Uno sguardo dal ponte

RECENSIONI

di Valerio Calzolaio

La donna di pietra, Xavier-Marie Bonnot, Barbara Sancin, Edizioni del Capricorno, 2017 (orig. 2015)

Villaggio di Saint Vincent nella grande valle alpina francese dell'Oisans fra le cime delle Aiguilles. Pochi anni fa. Il 45enne Pierre Verdier assiste alla nuova sepoltura di Vicky nel piccolo cimitero montano e ripensa al calvario di tutta la storia iniziata l'autunno dell'anno precedente. Quello era il suo ambiente, accanto al Parc National des Écrins dove erano stati appena avvistati alcuni lupi, almeno tre esemplari. Stava attendendo la sorella Claire, in arrivo da Parigi per la festa di Ognissanti. La casa di famiglia si trovava all'estremo limite del minuscolo paesino, entrambi i genitori già morti. Dopo gloriosi decenni di guida alpina e di scalatore estremo sui picchi del mondo, ebbe un terribile incidente con la sua ricca dolce fidanzata Paola Berg (con la quale conviveva felicemente a Chamonix da più di cinque anni) arrampicandosi d'inverno su una pericolosa via della parete nord dell'Olan, lei non ne uscì viva. Lui riprese in mano casa e fattoria, fece costruire un ovile sul sentiero verso gli alpeggi, un gregge di oltre cento pecore e una decina di capre nei dodici ettari ereditati (in comproprietà), rimase triste e appartato con Capitaine, un mastino dei Pirenei. Claire lavorava a Parigi (dove Pierre non era mai stato) e tornava con passione ma raramente, cinque anni più piccola, occhi neri e scintillanti, alta e flessuosa, slanciata e vigorosa, modi da maschiaccio, gran lettrice, biologa impegnata al CNRS in una importante ricerca sul cervello del laboratorio di genetica, senza mai parlare di eventuali amori. Dopo il suo arrivo Pierre accennò al medico dei disturbi della sorella (incubi riguardanti una certa Vicky), decisero di vederla subito insieme, ma a casa non c'era più, trovarono tracce nella neve e poi lei impiccata a una corda da scalatore. In base a prime indagini il maresciallo Portal e la giudice Montaz decisero di arrestare Pierre. Né Vicky né l'ex innamorato un po' fuori di testa erano stati trovati. Ancora.

Lo storico e documentarista Xavier-Marie Bonnot (Marsiglia, 1962) scrive polizieschi da una quindicina d'anni, un paio tradotti. In questo la protagonista è la montagna descritta con sapienza ed esperienza durante tutte le differenti quattro stagioni: rumori e odori, sapori e colori, rocce e paesaggi, neve e ghiacciai, animali e vegetali. Chi parla con l'ecosistema è Pierre e la narrazione in terza riguarda soprattutto lui (toccanti le pagine relative all'agnellatura), con intervalli sulla sorella e sui due investigatori, a loro modo sempre più coinvolti nella ricerca di verità antiche e moderne. Occorre entrare dentro le reti di relazioni familiari in piccoli borghi isolati dove non mancano segreti e pazzie, anche i fiori hanno un senso. Occorre ricostruire la vita parigina (pur senza fronzoli o eccessi) e gli affetti di Claire, come e perché avesse un legame profondo, poetico e sofferente con una bella donna lontana. Occorre far emergere la tragedia che colpì il venerato fratello, il senso delle chiacchiere che lo riguardano e dalle quali sembra sempre chilometri distante. Anche perché morti e dinamiche vendicative continuano a sconvolgere la valle per tutto quell'anno. Il titolo fa riferimento al carattere (apparentemente non fragile) di alcuni umani e di tutti i monti. Un ghiacciaio vive al ritmo lento della gravitazione, si nutre di neve e di freddo, e si spezza sui pendii. Mille forze lo percorrono. Mille fratture. Claire legge romanzi senza pretese, le piacciono perché così può far riposare il cervello. Allo scopo e per festeggiare molto si utilizzano anche i liquori al genepì, il bianco Aligoté (dei cugini) non è granché. Pierre è appassionato di musica barocca e sacra, venera Bach che illumina la sua solitudine; Claire invece canta sotto la doccia i vecchi successi degli anni ottanta.


Ballando nel buio, Roberto Costantini, Marsilio, 2017

Roma. 1974 e 1986. Michele Balistreri, bruno e muscoloso, nonno geometra dei coloni in Libia, padre bello affermato ingegnere cresciuto povero a Palermo e poi responsabile (per l'affare di favorire l'ascesa al potere di Gheddafi) della morte dell'amata madre fascista Italia, bravo fratello maggiore Alberto (ormai in Ibm a Londra), ha rabbia e odio come motori della vita, si sente esaltato e spietato, straniero ovunque. Soprattutto fra i camerati di Ordine Nuovo (appena sciolto) che stanno confluendo nel Fuan, alcuni sono i colleghi e forse amici coi quali gestisce la piccola lercia palestra dove lavora (come istruttore di arti marziali). Trova inutile continuare a dibattere, manifestare, volantinare, prendersela con qualche giovane rosso o poliziotto; vorrebbe eliminare i mandanti e le istituzioni statali dei traditori. Assomiglia al bellissimo Al Pacino, vive solo e astemio in un piccolo loculo spoglio con un letto, quattro sedie pieghevoli e il cucinino; sa di greco e letteratura, fa esami e legge Nietzsche, non sopporta che tanti lo chiamino ancora Africa (lì aveva ammazzato davvero i nemici), gira in 127 (che poi scambia con un Gilera 125); una sera incontra la sarda Isabella Mulas. S'innamora, nonostante lei si trova coinvolto in lanci di molotov, scommesse clandestine, traffico d'armi, strategia della tensione, manovre di partiti e Servizi (presto secretate), la vita svolta. Dodici anni dopo è laureato in filosofia, vive alla Garbatella e guida un Duetto, fuma e beve, risulta il più bravo, intuitivo e detestabile funzionario della squadra Mobile, sciupafemmine con una regola fissa ("mai con una donna che non ha un altro uomo"). Ai Parioli hanno ucciso un deputato, l'onorevole Giulio Giuli. Era suo capo e amico tra i fascisti, poi si era spostato nella Dc e aveva pure sposato Isabella. A stento gli assegnano il caso, reincontrerà tutti, altri ex camerati verranno assassinati, scoprirà passato e presente di ciascuno, onori e oneri.

