Per la Critica

YVES-JACQUES BOUIN

POESIE ATTORNO ALLA QUESTIONE DEL DESIDERIO

di Mauro Ponzi

Yves-Jacques Bouin articola le sue poesie attorno alla questione del desiderio e di ciò che resta con il passare del tempo. Questione complessa, inquietante talvolta. Gioca molto sulla costruzione linguistica, sulla assonanza tra le parole, costruendo spesso le sue poesie su un binomio di immagini e concetti che si scambiano i ruoli. A volte forza il linguaggio, modificando alcuni modi di dire oppure utilizzando registri bassi e popolari accanto a riferimenti colti con lo scopo di decostruire la comunicazione letteraria tradizionale.

La prevalente vena malinconica dei suoi versi viene corroborata da un'ironia, talvolta feroce, che si esercita proprio sui registri linguistici. Bouin è attento alla materialità della costruzione linguistica e anche alla corporeità dell'esperienza vissuta. In lui il desiderio, l'amore, il lutto hanno un aspetto concreto, corporeo che evoca poeticamente la materialità dell'io scrivente così come quella dell'oggetto del desiderio o della perdita. Spesso l'architettura poetica è programmata in un progetto comunicativo che prosciuga il testo di ogni sentimentalità, nonostante Bouin usi molto spesso materiali "caldi". Anche dal punto di vista grafico - almeno nelle poesie qui pubblicate - Bouin sottolinea il carattere costruttivistico, diciamo poco lirico, delle sue composizioni che sembrano brevi prose. Sembrano, solo perché disposte in una griglia diversa dai versi sciolti. Ma, come detto, è solo un espediente tipografico per sottolineare uno dei principi portanti della sua poetica. Non dipende solo dal fatto che l'autore ha viaggiato molto o dal fatto che ha organizzato molti incontri con poeti stranieri se un aspetto importante della sua poesia consiste nella rappresentazione della natura. Ma in lui i paesaggi perdono la loro specificità e diventano un confronto diretto col naturale, con ciò che non è metropoli, con un topos abbastanza inusuale nella poetica del moderno perché lontano mille miglia da qualsiasi descrittivismo e da qualsiasi istanza bucolica. E tuttavia le sue poesie rappresentano un viaggio, un itinerario nello spazio e nel tempo che assumono una dimensione astratta: il tempo e lo spazio dell'epoca moderna con cui l'io-scrivente si confronta con tutta la malinconia che questo comporta, ma anche con tutta l'ironia che finisce per decostruire lo stesso io scrivente.

Yves-Jacques Bouin

Poesie tradotte da Mauro Ponzi

CONDURRE

Chi ci dirà la via delle mani verso i corpi, gli inviti? Chi ci mostrerà la via delle mani verso le mani? Le mani che si annodano, si liberano per i corpi, le carezze. Le mani per dare la morte, le mani per mettere al mondo; e la stessa dolce applicazione, la stessa attenzione minuziosa. Le mani per le passioni.

Chi ci dirà l'abbandono delle mani all'orizzonte degli addii, e quando trattenere e quando lasciar andare le mani che tengono nelle loro palme, in ogni secondo, le palpitazioni del mondo?

Chi ci dirà il giorno in cui la mano trova infine il suo posto in un'altra ed è l'eternità toccata con le dita?

E nel gesto di congiungere le mani, l'ignorante aumenta il silenzio di una preghiera e lascia andare.


ATTRAVERSARE

Vado di città in città. Straniero a ciascuna. A quelli che incontro dico buongiorno come si direbbe buon viaggio. Non mi fermo o molto poco: giusto il tempo di un pasto, di un hotel, di alcune vie attraversate passeggiando dietro la tenda tirata della pioggia o lo sguardo acceso del sole. È una pausa, ma talmente carica di ignoto, di sorrisi, di dolcezza, che obbliga a partire presto. Un passaggio veloce, come una carezza o un schiaffo, vivo come il salto da una riva all'altra la mano tesa. L'istante che colma per la sua brevità.

Una forma di orgasmo.

Si tratta dell'amore che non ritornerà, della volubilità fluida, come andare sul marciapiede di fronte, passare su un ponte, cambiare locale, prendere un bicchiere al banco. Una specie di visita durante la quale si resta in piedi, col cappotto appena sbottonato, con il desiderio impossibile di restare.

Si tratta della vita a pezzi, ma che prende carne dal fondo dei ricordi. Della vita che non si cancellerà esattamente perché è senza domani. Della vita fissata sulla carta sensibile dell'immaginario. Della vita che pende dalle mie labbra, della vita tagliata in tempo e che viene prolungata sui reticoli del sangue.

Ciò che là mi viene donato lo devo restituire agli altri centuplicato, altrove. Vado di città in città. Lentamente gli aneddoti della viandanza diventano le leggende della solitudine.

È una felicità precaria per l'infinito che bisogna saper afferrare nelle mie città; scivola sotto i miei passi secondo la fatica di ogni giorno.

È l'amore che non ritornerà.

