In Prosa e in Versi - Le parole fra noi

PROVA D’INCHIOSTRO

E ALTRI SONETTI

di Mariano Bàino

Noioso son, e canto de noio

que me fai la rëa çent noiosa.

Girardo Patecchio

-Voyons, qu'est-ce que je veux ?

-Rien. Je suis-t-il malhûreux !

Jules Laforgue

mundus (homeless man)

chiuso il tuo chiuso dentro un cassonetto

conchiglia inconchigliata col suo mollo

fra la calda immondizia, in un brodetto

sapido di primordi finché il collo

ancora umano troppo umano non

lo scannano spirali in giro lento

di un vecchio camion nella notte con

tritarifiuti d'ordinanza ─ il vento,

folate fredde in mezzo allo sfasciume,

fa volteggiare un po' di cartastraccia

fra le baracche sul greto del fiume.

il vento, a due spazzini il cuore agghiaccia

con l'urlo che dà in fondo all'infernale

compattatrice ─ un urlo d'animale.

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t.b.

se ti divento, amore, un vegetante,

lo dico oggi valga per quel giorno,

non troppe menti troppe mani intorno

al mio legno vorrai. sarà importante

non credere per nulla che il restante

soffio nel petto preluda al ritorno

nel vivo della vita ─ quel soggiorno,

dirai per me, sereno o desolante,

è stato. fui. non sono. basta cure.

l'acqua persino è solo accanimento

quando un falò è tutto quel che serve.

l'eutanasia va bene e le presure

degli organi a chi soffre o a dare verve

alla ricerca ─ il resto mare. vento.

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come a paestum

sai, con le gialle pere il tuffatore

si curva, con il folto delle rose

selvatiche, e il paese (le sue ore

d'ocra rossa dentro il lago) ─ le cose

chiudono il cerchio mentre alla mercé

fluida dell'acqua è tutto. così seria

l'acqua. ora un tonfo vi giunge di querce

non fide. noi, ogni tratto d'arteria

un segno inesplicabile oh un gorgo

involontario. basta un mezzo inverno

e i muri sono afoni in un loro

gelarsi dove solo m'incaverno

─ i fiori? non ci sono. o forse scorgo

un gibbo di gaggìe in questo averno

opaco.

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sonetto del secondo mandato di george bush j.

e tu non mi destare, parla basso

mentre impazzano i guasti e la vergogna.

vedere non lo voglio quell'ammasso

irrancidito marcio di carogna

né udire i gas i blobbi quello schiasso

di cadavere morto e con la rogna,

di mercenari inutili al prolasso

finale dello scroto in una gogna.

non ce la faccio manco a dire abbasso.

sempre l'ho detto sempre alla bisogna,

ma ora nel silenzio mi rilasso

─ ventura quasi simile a un trapasso

è l'ombra e mentre fuori tutto infogna

caro mi è il sonno e più l'essere un sasso.

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senza titolo

per la mia mente è davvero incredibile

che tutto venga dopo quel falotico

mondo del mercato. ma non starò

qui nel momento a smidollare gli alibi

di chi voleva raddrizzare i torti

─ alibi nostri, certo, che nell'urto

dell'accaduto ─ quasi la pezzuola

sulla piaga di uno morto male ─

hanno scolato subito. ma pare

che nel silenzio ancora il ringhio sale

della cagna-poesia. al capitale

─ qualcuno ha detto ─ può restare in gola

l'osso senza carne della parola

(avesse l'osso forma di pistola...).

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persuadevole fiore

ma che cocciuto, che invasato il fatto,

costola a costola con la realtà,

con i sogni ben pochi contatti,

solo freddo rigore matematico

─ vuole, in un presuntuoso autoritratto,

dire che ha il vero nel dna

e il mondo gira male, così affranto

dal gravame dell'oggettività.

ma un oggidiano vento carezzevole

libera tutti, ilare anarcoide

del falso-vero: belle foglie uguali

di fiori indistinguibili ─ tant'è

che esalano le cose effettuali

in fluido incanto lieve di fattoide.

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colapesce

(a un mestiere del passato, acquatico e minorile)

ciurmaglia di scugnizzi, scura pelle

magari apparentata con le foche

─ guizzi varî in scandaglio dietro poche

monetine di nichel che le belle

signore incerte, dalle navi (quelle

per ischia, capri: lente, dalle fioche

sirene) gettano in mischia a mai roche

voci. giù insieme. ed il vispo che nelle

atroci acque del porto più vola

e torna sopra il soldino nasconda

subito in bocca, fra i denti e la guancia

─ se non si è attenti e va giù nella pancia

o se ne scappa nel nulla e nell'onda

non è mestiere da pesce nicola.

