Uno sguardo dal ponte

RECENSIONI

seconda parte

di Valerio Calzolaio

Rondini d'inverno, Maurizio De Giovanni, Einaudi, 2017

Napoli. Fine 1932. Il ricchissimo possidente barone cilentano commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte dal 7 novembre conosce un sentimento nuovo e qualche volta sorride felice. Quel giorno pioveva, ha fermato Enrica di ritorno dal negozio di cappelli e guanti del padre, le ha chiesto di accompagnarla, si sono seduti in una masseria abbandonata dichiarando quel che entrambi, taciturni e illibati, sapevano da tempo, si amavano a distanza. Si baciano appena, decidono di incontrarsi castamente lì di nascosto, ora forse possono iniziare ad amarsi. Lui 32 anni, ciuffo ribelle e pupille verdi, introverso e senza patente; lei 25, alta e poco aggraziata, paziente e con gli occhiali. Lui che si tiene distante da relazioni affettive perché si sente diverso, percepisce chiaramente ultime parole e sentimenti dei morti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno). Lei che ha capito di volerlo come uomo della vita, rifiuta la corte di un bel maggiore tedesco e le invadenze materne. Il 28 dicembre avviene un fattaccio al teatro Splendor: durante l'ennesima replica del varietà il protagonista spara (non a salve questa volta) e uccide la bruna attrice, sua moglie anche fuori dal palcoscenico. Lui oltre i 50, sulla via del declino; lei meno di 35, bella e acclamata, forse innamorata di un altro. Ricciardi e il fido brigadiere Maione arrestano l'artefice che si dichiara devoto e innocente, così interrogano tutti i teatranti, attori musici ballerine tecnici personale, e rimestano nel torbido. Come pure il dottor Modo che trova in ospedale Lina, quasi uccisa di botte, una prostituta dolce e sensibile, di cui era cliente. Affetti e inchieste si accavallano. Finché qualcuno spara a Ricciardi.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) gestisce in gran forma i mesi di vita dell'amatissimo Ricciardi. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931 siamo al decimo volume e al Capodanno 1932. In copertina la rosa posata vicino al sipario rosso, nel punto in cui Fedora è spirata. Il romanzo inizia in corsivo e in prima, a narrare è chi ha appena sparato al commissario, il 31 dicembre, una voce che torna poi raramente fino all'epilogo. Il successivo prologo riprende il rapporto quasi contemporaneo a noi (presente in tutti i romanzi) fra un vecchissimo musicista e un ragazzo dotato (è primavera): si parla di una bella antica canzone (Rundinella del 1918) e della connessa vicenda dell'unica rondine che non tornò (da cui il titolo), una terza persona che scandisce le storie del passato, il cui dipanarsi avviene in terza varia sui protagonisti dell'amore e delle indagini, dei voli e dei sogni. Un meccanismo sentimentalmente creato e perfettamente oleato, avvincente, delicato, appagante. Con altri tanti personaggi a cui siamo in vario modo legati: dalle due donne sempre innamorate di Ricciardi (Livia e Bianca, prima o poi vi incontreremo!) alla giovanissima bruttissima governante Nelide che sa già cucinare bene cilentano e fa invaghire il magnifico Tanino detto 'o Sarracino; dai temibili fascisti arrogante potente Garzo e minaccioso misterioso Falco al femminiello Bambinella. E anche chi poco sopporta le persone oneste ai limiti dell'ottusità. I tipici capisaldi (nove frutti) restati non mangiati sulla tovaglia decorata e imbandita (secondo tradizione) sono: i broccoli soffritti, i cinguli cu' l'alici, il baccalà fritto, le zeppole salate, le nocche 'i Natali e le pastoredde. La nobiltà può volentieri ascoltare voci d'oltreoceano, nella colonna sonora soprattutto partenopea non mancano Verdi e spagnoli del tempo.


L'assassino cieco, Margaret Atwood, Raffaella Belletti, Ponte alle Grazie. 2001 (orig. 2000)

Port Ticonderoga e Toronto. 1916-1999. Il 18 maggio 1945 la 25enne Laura Chase sbanda in auto, sfonda le barriere di protezione e si schianta nel baratro, restando uccisa sul colpo. A primavera 1947 esce per una casa editrice di New York lo splendido premiato volume postumo di Laura, L'assassino cieco, che parla dell'appassionata relazione amorosa segreta fra una lei benestante accasata e un lui ricercato avventuriero, il quale, prima o dopo il sesso in ritrovi occasionali, le racconta ad alta voce una storia fantascientifica sul pianeta Zycron. Il romanzo ha un gran successo, realizza nei decenni tante edizioni, rendendo famosa l'autrice nel paese e suscitando anche varie illazioni. Il 4 giugno 1947 il corpo dell'industriale 47enne Richard E. Griffen viene ritrovato senza vita (a causa di un'emorragia cerebrale) in una barca a vela ormeggiata al proprio imbarcadero privato sul fiume Jogues. La sorella maggiore di Laura è la moglie di Richard, Iris Chase Griffen (giugno 1916-maggio 1999): è lei ad aver prestato l'auto alla sorella quando Laura ha probabilmente deciso di farla finita; ed è suo marito il maschio ricco e autoritario che l'ha sposata (lui 35, lei 18) e poi non poco variamente tradita. Molto tempo dopo, nell'ultimo anno di vita, l'eccentrica vecchia malata famigerata Iris scrive i propri competenti ricordi: ha tanto da narrare sulla famiglia. Sulla propria: il nonno Benjamin che fondò la fabbrica di bottoni nei primi anni settanta dell'Ottocento, la più giovane nonna Adelia, l'amata casa che costruirono e dove crebbe, l'anglicano padre Norval che perse i due fratelli, un occhio e una gamba in guerra, la metodista madre Liliana, loro sorelle belle e bionde ma poco fascinose, la figlia Aimee (1937-1975) e la nipote Sabrina. Su quella del marito, soprattutto l'accidiosa sorella sovrintendente (a tutto) Winifred Prior (1905-1998). Su quella della bambinaia governante Reenie, e su amici e conoscenti come la compagna del padre vedovo e il giovane Alex. E, ovviamente, su Richard e Laura.

