Per la Critica

PLAUSI & BOTTE

(Su Gadda e Caligiure)

di Gualberto Alvino

Il titolo[1] non tragga in inganno: non d'un lessico critico petrarchesco si tratta (scil. d'uno studio della terminologia tecnica del Petrarca critico: questo e non altro può infatti significare il sintagma), ma d'un regesto o atlante ragionato - senza naturalmente ambizioni d'esaustività - dei massimi nuclei tematici disseminati nell'opera volgare e latina del poeta aretino, redatto da petrarchisti non solo italiani al fine di «introdurre o rinnovare in Italia - così Luca Marcozzi nella sua telegrafica Premessa - la tradizione angloamericana dei companions: non raccolte di saggi, né propriamente enciclopedie, queste collezioni di riflessioni critiche ordinate per temi e dedicate ad aspetti significativi del pensiero, della fortuna, della ricezione di un autore, sono stati e continuano a essere supporti indispensabili per generazioni di studenti e docenti di quel mondo accademico. [...] Il lessico critico petrarchesco vorrebbe affiancarsi a queste importanti realizzazioni e completarle sotto il profilo interpretativo, ma a differenza della loro impostazione prevalentemente storica ha privilegiato una scansione che tenesse conto principalmente dei temi ricorrenti nell'opera di Petrarca e per lui fondamentali sotto il profilo umano».

Allo stesso Marcozzi sono affidati i lemmi Biblioteca, Tempo e Verità; alla cocuratrice Città, Conoscenza e Mondo; a Marco Ariani Immagine e Lis; a Maria Cecilia Bertolani Visione; a Teresa Caligiure Otium; a Enrico Fenzi Amicizia, Filosofia, Politica e Potere; a Sonia Gentili Solitudine; a Lorenzo Geri Biblioteca; a Philippe Guérin Poesia; a Vinicio Pacca Fortuna; a Francisco Rico Umanesimo; a Paolo Rigo Corpo e Peregrinatio; a Sabrina Stroppa Amore, Morte, Senectus e a Andrea Torre Memoria.

Pezzi di varia caratura, da quello non meno sintatticamente farraginoso che concettualmente disordinato della Gentili a quello terso, di singolare acutezza e plenariamente persuasivo di Teresa Caligiure su un motivo che attraversa l'intera produzione di Petrarca e sul quale si fonda la sua autobiografia ideale: «L'otium non viene concepito da Petrarca come un isolamento dalla vita civile e dalla storia: piuttosto, come afferma di frequente nelle sue opere, trova la sua piena realizzazione in una solitudo» «tranquillam et mitem, et ab hominum vitiis, non ab humanitate semotam» (Invective contra medicum, iv 33). «Tuttavia - prosegue la studiosa - nel Secretum e nei Rerum vulgarium fragmenta Petrarca offre un'immagine di sé in antitesi a quella appena tratteggiata, per cui la solitudine dell'io si tramuta in dispersione malinconica che conduce alla fuga dall'umano consorzio. Tali ambivalenze semantiche della categoria dell'otium permettono di cogliere le diverse dimensioni e le sottili sfumature che questo tema centrale assume nell'opera petrarchesca».

Segue una puntuale rassegna delle varie declinazioni del termine: l'otium contrapposto al negotium (ossia alle vane occupazioni); l'otium quale vacatio ('libertà spirituale') che prepara alla contemplatio Dei; l'otium come libertà etica e intellettuale; l'otium dedicato agli studi («Otium sine literis mors est, et hominis vivi sepultura» scrive Petrarca, sulle orme di Seneca, in Invective contra medicum iv 54). Sennoché nel canzoniere l'otium è inteso sì, come solitudo, ma in modo diverso rispetto alle opere didascalico-morali: «la solitudine, filo rosso nell'organizzazione del macrotesto, si risolve compiutamente in dispersione psicologica e morale dell'Io lirico, a causa della sofferenza d'amore. Si tratta di una solitudine "vinta dalle passioni" che perciò non diventa vita solitaria ma si traduce in inquieta erranza, perdita della libertà, labor e pianto: temi di derivazione elegiaca [...] che animano una produzione letteraria definita da Petrarca [...] con maturo distacco, "otia vite"».