L'ingegnere dirigente Luiss Roberto Costantini (Tripoli, 1952) continua a narrare con maestria l'avvincente saga noir di Balistreri, due piani temporali (con soluzioni connesse) per ogni avventura gialla, questo è il quinto romanzo, sempre in prima (talora intervallata con diari altrui). Sappiamo che Michele è nato a Ferragosto 1950 in Libia. L'infanzia e l'adolescenza sono descritte nel secondo, il rientro a Roma dopo la morte della madre Italia nel terzo, qui lo troviamo all'Università nel 1974, ancora colmo di rancore, e dodici anni dopo, poliziotto acuto e torvo. Abbiamo già letto di alcuni misteri che ha risolto, precedenti (1982, 1983) e successivi (2001, 2005-06, 2011). A 61 anni è certamente arrivato, nonostante abbia incrociato ferite e attentati personali, morti tradimenti abbandoni affettivi, stragi delitti poteri crimini (famosi nella storia patria), per oltre 35 anni come capace investigatore (per quanto ben presto scopra d'odiare le diavolerie informatiche e s'intenda più di foto). Vari personaggi ritornano e si intrecciano, altri (inediti o quasi) hanno specifica centralità: qui soprattutto Viola, la figlia dell'odiato potente presidente Scandriga, è suo il diario segreto (dal cui testo, oltre che dallo Springsteen del 1984, deriva il titolo), è lei a essere rimasta 12 anni in carcere; e Carlo, nemico di Scandriga (e di Moro), l'uomo che lo aveva salvato dall'abisso, utilizzato nei servizi e in polizia, dopo essere divenuto capo (45enne) della squadra mobile più grande d'Italia. I pensieri di Mike su onore, lealtà e giustizia (nel ricordo della mamma) fanno da filo conduttore per amori, amicizie, legami; viene da un mondo dove offese e ignominie si lavano col sangue, scopre che si trova sempre qualche nuovo ribaldo o qualcuno col quale si è sleali. E, con l'età, s'abbandona spesso e tanto all'alcol del Lagavulin, da solo e in compagnia. Ben sapendo che Battisti c'entra poco con la destra, resta mesto con Leonard Cohen (che anche Viola apprezza).


Napul'è, Ugo Leone, Intra Moenia, 2017

Napoli. 1787-2017. Goethe arrivò il 25 febbraio 1787: "Napoli di per sé si annuncia gioconda, liberamente vivace... non potrebbe andar meglio". Ugo Leone, geografo, docente universitario, presidente del parco nazionale e pubblicista, vi è nato nel 1940 e vi vive liberamente ancora. Nel 2017 decide di regalarci "Napul'è. La città com'era e com'è tra icone letterarie e qualità della vita", un viaggio (nell'accezione di Proust) capace di distinguere tra il benessere materiale fondato sui bisogni (sui livelli dell'avere e sulle sfere dell'amare e dell'essere) e la felicità individuale connessa a sentimenti e relazioni umane. Parte dai diari dei viaggi di giovani aristocratici e facoltosi gentiluomini negli ultimi due secoli e incrocia i dati sull'ambiente urbano (casa, salute, aria, acqua, mare, rumore, rifiuti, Vesuvio) nella sua precaria dimensione temporale, un compendio di poesia ed ecologia.


Le ragazze invisibili, Henning Mankell, Trad. Giorgio Puleo, Marsilio, 2017 (orig. 2001, Tea-Bag)

Svezia. 2001. Tea-Bag è una bellissima ragazza con un grande sorriso, in fuga. Dopo essere fortunatamente arrivata su un barcone salpato dall'Africa in un campo profughi nel Sud della Spagna, ha risposto che si chiama così quando un funzionario la stava interrogando, alla vista di una tazza sulla scrivania, scegliendo di non dire il vero nome e il paese d'origine. Poi una troupe svedese la intervista e riesce a trasferirsi a Stoccolma, dove incontra Jesper Humlin, un famoso scrittore 42enne incerto su cosa scrivere per la propria carriera (l'editore insiste per un poliziesco). Se potete, non perdetevi "Le ragazze invisibili" dello straordinario Henning Mankell (1948-2015), la storia di tre profughe (anche di Tanja e Leyla), "ombre in movimento ai margini della luce"! Con acume e poesia, in terza persona, si parla di quel che accadeva e da quasi vent'anni accade nel Mediterraneo e nelle nostre città, di cosa può davvero emozionare e "ispirare" la nostra vita sociale.


Crescere con i libri. Rimedi letterari per mantenere i bambini sani, saggi e felici, Ella Berthoud e Susan Elderkin, Trad. Roberto Serrai,

Sellerio, 2017 (orig. 2016, The story cure)

Genitori, padrini, nonni, zii, insegnanti sanno che il modo migliore per aiutare bambine e bambini a superare un momento difficile è far loro leggere una storia che parli proprio di quello: Agatha Christie potrebbe servire a trovare serenità, Gianni Rodari a evitare errori di grammatica (e molto altro), Jo Nesbø a cambiare scuola. Dopo aver suggerito letture curative di tutto per tutti, un'artista e una scrittrice inglesi, Ella Bethoud e Susan Elderkin, spiegano bene ora come meglio "Crescere con i libri. Rimedi letterari per mantenere i bambini sani, saggi e felici". È un libro per adulti che si trovino nella (invidiabile) posizione di dover scegliere dei libri per individui da pochi mesi a quasi venti anni d'età, suddivisi (pure con elenchi) per malanni, e categorie: illustrati, lettori principianti ed esperti, young adults. L'orizzonte letterario è anglosassone, tuttavia Fabio Stassi ha curato, introdotto, inserito e integrato, tenendo conto della vasta tradizione italiana.


UN DELITTO INGLESE

Warbeck Hall, Markshire, England. 1950. Natale è prossimo. Il dottor Wenceslaus Bottwink, laureato ad Heidelberg, dottore in Lettere a Oxford, già professore di Storia moderna all'Università di Praga, membro di varie accademie da Leida a Chicago, sta studiando antichi manoscritti conservati da illustri antenati in un'ala dell'edificio. Il maggiordomo Briggs lo informa che il vecchio padrone di casa Lord Warbeck sarebbe lieto restasse durante le feste. Arriveranno il figlio nazistoide Robert, il cugino ministro Cancelliere dello Scacchiere, la nipote Camilla invano innamorata di Robert, la signora Carstairs moglie del collaboratore stretto del cugino. Robert muore, non sarà il solo, come Bottwink ben presto capisce. Ci deve essere un inconfondibile movente in "Un delitto inglese" secondo Cyril Hare, pseudonimo del giudice Alfred Alexander Gordon Clark (Mickleham, 1900-1958). Dal 1937 scrisse una 15ina di classici gialli a enigma, manierismo solido, aggraziato, garbato.