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le biciclette bianche

non radono la terra. non è più

dato ─ la vecchia città non trapassano

come una nuvola, non vanno giù

dall'alto per la china dove passa

ogni cuore insaziato, col manubrio

che smoda alla labile strada e il classico

dubbio: trascorre la strada o sei tu?

incatenate a un palo, la carcassa

annegata di bianco e quelle armoniche

ruote senza il ronzìo vario dei raggi,

stanno lì, scolorano nella scialba

geografia del mondo, parte di un album

sfogliato a brevi occhiate, quasi comiche

per l'ombra di pietà o la sbadataggine.

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il terzo uomo

(al film di carol reed the third man)

oh, davanti al palais pallavicini

tutta la solitudine di vienna,

si odono andature di assassini

allungare. e che vana una transenna,

anna ─ sul vecchio harry erano chini,

dopo avergli stracciato la cotenna

con l'auto, in tre, non due ─ per i tombini

sotto la josefplatz, nella geenna

delle cloache forse il terzo uomo

ci scende sale sa gli sghembi flussi

del secolo ─ invincibile fantasma

vive con ombre nella bocca il miasma

nel fondo dei polmoni. sa i riflussi

di un tempo che ha le fogne come duomo.

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nighthawks

( nella tate modern; nel quadro di hopper)

alcol, ancora, alcol. che magari

stanotte non fa male, non di più

dei troppi affronti, di te, che scompari

senza preavviso, al solito ─ ma su

non farsi prendere dai nervi, pari

e patta zero è sempre, al fondo. giu-

sto un altro bicchiere uno solo, impàri

a star di fronte al peggio ─ fuori, il blu

intrista in nero l'ora di saggiare

se il peggio può far ridere. o morire.

anche quel barman, curvo, dietro il banco

aspetta, forse, sembra dormicchiare,

ma scruta, te, il tuo male triste ─ uscire

dal bar. ora. ma non. ancora. stanco.

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sonetto carte postale

ti scrivo mentre aspetto alla stazione

di palinuro-pisciotta il mio treno

locale, che non è un battibaleno,

ma puoi farci con calma colazione

e senza il bar, e il restaurant nemmeno.

lasciando stare il tema del cafone

(false vuitton ma niente è di cartone),

trovi ancora chi offre al capotreno

e a tutti i passeggeri un assaggino

di cacio o di caciotta, del salame.

torno da te, dopo un duro confino

di sette giorni ─ ho scritto, sì. ciarpame.

la "sacca di storia lenta", il camino,

non hanno funzionato. e non ho fame.

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tartufo bianco

un improvviso profumo. di frutta

─ morbido viene su dall'inclinato

banco di una bottega ─ l'immediato

ridarsi di un'estate, ancora tutta

quella campagna il cielo quell'asciutta

forza negli alberi. torno incantato

e azzurro mentre proprio accelerato

si fa il passo di chi, con una brutta

grinta al guinzaglio mi precede ─ il cane

ha un po' di fretta, non concede stima

alla speciale vista dell'olfatto

di chi lo segue. peccato. mi adatto

a non fiutare più nulla ma prima

aspiro presso un forno un po' di pane.

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sonetto degli storni e del debito

quest'orribile guano è dunque il conto

del bel mistero che è rimasto chiuso

in voi. e perdonate se si brontola

per sozze piogge e melme, mentre fusi

ci eravamo a quei voli (sono pronti

tanti amici a giurarlo e più la illusa

roma, sparita roma). quei tramonti

speciali, quei sogni, a zigzag, diffusi

come bravate d'aria, quei gomitoli

di stracci o di algoritmi (nostre sole

mappe) cos'erano, un debito, e gli alberi,

ne conoscevano il cumulo, alba

su alba. un debito... all'incirca un sole

che scalda dal momento che è finito.

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plastico d'ape

un'ape fa ritorno all'alveare,

piccoli cerchi grande evoluire

di cella in cella ─ c'è da congioire,

ma ora segnalare solo il nettare

col cerchio a un'altra cella poi ritmare

la danza fino a rendere ben vive

le rotte alle compagne ─ ancora dire

l'annuncio di distanza mentre l'ilare

corpo s'immilla in linee del narrare

pistilli di camelie quelle prime

a schiudersi su cui c'è da puntare

a sciame e adesso è l'ora di firmare

con chiara cifra l'aria ─ da cucire

il nome di nessuno poi virare.

