Per la Critica

Plausi&Botte

(su Carlino, Gadda, Parise, Munro, Nadotti)

di Gualberto Alvino

Senza meta né fine

Il romanzo di un critico - e a maggior ragione d'un esegeta della letteratura antagonista e di ricerca che non ha mai finora osato scavalcare la barricata -, oltre che un atto d'estrema audacia (consegnarsi al giudizio dopo averlo a lungo e austeramente esercitato in altrui), è sempre una fondazione teoretica, un proclama d'inclinazioni e idiosincrasie, ergo un gesto critico, nella fattispecie teso a scuotere il lettore dalla sua indolenza mettendolo in guardia dall'amena romanzeria d'oggidì, esteticamente inconsapevole quanto linguisticamente periclitante, e additando nuovi orizzonti operativi.

Il viaggio in treno senza mèta né fine del protagonista del "romanzo" (Marcello Carlino, Il regionale delle sei e quarantatré, Torino, Robin, 2017) - poco più d'un pronome personale -, non è che un pretesto per una diagnosi random del presente, «con il suo sciame di incoerenze, di frustrazioni e di disagi» (così la bandella firmata dall'autore), in un discorso gassoso e infinito come il viaggio, «segnato da aperture allegoriche, condotto in chiave tragicomica e grottesca», materiato di parole "a picco", di risentimento erga omnia et omnes, di cultismi e rimandi più e meno dissimulati, come in ogni struttura a prevalente vocazione espressivistica; persino (al lettore non è concesso un istante di tregua) d'echi e calchi stilistici della miglior tradizione novecentesca: dal meticoloso descrittivismo antinaturalistico in terza persona tassativamente all'indicativo presente, non senza venature parodiche, dell'école du regard:

Chiude la porta di casa. Una sola mandata. Fa cinque passi verso le scale. Si arresta. È davanti ai due ascensori. Preme il pulsante dell'ascensore di destra. Il pulsante può comandare anche l'ascensore di sinistra. Il pulsante di sinistra può comandare anche l'ascensore di destra. I due ascensori funzionano con un unico sistema di prenotazione. Il tempo d'attesa è di pochi secondi, di solito non più di quaranta. Toglie di mano la borsa e se la stringe tra le gambe. // Il cerchio dell'anello è a due giri. Da uno dei due tagli dei cerchi concentrici sono passati gli occhielli delle chiavi. Con la mano destra distanzia uno dei due cerchi e allarga l'anello che tiene il mazzo delle chiavi. Con la mano sinistra tiene fermo il passante. Con la mano destra infila il cerchio dell'anello nel passante dei pantaloni. Fa scorrere l'anello finché anche il secondo cerchio entra nel passante. I due cerchi dell'anello delle chiavi tornano a stringersi. Le chiavi sono appese ai pantaloni. Riprende nella mano sinistra la borsa.

al flusso di coscienza in sintassi deficiente e degradata, ai limiti dell'accettabilità grammaticale:

Non c'è verso. Che ti obliteri a fare? E una e due; e una e due scassate. Che non funzionano. E questa? Questa funziona, la spia è verde. Funziona, è in servizio; ma non presta servizio. // Me la ricordo l'etimologia. Che mi piace andarla a vedere quando una parola s'usa; e non me la perdo mai se un'azienda di pubblica utilità se la mette in bilancio e te la raccomanda e tu non sai perché. Le aziende, la ferroviaria e le ferrotranviarie d'antan! Imprimi le lettere con l'apposita macchina o timbro, che così la lettera è come se si intensifica e si soprascrive a lettere o a immagine che sotto ti fa da lettera. Obliterare si fa così; obliterare eccolo che allora si forma, lui lemma, crescendo su littera, nome latino che poi non so perché perde perde una t; ed eccolo che, cresciuto, obliterare si consegna alle macchinette obliteratrici che l'azienda le somministra e ti raccomanda di chiamarle così. Ma sospettavo trent'anni fa, al battesimo delle macchinette, che sì, c'entrasse qualcosa anche obliviscor, il deponente che sta per dimenticare/dimenticarsi - e quanto vorrei dimenticarmi, io! I deponenti che bella storia la loro.

Un'opera a forte magnitudo formale (scil. sostanziale), che una comunità letteraria degna del nome non potrà passare sotto silenzio.