Amsterdam, Johannesburg, Mosca. Quattro giorni d'agosto di qualche anno fa. L'attraente irrequieta Farah, ricci capelli corvini, occhi azzurri, voce dolce, cresciuta a Kabul (nel ricco quartiere Wazir-Abkar-Khan, quasi nessuno sa che il padre era stato ministro), arrivata in Olanda a 9 anni, poi adottata e ben educata, vi vive ormai da 30; da 10 fa la giornalista di cronaca, lavora per il quotidiano di sinistra And; gira in Porsche Carrera nera del 1987, cambia spesso uomini (ora con il tarchiato documentarista e regista televisivo David sembra resistere bene, pur in appartamenti diversi); non crede nel matrimonio, nelle coincidenze e nel paradiso, è musulmana poco praticante; pratica il pencak silat, nobile arte marziale indonesiana appresa dal padre, se si arrabbia o commuove parla in dari. La sua lingua d'improvviso le serve quando in ospedale, di ritorno da un cruento combattimento spettacolo, incappa in un piccolo di 7 anni, travestito e truccato con leggiadre forme femminili, vittima di incidente e quasi ucciso: fratture multiple, emorragie interne, milza compromessa lui, due auto coinvolte e due cadaveri carbonizzati nel bagagliaio di una lì vicino. Il bimbo farfuglia una parola che solo lei capisce, si sente coinvolta, cerca di rassicurarlo, comincia ad andare spesso a trovarlo. Probabilmente era stato coinvolto in un bacha bazi, ragazzini comprati e venduti a signorotti vari da astuti criminali trafficanti, trasformati in ingioiellate danzatrici esotiche e in giocattoli sessuali, una forma di schiavismo e di prostituzione minorile coatta. Ci sono coinvolti uomini ricchi e potentissimi, pedofili e corrotti, governanti e imprenditori; vari cercano di insabbiare la storia e screditarla; l'intreccio s'allarga all'invasione sovietica del 1979, a Sudafrica e Russia di oggi; Paul (conosciuto da bimba) e suo zio Edward la aiutano, alcuni muoiono amaramente, tutti rischiano la vita.

Il documentarista e produttore Walter Lucius, pseudonimo di Walter Goverde (Den Helder, Paesi Bassi, 1954) si è occupato spesso di integrazione di migranti. Il romanzo è del 2013, primo di una trilogia (era pensata inizialmente come serie tv, il terzo pare sia quasi pronto). Narra in terza varia una palpitante storia noir di turbocapitalismo e di sfruttamento, attraverso tante diverse esperienze: Farah è la protagonista assoluta, olandese a tutti gli effetti con un passato orientale; i due poliziotti che seguono il caso sono il bel Joshua Calvino di origini italiane, occhi marroni e barba corta, impossibile non prendere una cotta per lui, e il più vecchio stressato imponente Marouan Diba che sta per partire con la famiglia verso il suo Marocco; la bionda sensibile medico che opera subito il bambino è appena scappata da un ospedale di fortuna in Africa attaccato da soldati armati di machete e mitra; uno dei possenti occulti registi del male parla in inglese con un forte accento slavo e vorrebbe in realtà ritirarsi a lontana vita privata con l'amato. Goverde ha spiegato in un'intervista: "la società non è un'entità statica, un'istituzione come il rock. La società è fatta di persone, che si muovono. Un movimento costante. Come nei nostri rapporti interpersonali, noi interagiamo con le persone. Se tutte le società interagissero bene tra di loro allora ci sarebbero molti meno problemi". Il romanzo sviscera tre temi sensibili inevitabilmente permeati oggi dal fenomeno migratorio: il giornalismo spazzatura che distorce fatti, infanga individui, orienta strumentalmente paure; la moderna schiavitù dietro il traffico internazionale dei minori; il peso esplicito e implicito del passato (accaduto in terre più o meno distanti) nelle scelte attuali di ciascuno. Il titolo fa riferimento ai ricordi di Farah nel giardino del palazzo presidenziale di Kabul, all'antica farfalla portafortuna di stoffa acquistata da Farah in una bancarella e donata al suo mentore Parwaiz, anziano conservatore d'arte afghano, e all'uragano che si scatena nella vita di lei. Vino rosso. Cibi e musiche di tutti i continenti.

I soldati delle parole, Frank Westerman, Franco Paris, Iperborea, 2017 (orig. 2016, "Een woord een woord")

Luoghi del terrore. 1970-2015. Lo scrittore ex giornalista Frank Westerman (Emmen, Olanda, 1964) continua a investigare con acume e sensibilità su chi sceglie la violenza come scopo o mezzo della propria vita e sulla possibilità opposta di armarsi di parole nelle relazioni sociali e personali, anche per sconfiggere i primi. Fa base in patria, torna o gira ovunque per riflettere, intervistare e narrare. Non vuole spiegare antefatti storici e conflitti politici, ne dà per scontata una qualche conoscenza. Qui parte dalla sua infanzia a contatto coi molucchesi vicino Assen. Ricorda il quartiere dove ne aveva conosciuti alcuni bravi, qualcuno poi divenuto combattente. Riesamina alcune azioni terroristiche dal punto di vista dei protagonisti, terroristi e negoziatori: l'occupazione della residenza dell'ambasciatore indonesiano a Wassenaar nel 1970; il primo dirottamento - sequestro di treno a Wijster nel dicembre 1975; il secondo a De Punt nel maggio-giugno 1977, contemporaneo alla presa in ostaggio della scuola elementare di Bovensmilde con un centinaio di bambini dentro (vicino a dove abitava coi propri genitori e la sorella); il successivo (e di fatto ultimo) sequestro del palazzo della Provincia ad Assen nel marzo 1978. Evidenzia il passaggio dal Dutch Approach (preferenza per l'ascolto e la trattativa, coinvolgimento della comunità) alla repressione militare (retorica bellica, azioni chirurgiche che considerano tanti morti un prezzo da pagare) e fa un parallelo con dinamiche scelte o accadute in altri contesti, delle quali è stato testimone, in particolare con l'industria del sequestro cecena e le risposte russe fra 1995 e 2004. Riferisce su manuali e corsi di chi si pre-munisce di armi verbali: il quartiere tipo set cinematografico Ossendrecht-2 dove la polizia addestra i "mediatori" alla Gestione delle Crisi e dei Pericoli, la parigina Biennale de la négociation, l'esercitazione Skywawe a Shilphol, la rappresentazione teatrale di rievocazione da parte delle vittime.