Straordinario capolavoro di Margaret Eleanor Atwood (Ottawa, 1939), poetessa e scrittrice canadese, attivista femminista e ambientalista. Il corposo romanzo uscì nel 2000 e continua a essere molto richiesto e letto in tutto il mondo. È la storia di due sorelle che non si ferma alla morte di una (1945) ma affonda nei decenni precedenti e si espande ai decenni successivi. Seppur lo spazio principale sia dedicato ai Trenta del Novecento, abbiamo lo sviluppo epico della storia canadese di un secolo e mezzo, politica sociale culturale. L'intreccio è magistrale, si alternano capitoli di libri diversi: in prima persona la rievocazione biografica volta a svelare una verità sconosciuta ai protagonisti (la maggior parte già scomparsi), in terza persona al presente il romanzo di successo (a sua volta con racconti autonomi) che dà anche il titolo all'intero testo che stiamo leggendo. Al loro interno i paragrafi talora sono articoli o cronache di giornale, oppure lettere, tutti con frequenti lunghe descrizioni di foto e significative citazioni letterarie. L'illustrazione antica riprodotta in copertina (anche originale) prende spunto da una foto di Laura, narrata da Iris, con la parte superiore del corpo voltata rispetto al fotografo e la testa girata per conferire al collo una curva aggraziata. Segnalo l'invenzione delle madri (a pag. 119), l'umiliazione dell'essere sotto i riflettori (a pag. 300) e il saccheggio degli oggetti da parte di clienti e passeggeri già nel 1936 (anno cruciale). Nelle trasmissioni politiche le parole vengono fuori come bolle di gas. Canzoni e balli storici. La saggia Fannie Farmer pubblicò nel 1896 l'ottimo The Boston Cooking-School Cook Book,iniziando dalla bevanda (e dall'abbinamento) più importante e pragmatico, l'acqua.


Pulvis et umbra, Antonio Manzini,Sellerio, 2017

Aosta e Roma. Giugno 2013. Il vicequestore Rocco Schiavone è sui 47 e da sei si trascina la vita sulle spalle con la faccia spiegazzata, i capelli spettinati, il torso masticato, gli occhi spenti e inespressivi, inno alla gioia come sarcastica suoneria personalizzata. Il 7 luglio 2007 era morta la moglie Marina (per caso, volevano uccidere lui). Depressione e allucinazioni non lo lasciano, ora da qualche tempo lei non va più a trovarlo, neanche ad Aosta dove è stato forzatamente trasferito da dieci mesi per punizione e ora retrocesso pure di ufficio. Vive solo, senza internet quadri libri. Gli resta Lupa, fedele cucciola lupetta che riconosce tre nomi (il proprio, "pappa", "no"). Finisce pure per affezionarsi paternamente a Gabriele, l'adolescente ciccione brufoloso ignorante, vicino di appartamento, che gli chiede aiuto per il latino e glielo garantisce per il web. Rocco continua a detestare le rotture di coglioni (seconda una personale classifica), comprese criminologia e feste comandate, porta sempre le Clarks (sedici paia e tallonite al sinistro dopo i primi dieci mesi di montagna), si fa regolari canne, collega le persone incontrate a una specie animale, gira in Volvo. Trovano una trans argentina M to F morta, sulle rive della Dora Baltea; la prostituta è stata strangolata a casa e gettata lì. Già risulta complicato dargli un'identità, peggio se capisce di essere seguito e spiato, sembra c'entrano i Servizi in qualche modo. E, poi, a Castel di Decimo in un campo sulla Pontina,trovano un cadavere sgozzato, in tasca un foglietto con il suo numero di cellulare. Potrebbe tornare a galla la vecchia storia del traffico di droga ed essere coinvolto Enzo Baiocchi, il vendicativo detenuto scappato da Velletri che (volendo uccidere lui) ha già ucciso Adele, donna del grande amico Sebastiano, messosi in caccia verso il Friuli. Rocco cerca gli amici e risolve entrambi i casi; ma forse è peggio: verità e giustizia son distanti.

