Speciale Mario Lunetta

Ricordo di Mario Lunetta

di Paolo Guzzi

Ci si frequentava da vicino da una quarantina d'anni. Si manifestò subito come un maestro, anche se negava di esserlo. Fingeva? No, la finzione non faceva parte del suo esistere, fingeva come artista, come tutti gli artisti. Lunetta era inoltre molto di più: era uno scrittore plurigrafo, nel senso che scriveva adoperando tutti i generi letterari, sostenendo l'abolizione degli steccati tra un genere e l'altro. Eppure non mescolava il genere "romanzo" entrando nel genere letterario "poesia" e si serviva della critica letteraria e di quella d'arte, delle forme classiche del sonetto e dell'haiku, delle forme aperte inventate, del verso ipermetrope, prosastico, in una creatività incessante, ma sempre I suoi romanzi sono autentici romanzi, le sue poesie sono davvero poesie, raccolte in un progetto dichiarato, politico, la sua critica d'arte è autentica critica d'arte, il suo teatro, vero teatro. In ogni suo scritto, in primo piano è il rifiuto del sentimentale, dell'intimismo, del soggettivo, perseguito con pervicacia, addirittura con violenza, con rabbia. Perfino quando era malato stava attento a non scadere nel patetico del dolore, soffrendo con rigore, direi, senza mostrare la sua grande sofferenza. Lo sentii piangere, al telefono, soltanto alla morte di Maria Pia: per sé non pianse mai. Lo vidi alla presentazione del suo ultimo libro di poesia e lo ascoltai mentre definiva il suo passato, delegava i suoi amici a seguire il suo progetto, salutava, insomma, con la piena coscienza di quanto aveva fatto. Si avvertiva la sua stanchezza, mai confessata. Al momento dei saluti, ci abbracciammo, poi, al distacco, mi sussurrò di non stringerlo troppo: temeva la rottura di qualche costola, anche in quel caso ci tenne a non fare il patetico e, specialmente, che non lo facessi io. Capii allora che era ormai alla fine e che lo sapeva. Fu quello il momento ultimo del nostro contatto. Aveva mantenuto il suo proposito degli inizi:" bisogna tenere gli impegni e venire alle letture, alle presentazioni anche in barella". Non seguii mai questa sua direttiva: mi stancavo, mi intimidivo non riuscivo a seguirlo, lui era dappertutto, puntuale, preciso, preparato anche quando improvvisava. Credeva in quello che faceva, nella scrittura che potesse cambiare il mondo. Continuò a credervi anche quando capì che il mondo non poteva ancora essere cambiato, ma non lo dichiarò mai ufficialmente, e specialmente, non cambiò mai la sua idea, rimanendo nelle sue convinzioni della prima ora.

Non ebbe preferenze tra i generi letterari che frequentò,tutti, eppure mi sento di sostenere che fu la poesia che predilesse, poesia àmbito in cui si muoveva con grande sicurezza, ma anche con il solito rigore politico, senza abbandoni, salvo qualche eccezione, in cui quasi si vergognava di mostrarsi poeta autentico, in cui "malgré- lui" quell'aura che Benjamin condannava, appariva all'improvviso, subito dispersa e "strappata" dalla volontà forte di non essere eccessivo in quella direzione, attraverso quella tentazione. Non rientrava in quegli argini, anzi, ne fuorusciva con pervicacia, e costruiva torrenti di pensiero, quasi ad uscire dai limiti ristretti della pagina. In questo fu sperimentale, nell'elettrolisi di parole straniere, nell'iterazione, nell'enjambement dei versi, che sembrava non finissero mai, in un procedere tumultuoso. Ma la sua sperimentazione non fu mai un gioco fine a sé stesso, gli serviva sempre per dichiarare il suo pensiero, mai intricato, ma lucido e limpido, come quando si esprimeva nei suoi interventi in pubblico.

Mi accorgo di stare pensando a Mario al passato: è un errore, lo confesso, che si fa quando si parla o si scrive di una persona che non c'è più. Mario invece ci sarà e occuperà il suo spazio meritato nella storia della letteratura, non sarà dimenticato.

Ricordo di lui, in queste poche parole, rese confuse dall'urgenza di partecipare al nostro lutto, quando durante il viaggio che facemmo per leggere poesie a Varsavia, avemmo modo di chiarirci l'un l'altro, di aprirci con le nostre convinzioni.

Era migliore di me, lo sapeva ma non lo faceva pesare, ed io avvertivo questa sua innegabile presenza che mi coinvolgeva e mi respingeva insieme. Era un leader senza volerlo, lo era quasi dispiacendosi di essere migliore di altri.