CORTO CIRCUITO

PLAUSI & BOTTE

di Gualberto Alvino

Formalisti per forza di cose

Come non segnalare ai lettori di «Malacoda» l'oggetto più delizioso dell'annata? In partibus infidelium (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2016) raccoglie gli scritti critici - già apparsi in rivista e in atti di convegno, ma sottoposti a modifiche e aggiornamenti - del filologo calabrese Giorgio Delia su opere poetiche date fuori fra il secondo Novecento e l'inizio del Duemila.

Gli infideles rispondono al nome di cinque autori meridionali in dialetto: Albino Pierro e Domenico Brancale (Basilicata), Giacinto Luzzi e Dante Maffia (Calabria), Nino De Vita (Sicilia): «il libro fotografa due aree linguistiche 'isolate': quella calabro-lucana (per i dialettologi la 'zona di Lausberg') e quella di Mozia nel Trapanese. Se il dialetto nel secondo dopoguerra ha potuto significare la ricerca dell'autentico, ecco due esempî caratterizzati per la loro arcaicissima radice 'protostorica', assolutamente vergine dal punto di vista della dignità letteraria. L'una e l'altra, aree rinserrate, per secoli poco accessibili, riserve incontaminate di tracce primeve, ben oltre quelle più visibili e durature segnate dai padri latini». Tutti «scrittori di cose, ma anche (se non soprattutto) materici scrittori di parole, questi dialettali. Non c'è alcun dubbio, proprio per quanto si è detto, formalisti per forza di cose, sperimentali per definizione: nella grammatica, nel lessico, nello stile. Capaci, oltre che di modulare con raffinatezza toni, timbri, sonorità, di spaziare con perfetto esprit de geometrie dal verso libero, variamente mensurato, alle forme isosillabiche di settenari ed endecasillabi che si legano a generare non solo i più usuali ritmi da canzonetta o le quartine rimate, ma le più classiche delle strutture chiuse: l'ottava, il sonetto, o addirittura la sestina».

È naturalmente Pierro - «poeta del labor limae più che del solo ingenium» - a far la parte del leone (Delia è il massimo pierrista italiano): tra i cinque studî a lui dedicati spicca per acribia e latitudine ermeneutica quello sulla riscrittura del racconto Don Nicola, edito nel 1950 in «Rassegna Nazionale» e trasformato in un testo poetico dal titolo Don Nicóue, posto a colophon dell'ultimo libro del Tursitano (Nun c'è pizze di munne, Milano, Mondadori, 1992). Conclude Delia: «Nella pratica compositiva di Pierro Don Nicóue è senza uguali. Non si conoscono altri esempi (così vistosi) di riscrittura intesa come rinnovamento linguistico-letterario di un'opera che in buona sostanza rimane invariata nel suo impianto narrativo, nella disposizione delle parti e dei personaggi principali, in molti dei particolari situazionali».

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Simplex ac inintelligibilis stilus

Lettere non italiane. Considerazioni su una letteratura interrotta di Giorgio Ficara (Milano, Bompiani, 2016) è la prova provata che anche i libri inutili servono a qualcosa: a capire, per esempio, quanto sia facile in Italia assurgere - come si diceva una volta -ai fasti delle cronache letterarie. Con un mannello d'idee di non finissima grana, per giunta espresse in un italiano basico e senza sangue («perché dovrei leggere, io, oggi, Pamela di Richardson e non piuttosto vedere Elisa di Rivombrosa?»; «Ho scritto questo libro perché non riesco a immaginare un mondo senza letteratura italiana»: quest'ultima gemma fa bella mostra di sé anche in quarta di copertina: forse per la sua straordinaria efficacia?), l'ordinario di Letteratura italiana presso l'università degli studî di Torino ci propina un mattoncino d'oltre trecento pagine i cui "messaggi" si riducono in sostanza ai seguenti:

1) I nostri giovani romanzieri scrivono in un «altro italiano, più simile alla traduzione da un succinto inglese che a quella lingua "altrettanto perfetta quanto immensa" di cui parlava Leopardi», e il lettore è costretto a sciropparsi questa merce perché sa che non ce n'è un'altra.

2) A norma leopardiana, una lingua e una nazione esistono solo se esiste una letteratura: s'interrompono quando s'interrompe la letteratura (questo il senso dell'effettistico sottotitolo).

3) Il giudizio di valore è ormai stato sostituito dalla mera degustazione: del resto, «giudicare che cosa? A parte alcune eccezioni (che tuttavia confermano la regola), gli scrittori italiani oggi hanno di fatto rinunciato alla 'continuità' con la letteratura italiana».

4) Se le opere letterarie «non sono ancora oggi il modo essenziale e necessario in cui la verità si realizza, e apre a un accrescimento d'umanità, perché dovremmo dirle 'belle'?».

Questo e poco altro. Seguono centinaia di pagine che col detto assunto han poco o nulla da spartire, trattandosi d'una serie di recensioni e brevi schede - non esattamente memorabili - su alcuni autori e critici della letteratura italiana dell'ultimo secolo, assolutamente orbe di tematizzazione e focalizzazione.

Ma testiamo lo spessore dei "messaggi":

1a) Non tutti i nostri giovani romanzieri scrivono «in un altro italiano» (un docente di letteratura e critico militante dovrebbe saperlo benissimo), e chi scrive in un italiano «simile alla traduzione da un succinto inglese» non merita né il titolo di romanziere né che gli si dedichi un saggio.

2a) Una letteratura potrà essere eccelsa in un periodo storico e miserabile in un altro, ma non s'interrompe mai, come non s'interrompe la Storia.

3a) Il giudizio di valore è stato sostituito dalla «mera degustazione» solo presso gli pseudocritici e i gazzettieri letterarî digiuni d'ogni cultura estetica, ma ve ne sono di valentissimi che non hanno mai cessato di praticare l'esercizio valutativo sulla base di dati oggettivi e accertamenti documentali (le riviste letterarie ne rigogliano); inoltre, a nessun autore è dato poter «rinunciare alla continuità con la letteratura» per i motivi di cui al punto precedente.

4a) Verità? Davvero il Nostro crede ancora all'esistenza di certi fantasmi come il da lui stimatissimo Massimo Onofri? La verità è stata sostituita ab immemorabili dal dubbio, caro Ficara.