Fra altre scritture, sesto romanzo per l'attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964) della bella sospesa serie Schiavone, originale anche perché concepita come un unico romanzo "alla ricerca del tempo perduto". Dal 2013 finora ha narrato dieci mesi valdostani del suo vicequestore (comunque frequenti le incursioni sugli antefatti romani, non solo nei racconti), sempre con uno straordinario meritato successo (nell'autunno 2016 anche in tv). Tutto avviene in terza persona, quasi fissa o comunque connessa al protagonista, al passato. Anche qui è vero autentico noir, il protagonista fa i conti con il proprio dolore strutturale e con il proprio ruolo formale, mettendo a repentaglio l'amicizia più profonda, quella trasteverina dei sodali romani (Furio e Brizio oltre a Seba), loro ancora sul crinale del crimine ai bordi della legalità, lui ormai poliziotto di (poco) potere, bene o male che sia. Le molliche possono essere lasciate non da Pollicino ma a bella (polverosa) posta. E si tradisce nell'ombra, talora senza saperlo volerlo poterlo. Il latino appare nel titolo (appunto "polvere e ombra", Orazio), nelle ripetizioni sulle declinazioni, in qualche proverbio. I personaggi vecchi e nuovi lasciano bene il segno: il questore Costa, il magistrato Baldi e la turbata vice Caterina fra i primi; fra le seconde la dolce Carmen all'ambasciata dell'Honduras e la sospettosa palermitana commissario della Scientifica (appena arrivata) Michela Gambino, convinta che le scie chimiche siano un ottimo sistema di controllo da parte dei 300 registi mondiali. Segnalo che il 40enne calciatore dilettante Gianandrea rinviene il cadavere mentre ascolta Finardi e corre dopo solo due mesi di fermo per la cuffia dei rotatori. Più che su scontati bianco o rosso, meglio puntare su rhum e cioccolato fondente. Gabriele gli mette David Bowie in sottofondo triste e Rocco apprezza.

Bianco tenebra, Luca Scarlini, Sellerio, 2017

Il figlio, fratello e padre d'arte Giacomo Serpotta, nato e morto a Palermo ai tempi della dominazione spagnola (10 marzo 1656 - 27 febbraio 1732), fu grande scultore e decoratore italiano, che si distinse particolarmente nell'arte dello stucco e nella tecnica detta allustratura. Il saggista e drammaturgo milanese Luca Scarlini (1966) narra l'artista nella barocca capitale siciliana, guidandoci fra le piccole figure di gesso bianco, impertinenti e irriverenti per quanto reali, gli straordinari amorini putti ancor oggi splendidamente sparsi nelle chiese e negli oratori del centro storico: "Bianco tenebra". Giacomo Serpotta, il giorno e la notte". Fino al 10 ottobre 2017 resterà aperta una mostra con oltre cento opere dell'artista (dipinti, disegni, stucchi) all'Oratorio dei Bianchi di Palermo. La visiteremo presto.


Il sentiero, Peter May, Alessandra Montrucchio, Einaudi, 2017 (orig. 2016, Coffin Road)

Isole Ebridi, Scozia. Settembre 2013. Un bell'uomo quasi quarantenne, capelli scuri e ricci, occhi azzurri e zigomi alti, magro e in forma, si trova stropicciato sulla spiaggia di un luogo sperduto e pochissimo abitato, con un giubbotto di salvataggio, senza ricordare chi è e dove abita, perché è lì e come ci è arrivato. Un tipo lo osserva col binocolo dalla collina prospicente accanto a una roulotte e a una Land Rover malconce. Grazie alla battuta di un'anziana incontrata mentre sale verso la strada per il sentiero fra le dune, impara di chiamarsi Maclean e di abitare nel piccolo cottage a un piano dove lei lo accompagna. All'interno ci sono il Labrador color cioccolato Bran (accidenti, sa il suo nome!) e alcuni indizi: bollette destinate a Neal Maclean, Dune Cottage, Luskentyre, isola di Harris. Dunque, è la spiaggia di Tràigh Losgaintir, Ebridi scozzesi. Il computer è vuoto ma fra i pochi libri c'è Il mistero delle isole Frannan, sono vicine, isolotti vari a 30-35 chilometri, con un faro da dove scomparvero i tre guardiani nel dicembre 1900. Continua a non capire cosa ci fa lì, arriva una coppia di vicini, Jon e Sally Harrison. A loro ha detto di essere in periodo sabbatico dalla carriera accademica a Edimburgo e di star scrivendo un libro sull'antico mistero. Lo viene a sapere da Sally, a letto, hanno una relazione. Lei gli conferma di gestire col marito un anno sabbatico rispetto a un matrimonio che si stava sgretolando. Poi lo accompagna sul sentiero evidenziato in una mappa, la Via delle Bare, una specie di cimitero all'aperto in pendenza. In cima ci sono due massi e subito dietro una conca, ove qualcuno ha messo al riparo 18 arnie quadrate. Sa cosa sono e vede ferite da puntura sulle mani. Ancora non ricorda, intuisce che nella propria vita c'entrano le api e l'agrochimica.

