LEGGERE IL NOVECENTO

QUANDO INCONTRAI LA POESIA DI ANNA MALFAIERA

di Francesco Paolo Memmo

Testo/testimonianza letto da Francesco Paolo Memmo il 17 maggio 2017 a Fabriano in occasione del ventennale della scomparsa di Anna Malfaiera.

Non ricordo quando ho conosciuto Anna. Voglio dire: la data, il luogo, l'occasione. Ho provato anche in questi giorni a recuperare qualche frammento di memoria, ma inutilmente. Certo sono trascorsi molti, moltissimi anni; fa impressione dire: quasi mezzo secolo, ma è la verità. uqualche coordinata

Ricordo perfettamente, invece, quando, prima ancora di conoscere lei, ho incontrato la sua poesia: nel 1972 già collaboravo al Supplemento Libri di "Paese Sera"; non recensivo, se non saltuariamente, la poesia (il titolare era Dario Bellezza), ma ugualmente mi portavo a casa tutti i libri che si accumulavano in redazione. Un giorno mi capita fra le mani un volume che non poteva passare inosservato: intanto per le dimensioni, che non erano quelle di un libro di poesie ma piuttosto di un libro d'arte (e infatti era un libro d'arte, con gli inquietanti disegni di Valeriano Trubbiani);

poi per la strana copertina a sfondo giallo, con un disegno ancora più inquietante di quelli che avrei trovato all'interno; infine perché, a parte il titolo e l'indicazione dell'editore, non figuravano i nomi degli autori; bisognava aprirlo, il libro, e sfogliare due o tre pagine, per sapere che gli autori erano Anna Malfaiera, Luigi Paolo Finizio e Valeriano Trubbiani. Trubbiani era l'autore dei disegni, e va bene, il suo nome lo conoscevo; ma poi c'erano un testo teorico e una serie di poesie.

Chi, degli altri due, era il poeta e chi il critico? Entrambi i nomi mi erano totalmente ignoti. Il libro lo sfoglio pagina per pagina, salto il testo teorico (troppo difficile per me), ammiro i disegni (ho detto inquietanti? Inquietantissimi!), leggo qualche verso en passant, poi c'è la ripresa del testo teorico iniziale, che a maggior ragione salto, e finalmente, arrivato all'ultima pagina, ecco la soluzione del mistero: le poesie sono di Anna Malfaiera. L'altro, Luigi Paolo Finizio, è (l'ho saputo dopo) un importante storico e critico d'arte.

A questo punto, forse, passa anche la voglia di leggerlo, un libro così; basta la sommaria ricognizione compiuta. A me invece la voglia venne e fu immediatamente una rivelazione folgorante: la certezza di avere scoperto un grande poeta.

Tra quei testi uno mi colpì in modo particolare. Non perché fosse più bello degli altri (non lo era, infatti) ma per il motivo che fra poco cercherò di spiegare. Partendo da quello scrissi per la rivista "Galleria" un saggio in cui esaminavo alcuni componimenti (allora) recenti notando in essi la ricorrenza di alcune figure quali l'iterazione, il dubbio, la specularità. L'iterazione era esemplificata dalla poesia di Anna che si intitola Ripetizione dell'atto e quel libro - di cui mi accorgo di non aver ancora detto il titolo - è Lo stato d'emergenza: il terzo di Anna ma a mio avviso il vero inizio della sua carriera poetica. Ancora oggi quella poesia mi sembra per moltissimi versi straordinaria. Sentite:

Va' all'inferno tu e tu e tu e tu

tu con lei tu con lui e tu con l'altro

e l'altra e anche tu va' all'inferno

e tu tu e tu tu tu tu tu tu

e ancora tu e tu e sempre tu

nel medesimo modo quando che sia

e la ripetizione dell'atto e delle parole

e la ridondanza di tutti i criteri

immutabili di comprensione e giudizio

Straordinario davvero questo testo, non solo per la sua intrinseca forza ma anche proprio perché contiene come in una goccia di sangue tutto il DNA della poesia futura di Anna. Qui lei prende definitivamente le distanze da quello che aveva scritto fino ad allora e fonda la propria idea di poesia, il proprio linguaggio cui rimarrà sempre fedele: una poesia martellante, spigolosa, dura, secca, diretta; fatta quasi esclusivamente di pensiero, voglio dire pensiero allo stato puro, senza abbellimenti orpelli barocchismi - e dunque al bando gli aggettivi, tranne quelli strettamente necessari (qui se ne conta solo uno in tutto il testo), bando alle figure retoriche (e poi anche, soprattutto, alla retorica tout court), bando a ogni forma di deteriore lirismo. Del resto, non si aggettiva una rosa, come ci insegna Gertrude Stein, la poetessa che Anna considerava a sé sorella: una rosa è una rosa è una rosa. Nessun compiacimento, dunque, nessuna civetteria, nessuna captatio benevolentiae nei confronti del lettore. Il quale è costretto a un duro corpo a corpo con una poesia che (a parte qualche eccezione - penso, ad esempio. a un componimento più tardo, che si intitola Il trasloco) non si distende nella narrazione, ma si racchiude in se stessa, come a riccio, e sottintende i fatti, il più spesso acri e dolorosi, da cui pure nasce. Insomma, tutto questo mi impressionò, già allora, della poesia di Anna. E su questi elementi ho insistito, negli anni successivi, ogni volta che mi è capitato di occuparmi di Anna, fino alla presentazione che facemmo a Roma, nel '94, presso la Galleria "Il Canovaccio", del suo ultimo libro: Il più considerevole.

Di esattamente vent'anni prima - 1974 - è il saggetto nato dal mio primo incontro con la poesia di Anna; e magari fu proprio così che ci conoscemmo: perché lei mi cercò per ringraziarmi, non so. So che poi nacque una lunga amicizia, una lunga frequentazione: le cene a casa sua, al ristorante cinese di San Giovanni, la partecipazione alle stesse serate di poesia (allora se ne facevano molte, e molte rassegne, negli anni Ottanta-Novanta, a Roma, le organizzava Maria), le chiacchierate sui poeti, sulla poesia, sul senso che ha, che deve avere, l'esercizio della poesia, l'ostinazione e la fatica che occorre per farla.

Fu in occasione proprio di una delle serate di Maria (una in cui eravamo in due a dividerci lo spazio: io e Anna, appunto) che scrissi per Anna una delle mie ultime poesie. L'ho ritrovata fra le mie carte e mi piace leggerla qui, per ripeterle l'omaggio, siccome in tutti questi anni è rimasta inedita. Si intitola La necessità del respiro e mi illudo che possa essere considerato come un piccolissimo saggio in versi:

Con atti opportuni, accertato il probabile,

ostinata ne cerchi la ragione,

rifletti nel tuo spazio, conosci

la fatica del fare, del dire, la coazione

a ripetere che nessuna poesia risarcisce.

Solo la cosa conta, e l'esperienza,

la vigilanza dei sensi che manda

all'inferno il dolore: non lo cancella.

E conta infine la perseveranza,

la resistenza al sonno,

il tuo pensiero che non cessa di pensare,

con cui fai pace e fai guerra

in infinite varianti, in plurime occasioni,

la non significanza sotto tiro,

il ripudio del luogo comune

che ti salva: la necessità del respiro.

Ecco: la poesia come pensiero - l'ho già detto, e l'ho scritto in altre occasioni. Anche per Anna si può adottare la formula creata per definire la poesia di Leopardi (sempre nelle Marche siamo!): pensiero poetante. E poesia come atto naturale di vita, necessaria alla vita come il respiro. E su questo voglio dire ancora qualcosa, ancora ricorrendo all'autobiografia.

Succede che nel 1991 le strade mie e di Anna si incrociano anche editorialmente. Mario Lunetta, che ha sempre accompagnato la poesia di Anna con grande attenzione critica, volle ospitarci entrambi nella collana che dirigeva per uno sciagurato editore di cui si son perse le tracce: "La camera rossa", che propugnava l'idea di poesia materialista per la quale Mario ha speso gran parte delle sue energie. Lì io pubblicai quello destinato ad essere il mio ultimo libro, con cui decisi di chiudere con la scrittura in versi. Si intitolava In via esplorativa, ma ormai per quanto mi riguardava l'avventura esplorativa finiva lì. Il libro di Anna, splendido, si intitolava E intanto dire, e non fu il suo ultimo. Ne seguì infatti un altro, a breve distanza, (Il più considerevole, che prima citavo, nel '93) e tanti altri, ne sono convinto, sarebbero seguiti se di lì a poco non fosse sopraggiunta la morte.

