PER LA CRITICA

PLAUSI & BOTTE

(su Ornella Castellani Pollidori e Edoardo Albinati)

di Gualberto Alvino

Mi ricàpita tra mano un agile e gradevolissimo volumetto d'Ornella Castellani Pollidori sugli stereotipi nell'italiano contemporaneo (La lingua di plastica. Vezzi e malvezzi dell'italiano contemporaneo) ancora attualissimo. Ecco che cosa intende la celebre linguista per plastismi: «i tanti logori cliscé, gl'innumerevoli tecnicismi e burocratismi superfluamente usati, le dubbie trovate, la pletora di formule "usa e getta", fatalmente volgari nella loro immediata ed eccessiva popolarità, immesse di continuo sul mercato della lingua da una folla di discutibili maîtres à parler» (p. 14). E qualche pagina dopo aggiunge: «la quantità di plastismi è inversamente proporzionale alla sicurezza linguistica dell'utente» (18).

Già. Però anche lei non scherza mica. Vediamo.

15: «si presentano alla ribalta», «si metta in moto il meccanismo», «s'inoculi il virus».

17-18: «la coscienza che i plastismi [...] attraversino l'uso linguistico come meteore».

18: «far terra bruciata», «chi è senza peccato scagli la prima pietra», «in linea di massima».

26: «tutto sommato».

32: «a più riprese».

34: «presa di distanza».

37: «cedere alle lusinghe».

40: «sfruttato su larga scala».

41: «in qualche modo», «prestò facilmente il fianco alle critiche», «a dire il vero».

42: «a titolo d'esempio», «anni luce separano...».

54: «messo alla gogna», «in tempi non sospetti».

61: «veleggiando col vento in poppa sull'onda della moda».

64: «Per completare il quadro», «a dir la verità».

66: «far piazza pulita».

80: «vecchie come il cucco».

101: «alla resa dei conti».

119: «non sta né in cielo né in terra».

125: «più che mai sulla cresta dell'onda».

178: «con una punta d'ironia».

181: «si guadagna un posto d'onore».

195: «il plastismo è sempre in agguato».

196 nota 12: «se sostenessi una censura [sostenere una censura?] del genere mi darei la zappa sui piedi».

205: «ha sbaragliato la concorrenza».


* * *

Tempo d'autofiction

Negli ultimi anni si contano ormai a dozzine gli autori italiani di vario calibro ed estrazione che si cimentano col genere dell'autobiografia romanzata (da Antonio Moresco a Walter Siti, da Aldo Nove a Emanuele Trevi, da Eraldo Affinati a Tiziano Scarpa...), persuasi che la celebrazione e lo squadernamento dell'io anagrafico in tutta la sua voyeuristica oscenità (alludo a una delle più recenti autofiction di maggior successo, La vita oscena di Aldo Nove) possa di per sé conferire all'opera un plusvalore in termini di mordente e carica espressiva, quasiché la letteratura si identificasse fatalmente con la deprecata letterarietà e dunque non si desse verità e autenticità fuori dalle coordinate del cosiddetto vissuto.

Nulla di più illusorio giacché a) come dovrebbe esser noto, la letterarietà costituisce il proprium dell'arte della parola, ergo non è né evitabile né vitanda, ma buona o cattiva (qui si pare la nobiltà dell'artefice); b) la coincidenza più o meno plenaria della voce narrante con la persona fisica dell'autore non muta d'un ette il rapporto lettore-testo, essendo il patto che ne è all'origine sempre e comunque di natura finzionale; c) non esiste conato o furore antiletterario che non si grammaticalizzi in letterarietà; d) fino a nuovo ordine verità, immediatezza e sincerità non si ottengono per grazia celeste o di genere: si conquistano tramite calcoli e artifici tra sofisticati e sofisticatissimi, in difetto dei quali - autofiction o non autofiction - la pagina perde non solo verità, immediatezza e sincerità, ma spessore e ragion d'essere.

È il caso, a nostro avviso esemplare, del penultimo libro di Edoardo Albinati, uno dei più antichi pupilli di Enzo Siciliano, apparso nella storica collezione mondadoriana Scrittori italiani e stranieri sotto il titolo - più che letterario- Vita e morte di un ingegnere (la stringa "vita e morte di un" in Google libri restituisce migliaia di risultati, in buona parte titoli).