L'affermato giornalista, scrittore e autore televisivo scozzese Peter May (Glasgow, 1951) dedica il nuovo romanzo "alle api". E, in effetti, molte pagine illustrano, allegramente e senza supponenza o tecnicismi, che si meriterebbero molti ringraziamenti dalle altre specie, soprattutto da piante e umani. Sono una chiave decisiva per la sopravvivenza di molti ecosistemi. Anche se è stato un processo evolutivo casuale, non possiamo fare a meno di loro. Impollinano oltre i due terzi dei frutti e degli ortaggi, ovvero molto di quanto ci impedisce di morire di fame; hanno vita dura e breve, circa sessantamila in un alveare, tutte imparentate. Le femmine ("operaie", fanno quasi tutto loro) svolgono le preminenti funzioni riproduttive e gerarchiche, i maschi (fuchi) oziano e muoiono dopo aver fecondato la regina. Quando lo incontriamo, il protagonista soffre di amnesia dissociativa e ci mette un po' a ricordare come mai percorreva la Via delle Bare (il titolo inglese, Coffin Road) e cosa ha a che fare con le api. Narra l'improvviso enorme smarrimento in prima persona al presente, come ad alta voce; la storia avanza come disvelamento parallelo per se stesso e per i lettori. Emergono così due altre figure rilevanti, anche loro all'oscuro della sua identità: da una parte l'irrequieta figlia 17enne Karen, convinta che sia morto già da quasi due anni; dall'altra il non più giovane calmo sergente Gunn della stazione di polizia dell'isola, quasi convinto che comunque sia pure un assassino, visto che poi nel faro trovano anche un cadavere fresco. Il loro parallelo percorso investigativo è narrato in terza persona al passato, alternandosi col protagonista, con aggressioni e morti, intreccio e ritmi da buon giallo, ecothriller o "verdenero" che dir si voglia. Non mancano parole e frasi in gaelico, sono posti dove andare! Karen seleziona Marilyn Manson. Per provarci si serve dello syrah australiano, viola scuro. Caol Ila è l'ottimo whisky isolano.


L'ultima bambina d'Europa, Francesco Aloe,Alterego, 2017

Da Nord a Sud, Italia meridionale. Non molti anni dopo ora. Qualcosa è accaduto là fuori, nel nostro continente. In poco tempo un intenso cambiamento climatico ha trasformato l'Europa rendendola invivibile: troppo fredda, ampiamente ghiacciata, lambita da un mare radioattivo, scossa da terremoti ed eruzioni continui, da venti piogge incendi nebbie in siti inconsueti. Città e strade sono stati abbandonati, non funzionano mezzi di trasporto, tutto risulta divelto e deserto, l'unica alternativa sembra sia riuscire a fuggire in Africa, senza bagagli e trovando oro o pietre per pagare il trasbordo agli scafisti. Ma i sopravvissuti sono pochissimi, si riesce solo a camminare verso sud, cercando acqua e residui di cibo nel dissesto generale, con il rischio dei predoni e dei "soldati" del Reggimento Verde. Da qualche mese una famigliola sta costeggiando l'Adriatico, ora si trovano fra Puglia e Basilicata, ormai è autunno e tentano comunque di spostarsi a piedi verso la Calabria, lo stretto, la Sicilia, in tutto dovrebbero fare ottocento chilometri. Sono un uomo con la barba, una moglie vegetariana incinta (ormai circa al sesto mese) e la loro figlia bionda di 8 anni, Sofia, magri sfiniti sporchi acciaccati. Ricchi solo dei ricordi di tempi felici (il concepimento era avvenuto subito dopo la fuga, in una notte di stelle cadenti, sulle rive del lago di Suviana nell'Appennino bolognese) incontrano altri profughi, killer, tanti morti isolati o in fosse comuni. Continuano a scappare, a ripararsi in qualche modo, a marciare. Sarà dura.

Il giovane promettente direttore editoriale Francesco Aloe (Catanzaro, 1982), già autore di buoni romanzi, si cimenta con un genere spesso chiamato Climate Fiction. La sostanza del cambiamento climatico descritto è improbabile a breve e medio termine, a Nord tende a diventare più caldo. Vero è che, una volta innescato il riscaldamento globale (di origine antropica), si susseguiranno sempre più eventi meteorologici estremi, dinamiche non cicliche, svolte inattese e repentine, effetti imprevedibili. E lo scenario proposto dal libro sarebbe un'apocalisse straordinaria e terribile per noi, ma è da decenni l'apocalisse ordinaria e terribile di milioni di persone in fuga dai cambiamenti climatici dell'Africa subsahariana e di altri parti del mondo. Basterebbe ascoltare o leggere i loro drammatici racconti (quando sopravvivono)! Dovremmo pensare a ogni ragazzino e a ogni nucleo familiare che arriva dall'Africa come se domani fossimo noi costretti a salvare altrove "L'ultima bambina d'Europa" (da cui il titolo): gli sconvolgimenti sociali ed emotivi, i pericoli e gli orrori di un viaggio senza niente dietro (né beni né abitudini), il futuro del tutto incerto e i desideri da affidare al vento. Ci sono ragioni e sentimenti nella toccante narrazione, in terza fissa sul padre. Il rum ha un odore pungente, è un piacere da dimenticare, meglio barattarlo.


Il presagio, Anne Holt, Traduzione di Margherita Podestà Heir, Einaudi, 2017 (orig. 2012?)

22 luglio 2011. Oslo. Mentre polizie e ambulanze si dirigono a Utøya dove Breivik ha appena ucciso 69 giovani laburisti tra i 14 e i 20 anni, sta per svolgersi una festa di ragazzi e ragazze e la 43enne Johanne arriva per aiutare i preparativi, la padrona di casa era sua compagna di liceo e da un po' l'aveva persa di vista. La trova in soggiorno col marito, ha in grembo il cadavere del figlio Sander, caduto dalla scala. C'è qualcosa che non porta, si indaga. La narrazione (in terza) tratta con acume e tragedia varie storie di violenza, concentrandosi sulle troppe domestiche subite dai minori, contro alcune delle quali non facciamo abbastanza. L'ottima norvegese Anne Holt (Larvik, 1958), laureata in legge, giornalista dal 1984, avvocato dal 1994, ministro della giustizia nel biennio 1996-97, ha pubblicato quasi una ventina di gialli, cinque per la serie Johanne Vik, il primo nel 2001. "Il presagio" è l'ultimo, bellissimo (originale del 2012, anche se in varie sedi si cita il 2010).