Le Molucche sono un gruppo di isole dell'Indonesia. Gli olandesi arrivarono nel 1599 e denunciarono il malcontento degli aborigeni verso i portoghesi a causa della monopolizzazione del commercio tradizionale. Con l'aiuto dagli abitanti di Ambon, prevalse la Compagnia delle Indie Olandesi. Dopo l'indipendenza dell'Indonesia, un grande irrisolto problema riguardò i molucchesi che abitavano l'arcipelago meridionale, per quasi trecento anni collaborazionisti del regime coloniale olandese; molti di loro erano arruolati nell'esercito coloniale, il KNIL, non volevano uno stato unitario e nel 1950 proclamarono la Repubblica delle Molucche del Sud (RMS), subito osteggiata da Sukarno. Nessuno aveva il potere diplomatico di negoziare con il neonato stato indonesiano per garantire la creazione della RMS; così, dopo l'intervento di una corte olandese che riconobbe la responsabilità dell'oramai ex-madrepatria nei confronti dei Molucchesi, cominciarono le traversate verso i Paesi Bassi. Per l'Olanda la migrazione era volontaria, mentre per i Molucchesi era forzata, l'unica soluzione possibile, accettata come temporanea e con la speranza del ritorno. Il conflitto si trasferì, insieme alle frontiere razziali. Westerman realizza un bellissimo reportage, non un romanzo, non un'inchiesta. Alterna ricordi, ricostruzione giornalistica, interviste, spunti riflessivi. Ragiona sulle generazioni di terrorismi e terroristi; sul ruolo delle parole nel tentare di esacerbare o risolvere un conflitto, anche quando entrano in scena la violenza e altri soldati, con esempi su vari massacri; sulla fine che hanno fatto (quando non sono stati uccisi) sequestratori e dirottatori, famiglie e mediatori; su alcune personalità chiave della disciplina (o arte) negoziale come Guy Olivier Faure, Paul Meerts e Dick Mulder; sulla propria cultura calvinista e sullo scrivere di tutto ciò. Non scrivere di leggi e diritti, di storia e geografia, scrivere con chiara empatia di colloqui e azioni di donne e uomini, ben sapendo che anche le parole possono essere impotenti o violente, che lui stesso ha cambiato spesso prospettiva e non può che farsi domande scomode.


La botta in testa, Tiberio Mitri, Sellerio, 2017

Trieste e ring. 1926-1957. "Il più bel pugile dell'Italia del Dopoguerra" Tiberio Mitri esordì nel 1946, divenne campione italiano nel 1948, poi europeo. Il 12 luglio 1950, giorno del suo compleanno, già gelosamente sposato con Fulvia (Miss Italia 1948) affrontò a New York il campione mondiale Jake LaMotta, perse. Riconquistò il titolo europeo, rimase ancora a lungo sul ring (mentre diventava attore famoso), si è ritirato nel 1957, con 101 incontri disputati, 88 vittorie, 6 sconfitte. Ebbe infanzia travagliata e adolescenza con botte e guerre, poi clamori da star. Racconta i suoi primi 31 anni in "La botta in testa", uscito per Il Carroccio (un fiasco) già nel 1966, riscoperto da Massimo Raffaeli per Limina nel 2006, ora edito con una chiara nota finale di Dario Biagi, che spiega chi e perché stese il testo a partire dalle registrazioni del pugile. Mitri è morto nel 2001, ci sarebbe una terza vita da raccontare. Le prime due bastano, una narrazione avvincente di mille avventure.


La confraternita, Pierdomenico Baccalario, Einaudi, 2017

Foxburg e Ypstown, anni dopo. Dopo aver ottenuto il diploma, abilissimo con giochi di ruolo, computer e videogame, Marco McKay sta per iscriversi alla Facoltà di Economia del prestigioso ateneo. In accordo col suo grande amico Cosmo (dall'infanzia insieme), ha l'obiettivo di infiltrarsi in un'associazione universitaria segreta che "connette" giovani formidabili, si chiama Natio Suprema Iunctio, con regole severissime, forse dirige e manipola il mondo. Conquista la fiducia di Julian, figlio del Primo Ministro di Weland, e ci riesce. Poi incontra Julia e s'innamora. Il gioco si fa imprevedibile e duro. Pierdomenico Baccalario (Acqui Terme, 1974) è un fertile prolifico scrittore di libri per ragazzi (anche gialli) affermato nel mondo. In "La confraternita" narra un'avventura fantanoir, divertente per tutti.


Al lavoro e alla lotta. Le parole del Pci, Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli, Harpo, 2017

Il Partito Comunista Italiano. 1921-1991. Una napoletana (Franca Chiaromonte, 1957) e una ravennate (Fulvia Bandoli, Bagnocavallo, 1952) con una comune esperienza di funzionarie di partito e parlamentari, molte affinità sociali e personali, notevoli differenze politiche, leopardiane e attente al pensiero ironico, hanno deciso di raccontare il Pci attraverso 180 parole-chiave e dieci interviste. Il corpo del loro partito non c'è più, purtuttavia ha avuto un ruolo così significativo nella storia europea del secolo scorso che un glossario meditato di alcuni termini aiuta a ricostruirne periodizzazioni e geografie, personalità e scelte. Non si tratta di un elenco oggettivo ed esaustivo, sia perché hanno scelto di citare le parole che ricordavano nella loro specifica esperienza di figlie di compagni, giovani militanti e autorevoli dirigenti in alcune fasi, sia perché confermano in ogni definizione la pratica (femminista e fertile) di partire sempre dal proprio vissuto, anche quello emotivo e lessicale. Troverete modi di dire e di fare, fraseologia politica coniugata Fgci o Pci, simboli formali e sostanziali (come il Bottegone), termini storici (come "Austerità", lì l'ecologia, non in "Territorio"). Ognuno che ha vissuto la politica a quei tempi, fuori o dentro partiti e istituzioni, sarà tentato dallo sport di vedere le parole (come Scienza) che mancano (alla propria memoria), sforzo inutile in questo caso. Sono parole o voci, non nomi propri, politici studiosi scrittori vengono casomai richiamati all'interno del lemma (e sarebbe stato utile un indice dei nomi): dunque Compromesso Storico, Donne Comuniste e Stalinismo sì, no Democrazia Cristiana, Femminismo e Berlinguer (citatissimo poi nella narrazione). Breve la narrazione del titolo, "al lavoro e alla lotta": "con queste parole si chiudevano di solito le manifestazioni, i congressi e i comizi... Noi che venivamo dal '68 o che stavamo annusando il femminismo avevamo serie difficoltà a usare parole così enfatiche...".