VENIRE PARTIRE

Continuate senza di me. Continuate ciò che è stato iniziato senza conoscermi e proseguirà al di là di ogni immaginazione. Continuate senza di me, là dove avrò preso la parola con veemenza e ignoranza, dove avrò preso il passo, per un breve istante, sul ritmo delle cose, là dove avrò voluto porre l'impronta di uno sguardo o di un respiro. Continuate senza di me, io svolto l'angolo. Comprendersi non dura che qualche istante. Il seguito ci sfugge. La vita ama ciò che esplode. Io cedo il posto. E voi cedete il vostro. Noi di cui si cancellerà così rapidamente la traccia mentre abbiamo fatto ed abbiamo sfidato la vita. Continuo senza di voi mentre vi allontanate - forte crediamo - e il posto resta vuoto. Da afferrare. Continuate senza di me questa conversazione appena iniziata da secoli e che parla solamente di amore. Continuate senza di me, io svolto l'angolo. Grazie. Grazie quando abbiamo saputo appagarci e quando abbiamo aumentato i nostri dolori senza saperlo. Ciò che rimane impresso nei cuori non ci appartiene. Porto in me il vostro sorriso e il vostro respiro come voi porterete forse il mio viso e la mia voce. Dobbiamo separarci. Amiamoci anche all'orizzonte. Continuate senza di me: mi assento per qualche tempo, chissà ...

VARCARE

A volte, solo le voci fanno l'amore. All'altra estremità del filo della conversazione, prendiamo la strada più lunga, il più astuto piacere della più lunga strada delle parole per dire delle cose semplici. E non è più solamente il senso che colpisce nel segno, ma il grano della gola che si mischia nel solco delle frasi, la loro forma piena, la loro agilità sottile; dolce armonia delle note che suonano nel cavo delle sillabe come confessioni senza che niente sia detto. Ci sfioriamo con la voce: carezza che colma la distanza e il desiderio, dall'altro capo del filo della conversazione che una pausa, un'esitazione, un respiro prolungano.

Ponte delle voci che si lanciano al di sotto del silenzio e abbraccia la distanza e attraversa gli esseri.

Le orecchie si avvolgono ai sorrisi che si stagliano tra le linee e orlano l'attesa delle parole.

Sulle labbra tutti sogni si confondono.

Qui è tutto già talmente sull'altra riva nel tocco delle voci.


DIMORARE

Il fiore che la sera si racchiude, ma il suo profumo. Il sole che d'improvviso sparisce, ma la notte. Le strade che di pari passo si svuotano, ma la solitudine. La vita che dolcemente si ritira, ma la luce.

All'interno

Le tende che si chiudono, ma la memoria. Qualcuno spegne una lampada, ma il respiro. I volti spariscono, ma le carezze. L'ultima parola d'amore in un respiro, ma il silenzio.

All'interno

Allorché tutto cessa, una presenza dimora; ma chi sa accoglierla al fondo di sé come un sorriso che non finisce?

Nel segreto delle poesie

ci sono degli incontri


Elogi

Elogio delle lacrime

(In memoria di Colette Niollet)

Il loro silenzio scivola lentamente sulle guance; le lacrime non hanno altre rive. La loro fonte, gonfia delle violenze e delle dolcezze del giorno, lascia sgorgare i riflessi che brillano come perle al margine di un desiderio per sparire in fila sotto il grano della pelle. Le lacrime dicono tutto senza una parola, non sono maschili né femminili, né allegre né tristi. Le lacrime non parlano le lingue straniere. Sono trasparenti come i segreti. Pregano il loro dio che respira in una gola profonda, e passano, lo sguardo nascosto dentro le ferite, come delle dita. Sono la nascita e la vita. Le lacrime non hanno amici. Un bacio viene a berle per amore talvolta, attento al loro gioco di pioggia, parole umide al bordo delle labbra. Le lacrime non hanno che un volto per parlare: quello del giorno dopo, e tacciono.

(28 agosto 2015)

ELOGIO DEL RISO

Svuota il viso della sua riserva e prende tutto il posto del rumore e del disordine. Il riso non sa nulla della cortesia, non si scusa, non conosce le usanze. È il buffone del rumore, il suo servo, il suo padrone. Sotto cappa, attende la sua luce; allo scoppio, guadagna lo spazio, l'invade, lo occupa. Come il vento nel desiderio degli alberi, si agita nel desiderio degli uomini. Deborda di follia. Le sue vere ragioni rimangono segrete. Quando la gola dispiega la sua truppa di vocali, il riso ingrandisce il corpo che scuote, non si preoccupa della bellezza: è libero. Nulla può trattenerlo. La buona creanza non gli dà ordine. È contagioso come una nascita. È la memoria di vivere. Il riso non dimentica il soffio del mondo. Si dona come un corpo innamorato.

