PANORAMA

POESIE DI

GUILLERMO FERNANDEZ,

 POETA MESSICANO

tradotte da Carlo Carlucci

Guillermo Fernández(Guadalajara, 1932 - Toluca, 2012), poeta messicano, italianista e traduttore (Saba, Ungaretti, Campana, Montale, Pavese, Luzi, Rosselli, Magrelli, Merini) è stato ammazzato da ignoti nella sua casa di Toluca, Stato federale del Messico, la notte tra il 30 e il 31 marzo del 2012. Guillermo è stato trovato morto la mattina del 31 marzo nella sua casa, dove viveva da solo. Uno o più assassini, mai scoperti, dopo avergli legato mani e piedi col filo elettrico e chiuso la bocca col nastro adesivo, l'avevano finito con un colpo alla nuca. La polizia ha escluso il movente del furto perché niente della casa era stato asportato.

Nel 1964, Fernández pubblica Visitaciones, cui seguono La palabra a solas (1965), La hora y el sitio (1973), El reino de los ojos (1983), Bajo llave (1983), Exutorio (1992). Del 2005 è l'antologia spagnolo-francese L'ombre de l'aube, sans étoile - La sombra del amanecer, sin estrella e del 2006 l'antologia di versi Exutorio. Poesía reunida 1964-2003. Infine, nel 2011, il Ministero della Cultura dello Stato messicano di Jalisco stampa l'opera poetica completa di Fernández, Arca. Obra reunida.

PARLANDO A CERNUDA.

" ... e con sonno si girò lentamente

di là dove nessuno

di là dove nessuno

non sa niente di nessuno.

Dove finisce il mondo."

I.

Io sono la solitudine in crescita

la sola corda in una sola lira,

l'affilata presenza che cospira

contro il passo del giorno sotto il vento.

Zampillo di un segreto movimento,

sopravvivo alla luce. In me respira

la vita eterna e gira

la quiete indicibile del suo respiro.

Sono venuto a dimenticare quella spuma

che vide la trasparenza del nulla.

Non m'importa di sapere ciò che consuma.

Il chiasso del giorno che s'indora

in coaguli di vita abbandonata.

Solitario nel bosco e dentro l'ora.

II.

Verso quale luce viaggia novembre,

in quale mano il suo corpo si sgrana

e semina la tristezza di pensarti

in un profondo balcone disabitato?

Lo sapevi: "La vita non è sogno":

è una lunga veglia di ceneri

che affila la sua verità di spina pura

nella gemma senza fine della memoria.

( Esiste la Bellezza,

il terso drago biondo.

Il suo blando morso

spigola le isole raggiunte

di un sogno che si sogna in autunno

e uccide ciò che tocca o ciò che fissa. )

III.

Te ne sei andato lungo il filo del dubbio

di stare con gli altri come con te stesso:

in ombra e luce da solo, senza testimoni

all'essere ciò che nelle tue mani si riannoda.

"Triste destino nascere" sotto la dura

condizione di viaggiare senza un amico.

Tu non lo sai, ma ti ho seguito e ti seguo

come una sola ombra, Luis Cernuda.

IV.

Nella barca dell'acqua, un cielo mite

ci lascia contemplare ciò che la tua vita

ebbe dalla tormenta e dal ristagno.

La tua voce risponderà contro le onde

del vento e dell'oblio, smisurata.

Io rimango con te, solo, da solo ...

V.

La notte lungamente sola,

affonda abbaini dentro il vuoto

e pianta dita sottili nelle cose

che insidiano grappoli di speranza.

Nelle sue mani la vita è acqua lenta,

la caduta incessante del desiderio

che guarda verso il porto finale dell'alba:

desto innanzi che la luce lo ritrovi deserto.

La tua parola si affaccia alla finestra,

lascia cadere la sua piuma lieve

nell'aria di questa notte pensierosa;

inonda gli angoli dell'ora

con un fruscio di seta oscura

o un'acqua d'oblio fra l'erba.

VI.

Per te, l'emisfero che ti nomina

sa della memoria senza oblio,

del tempo che ho pianto come perso

all'incontrare il tuo albero senz'ombra.

Autunno che se ne va, lascia il tappeto

al piede di una nuova aria già accesa.

Il cielo è un diamante ormai svilito

e il tempo in un angolo il suo peso accumula.

L'altura che ti addormenta nell'aria antica

sa il profilo esatto del tuo viaggio

e si affonda la terra in un viraggio

che confonde l'occaso con l'orto.

Ha il cipresso un cuore ambiguo;

bisbiglia la sua parola e rimane assorto.

VII.

Tu sei venuto per guardare volti amabili

come vecchie scope.

Ed io a dimenticarli.

*

Dovresti stare in casa.

Se lei chiama, chi le aprirà la porta?

In questi giorni sento i passi di un bimbo sulla terrazza.

Va e viene nelle cantine, pungolando l'ombra con una sorda lanterna.

So che mi nasconde chiodi sotto il vello del tappeto,

che mi inventa fili neri del disordine delle arterie,

che sfuma il mio sangue, sudore e lacrime su questo figlio deserto.

Anch'io dovrei stare in casa, magari il bimbo che sono stato

può bussare alla mia porta.


Ninnì (1934-1940).