Il Pci maturò ben presto una visione "progressiva" della democrazia, come un lento e non traumatico avanzamento, come conquista di "casematte", come effetto dell'interazione fra lotte sociali e iniziative istituzionali (centrali e locali). Fu dunque un partito restio ad accettare accelerazioni politiche e stimoli inconsueti (esempi in tal senso furono i timori sul divorzio o la chiusura verso il Manifesto), rifiutava contaminazioni episodiche e rapide. Tuttavia fu sempre capace lentamente di "metabolizzare" novità e pensieri lunghi; risultò una "spugna" prudente e permanente, riuscendo ad assimilare movimenti e culture di sinistra. Riportare alla luce il lessico del comunismo italiano è pertanto un'operazione utile alla storia e alla politica contemporanee, la narrazione politica era essenziale in quel grande articolato partito di massa, l'uso di parole precise (più o meno metaforiche) funzionale alla vita collettiva interna e alla ricerca del consenso esterno, non solo alla "concorrenza" rispetto agli altri soggetti politici. Circa cento pagine sono dedicate alle interviste fatte a personalità che attraversarono la stessa storia: sei donne (Maria Luisa Boccia, Luciana Castellina, Lia Cigarini, Graziella Falconi, Marisa Rodano, Livia Turco) e quattro uomini (Cuperlo, Macaluso, Occhetto, Tortorella). Tutti rispondono alle stesse identiche dieci domande, riferite alla biografia di ciascuno (i libri di formazione, la scelta del Pci), a valutazioni sul partito (il rapporto fra i sessi, la Carta delle Donne, i nessi dirigenza-lavoro di base e intellettuale-operaio, gli organi d'informazione, la comunità politica) e all'attualità (cosa ancora ci manca del Pci, come si è collocati politicamente oggi).

Il pazzo col bisturi, Yasmina Khadra, Trad. Roberto Marro, Edizioni del Capricorno, 2017 (orig. fr. 1999)

Algeri. Vent'anni fa. Il commissario Llob è un cinquantenne avvilito dalla noia finché non lo chiama il Pazzo per annunciargli che sta per uccidere e poi per confermargli che lo ha fatto davvero, dando l'indirizzo ove trovare il cadavere. L'uomo continua a giocare al gatto col topo attraverso altri quattro efferati delitti di donne. Tortura le vittime, strappa loro il cuore, depone una stella sul cadavere. Quando "Il pazzo col bisturi" di Yasmina Khadra uscì in Francia come esordio letterario di una nuova serie poliziesca africana (narrata in prima persona), non si sapeva che l'autore (Mohammed Moulessehoul, 1955) era un militare nato nel Sahara francofono, testimone della guerra civile in Algeria, che aveva scelto uno pseudonimo femminile per non farsi riconoscere. I suoi romanzi sono ormai tradotti in quasi 50 paesi, questo era inedito in Italia.

Milano. Ora. Siamo insieme a una coppia appassionata dei Queen, una studentessa 17enne di seconda liceo e la Mamma 43enne, attraverso un diario di 51 scene. Nella prima la ragazza narra di sé chiusa nella propria stanza di casa, con le cuffie ad ascoltare Freddie Mercury e in testa pensieri convinti che è ora d'innamorarsi. Il suo nome è Mary (Meri), la compagna di classe e amica del cuore si chiama Sara, gira in bici, gioca a tennis, prende lezioni di piano e canta intonata all'interno di un coro, riesce a studiare solo con la musica ad alto volume (abbassa solo per matematica e scienze), pensa forse di iscriversi a Ingegneria Civile. La madre scrive, dopo aver studiato al Piccolo a aver insegnato molti anni ora fa la drammaturga (un suo personaggio è una grassa molto contenta, Olga), vive sola con la figlia e da sempre le spiega la vita con i testi delle canzoni, ben gestisce tante piante nei terrazzi e tanti libri dentro, mantiene una chioma lunga più di cinquanta centimetri, anoressica mentale di rado, per il resto sempre alla ricerca di qualcosa. Una svolta importante della loro vita ebbe luogo dieci anni prima, Meri era piccola ed esile con lunghi capelli chiari, il padre si trovava ancora con loro. Erano in vacanza a Berceto in provincia di Parma, per raccogliere semi e funghi, a fine agosto. Nello stesso bell'albergo c'era un gruppo di ragazzi appassionati di motocross, s'innamorò infantilmente di uno di loro, Davide; poi ci fu un incendio, si ustionò una mano, pur riacquistandone poi lentamente le funzioni; ebbe altri traumi uditivi, avendo poi maturato una maggiore sensibilità a ogni ronzio (soprattutto di mosce e api). E, dopo, i suoi si separarono. Meri e Sara sono carine e intelligenti; non si drogano, non fumano, non soffrono d'anoressia; si raccontano sempre (quasi) tutto. Ora c'è qualcuno che lascia fogliettini e messaggini anonimi per Meri, s'industriano per capirci qualcosa.

La scrittrice di talento Elisabetta Bucciarelli continua la sua ricerca narrativa (amante della poesia) con trame di coppie, qui madre-figlia soprattutto, e accorto uso delle parole, riferite a fattori biotici chiave, qui semi e api, per sostanziose ragioni che emergono dal diario, e soprattutto qui il mitico cantautore compositore gay leader dei Queen, sentimentalmente Freddie (1946-1991). Non a caso, è il terzo volume della collana di musica narrata (curata da Biondillo e Tonti) "Note d'autore", dedicata alle colonne sonore proprie di personalità del mondo della cultura letteraria: non saggi o biografie, racconti (anche) della storia d'amore di uno scrittore con la musica. Entrambe le protagoniste femminili hanno spunti autobiografici, anche se la prima persona è assegnata a chi ne ha meno. La libera ricostruzione della mappa emotiva riguarda perlopiù proprio Meri. Il titolo fa riferimento all'incontenibile bisogno d'innamorarsi e di amare, all'incontrollabile sentimento dell'amore (nell'aprirsi e nel chiudersi), alla reciprocità e singolarità di alcuni effetti. La dedica appunto consegue: "stimo solo chi ha molto amato", una frase che a un certo punto Meri prende da Olga, uno dei personaggi "inventati" dalla Mamma, che ora sta scrivendo un testo teatrale, protagonista un adolescente che minaccia di farsi fuori nel bagno del liceo. Meri, dal canto suo, riflette intensamente sull'autore dei biglietti, il primo in una busta sigillata, frasi scritte a mano di qualcuno che la conosce bene, condivide gusti d'ascolto e di lettura. L'indagine la porta a creare occasioni d'incontro, a cercarlo, a farsi cercare, a produrre un movimento di imprevedibili svelamenti d'identità e di relazioni.