* * *

Séguita, non sine quare, a suscitare il biasimo dei grammatici e lo sdegno degli amatori dell'italiano l'uso della locuzione congiuntiva piuttosto che non già come introduttrice di proposizioni avversative e comparative, ma col medesimo valore disgiuntivo di o, oppure, per indicare un'alternativa equivalente anziché preferenziale, come nella frase Sono favorevole all'ingresso in Italia dei rumeni piuttosto che dei turchi, il cui senso non è, soccorre il contesto, 'I rumeni meritano di entrare in Italia mentre i turchi no', bensì 'Tutti meritano di entrare in Italia; che siano rumeni invece che turchi per me è indifferente'.

Tra i primi specialisti ad affrontare la questione Ornella Castellani Pollidori in «La Crusca per voi» rispondendo a un quesito rivolto da una lettrice romana al foglio semestrale fondato da Giovanni Nencioni:[2]

[...] Si tratta, come ha correttamente individuato la nostra lettrice, di una voga d'origine settentrionale, sbocciata in un linguaggio certo non popolare e probabilmente venato di snobismo (in tal senso è azzeccata l'allusione nel quesito a un uso invalso «tra le classi agiate del Settentrione»). Era fatale che tra i primi a intercettare golosamente l'infelice novità lessicale fossero i conduttori e i giornalisti televisivi, che insieme ai pubblicitari costituiscono le categorie che da qualche decennio [...] governano l'evolversi dell'italiano di consumo.

Non c'è giorno che dall'audio della televisione non ci arrivino attestazioni del piuttosto che alla moda [...]. Dalla ribalta televisiva il nuovo modulo ha fatto presto a scendere sulle pagine dei giornali: ormai non c'è lettura di quotidiano o di rivista in cui non si abbia occasione d'incontrarlo. E purtroppo la discutibile voga ha cominciato a infiltrarsi anche in usi e scritture a priori insospettabili (d'altra parte, se ha prontamente contagiato gli studenti universitari, come pensare che i docenti, in particolare i meno anziani, ne restino indenni?).

Gli esempi raccolti nel parlato e nello scritto sono ormai innumerevoli e le schede dei sempre più scoraggiati raccoglitori (è il caso della sottoscritta) si ammucchiano inesorabilmente. Eppure non c'è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell'inammissibilità nell'uso dell'italiano d'un piuttosto che in sostituzione della disgiuntiva o. Intendiamoci: se quest'ennesima novità lessicale è da respingere fermamente non è soltanto perché essa è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma (a partire dalle premesse etimologiche); la ragione più seria sta nel fatto che un piuttosto che abusivamente equiparato a o può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio. [...]

Per quanto mi riguarda, non sono in grado di localizzare con sicurezza nello spazio e nel tempo l'insorgere della voga in questione. Mi risulta soltanto, sulla base di una testimonianza sicura, che tra i giovani del ceto medio-alto torinese il piuttosto che nel senso di o si registrava già nei primi anni Ottanta. [...] Il lancio vero e proprio del nuovo malvezzo lessicale, avvenuto senza dubbio attraverso radiofonia e televisione (e inizialmente - è da presumere - ad opera di conduttori settentrionali), sembra potersi datare dalla metà degli anni Novanta. Resta da capire la meccanica del processo che ha portato un modulo dal senso perfettamente chiaro, e rimasto saldo per tanti secoli, come piuttosto che a virare - all'interno di un certo uso dapprima circoscritto e verosimilmente snobistico - fino al significato della comune disgiuntiva.

Basterà avere un po' di pazienza: anche la voga di quest'imbarazzante piuttosto che finirà prima o poi col tramontare, come accade fatalmente con la suppellettile di riuso. [...]».

Sennonché, non solo la previsione (della Castellani Pollidori come d'altri insigni linguisti) pare essersi rivelata tutt'altro che veritiera, avendo ormai il «malvezzo lessicale» attecchito, forse irremissibilmente, nell'intera Penisola varcando ogni limite diamesico e di registro, ma, se è indubbio che l'irradiazione dell'uso risalga all'ultimo scorcio dell'altro secolo, è altrettanto certo che non siamo in presenza - come generalmente si assume - d'una «voga» priva d'attestazioni letterarie. Grazie alle concordanze gaddiane allestite per il cnr da M. Luigia Ceccotti e Manuela Sassi,[3] è infatti possibile retrodatare il modulo perlomeno al 1928, data di composizione del breve saggio dal titolo La molteplicità dei significati del reale, poi confluito in Meditazione milanese:[4]

Un sistema si dice che funziona bene (come p.e. una macchina) se ha eliminato gruppi di relazioni... come dire?... imperfetti no, che [recte: ché] tutto è, e nulla è perfetto piuttosto che imperfetto... ma gruppi di relazioni per così esprimermi estranei alla sua 'idea' e che ne ha 'tirati in barca' altri, conferenti a questa idea.