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«Se mi vede Cecchi sono fritto»

Tra i numerosi carteggi gaddiani, questo con Goffredo Parise (Carlo Emilio Gadda-Goffredo Parise, «Se mi vede Cecchi, sono fritto». Corrispondenza e scritti 1962-1963, a cura di Domenico Scarpa, Milano, Adelphi, 2015) - modesto sceneggiatore cinematografico e narratore non più che decente di cui s'è ormai persa, non senza motivo, ogni memoria - è indubbiamente il meno interessante da ogni riguardo, sia per l'esiguità dei documenti (15 lettere di Gadda, scritte nel breve periodo compreso fra il 29 ottobre 1962 e il 31 maggio dell'anno seguente; soltanto 3 di Parise, 15 marzo-24 agosto 1963) sia, soprattutto, per lo scarsissimo apporto che essi recano al ritratto dei protagonisti, trattandosi in massima parte di mere comunicazioni "di servizio" in cui nessuno dei corrispondenti brilla né in forma né tanto meno in sostanza.

Non è ovviamente dello stesso avviso Domenico Scarpa, che in quarta di copertina così "lancia" il carteggio: «Gadda e Parise cominciano a frequentarsi nel 1961, allorché Parise acquista una casa a Monte Mario, non lontano dall'appartamento di via Blumenstihl 19 dove Gadda è approdato dopo lunghe peregrinazioni e innumerevoli camere d'affitto. [...] Parise ha poco più di trent'anni, cinque romanzi - fra cui un bestseller, Il prete bello - al suo attivo e una MGb rossa [...]. Gadda vede nel giovane Parise "un surreale d'impeto": gli fa leggere Darwin, cerca maldestramente di proteggerlo, [...] non cessa di testimoniargli un affetto e una premura che sorprendono chi conosca la compassata cerimoniosità dell'Ingegnere. Parise scarrozza Gadda incurante del suo terrore di essere visto, e criticato, a bordo di una rombante biposto, lo sfotte con un'irriverenza che cela una "profonda, alta ammirazione", gli dedica quattro memorabili scritti: che, insieme alle lettere che i due si scambiarono, documentano una fra le più imprevedibili e vibranti amicizie del Novecento». E nel commento: «di norma Gadda racconta che sta male per poter non fare. Con Parise, al contrario - e il caso brilla per la sua unicità -, Gadda si dilunga sui propri impedimenti per rammaricarsi di non poter fare qualcosa di cui, viceversa, avrebbe grande desiderio: partire, raggiungere l'amico, stare in sua compagnia» (p. 27).

Duole non poter condividere le suggestioni dell'infervorato curatore: non c'è, infatti, il minimo dubbio che il tono e i temi di Gadda siano i medesimi con tutti i destinatarî delle sue missive: interminabili sfoghi, grottesche geremiadi circa la propria indigenza e stato di salute, orrore della comunità letteraria, incontenibile entusiasmo affettivo e dichiarazioni di stima plenaria per il corrispondente, salvo colpirlo alle spalle alla prima occasione, come risulta anche qui (p. 171) da una lettera a Gian Carlo Roscioni del 30 agosto 1963: «nella questione con lui [Valentino Bompiani] si è introdotto, non so se richiesto o volontario, il simpatico e fino ad ora umano e gentile 'pazzerello', voglio dire l'autore del "Prete Bello". ' L'intromissione mi è dispiaciuta parecchio perché ha dato a Val. Bo. delle informazioni assolutamente inesatte, per non dire gratuite. Dagli amici ti salvi Iddio! (Correggo il proverbio: da certi amici...)».

S'aggiunga che dalle prime due lettere «si deduce con sicurezza che Gadda non avesse letto nulla di Parise»: così, a p. 30, lo zelantissimo curatore. Cui un ette di sana neghittosità non avrebbe certo nuociuto: su un totale di 346 pagine, più di due terzi sono riservati al suo elefantiaco commento; si pensi che la nota alla prima lettera di Gadda occupa 13 fittissime pagine; ben 8 - prodighe di dati non esattamente indispensabili - sono dedicate al Premio Formentor e l'intera 176 al conte alsaziano Bernardo Blumenstihl - cui è intestata la via romana in cui risiedeva Gadda - e alle storpiature del cognome commesse dallo scrittore e da molti suoi corrispondenti. Sicché lo stesso Scarpa perde sovente il filo: «Venendo ai contenuti di questa lettera» (p. 176), «Per venire al caso specifico» (p. 179).