Ballando nel buio, Roberto Costantini, Marsilio, 2017

Roma. 1974 e 1986. Michele Balistreri, bruno e muscoloso, nonno geometra dei coloni in Libia, padre bello affermato ingegnere cresciuto povero a Palermo e poi responsabile (per l'affare di favorire l'ascesa al potere di Gheddafi) della morte dell'amata madre fascista Italia, bravo fratello maggiore Alberto (ormai in Ibm a Londra), ha rabbia e odio come motori della vita, si sente esaltato e spietato, straniero ovunque. Soprattutto fra i camerati di Ordine Nuovo (appena sciolto) che stanno confluendo nel Fuan, alcuni sono i colleghi e forse amici coi quali gestisce la piccola lercia palestra dove lavora (come istruttore di arti marziali). Trova inutile continuare a dibattere, manifestare, volantinare, prendersela con qualche giovane rosso o poliziotto; vorrebbe eliminare i mandanti e le istituzioni statali dei traditori. Assomiglia al bellissimo Al Pacino, vive solo e astemio in un piccolo loculo spoglio con un letto, quattro sedie pieghevoli e il cucinino; sa di greco e letteratura, fa esami e legge Nietzsche, non sopporta che tanti lo chiamino ancora Africa (lì aveva ammazzato davvero i nemici), gira in 127 (che poi scambia con un Gilera 125); una sera incontra la sarda Isabella Mulas. S'innamora, nonostante lei si trova coinvolto in lanci di molotov, scommesse clandestine, traffico d'armi, strategia della tensione, manovre di partiti e Servizi (presto secretate), la vita svolta. Dodici anni dopo è laureato in filosofia, vive alla Garbatella e guida un Duetto, fuma e beve, risulta il più bravo, intuitivo e detestabile funzionario della squadra Mobile, sciupafemmine con una regola fissa ("mai con una donna che non ha un altro uomo"). Ai Parioli hanno ucciso un deputato, l'onorevole Giulio Giuli. Era suo capo e amico tra i fascisti, poi si era spostato nella Dc e aveva pure sposato Isabella. A stento gli assegnano il caso, reincontrerà tutti, altri ex camerati verranno assassinati, scoprirà passato e presente di ciascuno, onori e oneri.

L'ingegnere dirigente Luiss Roberto Costantini (Tripoli, 1952) continua a narrare con maestria l'avvincente saga noir di Balistreri, due piani temporali (con soluzioni connesse) per ogni avventura gialla, questo è il quinto romanzo, sempre in prima (talora intervallata con diari altrui). Sappiamo che Michele è nato a Ferragosto 1950 in Libia. L'infanzia e l'adolescenza sono descritte nel secondo, il rientro a Roma dopo la morte della madre Italia nel terzo, qui lo troviamo all'Università nel 1974, ancora colmo di rancore, e dodici anni dopo, poliziotto acuto e torvo. Abbiamo già letto di alcuni misteri che ha risolto, precedenti (1982, 1983) e successivi (2001, 2005-06, 2011). A 61 anni è certamente arrivato, nonostante abbia incrociato ferite e attentati personali, morti tradimenti abbandoni affettivi, stragi delitti poteri crimini (famosi nella storia patria), per oltre 35 anni come capace investigatore (per quanto ben presto scopra d'odiare le diavolerie informatiche e s'intenda più di foto). Vari personaggi ritornano e si intrecciano, altri (inediti o quasi) hanno specifica centralità: qui soprattutto Viola, la figlia dell'odiato potente presidente Scandriga, è suo il diario segreto (dal cui testo, oltre che dallo Springsteen del 1984, deriva il titolo), è lei a essere rimasta 12 anni in carcere; e Carlo, nemico di Scandriga (e di Moro), l'uomo che lo aveva salvato dall'abisso, utilizzato nei servizi e in polizia, dopo essere divenuto capo (45enne) della squadra mobile più grande d'Italia. I pensieri di Mike su onore, lealtà e giustizia (nel ricordo della mamma) fanno da filo conduttore per amori, amicizie, legami; viene da un mondo dove offese e ignominie si lavano col sangue, scopre che si trova sempre qualche nuovo ribaldo o qualcuno col quale si è sleali. E, con l'età, s'abbandona spesso e tanto all'alcol del Lagavulin, da solo e in compagnia. Ben sapendo che Battisti c'entra poco con la destra, resta mesto con Leonard Cohen (che anche Viola apprezza).

Una finestra sul noir,Autori vari, Editore Frilli, 2017

Genova. 1948-2016. Marco Frilli nacque a Firenze e si era lasciato adottare dal capoluogo ligure. Dopo aver lavorato per Laterza, nel 2000 promosse una casa editrice importante: tra cinquanta e sessanta titoli l'anno pubblicati cartacei ed e-book, ormai quasi mille in 17 anni, circa un terzo gialli per genere e copertina. Il fondatore è scomparso un anno fa a causa di un brutto tumore, i figli Giacomo e Carlo (che già vi lavoravano) proseguono l'attività. Ora 46 "suoi" autori italiani di noir (alcuni in coppia o trio, 11 donne, alcuni con un successo che li ha portati altrove come proprio lo scouting Frilli metteva in conto) ricordano Marco con 40 racconti dove lo affiancano in vario modo ai propri investigatori. Se il giallo è radicato in ogni regione è merito anche loro: nella bella raccolta "Una finestra sul noir" s'incontrano città, protagonisti, crimini e tic provinciali di Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Campania, Sicilia. Prefazione di Valerio Varesi.


Flavia de Luce e il cadavere nel camino, Alan Bradley, Sellerio, 2017 (orig. 2015), Trad., Alfonso Geraci

Toronto. 1951. Flavia, 12enne di nobili origini, occhi azzurri e freddi, udito sopraffino, talento per la chimica, è stata mandata dalla casa inglese (Bishop's Lacey, antiche magione e tenuta di Buckshaw, fittizi) nel college di un'Accademia Femminile canadese, lungo viaggio in nave e treno. Vi aveva studiato anche la madre Harriet, morta in un'escursione in Tibet oltre dieci anni prima. Non le mancano certo il babbo Haviland, colonnello con baffetti, filatelico collezionista di francobolli in ristrettezze finanziarie, né le sorelle maggiori Ophelia Feely 18enne e Daphne Daffy 14enne, ferocemente scherzose. Tuttavia incontra le rigide istruttrici e compagne nevrotizzate, oltre a nuovi delitti. Risolve molto. Godibile la serie Flavia De Luce's Mysteries iniziata nel 2009 dallo scrittore canadese esperto d'ingegneria elettronica Alan Bradley (Toronto, 1940). Questo è l'ultimo (ottavo), "Flavia de Luce e il cadavere nel camino", come sempre in prima persona.