Cattivi maestri, Giacomo Panizza, EDB, 2017

Lamezia Terme. 1976-2002. Una parte della Calabria era ed è zona "mafiosa". Don Giacomo Panizza (Pontoglio, Brescia, 1947) vi arrivò dal Nord nemmeno 30enne prete di frontiera, diede vita a una comunità autogestita con disabili, Progetto Sud. Insieme decisero di gestire un palazzo confiscato e don Giacomo fu testimone di giustizia contro un clan. La 'ndrangheta, per bocca di capo clan locali, lo condannò a morte; dal 2002 vive sotto protezione. Ha raccontato esperienze e storia in vari volumi. Ora per Centro Editoriale Dehoniano spiega quale è "la sfida educativa alla pedagogia mafiosa": fare i "Cattivi maestri". Le organizzazioni criminali conoscono il territorio, svolgono opera di mediazione sociale mentre accumulano e redistribuiscono ricchezze, esercitano un dominio anche con le armi usando profittevoli cultura e strumenti della società capitalistica. Il bel volume inizia con un "elenco delle cose che mi piacciono del Sud" e ha una toccante prefazione di Fofi.


Negli occhi di chi guarda, Marco Malvaldi, Sellerio, 2017

Poggio alle Ghiande, Maremma. Maggio 2017. L'umanista filologa archivista vegetariana fumatrice Margherita Castelli telefona allo scienziato medico genetista triatleta salutista Piergiorgio Pazzi. Avevano avuto una bella storia quando erano entrambi ricercatori a Pisa; poi, cinque anni prima, lei lo aveva lasciato per una relazione con un uomo sposato. Da allora non si erano più sentiti, finché non lo aveva chiamato per una prestazione (professionale). Margherita, capelli fucsia, occhi verdi, culo michelangiolesco, lo aspetta alla stazione di Campiglia Marittima per condurlo in Honda CBE 600 RR a dieci chilometri di distanza, nella tenuta del marchese di Poggioponente dove lui dovrebbe vedere due fratelli omozigoti sessantenni, vissuti per quasi quarant'anni nello stesso posto facendo lavori completamente diversi. Sono Alfredo e Zeno Cavalcanti, comproprietari al cinquanta per cento della tenuta e forse intenzionati a venderla a una holding cinese, se si metteranno in qualche modo (tecnico) finalmente d'accordo. Nati a Casteldelpiano il 20 marzo 1958, eterosessuali dagli occhi neri e dall'aspetto simile (occultato da scelte divergenti), appaiono decisi e determinati in termini opposti: Alfredo vorrebbe proprio disfarsene, Zeno no. Alfredo è uscito alla luce della vita propria 15 minuti dopo Zeno, stava più in alto nel ventre della madre, è considerato dunque il primogenito, affascinante concreto educato, barca corta curata, fa il broker nel campo della finanza, squalo in doppiopetto quasi sempre a Milano coi fast food. Zeno è un critico e collezionista d'arte, magnetico esoterico stravagante, barba fluente e treccia da druido, placido in fattoria col cibo buono; Margherita lavora per lui e ora ha di nuovo il cuore libero per Piergiorgio, chiamato per contare i telomeri. Il fatto è che il custode ottantenne (uscito dal manicomio nel 1978 con un regalo di Antonio Ligabue) viene ucciso.

Ancora un delizioso noir di gustoso intrattenimento per il chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974), Sellerio per i romanzi di genere (per la serie del Barlume finora sei 2007-2016 con dieci racconti, non seriali altri quattro 2011-2015), multimediale per i saggi scientifici. Il titolo fa riferimento a una convinzione di Zeno mentre illustra una riservata collezione di opere che non tutte piacciono a Piergiorgio: riconoscere "la bellezza" è un punto di vista personale, la deve trovare chi guarda. Questo è anche il senso delle scelte stilistico sensoriali della convincente narrazione: l'autore usa la terza persona varia al passato e intervalla di continuo argute riflessioni scientifiche ed emotive su molecole, geni, vista, olfatto, udito (più che su gusto e tatto). Molto ruota intorno al tranquillo e remissivo, insieme ironico e smagliante professore 33enne, figlio di ferroviere, appena divenuto associato, maniaco dell'ordine e della pulizia, magro, col cranio rasato e la barba, tifoso della Fiorentina e delle vacanze all'Elba, ancora invaghito dell'indimenticabile Margherita. Ma c'è ampio divertente spazio per tutti i personaggi: il devoto uomo delle pulizie polacco Piotr, gli investigatori ufficiali, il furbo ingegnere immobiliarista e il simpatico architetto che devono gestire l'affare della vendita, i vari affittuari degli appartamenti annessi alla tenuta: la Verde chimica in pensione Giancarla, il Rosso meccanico di box di Formula 1 Riccardo Maria, la Blu casalinga 50enne neo-abbandonata dal marito Anna Maria, l'anziana coppia Gialla flautista-direttore d'orchestra ed ex modella violinista. E non manca un riferimento sia a Nero Wolfe sia allo strano vicequestore romano che, nonostante il nome, non sa stare agli ordini. In copertina c'è un manifesto pubblicitario del Tocaji, all'interno i due innamorati si godono un Franciacorta da sessanta euro. Qui, senz'altra musica!