Sempre all'imbrunire giri la chiave

che apre le inferriate del cancello

e separa le foglie dal sentiero

perché giunga al marmo che ti nutre

con le sue ciocche gelate.

Dal fondo della valle ci invoca

la voce della carretta cigolante

che canta al cuore inerme.

Perché devo udire ogni sera

l'orrore che gocciola nel silenzio?

Ninnì, Ninnì, tu lo sapevi:

continuano a stregarmi i cammini,

i fiori bruni della carne

che m'accarezzano col loro bisturi;

il veleno che dormiva sulle labbra di Ihù,

che s'alimentava soltanto al silenzio;

le parole che vengono alla mia tavola

ad illuminare il pane del mattino.

Per cercarti, Ninnì, ho rimosso

i letamai della notte,

ho rosicchiato le ossa rifiutate dai cani,

ho svenduto i beni del regno lontano,

progetti di ricostruzione.


*

Ma non sono più tornato a parlare da solo.

Tu pianta l'alloro nel sogno,

persuadi le acque

perché solo riflettano il tuo riflesso;

per te respira ancora quella collina

nella sua primavera di tombe e di giardini.

Quando ritornerò

ti parlerò di Isabel, Istambul, Nuova Zelanda,

dell'isola che ci aspetta nell'Atlantico,

dove stanno sepolte le nostre ali.

Ma molto avrò ancora da camminare con me stesso,

inseguito da tutti i miei cammini moribondi,

sfuggendo alle trappole tese ai caprioli

nelle radure della profanazione;

fingerò di dormire quando quegli stessi fiori

stenderanno le loro corolle nella penombra velenosa.

Alla finestra passeranno i giorni

come cavalli neri e la criniera bianca.


In un tempo senza memoria ci scagliarono nel pozzo di questo giorno.

Non v'è più acqua.

Ma l'umidità talvolta presagisce le nostre labbra

e lascia in esse la tristezza di una casa in rovina.

Ci aprirono gli occhi all'altezza del rischio,

alle intemperie della notte.

Ciechi al ricordo più prossimo,

a quanto il tempo facilmente dimentica.

Siamo gli stranieri mendicanti,

coloro che sognano per il loro cuore lettere di franchigia,

i nemici della nostra verità.

Siamo passati ormai da tutte le dogane.

In tutte saccheggiarono il nostro tempio,

infransero i loro scudi all'altezza del nostro cuore,

schiacciarono il tafano finale della nostra infanzia,

ci lessero giorno e notte le parole del loro gran libro di pietra

e sigillarono con nomi di città la maltrattata compassione.

Non ebbero pietà della nostra innocenza.

Tu l'hai visto, Signora.


*

Sa del nostro peso la polvere di tanti cammini percorsi sempre lontani;

artefici dell'isola generata nella povertà,

i cercatori del pane del mattino,

i transumanti lapidati dagli stregoni.

Beve nei tuoi occhi la mia malinconia

e risuscita il carrubo gigantesco,

la sua ombra profumata.

In alto, la luce a fiotti nella fronda oscura.

Sotto questo tetto, Compagna, mi hai consegnato i blasoni,

l'armatura di bronzo nella solitudine del canto

e le bacche amare per tutti quelli che uscivano dalle nostre tende all'alba.

Si è smarrita la spiga di grano nella quale sogna la tua fede:

"Nulla ti mancherà mentre tu la tenga con te."

Ma già non è più lo stesso cammino di cui parliamo questa notte

né tua la mano che alla luce di una lanterna

accarezzò lungamente i miei capelli.

Hai dovuto dirmi il tuo nome,

accomodarlo sotto l'orecchio come un cuscino,

mettere nelle mie mani un grano di anice

e con la chiave che Tu solo possiedi aprire il mio cuore,

perché ti riconoscessi.

Avresti dovuto dirmi che stavamo sognando!

La promessa del mare ci risultò amara.
Vivremo ora per la nostalgia di quanto non abbiamo conosciuto.

Dimmi che forse ci fu per noi un regno lontano.
Che all'ombra pensosa dei frassini rideva la nostra infanzia;
la credenza in un dio.


*

Una mano accarezzando la collina in primavera,

quell'angelo custode per affrontare i pericoli della notte

e coronare con ghirlande il nostro abbandono.

Dì che per la sete dei giochi ansanti bastò la sola nube,

l'acqua di un torrente nervoso ed improvviso

rasserenando l'allegria del cuore incandescente.

Che nei crepuscoli tragici il focolare era il rifugio

e davanti al fuoco le parole Isabel, Instambul, Nuova Zelanda,

tendevano nell'aria una trama di fili d'oro.

Perché non mi hai conservato lì, Signora?
Perché non mi hai messo cera nelle orecchie al suonare dei corni di caccia,
perché mi hai lasciato partire?

Ormai nessuno ha la colpa.
E tantomeno Tu la Dolce, Tu l'Abbandonata.
Viviamo in un mondo che non riconosciamo.

Ora ancor più stringiti al mio costato.
Parlami della prudenza delle cose,
di quella sedia che risplende nel silenzio,
del letto che emerge come spuma in alto mare,
della cisterna che affondiamo notte dietro notte con una sola
parola nello sguardo,
del sangue che colma la promessa di una miserabile eternità.