Nevada Connection. Le indagini di Neal Carey, Don Winslow, Alfredo Colitto, Einaudi, 2017

Terre Alte Solitarie (dopo Cina e California). Agosto 1981. Neal Carey, indigeno di New York, in teoria dottorando su Tobias Smollett alla facoltà di Letteratura inglese della Columbia, dopo la prima avventura è dovuto restare sette mesi in quarantena nel cottage in mezzo alla brughiera dello Yorkshire, dopo la seconda tre anni confinato nel Sichuan cinese, su e giù (con secchi d'acqua e fascine di legna) per pendii e cellette del freddo monastero. Ormai ha 27-28 anni e gli amici di famiglia lo richiamano in servizio per riportare alla madre un piccolissimo bambino scomparso tre mesi prima, quand'era "custodito" un weekend dal padre. È un lavoro sotto copertura. Anne Kelley, la bella mamma di Cody, è responsabile dei "creativi" nei Wishbone Studios di Hollywood, non ha potuto notificare la violazione di affidamento all'ex marito cowboy Harley McCall, il figlio ha poco più di due anni, pare che l'ex sia divenuto discepolo della Vera identità cristiana del reverendo Carter, bianchi suprematisti razzisti in una rete sotterranea di nazisti terroristi della Resistenza Ariana. Occorre rintracciare i fuggitivi, infiltrarsi nella comunità dove dovrebbero nascondersi, recuperare almeno il piccolo. Neal si ritrova in Nevada con una Chevrolet Nova di seconda mano in un'immensa valle a circa milleottocento metri di quota fra alte montagne, gole e grotte, poca gente, scarso bestiame, spazi aperti, molti animali selvatici, minuscoli borghi (Virginia City, Austin), un bar (Brogan), un saloon (Lucky Dollar), un motel (Comfort Rest), un bordello (Filly Ranch) e un paio di insediamenti agricoli. In uno dei due lo ospita la generosa simpatica famiglia di Steve Mills; nell'altra cresce pericolosamente la Hansen Cattle Company. E qui comincia la terza entusiasmante avventura.

Il grande Don Winslow (New York, 1953), miglior autore noir dell'ultimo quarto di secolo, californiano d'adozione, realizzò una vera e propria serie d'esordio letterario (1991-96), questo è il terzo (1993), in terza quasi fissa, soliti eccelsi dialoghi, ambientazione primi anni ottanta sulla base di quel che allora faceva lui stesso. Dopo aver studiato storia all'università, aver letto tanta narrativa poliziesca, girato per un paio di decenni (investigatore privato, regista e manager teatrale, guida di safari fotografici anche in Cina, consulente finanziario), Winslow inventò un personaggio parzialmente autobiografico: detective, base nell'Upper West Side di New York, studi in sospeso, vocazione narrativa. Per lui ogni storia inizia dai personaggi e Neal Carey è un ottimo primogenito, un passato tormentato, un carattere camaleontico anche per i personaggi che deve interpretare, questa volta impara a fuggire a cavallo e s'innamora perbene (dopo 4 anni senza stare con una donna), anche se deve poi tradire la fiducia dell'attraente forte alta maestra Karen per non farsi scoprire e metterla in pericolo. Si conferma il bel ruolo del padre putativo Joe Graham, un metro e sessantadue di cattiveria e astuzia, occhi azzurri e capelli color sabbia, braccio di gomma, irlandese nel midollo; maniaco della pulizia, si diverte mentendo e rubando ma gli vuole un gran bene; questa volta si fa pure torturare per salvargli la vita. I malvagi codardi razzisti sanno che, casomai, ancora se la possono cavare emigrando in Sudafrica. Segnalo le antichissime pitture rupestri difese dal vecchio Shoshoko, bassissimo indiano di una tribù che si riteneva estinta da almeno cent'anni. Cibi in scatola o di montagna, vino solo per i brindisi. Gran musica country, ovviamente, per un altro romanzo da non perdere durante le feste di fine d'anno.


Un mese con Montalbano, Andrea Camilleri, Sellerio, 2017 (ed. orig. 1998)

Montalbano è... nato nel 1960, poliziotto da varie parti e da un po' a Vigàta, ora fidanzato con Livia (che prevalentemente resta a Boccadasse), baffuto (nonostante il bel Zingaretti), invidiato soprattutto per Enzo (la trattoria del pranzo) e Adelina (la governante per la cena pronta in frigo). Andrea Calogero Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento, 1925) narra sempre in terza fissa su Salvo, opere pensieri sogni mangiate. Accanto ai romanzi, gli dedica racconti. Le 30 situazioni di "Un mese con Montalbano" furono scritte in 14 mesi tra il primo dicembre 1996 e il 31 gennaio 1998, 3 edite, una su una rivista e due in raccolte, 27 inedite, tutte uscite in una prima edizione Mondadori del 1998, primo libro sul commissario non pubblicato da Sellerio. Adesso torna alla casa madre. Non solo crimini, anche furti senza furto, infedeltà coniugali, indagini sulla memoria; lingua e stile che conosciamo, amiamo e rileggiamo sempre con voluttà.

La favolosa storia delle verdure, Évelyne Bloch-Dano, Sara Prencipe, Add, 2017 (orig. fr. 2008)

Suoli coltivati. Da migliaia di anni. Évelyne Bloch-Dano (Neuilly-sur-Seine, 1948) ha a lungo insegnato lettere moderne (fino al 2000) e si è sempre dedicata anche a scrivere biografie, soprattutto di donne a vario titolo famose (la madre di Proust, la moglie di Zola, la Eugénie Grandet di Balzac, Colette, Flora Tristan, George Sand, Romy Schneider). Mantiene vocazione e metodo del genere letterario preferito, dedicando una vitale delicata biografia ad alcune famiglie alimentari vegetali, i cui individui sono piante intere o parti di piante, come fiori foglie frutti radici semi steli. Si tratta delle varie specie di verdure per capirci, erbe e ortaggi; perlopiù un tempo cresciute spontanee, raccolte (gli umani errando per il pianeta) e mangiate; poi coltivate (prima qui, poi là; a periodi più, ciclicamente meno) da popoli di umani agricoltori e agricultori, che selezionavano specie in relazione all'ecosistema in cui volevano piantarle (magari dopo lunghe intenzionali migrazioni e continue sperimentazioni). Della famiglia delle Asteracee vengono presi in esame il cardo (uno stelo), il carciofo (un fiore), il topinambur (una radice); delle Brassicacee il cavolo (foglia); delle Apiacee pastinaca (radice) e carota (radice); delle Fabacee pisello (seme) e fagiolo (seme); delle Solanacee pomodoro (frutto) e peperoncino (frutto); delle Cucurbitacee la zucca (frutto). Le riflessioni provengono dalla cultura francese, ma sia per le definizioni (nelle varie lingue) che per l'etimologia (e lo stesso genere dei termini), sia per l'origine geografica che per la "traduzione" culinaria, come pure per i nessi con letteratura, pittura, simboli e metafore si tiene conto più dell'alimento umano che della nazione alimentata. La storia del gusto nasce in momenti diversi nei vari paesi (in Francia nel XIV secolo), va spesso in parallelo con l'economia domestica, le buone maniere e, infine, con la gastronomia (in Francia a metà del XVII secolo).