Con parole precise. Breviario di scrittura civile, Gianrico Carofiglio, Laterza, 2015

Italia. Dall'inizio della scrittura in avanti. La citazione d'apertura è di Primo Levi: "Abbiamo una responsabilità, finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno". Carofiglio, ex magistrato ed ex senatore, da quindici anni è divenuto pure uno dei migliori scrittori italiani (romanzi, racconti e saggi di vari generi). Qui fa tesoro di tutte le proprie autorevoli esperienze d'uso delle parole per andare a segno e riesce a insegnarci molto, con semplicità e acume. Dopo il prologo sul linguaggio condiviso come primario contratto sociale, seguono undici capitoli di analisi di testi, citazioni specifiche, esempi concreti e consigli sapienti per riuscire a "dire la verità", lasciando all'epilogo gli spunti su cosa sia la verità, per concludere con note e approfondimenti bibliografici e il multidisciplinare indice di nomi. All'inizio si accenna anche alla fiction: le parole sono decisive per poesie e romanzi, l'imprecisione può spesso essere deliberata e geniale, evocare ed emozionare sono compiti primari, nel poliziesco appare obbligatorio occultare seppur onestamente. Comunque anche queste scritture devono avere una loro coerenza narrativa, produrre un (qualche) senso. Ben presto la riflessione s'indirizza e concentra sulle lingue e sulle professioni del potere: giuristi, politici, legislatori e amministratori. Nel territorio dei doveri e dei diritti collettivi le parole possono appunto manipolare chi le subisce, ci vogliono assoluto rispetto e attenzione per gli altri, in particolare per la metafora, forma del pensiero e figura retorica, ben più potente (ed enigmatica) della similitudine. Berlusconi è spesso richiamato, insieme ad altre personalità come Bersani e Renzi. Il fatto è che le metafore devono aiutare a capire, non affermare supremazie, e che la democrazia vive di parole precise.

Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) già nel 2010 aveva fatto un'incursione, erudita e affascinante, nei mondi della "manomissione delle parole". Qui riprende e approfondisce quel discorso con un compendio agile e sintetico rivolto innanzitutto ai destinatari delle parole affinché impariamo tutti ad ascoltare e leggere meglio. Per capirci: quando partecipiamo a una riunione è chi convoca che deve garantire esiti non predeterminati e chi introduce che determina la qualità della discussione. Farsi capire è un dovere e capire è un diritto. Doveri e diritti richiedono impegno, fatica, tempo. Facciamo caso alle parole superflue, all'abuso di avverbi, ai sostantivi astratti, ai verbi generici, alla forma passiva che sterilizza, al latino e all'inglese inutile, agli pseudotecnicismi, all'eccessiva lunghezza delle frasi, all'ordine nella cura della sintassi, soprattutto a chi ci rivolgiamo, e con quale obiettivo. Scrivere vuol dire anche rileggere e riscrivere, rendere la propria comunicazione precisa ed essenziale, chiara e corretta. L'autore cita molti grandi scrittori, filosofi, linguisti, giornalisti e, raramente, dialoghi e passaggi di propri romanzi. E fa innumerevoli esempi di frasi contenute in leggi e decreti vigenti oppure in atti giuridici (come pure nelle trascrizioni delle intercettazioni e negli articoli di giornale) di quasi impossibile comprensione e attuazione. Sapere (e non saper) manipolare forma e linguaggio può implicare manipolare pensiero e contenuto, consenso e democrazia. Vengono presi seriamente in esame comitati e manuali di scrittura. Purtroppo non si sa bene chi deve può vuole insegnare a leggere e scrivere bene (con lealtà) nella scuola e nelle istituzioni, sapendo qualcosa di neuroscienze. E ancora non si è riflettuto abbastanza sui meccanismi oggettivi (nel giornalismo e in politica) che ostacolano chiarezza e lealtà, quanto sia preferibile per alcuni protagonisti scrivere male (per vendere copie o conquistare voti, per esercitare il proprio potere), con un'ambigua slealtà che non si paga. A futura memoria anche delle proprie relazioni personali.


Le 10 mappe che spiegano il mondo,Tim Marshall, Trad. Roberto Merlini, Garzanti, 2017 (orig. 2015 Prisoners of Geography)