Ora, Albinati è un confezionatore di storie di non infima lega, un raccontatore notoriamente privo di qualunque velleità lato sensu sperimentale o di ricerca, e però - benché i suoi prodotti non siano mai attraversati dal minimo frisson né contenutistico né formale - altrettanto onesto che dotato di capacità affabulatorie indubbiamente notevoli. Doti e capacità pressoché insensibili in questa prova, che segna insieme il suo arruolamento nell'invincibile armata dell'autofiction e una battuta d'arresto nella sua carriera letteraria. A partire dalla struttura narrativa, incardinata su una promessa non mantenuta: dopo la morte per cancro del padre il personaggio che dice io scompone e analizza con piglio scientifico il proprio passato per chiarire quella sfuggente, odiosamata figura e soprattutto le ragioni del rapporto fatto d'omissioni e silenzî che ad essa lo legava. Sennonché, tra una meditazione e l'altra (più, si badi, sui libri che sulla vita, senz'alcun nesso con la vicenda narrata):

Ho incominciato a leggere in questi giorni Guerra e pace, è l'unica attività che riesco ad alternare alla scrittura di questa specie di saggio su mio padre. Poche pagine ogni sera, un episodio alla volta. Dieci anni fa lessi Guerra e pace in una settimana durante un viaggio nell'Atlantico, più che leggerlo lo consumai, lo macinai a centinaia di pagine al giorno, al punto che prima dell'arrivo il libro era distrutto, la copertina blu a pezzi e la legatura smembrata, come se la lettura lo avesse inspiegabilmente macerato, il semplice fatto di stare tra le mie mani e sotto i miei occhi lo avesse maciullato, o forse si poteva incolpare la salsedine, poiché lo lessi, quel libro, sdraiandomi per lunghe ore sul ponte o nella cabina dalle pareti sgocciolanti, mentre l'Atlantico mi oscillava attorno e sciacquava come se si stesse versando tutto da una parete all'altra della cabina verniciata di bianco, ogni volta che la nave sbandava su un fianco per poi, lentamente, tornare dritta, e cominciava a coricarsi sul fianco opposto, senza capire molto del libro e senza ascoltare nient'altro, forse, nel libro, che quel sordo e liquido rumore come di una folla di voci che cantano e si lamentano e piangono e si confondono accavallandosi come onde l'una sull'altra, sicché, ripensando a quella lettura, non ho mai saputo distinguere il libro dal mare che mi circondava mentre lo leggevo. Sono arrivato alla morte del vecchio Bezuchov, quella scena maestosa con al centro il vecchio e maestoso moribondo. (pp. 36-37);

tra una descrizione non esattamente irrinunziabile - quale quella, poco meno che torrenziale, del crematorio - e una specificazione topografica del tutto ininfluente (via Flaminia o Cassia bis, Vigne Nuove o Testaccio, Val Melaina o San Basilio il concetto resterebbe immutato):

Aveva piovuto e tuttora nel cielo era steso un velo scurissimo di pioggia, ma al tempo stesso il sole stava illuminando di giallo la città sotto quel blu cupo, e mentre percorrevamo la via Flaminia apparve sulla sinistra un arcobaleno, la cui curva sembrava scaturire dal quartiere della Vigne Nuove e di Val Melaina (p. 149);

tra innumerevoli ripetizioni (come la morte dei duellanti nei film western, l'agonia del padre viene talmente prolungata che il lettore si sorprende più volte a implorare il cielo che egli si decida finalmente a spirare) e digressioni piazzate ad arte per rimpolpare movimentare o poeticizzare un plot che rischia a ogni passo di vacillare ed esaurirsi, si approda alla parola fine senza conoscere men che nulla né del padre né del figlio né dei motivi della loro disperata estraneità. La narrazione procede per tessere che faticano a comporsi in mosaico, all'insegna dell'enfasi più compiaciuta e insistita:

la cassa di mogano con dentro mio padre scivolava nel forno e il vestito con dentro mio padre veniva bruciato per l'eternità (p. 12);