Nei 33 testi raccolti per l'omnia garzantiana da Dante Isella - oggetto delle concordanze - piuttosto che ricorre 34 volte, ben 5 delle quali con funzione trasparentemente disgiuntiva. Queste le altre 4 occorrenze:

avevano buttato là con efficace noncuranza [...] quella domandina impreveduta e poi preveduta e aspettata della sciarpa: e com'era, e di che colore era, e s'era di stoffa, o di maglia a mano, piuttosto che a macchina.[5]

Non rimasero che due persone, convogliabili verso il boudoir: il capitano in complet, «bien que quelque peu démodé», e la già miss Bargon, ora Fraülein. Era, costei, un'alta e vigorosa donnona, che non aveva detto una parola, a tavola: lo sguardo leggermente peso, imbambolato, come per un leggero esoftalmo, benché non portasse occhiali, e poi la gola piena, rigonfia, la pelle cereolattea, concorrevano alla edificazione, per accenni, di una facies basedowoide. Neri i capelli, d'una estrema e tacita riservatezza, non si capiva se il suo volto e il suo gentile guardare si applicassero alla meditazione morale, all'analisi psicologica, o al calcolo: o a tutt'e tre. Quando si soffermava, lo sguardo un po' triste, sul gilè piuttosto che sul viso del capitano, sembrava palesare un certo imbarazzo e insieme un certo disinteresse, una timida o malinconica perplessità. Aveva l'aria di non riuscire a capire che cosa fosse un capitano[6]

La preoccupazione maggiore di Beniamino, d'altronde, non derivava dal fatto che la sua Sostanza andasse a sbattere, in un giorno lontano, consumati tutti i secoli dei secoli, in testa ad uno piuttosto che ad altro marginale o addirittura estrinseco erede o Venarvaghi o Golliati: ma dall'atroce rischio che ad ogni nuovo accoppiamento di eredi, suberedi, ed eredi probabili Ella correva, di sminuirsi un po' per volta[7]

I rami (di un pero, di un sorbo) vengono chiamati i legni, ancor oggi: e legno egualmente il tronco, il fusto di un alberello. Talché mi si riduce a mente il vergiliano oleastro «nautis olim venerabile lignum», venerato un tempo dalla gente del mare, nonché il sorriso di Orazio maliziosetto là là dove Priapo, una specie di Pinocchio latino, racconta che Geppetto faber (= falegname), incerto se fabbricare di un certo tronco un dio piuttosto che uno sgabello, si risolvette pel dio[8]

Se il 2° e il 4° esempio non dànno àdito a dubbî (ma basterebbe ovviamente una sola occorrenza a provare la contemplazione del modulo nella lingua gaddiana, e quindi a suffragare la nostra tesi), alcune ragionevoli perplessità potrebbero suscitare gli altri tre.

Nel 1° («tutto è, e nulla è perfetto piuttosto che imperfetto») l'alternativa è inconfutabilmente equipollente ('nulla è perfetto come nulla è imperfetto') benché la disgiunzione sia radicale, non attenuata: aut, insomma, non vel: congiunzioni disgiuntive, perlappunto, mentre piuttosto che introduce solo ed esclusivamente proposizioni avversative e comparative.

Nel 3° («Quando si soffermava, lo sguardo un po' triste, sul gilè piuttosto che sul viso del capitano, sembrava palesare un certo imbarazzo [...]») il fatto che lo sguardo non si soffermi sul viso del capitano bensì su un elemento secondario potrebbe essere funzionale all'imbarazzo evocato da Gadda; ma si noti che lo sguardo («basedowoide») della signora Bargon, oltre che «palesare un certo imbarazzo», manifesta anche «disinteresse»: «Aveva l'aria di non riuscire a capire che cosa fosse un capitano»; ergo: 'indifferentemente sul gilè o sul viso del capitano'.