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sonetto del mattopardo

tranquillo te ne stai come un pupazzo

di segatura che scuote la testa

ogni tanto, quel tanto che rispazzoli

i sonagli che in cima fanno cresta.

quel berrettino a punta ha un suono pazzo

─ se il suono senti bene è un po' una festa

del morto o vita che tintinna a cazzica

─ ti dice di un destino cartapesta,

che incarni una finzione di te stesso,

un sogno d'altri ch'è un quadro sconnesso

di fiori, tutti finti, che strapazzi

solo per imitare una protesta

sensifera, di linfe, un breve sprazzo

nulleo nel nulla della luce pesta.

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scacchiera / zugzwang

(ad antonius)

otto colonne e righe e se tu prendi

le linee da sinistra ─ se conduce

la destra il verso a specchio ─ se sei luce

spettrale che attraversa ─ se comprendi

fra algebre il sistema che palude

è a sbiechi alfieri avversi ─ se sorprendi

tu l'altra mente e mentre sali scendi

a lama di rasoio ─ se traluce

la trama sua fra i tagli, le caselle

─ se si accartoccia il fronte, si deforma

il nero bianco quadro come pelle

squarciata, se lì entri, un po' a tentoni

rovisti e sei toccato dalla forma

a sbalzo dell'assurdo ─ se abbandoni.

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giratina vesuviana

né più me lo domando se un mattino

ci rifarà, se un esse emme esse

di un archeologo perso nel vino

chiederà mai ke cose vi successero

miei pompeiani spompati ─ al cammino

ke sale al cono, all' antico scommettere

non ritornate? esiste un più vicino

vulcano, ne saliamo le introflesse

scale di lava in ogni istante, il volto

vestito di una calma vesuviana

─ c'è una ginestra, ma non sembra molto

lenta, odorata ─ no, nella sterpezza,

scontenta dei deserti ha in filigrana

i segni della sete. e la nerezza.

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friendly fire

sulla collina. tutti lì. che dormono

non so con quale pace il sonno loro

e se ha pace chi ha fatto quel lavoro

alle spalle ─ mai visto che uno stormo

di uccelli fa da falce alle sue ali

─ erano oltre, quelli da proteggere

e arsi a fuoco amico, erano fanti,

poeti, umana gente che davanti

si aspettava lo schianto delle schegge

e l'odio ─ strano gas, che frutta agli avidi

di sé una sgombra scena, un po' di alloro

da bavero o da testa ─ e sai, li assolvono,

intanto che ogni storia va al suo gorgo,

santa tattica e in più le sfingi d'oro.

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parkour

il salto del gatto e ti aggrappi al muro

nella non candida mattina, dove

spiritale e solo il tuo corpo muove

in rimbalzo, magra molla sul duro

ambiente del rione, su quel muto

ostacolo a pilastro, e i tubi, i poveri

squadri dei tetti, i lampioni. se piove,

il cappuccio della felpa ─ un canguro

nero, di strada. che plana ─ com'erano

avversi i numi al giro della nascita,

ma quel destino tu a balzi lo lasci

nel salto stesso, te lo inventi piano

piano sulle ringhiere. ogni tua mossa

sfida tutto lo scritto nelle ossa.

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aspettando i barbari

(da kavafis)

come in preda a un prurito il presidente

si è alzato all'alba, e che il tappeto rosso

non sia d'inciampo al grosso piede ossoso

dei barbari. si sa che certamente

arriveranno oggi ─ già non possono

frenarsi le ministre, un'ola ardente

turba il senato inerte. in quell'ambiente

di giorni persi, pensa al paradosso,

faranno leggi i barbari. ma intanto

quasi è vuota la piazza quasi notte

e degli attesi manco una verruca.

tornando dai confini un uomo affranto

dice ormai non esistono ed inghiotte

l'afa nell'aria, si gratta la nuca

nuda.

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le bacheche dei morti

ma sì, capisco, quel povero untore

del cuore insiste coi suoi tocchi, sparge

quasi da ignaro e a scatti la sua coltre

di polvere amorevole: non scorgere

plenaria la morte, ecco, la carne

straccia la si nasconda al disamore

eterno ─ e che non manchi in fondo al carcere

muto di luce una spiga da opporre

all' immutabile morte ─ non muore

però più nessuno: l'epoca... sei

qui per esserci, no? good holiday

solo per poco, non per giorni, ore...

è già pronta sul web la tua bacheca

piena di eventi e inviti, di bazzecole.

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sonetto dell'area 51 o dreamland

ardono oggetti di una luce ambrata

─ luce, tra le montagne del nevada,

ellittica, che pulsa, è alla spianata

della statale, fila in autostrada

verso ovest ─ svanisce, diventata

due globi verdi e piccoli nell'aria

o aerei neri segreti o stellata

traccia d' antimateria che dirada

nel bianco del deserto: cominciata

con dischi somiglianti al mezzo dollaro

l'azione aliena. va a zigzag. sì, gli ufo

per le frangiate palpebre, una bolla

dove la carne sogna ─ sogni il gufo

la stella che è felice mentre crolla.