Pianeta Terra. Ieri oggi domani. Da sempre l'ambiente fisico e il contesto geografico condizionano scelte e sentimenti, le dinamiche storiche individuali e collettive. Fiumi e montagne, deserti e mari, ciclo delle acque e clima hanno influenzato vicenda politica e sviluppo sociale dei popoli, guerre e poteri del passato e del presente. Tutto ciò è noto come "geopolitica", il rapporto tra fattori geografici e relazioni internazionali. Eppure spesso i confini degli Stati non sono stati tracciati tenendone conto, sia per la violenza esterna di singoli invasori "a prescindere" sia per l'artificiosità di linee imposte da potenze coloniali oltretutto "ignoranti". La geografia e la storia dello sviluppo delle nazioni risultano cruciali per capire il mondo come è oggi e come potrebbe configurarsi in futuro. Partiamo da dieci mappe, interconnesse, il cui insieme fa l'atlante globale (o quasi): Russia, Cina, Stati Uniti, Europa occidentale, Africa, Medio Oriente, India e Pakistan, Corea e Giappone, America latina, Artide. Si comincia dal paese più grande (oltre 17 milioni di chilometri quadrati, 11 fusi orari) la cui profondità strategica senza montagne a occidente (una pianura dalla Francia agli Urali ha reso possibili svariate invasioni) e senza porti su acque temperate (la mancanza di accesso alle rotte commerciali più importanti ha imposto costi e compromessi) ha inevitabilmente finito per prevalere sull'ideologia di chi ha guidato il paese, zarista o comunista o neocapitalista. La geografia è sempre stata una "prigione" da cui gruppi umani e leader istituzionali hanno spesso faticato a evadere. Tutti i problemi e i conflitti quotidiani non ne prescindono. Per ora è inutile illudersi troppo sui diritti umani e sui valori occidentali.

Il bravissimo colto giornalista e analista inglese Timothy John Tim Marshall (1959) ha scritto un libro prezioso per orientarsi fra le "notizie" internazionali di questi anni con lungimiranza sana e spirito critico, verso quanto è già accaduto, quanto leggiamo e vediamo di giorno in giorno e quanto probabilmente accadrà. Il volume contiene oltre una 15ina di mappe in bianco e nero che combinano barriere fisiche e statuali, all'inizio dei capitoli e qualche volta anche dentro, oltre a una finale discreta bibliografia essenziale. La narrazione è accurata, piena di spunti (pure terminologici e culturali), briosa e competente, con riferimenti trasversali in ognuno dei dieci capitoli a caratteristiche geografiche (e abitabilità degli spazi), storia moderna e contemporanea, confini sui quattro lati, demografie e migrazioni antiche recenti prevedibili. Si arriva infine al Mar Glaciale Artico (14 milioni di chilometri quadrati), scosso da cambiamenti climatici che lo renderanno crocevia migratorio per nuove rotte e patrimonio energetico pericolosamente sfruttabile, forse in modo più condiviso. L'autore ci induce a riflettere meglio sulla discutibile presunzione d'onnipotenza (anche tecnologica) degli umani sapienti ed è cosa buona e giusta: gli ecosistemi sono variabili indipendenti e permanenti. Marshall raggiunge il suo obiettivo, pur se non tutte le scienze sono tenute in debito conto: di biologia e fisica poco si parla, si allude solo vagamente all'evoluzionismo e ad alcuni importanti aspetti dell'ecologia (le relazioni fra specie, i relativi equilibrio e resilienza, i limiti planetari ora raggiunti o sfiorati), sono rari i cenni alla storia prima dell'imporsi delle potenze navali, le mappe sono funzionali ma "povere" e non all'altezza della trattazione scritta. Da leggere e meditare.


Non lasciare la mia mano, Michel Bussi, Alberto Bracci Testasecca, E/O,2017 (Orig. Fr. 2013)

Francia, Saint-Gilles-les-Bains, Isola della Réunion. 29 marzo - 1 aprile 2013. Josapha Sofa Bellion ha sei anni, disincantata figlia di Liane e Martial, capelli biondi e occhi azzurri, adorabile peste, intelligente appassionata volitiva. Liane Armati, bibliotecaria a mezzo tempo, è la più bella donna dell'hotel, bionda, lattiginosa, lentigginosa, esile, allegra, di classe. Martial aveva già vissuto sull'isola, ora è custode di palestra in un piccolo comune della regione parigina, muscoloso e abbronzato, sono sposati da cinque anni. Sofa sta facendo la smorfiosa coi braccioli in piscina quando la madre svanisce. Era salita un attimo in camera, il padre l'aveva raggiunta, un'ora dopo lui affranto ne dichiara la scomparsa, nella stanza manca un coltello e sono evidenti gli schizzi di sangue. Poche ore dopo i primi interrogatori, quando vari indizi convergono sulla colpevolezza del marito che sta per essere arrestato pur non essendo stato rinvenuto il cadavere, anche papà e figlia scappano e riescono a non farsi più trovare. Li braccano ovunque con perquisizioni e posti di blocco, all'inizio sotto la guida della locale giovane comandante della brigata di gendarmeria, Aja Purvi, meticcia zarabe (padre di origine indiana e religione musulmana) e creola, lunghi capelli neri e occhi a mandorla, laureata in Giurisprudenza a Parigi, sposata con il perfetto maestro Tom, due figlie, piccola nervosa ambiziosa tenace, coadiuvata dall'irregolare vecchietto sottotenente Christos innamorato della curiosa arrapante Imelda. Vari muoiono, la matassa risulterà dolorosa e difficile da sbrogliare.