Bloch-Dano ha collaborato fin dal primo momento con l'Université populaire du goût d'Argentan, creata da Michel Onfray in Bassa Normandia nel 2006 con il proposito di aiutare chi è stato schiacciato dalla brutalità liberista a ritrovare dignità attraverso un reinserimento sociale: l'orto come trampolino e pretesto per l'autostima personale nel lavoro e la riflessione collettiva sull'alimentazione. Per anni, mentre si cucinavano i prodotti, ha raccontato l'avventurosa vita naturale e sociale di quel che veniva preparato, animando i seminari storici sui gusti. Parlava del valore calorico o commerciale tanto quanto della carica simbolica o sessuale, di genetica e fiabe, di arte e geografia, di climi e giardini, di migrazioni forzate e poesia universale, di colori odori suoni sapori affetti diversi nel tempo e nello spazio, grande storia e piccole storie. Onfray ha scritto la prefazione del volume, accennando alla "gastrosofia" di Charles Marie François Fourier (1772-1837): fare del cibo una propedeutica a un altro mondo, nel quale il piacere non è un errore, un peccato, ma il cemento di una comunità nuova, una micro-repubblica gastrofisica. Il volume risente delle lezioni sul campo, non vuole essere un trattato scientifico ma un preciso ritratto letterario. Così ogni capitolo è preceduto da una nota su un dipinto noto (purtroppo non riprodotto) di grandi artisti come Arcimboldo, Chardin, La Tour, Wahrol, Carracci e tanti altri; ogni tanto s'intervallano ricette (anche un paio dell'autrice) e citazioni letterarie, proverbi e canzoni; né manca una ricca bibliografia finale. Prima della vicenda delle singole verdure Bloch-Dano fa garbata ironica autobiografia sui propri trionfanti esordi di gastronoma e colti efficaci ragionamenti sul nutrirsi e sul mangiare, sulle differenze sociali nell'alimentazione, sul ruolo dell'urbanizzazione e della chimica, sulla specificità dei vegetali rispetto all'uso eccessivo di glucidi e lipidi. La radice indoeuropea di "gustare" significa "scegliere", questo bel libro aiuta a scegliere con gusto e competenza!

Colombia. Agosto 2015. Il 38enne Piet Hoffmann vorrebbe proprio tornare a Stoccolma, è sposato con Zofia, hanno due figli, Hugo (8) e Rasmus (6), ama la sua città e la sua famiglia alla follia. Da tre anni è infiltrato per conto dei governanti statunitensi fra i guerriglieri narcos del Prc, il movimento di guerriglia finanziato dal traffico di cocaina (più di cento chili a settimana), un secolo dopo la sua messa al bando. Si chiama Peter Haraldsson, snello e rasato, con un tatuaggio sul cranio nudo, senza indice e medio della mano sinistra, detto El Sueco. Per non essere scoperto mastica coca, beve intrugli, ammazza e tortura quando le circostanze lo richiedono. Zofia (Maria ora) si è trasferita con lui, insegna e sa tutto, i ragazzi no (Sebastian e William), studiano. L'ultima impresa criminale è stata ripresa dal satellite, gli americani hanno istituito la nuova potente Unità Crouse sotto l'impulso di Timothy D. Crouse, speaker della Camera dei rappresentanti, la terza persona più importante degli Usa dopo presidente e vice, animato da uno spirito di crociata visto che l'adorata figlia 24enne Liz (dipendente da 12) era morta per droga. Tim decide di guidare personalmente la distruzione di una cocina, un accampamento chimico, mal gliene coglie. L'armatissimo organizzatissimo gruppo militare speciale viene devastato nella giungla, lui stesso fatto prigioniero, messo in una gabbia, torturato atrocemente, costretto a proporre un patto al proprio governo, che ha appena iniziato (coi droni) a uccidere tutti i 13 capi della guerriglia. Piet è il settimo della lista, la direttrice della Dea a Washington non può più proteggerlo e nessun'altro sa che lui (in codice Paula) aiutava l'agenzia. Solo a Stoccolma un altro paio di importanti attempati poliziotti ne sono a conoscenza, a tutti loro spetta un triplo salto mortale carpiato. E nulla sarà impossibile, fino alla fine.

Anders Roslund (1961) e Börge Hellström (1957-2017), premiatissimi scrittori a tempo pieno dal 2004, narrano ancora con grande ritmo (in terza persona varia) l'avvincente saga di Piet, un uomo interessante in una società regolata dalla droga, all'interno della serie sul suo persecutore e (ora) difensore, il non più giovane commissario Ewert Grens, alto e cocciuto, mole imponente e andatura zoppicante. La scena si sposta di continuo; le città colombiane (Bogotá, Cali, Medellín) e i campi base smontabili nella foresta inaccessibile, i bordelli e i mercati, ospedali e bunker, le capitali di Svezia e Usa, le vite private e la Casa Bianca, i trasporti della merce e le fughe rocambolesche, di terra e di mare. Violenza a iosa. I dialoghi sono serrati e coinvolgenti, per quanto autorevoli possano essere i protagonisti, bimbi sicari o potenti del mondo. Il titolo fa riferimento a due dei tanti conti alla rovescia, i (pochi) minuti di preavviso che Piet ha prima dell'ennesima operazione per eliminarlo, la finestra temporale in cui un satellite lascia scoperto una singola coordinata di latitudine-longitudine del pianeta, un'eternità rispetto ai tre secondi del romanzo precedente (2010). Lui sa da molto e si ripete che deve fidarsi solo di se stesso. Doppie identità e tradimenti, traditori e traditi si accavallano in tutto il suo ultimo decennio: spacciatore arrestato, nove anni da informatore della polizia svedese, reati nuovi inventati per risultare credibile, portato in un carcere di massima sicurezza per infiltrarsi nella mafia polacca, bruciato e abbandonato da capi corrotti, infame evaso e condannato all'ergastolo in contumacia essendo morto per (quasi) tutti quelli che lo volevano tale, segretamente ingaggiato dal governo (bloccate 7 raffinerie e 15 partite grazie alle sue informazioni) che ora cerca di eliminarlo, una vita d'inferno finora. Il vino per gli anniversari è costoso, Moulin Touchais del 1982; il buon rum colombiano; la musica sacra.