(8 settembre 2015)

ELOGIO DEL SILENZIO

La poesia, in un brivido, disegna i suoi contorni e le parole gli accordano la sua presenza. Il silenzio, poco a poco, trova la sua voce, il suo filo e il suo fracasso. E quando il grido lo infrange, è il canto che tesse ancora la sua trasparenza ed il suo avvenire. Il silenzio fonda la poesia, la battezza, le offre la sua verginità. Il silenzio è ridere in un cristallo, il singhiozzo nel suo caos. La musica in riserbo è il silenzio, l'istante appena anteriore, il lampo che precede. Il silenzio è lo scrigno della poesia, la gioiosa impazienza della voce che sgorga dal suo velluto rosso e umido. Il silenzio è il tuono sereno e stupefatto quando la realtà mormora all'orecchio e dà la nota.

(24 settembre 2015)


ELOGIO DELLA MANO

Che sia bianca o sporca, callosa o fine, operaia o oziosa, prodiga o ladra, abile o goffa, viva o lenta, non chiede niente a nessuno; agisce e si agita, colpisce o accarezza, ma tocca, sempre, tocca, conduce la sua vita da ballerina di valzer. La mano è libera e si posa, la spalla è il suo luogo, un'altra mano il suo nido, la sua presenza risplende di dolcezza, la tasca è il suo segreto ferito, la sua vedovanza, la corona della pelle la sua preghiera. Nomade e sedentaria come il Tempo, che fa scricchiolare le falangi delle ombre e della luce, mai dove uno l'attende, la mano che vedi, poggiata lì, è già lontana, come un passero sul ramo, e come lui, batte già lontano la mano con le sue due ali.

(aprile/maggio 2016)


ELOGIO DELLA LUCE PER L'ACQUA

Come l'acqua, la luce non resta nella mano.

L'acqua è una macchia sul tessuto che sparisce al caldo: la luce, una macchia nell'occhio che fugge sotto la palpebra. Residuo della luce, acqua tenace, permanenza di ombre. L'una e l'altra tremano, per le onde o per le ombre, l'una brilla a causa dell'altra senza sapere quale delle due si adorna di gioielli. S'ergono, entusiaste, nello slancio del loro scoppio. Non si trattengono.

Come l'acqua, la luce penetra ogni fessura ogni fenditura; ed eccola filo sotto la porta, pozzanghera sul ciottolato, fessura tra le ante, stampi sui muri della camera o splendore di salute nel giardino. Talvolta talmente evanescente che ci si dimentica che è lì, che è lei che ci dà il la, al diapason della gioia. Luce che riscalda, che dà al corpo la sua profondità e che a poco a poco traduce il calore in acque odorose. Sotto le ascelle sul petto e a tutti i confini della pelle, la luce chiamerà l'acqua nel suo incendio, e le gole si abbaglieranno, dispiegate di freschezza.

Luce e acqua, quando lum e l'altro si sposano, c'è una tensione di felicità sulle pupille, una danza che si chiama la Scintilla.

(Marzo 2017)

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BOUIN Biografia

Yves-Jacques Bouin, nato nel 1951, vive a Digione, dopo aver passato 27 anni a Parigi. Autore di poesie, di commedie, ha dedicato gran parte della sua attività nell'organizzazione di letture e di spettacoli poetici. Nel 1995 è stato co-fondatore della rivista Courant d'Ombres. Nel 1996 ha curato una rubrica di poesia per la sezione culturale di Radio Enghien. Dal 2002 al 2011 è stato responsabile del festival temps de paroles/la VOix des Mots (tempo di parole/la voce delle parole) a Digione, Costa d'Oro e Borgogna. È stato organizzatore di TèmPoésie, incontri mensili con poeti francesi e stranieri. Ha organizzato incontri con tre poeti stranieri e i loro traduttori in francese (2004: Germania / 2005: Polonia / 2006: Italia / 2007: Spagna / 2008 : Portogallo / 2009 : Ungheria / 2010 : Vallonia / 2011 : Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca / 2012 : Svizzera / 2013 : Romania / 2014 : Occitania). Nel 2011 è stato "scrittore residente" a Edenkoben (Germania). Il n. 19 della rivista "Pages Insulaires" (giugno 2011) è stato dedicato alla sua poesia. Nel 2014 è stato incaricato di organizzare all'Istituto culturale romeno di Parigi la manifestazione "A deux, c'est mieux", incontri bimestrali di due poeti, uno francese e uno romeno.

Ha pubblicato numerosi libri:

La parole en appel dans le silence des mots (le Pré de l'âge ; 1989)
- Une passée de paroles (éditions de l'épi de Seigle ; 1997).
- Le soleil insiste (éditions Fer de Chances ; 1999 / Premio Emile Snyder per Paroles au contour des saisons).
- Le poème qui n'en finit pas de commencer toujours (éditions de la Renarde Rouge ; 2001)..
- Les temps de l'escalier nouvelle, dans un recueil collectif intitulé Quatre à Quatre, (éditions Nykta en 2003).
- De mots et d'amour (éditions de la Renarde Rouge ; 2007).
- Elle ne passe jamais bien loin, éditions Mazette. (ottobre 2010).
- Par celle, éditions Clarisse. (2011).
- Un Bouin, c'est tout, éditions l'Improviste (2013)
- Je crois que tout n'est pas fini, je vole, éditions Rhubarbe (2014).