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2.

Will it alter my life altogether?

O tell me the truth about love.

Wystan Hugh Auden

disamato amante

quella lingua che come un martelletto

clicca la lingua in forme stabilite

dai codici d'amore sembra in lite

con la maschiezza, maschera un lucchetto.

dal tuo baciare io mi disconnetto

e guato nei tuoi occhi d'antracite

un vuoto che chi sa se è mite o immìte.

eppure ti desidero, lo ammetto,

e forse è dopo un po' che ti interessa

darti ad un estro, farti nel rapporto

dark lady dama d'acme diavolessa...

ma temo, sai, di rimanerne assorto,

quiete vedo vorrei tifonessa

─ gli scogli tuoi saranno mai il mio porto?

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la single felicita

sei quasi brutta, ma indicibilmente

amante (e quanto amica del tuo amante?)

─ ti amo sempre, da sempre, ma in niente

questo riguarda te (sarà importante?).

sei quasi bella, ma non ti riguarda

nemmeno quella tua quasi bellezza

da brio negli occhi, che tutto riscalda

insieme alla fulgente attillatezza

delle tue gonne, delle tue camicie

sparse dovunque, ora sul pregnante

libro che insolca il comodino: nietzsche...

tu lo rimediti. ti fa distante,

muta, come morta ─ poi la fenice

torna della voce, rassicurante.

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pendentif

infrange tutto quanto è artificiale

quell'orecchino di corallo, rosso

cuore marino che si plasma uguale

dall'altro lato, quello che non posso

scorgere (il doppio restato leale...).

nello spaiato oscillare, fra il mosso

serpeggiamento incontro la carnale

iddìa, la sola incoronata ─ possano

quei raggi profondarsi ai desideri

di due vite che contano soltanto

quando le mani limpide travolte

fermano l'ora e i coralli, leggeri

ai tuoi lobi (leggeri, quasi quanto

le elitre lì fuori in giravolte).

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valentina

tu sarai forse poco più che un titolo

o solo quello, l'όnoma senz'orma

dentro le cose, sai, da qui l'invito

a cercare altro autore, o la tua ombra

chiama a raccolta, chiedile il più ardito

dirsi. tu ascoltala. fa che non dorma

nel tuo sonetto già a metà finito

(nessuna bella sovvertì la norma...).

ma il tempo credi di mangiarlo ─ libera

incedi, così mezza, in ogni amore

con gli eretti capezzoli di ribes;

anzi da intera, tutta, tu e il pudore

della tua ombra inversa, che alle stelle

con te rabbrividisce, stessa pelle

diafana.

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osceno / sentimental

ehi, senti? mento! è da poeta, in fondo,

però riuscissi a dirlo questo groppo

─ un solo atomo, a muoverlo, e il troppo

sciocco delirio dove per te affondo

sarebbe estremo limite di lingua,

salvezza ─ a me, che osceno come il papa

di de sade che sodomizza un tacchino

sto qui ad amarti mentre si dissangua

il cuore, prosciugato dal tuo napalm,

svuotato per riempirsi di un pochino

di te di un'ora sola del mio oppio

sfumato dalla storia, via dal mondo

─ sessi incrociati sulla sedia a dondolo

bastavano, bastava quel galoppo.

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senza titolo

noi che a vicenda ci tenemmo vivi,

mai per davvero separati, solo

girati a volte di spalle nel bivio

nebbioso tra fiore e fregatura o

nel sonno ─ noi adesso siamo i visi

senza incontro di un giano e sto da solo

con lo spaniel che invecchia sul mattone

tiepido ─ la radice di mandragora

nella veranda sopravviverà

a un transfert interminabile? a ore

in sciame senza l'essere che ha

qui tutto generato? amato dèmone,

se tu ci fossi, con quanta ragione

ti sgriderei per non essere qua.

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un finale

non guarderò di nuovo l'orologio,

il tuo ritardo ha la matematica

entità di quando si è lasciati

non discorsivamente ─ tutto ciò

che mi avvolge in attesa, un quasi estatico

irreale è una scena mia... toh!

nell'arduo riquadro il re nero non

evita lo scacco: sùbito alzàti

i giocatori dell'angolo stretto

alla vetrina del bar ─ la partita

non era dunque perenne, un onesto

errore aspettava da una vita

di venire commesso... cosa aspetto

a scegliere una mossa per l'uscita?