Il professore di geografia all'università di Rouen (Normandia) e direttore di ricerca al Cnrs francese Michel Bussi (Louviers, 1965) continua a scrivere ottimi gialli senza protagonisti seriali in ecosistemi sempre molto biodiversi e originali. Grande oltre 2.500 chilometri quadrati con quasi un milione di abitanti (5 deputati all'Assemblea Nazionale), la frastagliata isola tropicale Réunion fa parte dell'arcipelago delle Mascarene nell'Oceano Indiano, dipartimento francese d'oltremare a est del Madagascar non lontano da Mauritius, una meraviglia per le vacanze, piena di turisti soprattutto durante la settimana di Pasqua. Immigrazioni plurime e diacroniche ne hanno fatto un guazzabuglio etnico, attira godurioso turismo per il vulcano e i 207 chilometri di costa, le foreste tropicali e le barriere coralline. Vi si svolge un'accorata caccia all'uomo di 50 ore e verrebbe voglia di visitare ognuno dei centri urbani e dei siti naturali citati. La narrazione è in terza varia al presente, emerge la sensibilità evoluzionistica dell'autore, sia quando parla delle specie animali presenti più o meno estinte (come il tenrec o il papangue, il tec-tec, il dodo), sia quando usa termini e modi di dire del posto. Il titolo (anche francese) fa riferimento alle paure della bambina (per suggestione o rischio pratico), che si rivolge accoratamente al papà (talora in prima), pur non sapendo se abbia davvero già ucciso la mamma. Frequenti i richiami normanni e Monet non manca mai! Vino di Cilaos e rum alla nespola giapponese (anche lo Charrette andrebbe benissimo).


Cinemascope. Un delitto alla moviola per Greta e Marlon,

Erica Arosio e Giorgio Maimone, Tea, 2017

Milano. Autunno 1963. Lo stesso giorno dell'assassinio di John Fitzgerald Kennedy, di notte muore il ricchissimo industriale 50enne Edilio Borghini, lo conoscevano tutti: proprietario della Frost (elettrodomestici), di squadre di pallacanestro e ciclismo; cineasta dilettante attivo nella produzione di film e protagonista di attività benefiche e culturali; sposato con una nobile e molto attivo sessualmente altrove. Lo trova una sua pupilla di successo, la splendida affascinante carismatica Francesca Pagliani, alta 24enne, nata a Sion e scappata a Milano per frequentare l'Accademia dei Filodrammatici con Calindri, capelli mossi castano chiari (quasi bionda). Il cadavere penzolava nudo da una fune attaccata al soffitto della camera da letto, i polsi con leggeri segni rossi di legacci da gioco erotico, uno sgabello gettato lontano nel disordine generale (foto, libri, avanzi di cibo e alcol, stecca di sigarette, cinepresa accesa senza pellicola, pizze di altre registrazioni), tutto per aria e nessuna lettera d'addio. Il fatto è che Francesca era la fidanzata pubblica di Edilio ed è da qualche mese in amore privato con il 43enne Mario Marlon Longoni, ex partigiano, ex pugile, comunista e ateo, possente e invaghito, con il quale ha trascorso la notte, prima di correre all'appuntamento con l'uomo ora morto. Marlon è il braccio destro (colto investigatore di strada) dell'avvocata penalista 38enne Greta Morandi, si conoscono da sempre (con stima e affetto) e collaborano da almeno tredici anni, avendo già brillantemente risolto i due famosi casi Visconti e Giuditta. Francesca telefona subito a Marlon che corre sulla scena del crimine con il sodale Alberto e avvisa Greta, mentre ormai sta arrivando la polizia. La Triade non c'entra con il nido di vipere della famiglia Borghini, morranno vari altri prima che si riesca a trovare un filo di senso nel giallo di Francesca.

Terzo bel romanzo di genere per il duo di collaudati giornalisti milanesi Erica Arosio (pariniana filosofa estetica, da "Gioia") e Giorgio Maimone (berchettiano musicologo poetico, dal "Sole 24 ore"), in terza varia al presente su chi investiga, anche se nella seconda parte irrompono un paio di prime persone, in corsivo la donna a sorpresa. Il titolo è connesso al permanente desiderio dell'industriale morto di fare il regista e alle sue piccanti esperienze dietro la macchina da presa (le pizze prelevate da Marlon accanto al cadavere, senza dire niente alla polizia). Le solite appendici a Varenna e in Svizzera non inficiano il ruolo di protagonista assoluta per Milano (gli anni di Scerbanenco), descritta nei minuziosi particolari di quel fertile periodo: strade, palazzi, ritrovi, spettacoli e personalità dei vari mondi (musica, cinema, televisione), tanto che in appendice c'è la mappa della città per una passeggiata attraverso i luoghi della narrazione. Per certi versi si tratta di un vero e proprio romanzo storico: non a caso ognuno dei 48 capitoli (dentro sette parti che corrono lungo trenta giorni, con qualche intervallo nel passato) ha il titoletto tratto dai più bei film del cinema noir, quel genere inventato, sviluppato e tematizzato proprio negli anni quaranta e cinquanta. L'indagine nera corre parallela alle cronache rosa e viola dell'intero equipaggio dello studio Morandi (con qualche dialogo a rischio di fumetti o macchiette): ben presto Marlon scopre che potrebbe essere padre del piccolo Vladimiro, Greta possiede qualche mese per mantenere fisica la torbida relazione con l'avventuriero Tom (ai domiciliari ancora per poco), la vecchia segretaria è sempre più inacidita, la nipote di Greta ha iniziato Legge e aiuta in ufficio oltre che manifestare con gruppi e movimenti comunisti, il baffuto collaboratore fornaio Alberto conquista tutte le donne che gli capitano a tiro. Vari vini rossi e bianchi, molto rum. Parole e musica dei grandi cantanti italiani dell'epoca, jazz e Chet Baker per Marlon.