Poco male se lo stile fosse sobrio e non grondante d'ampollosità e barocchismi, come si conviene a un apparato esplicativo («Gadda, che al momento del loro incontro non aveva finito di espellere dai bronchi il polverone tossico sollevato dal Pasticciaccio» [sic!], p. 61); se il commento non includesse concetti e termini di comunissimo commercio («soffietto: "Nel linguaggio del giornalismo, articolo o recensione diretta a presentare sotto una luce favorevole o a esaltare e lodare eccessivamente o anche indebitamente una persona, un'iniziativa, ecc." (GDLI)», pp. 37-38), esegesi funamboliche e capziose volte a esibire un'acuzie che si stenta francamente a ravvisare (nella lettera del 29 novembre 1962 Gadda scrive: «Per "Il ragazzo e le comete" io dovrò chiedere il tuo aiuto all'interpretazione di alcuni punti e trapassi»; ed ecco la nota: «Trapassi ha, in questo frangente, la medesima ambiguità di fine nel titolo gaddiano Tendo al mio fine, e una analoga allusività escatologica si riscontra ancora, com'è noto, nel titolo Verso la Certosa», laddove trapasso sta semplicemente per 'connessione logica di idee', 'snodo narrativo') e definizioni eccentriche (innocenti conglomerati di due o più elementi uniti da trattino - «foglietto-simbolo», «tensione-esacerbazione-depressione» - sarebbero per Scarpa nientepopodimeno che «neoformazioni», pp. 83, 57).

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Maestri del racconto?

A proposito della canadese Alice Munro, Nobel 2013, la traduttrice Anna Nadotti, improvvisatasi critico letterario, discorre nell'«Indice dei libri del mese» di «incipit fulminanti» e di «prosa levigata ed esatta». Vediamo:

La promessa arrivava da Flo. Adesso te le prendi, e saranno botte da re. Indugiando sulla lingua di Flo, l'espressione si caricava di decorative gualdrappe. Rose aveva bisogno di immaginare le cose, di pedinare assurdità

(e ciò sarebbe anche, nientemeno, che «una dichiarazione di poetica»).

Ancora:

Rose passò l'esame di ammissione, attraversò il ponte, entrò al liceo.

«Incipit fulminanti»? Per così poco?

«Il talento di Munro - prosegue la Nadotti -, la sua potenza narrativa sta nell'individuare ed elencare i dettagli»:

Flo diceva sempre che quando una donna cominciava a perdere la bussola lei se ne accorgeva subito. I primi segnali arrivavano spesso da acconciature e scarpe strambe. Galosce aperte e cascanti in piena estate. Stivali di gomma in cui si strascinavano sciabattando, scarponi da lavoro del marito.

Non si dà scrittore degno della qualifica che non si fondi sui dettagli. Ma questi non sono dettagli al calor bianco dell'arte narrativa, gentile Nadotti: è una lista d'oggetti.

Di più:

Durante la notte - o il tempo in cui aveva dormito - era caduta una nevicata abbondante. [...] Eppure qualcosa non andava. [...] Doveva uscire di casa. L'aria era tanto immota e pesante. Quando fu fuori, si ricordò. Ricordò di aver lasciato un neonato da qualche parte, prima che incominciasse a nevicare. Un bel po' prima.

Se questo è talento nell'individuazione dei dettagli, siamo davvero alla frutta. [Secondo avviso all'osannata traduttrice: una nevicata non cade, perché significa 'caduta di neve'.]

«A ogni rilettura di Munro si fa più forte la sensazione di un'eccezionale capacità di messa a fuoco del rapporto fra paesaggio e paesaggi interiori, solo ruotando quella particolarissima lente che è il linguaggio. Ma lascio a lei la parola, non un incipit, bensì la chiusa di un libro straordinario, Vista da Castle Rock: "E in una di questa case - non ricordo di chi - un incantevole fermaporta, una grossa conchiglia di madreperla che riconoscevo come messaggera di luoghi vicini e lontani, perché potevo portarla all'orecchio, quando in giro non c'era nessuno a impedirmelo, e sentire il battito formidabile del mio stesso cuore, e del mare"».

Eccezionale capacità di messa a fuoco...? Quella particolarissima lente che è il linguaggio?

Nadotti, torni al suo mestiere.