La cosa curiosa è che quel libro (E intanto dire) porta la postfazione di un'altra persona che con la letteratura aveva cominciato ad avere (e non da allora, ma per ragioni totalmente diverse dalle mie) un rapporto, diciamo così, problematico: Giulia Niccolai, dico, poetessa pure lei che, se l'Italia fosse davvero un Paese culturalmente civile, oggi sarebbe conosciuta non solo da un'esigua minoranza di lettori. Giulia Niccolai e Anna erano amiche, ma è difficile immaginare due persone così fra loro diverse non solo caratterialmente ma proprio anche nel modo di scrivere e più ancora nel modo di concepire l'esercizio della scrittura. E infatti in quella postfazione, in forma di lettera indirizzata ad Anna, la Niccolai dice che negli ultimi quattro anni, mentre Anna meditava sulla materia che si sarebbe trasformata nella poesia di quel libro, anche lei meditava, ma in altre forme, avendo scoperto gli insegnamenti buddisti e la meditazione con un Lama tibetano. Per cui, aggiungeva, «mi sembra di poter dire che in questi ultimi quattro anni, sia tu che io non abbiamo fatto altro che meditare, con la sola differenza che, alla fine, tu hai prodotto questo bellissimo libro e io non ho scritto più niente o quasi. Ricordo anche che una volta per telefono mi chiedesti se il seguire gli insegnamenti buddisti, come stavo facendo, non mi rendesse forse la scrittura estranea e impossibile: perché questo, tu, non ti sentivi di poterlo fare, non accettavi l'idea di vivere senza poter scrivere. In effetti, nemmeno io sentivo di poterlo fare proprio perché la scrittura era troppo importante per me. Ma l'essere riuscita a rinunciare anche a questo mi ha reso più libera perché mi ha fatto capire fino a fondo la natura di quel mio attaccamento e quanto esso mi rendesse vulnerabile e ricattabile nei confronti della vita».

Sta tutta qui la differenza tra Anna e me e la Niccolai e Di Stasi (un altro che si definisce ex poeta). Per noi la poesia ha costituito (o costituisce, per chi la pratica: perché graziaddio c'è chi la pratica ancora) un'attività, un gioco (il più sublime gioco dell'intelligenza) o chiamatelo come volete: un arricchimento della vita, certo, ma a cui si può anche rinunciare per qualcosa d'altro o per niente, per sempre o magari solo temporaneamente. Per Anna no. Per Anna la poesia era necessaria alla vita come il respiro. Non è che, come dice la Niccolai, non accettasse l'idea di vivere senza poter scrivere. È che proprio non poteva vivere senza scrivere. Vivere significa dire: e intanto dire. Non servirà a nulla, dal momento che nulla può risarcirci delle ferite e dei dolori e dei lutti che la vita ci riserva, nemmeno la poesia, nemmeno il fare poesia («finché io viva sarò offesa da tutto» è un suo verso bello e terribile), ma: intanto dire. Perché se non si dice non si respira. E se non si respira si muore. E allora non solo vivere significa dire ma anche dire significa vivere. Ed è per questo, e non per altro, che certi poeti - Anna tra loro - continuano a vivere, non muoiono mai.

OMAGGI

MARIO LUNETTA

Per Anna Malfaiera

A marissimi colori d'amaranto

N odi, chiodi, incertezze acuminate.

N ettare sulle foglie dell'acanto

A izzano tue voci incarcerate.

M ordere il freno è un'arte che t'intriga,

A nna, febbrile fabbro fabrianese,

L ungo il verso ch'è teso come spiga

F inché l'ansia non lascia la sua presa.

A bbattuta la tenebrosa diga,

I ndignata col Nulla ed a te irosa,

E sigi che risposte decisive

R endano grazia là dove convive

A lleata la spina con la rosa.

FRANCESCO PAOLO MEMMO

La necessità del respiro

Per Anna Malfaiera

Con atti opportuni, accertato il probabile,

ostinata ne cerchi la ragione,

rifletti nel tuo spazio, conosci

la fatica del fare, del dire, la coazione

a ripetere che nessuna poesia risarcisce.

Solo la cosa conta, e l'esperienza,

la vigilanza dei sensi che manda

all'inferno il dolore: non lo cancella.

E conta infine la perseveranza,

la resistenza al sonno,

il tuo pensiero che non cessa di pensare,

con cui fai pace e fai guerra

in infinite varianti, in plurime occasioni,

la non significanza sotto tiro,

il ripudio del luogo comune

che ti salva: la necessità del respiro.