Anche nel 5° («incerto se fabbricare di un certo tronco un dio piuttosto che uno sgabello, si risolvette pel dio») abbiamo un'alternativa certamente totale, ma niente affatto preferenziale: si può essere incerti se X o Y, non se X piuttosto che Y (Sono incerto se bere vino piuttosto che birra non equivale forse a Sono incerto se bere birra piuttosto che vino?): l'alternativa paritaria - non preferenziale - è implicita nel concetto stesso di incertezza.

Il disinvolto impiego del modulo negli scritti sia saggistici che narrativi (non pure, si badi, nel discorso indiretto libero e in contesti mimetici del parlato) nonché la straordinaria sensibilità linguistica del gran lombardo, abilissimo a intercettare ogni minima inflessione non meno dello scritto che del parlato d'ogni epoca e luogo, inducono a ipotizzare un'origine non idiolettale del fenomeno. Ai tecnici il compito d'accertarlo. Anticipiamo, intanto, due reperti che, oltre alla retrodatabilità, ne confermano la lombardità, o comunque la diffusione dal Settentrione:

Carlo Cadorna (Pallanza 1809-Roma 1891), Atti del parlamento subalpino raccolti e corredati di note e di documenti inediti da Galletti Giuseppe e Trompeo Paolo, tornata del 24 gennaio 1851, Firenze, Tipografia Botta, 1865, p. 654: «Quando alla Camera si presentano sullo stesso oggetto due progetti i quali sono diversi l'uno dall'altro non solo nella forma, ma anche nella sostanza, è indispensabile che prima di entrare nella loro discussione la Camera adotti di prendere per norma piuttosto l'uno che l'altro progetto»;

Giovanni Vidari (Vigevano 1871-Torino 1934), Il moralismo di Kant, «Rivista filosofica», viii 1906, vol. ix, fasc. 4°, settembre-ottobre, p. 490: «non è più capace di definire alcuna cosa, non è più capace di definire un dovere piuttosto che un nondovere, una libertà piuttosto che una non-libertà, una causa piuttosto che una sostanza, la coscienza piuttosto che l'incoscienza, il ragionevole piuttosto che l'irragionevole».


[1] AA.VV., Lessico critico petrarchesco, a cura di Luca Marcozzi e Romana Brovia, Roma, Carocci, 2016.

[2] Quesito della Sig.ra Miriam Ianieri di Roma, «La Crusca per voi», 24, aprile 2002, pp. 11-12.

[3] Cfr. il sito http://dbtvm1.ilc.cnr.it/corpus/DBTC_Isapi.DLL?AZIONE=Connessione&LINGUA=ITA&PROGETTO=GAD. Ringrazio Manuela Sassi dell'assistenza prestatami durante la consultazione.

[4] Carlo Emilio Gadda, Meditazione milanese, a cura di Gian Carlo Roscioni, Torino, Einaudi, 1974, p. 194; ora in Opere di Carlo Emilio Gadda, edizione diretta da Dante Isella, vol. v, Scritti vari e postumi, Milano, Garzanti, 1993, p. 754.

[5] Id., Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, in Opere..., cit., vol. ii, Romanzi e racconti, p. 188. Iniziato nel 1945, il romanzo fu pubblicato a puntate nel 1946-47 dalla rivista «Letteratura», poi da Garzanti nel 1957; s'avverta che il modulo ricorre solo nell'edizione garzantiana.

[6] Id., Socer generque, «Il Ponte», iii, 11-12, novembre-dicembre 1947, pp. 1145-61; poi in Id., Novelle dal Ducato in fiamme, Firenze, Vallecchi, 1953 e Milano, Garzanti, 1963; ora in Opere..., cit., vol. ii (in Accoppiamenti giudiziosi), p. 799.

[7] Id., Accoppiamenti giudiziosi, cap. eponimo del - parola di Gadda - «romanzetto» uscito a puntate in «Palatina» tra il 1957 e il 1958 e ora in Opere..., cit., vol. ii, p. 901.

[8] Id., Il latino nel sangue, uscito originariamente nell'«Illustrazione italiana» nel 1959, poi ripreso in Id., Il tempo e le opere. Saggi, note e divagazioni, a cura di Dante Isella, Milano, Adelphi, 1982; ora in Opere..., cit., vol. iii, Saggi giornali e favole i, Scritti dispersi, p. 1160.