tre tipi principali. Un primo tipo dice: rivoluzione e avanguardia in Russia sono la stessa cosa, entrambe negative perché entrambe totalitarie; l'avanguardia, con la sua pretesa di essere più avanti e di tagliar fuori tutte le altre posizioni, non è diversa dal regime totalitario che pretende di creare l'uomo nuovo col controllo ossessivo, la deportazione e la morte. Un secondo tipo dice: il regime è nefasto, ma va fatta salva l'avanguardia, i cui artisti però non erano altro che degli illusi avendole dato credito mentre ne finirono stritolati, emblematico il suicidio di Majakovskji (curioso argomento a pro di qualcuno che si fa passare da ingenuo). Ma non è finita, un terzo tipo dice: rivoluzione e avanguardia non poterono corrispondersi perché la politica e l'arte non possono mai corrispondere; se per un verso si corrisposero è solo nel senso che entrambe si rivelarono impossibili (e qui la rievocazione del passato si trasforma in pietra tombale sul futuro: commemoriamo pure, ma facciamola finita col maledetto Novecento).

Va sottolineato invece che, da un lato, sulla spinta dell'Evento e della sua valenza di apertura le stesse avanguardie futuriste in Russia furono sfidate a raggiungere un livello alto di scarto dal senso comune. Se andiamo a rileggerci i contributi delle riviste di punta degli anni Venti, "L'arte della Comune", il "Lef" e simili (vedi L'avanguardia dopo la rivoluzione, 1976), possiamo vedere le parole d'ordine futuriste, tradotte in termini di "costruttivismo" e "produttivismo", avanzare verso un'arte collettiva, fatta da tutti. In particolare, si estremizzano tre punti:

1) la ripulsa di tutti i modelli, non solo quelli della tradizione, ma anche quelli della letteratura impegnata: «Tutti i tentativi di trovare nella vecchia letteratura modelli per la creazione letteraria di oggi sono senza speranza. Tutti i tentativi di premere politicamente sugli scrittori perché scrivano sulla vita operaia e contadina sono senza senso» (Osip Brik, 1927);

2) la radicale esclusione del valore estetico ed anzi la constatazione che esso continuava a essere egemone ancora dopo la rivoluzione sociale; la sacralità dell'arte rimaneva determinante per l'immaginario artistico - e questo era un cattivo segnale anche per la rivoluzione che evidentemente era rimasta in superficie: «un dio è rimasto illeso, in un tempio il proletariato vincitore teme di entrare. Questo dio è la bellezza, questo tempio è l'arte», commenta Osip Brik nel 1918, e la necessaria dissacrazione riguarda ogni concezione romantica, perfino il mito romantico del rivoluzionario (è diseducativo - commenta sempre Brik nel 1927 - considerare «la lotta rivoluzionaria non come una grossa questione di ordine pratico, ma come una messa in scena da operetta con spari e bandiere rosse»);

3) il rifiuto di adeguarsi al gusto del pubblico, al popolare (dove l'imperativo del regime è esattamente coincidente con quello del mercato odierno...). All'indicazione ufficiale di comunicare con le masse, in un intervento dal titolo che riproduce l'obiezione rivolta all'avanguardia, "Gli operai e i contadini non vi comprendono" (1928), Majakovskij risponde: «L'arte non nasce arte di massa, lo diventa a conclusione d'una somma di sforzi (...). Il carattere di massa è il risultato della nostra lotta, non già l'effetto di una magica camicia con la quale nascerebbero i pargoli felici di qualche genio letterario. Bisogna saper organizzare la comprensione di un libro». Insomma, insieme all'opera occorre produrre il suo pubblico.

Però se l'avanguardia trae incentivo dal volano rivoluzionario, nello stesso tempo, dall'altro lato, pone a sua volta alla rivoluzione un'asticella molto alta. In sintesi, dichiara la necessità di una doppia rivoluzione, non solo socio-economica, ma anche culturale: senza la seconda, la prima si porterà dietro l'inerzia conservatrice e finirà vittima dell'inconscio ideologico. Si può capire come questa richiesta disturbi il manovratore... Per di più, in una certa misura, l'avanguardia smentisce il determinismo del rapporto base/sovrastruttura, secondo il quale trasformata la base si sarebbe automaticamente trasformata la sovrastruttura. Non solo questo secondo cambiamento deve essere ottenuto con la battaglia culturale, ma se non è stato in qualche modo preventivo la rivoluzione nascerà già intrinsecamente arretrata e piena di pesante zavorra.

Tornando all'anniversario, non si tratta allora di rievocare nostalgicamente un passato perduto. Non c'è nel passato nessuna consonanza felice che sarebbe poi venuta meno, tra azione e immaginazione c'è sempre stata una discrasia, quello che Žižek chiamerebbe un effetto di "parallasse"; sentiamolo, il saggista sloveno, quando ci invita ad evitare entrambe le trappole: «la tradizionale opposizione delle due dimensioni ("sognare poeti contro rivoluzionari") e la loro unificazione utopica ("Lenin con i dadaisti"). Se i due non si possono mai incontrare, c'è però una profonda solidarietà in tensione qui, un vero amore-legame tra la Coppia; in breve, un altro caso di parallasse in cui due elementi non si possono mai incontrare proprio perché sono sempre lo stesso elemento, solo in due spazi differenti» (La visione di parallasse, 2006, p. 238). Eppure, pur sapendo benissimo che non ci può essere altro che approssimarsi, qualcuno - e Žižek è tra questi - continua a riformulare il "sogno di una cosa" e a ripensare il comunismo, in modo aperto, ipotetico e problematico (ma di ciò altra volta).