Io volevo che mio padre mi capisse, volevo che mi dicesse cose profonde e memorabili, anzi non mi limitavo a volerlo, lo esigevo. Come mai mio padre non ne era capace, perché non penetrava fino nel fondo della mia anima? (corsivi nel testo, p. 48);

aveva perso ogni pazienza per via del comportamento sempre più aspro di mio padre, il quale, sentendo l'avvicinarsi della fine, invece di aprire il suo cuore alla disperazione [...] (p. 49);

Tutto era dunque finito, mio padre aveva cessato di esistere, la sua forma si era annullata nel fuoco purificatore (p. 148)

fomentata da similitudini non pure di marca libresca ma, non bastasse, persino replicate, quasi con le stesse parole:

io cercavo invano il suo sguardo come il ragazzino di Incompreso (p. 20; al romanzo strappalacrime della Florence Montgomery l'opera dello scrittore romano deve in effetti moltissimo);

Uno spettatore afferrato da pena e meraviglia di fronte a uno schermo di un biancore più accecante della fronte di Moby Dick (p. 69);

La fronte rugosa come quella di Moby Dick caricava di senso le parole e i fatti più innocui (p. 79)

e da tópoi e modismi così vieti che anche uno scrittore "semplice" e costituzionalmente referenziale quale Albinati dovrebbe avvertire l'imperativo categorico di religiosamente scansare:

lo schiacciarono, rovesciarono come un calzino (p. 39);

ci crogiolavamo al sole (p. 45);

Su noi figli il benessere familiare splendeva come il sole in una giornata di maggio (p. 64);

Il dottore non batté ciglio (p. 95);

Respirare è un atto ovvio che cominciamo ad apprezzare solo nel momento in cui ne siamo privati (p. 115; cfr. l'adagio popolare La libertà è come la salute: si apprezza solo quando viene a mancare);

non riusciva a passare più di mezz'ora accanto a lui senza ridursi sull'orlo di una crisi di nervi (ibidem).

L'incuria - un'incuria, s'intende, assolutamente preterintenzionale - regna sovrana in ogni comparto grammaticale. Si pensi soltanto alle concordanze temporali peregrine, inconcepibili in un testo avente quale massima ambizione la medietà e la correttezza:

quando il Varese precipitò dalla B alla C per poi perdersi nelle serie minori lui nemmeno se ne era accorto [recte se ne accorse] (p. 17);

mi chiedevo che senso avesse giocare se poi mio padre non mi aveva incoraggiato [recte se mio padre non mi incoraggiava], non aveva gridato [non gridava] anche lui qualcosa dalle tribune, non si era congratulato [non si congratulava] con me all'uscita del campo (p. 21);

Era un esercizio mnemonico, e anche quando mi trovai ad assistere alla malattia e alla morte di mio padre me ne sono servito [recte me ne servii] (p. 31);

ed è [recte era] appunto per evitare questo incidente che io mi spenzolavo (p. 46);

sfogliavano i settimanali così distrattamente, che se fossero capovolti o scritti in cinese sarebbe [recte sarebbe stato] uguale (p. 127)

o alla punteggiatura casuale, non rispondente né a criterî logici né tantomeno ad esigenze d'ordine ritmico:

mio padre non teneva per nessuna squadra di calcio malgrado il calcio gli piacesse, abbastanza» (p. 17);

Oggi ho letto una frase di Baruch Spinoza su una rivista femminile che stavo sfogliando nell'anticamera del dentista, e mi ha colpito, specialmente il fatto di leggerla lì (ibidem).

Quanto alla virgola, come nelle scritture dei semicolti, essa è chiamata a surrogare l'intero spettro dei segni interpuntivi:

Un giorno mio padre fece una scommessa con la mia nonna materna, [:] si infilò una camicetta da donna (p. 13);

mio padre lo vedevamo poco, [:] arrivava in macchina, la sera, dalla città (p. 14);

Quando ero ragazzo [,] e cioè quando avrei potuto imparare e scoprire qualcosa su di lui, non mi sono mai posto il problema, in parte perché mio padre m'interessava poco, [:] tutti i miei pensieri allora erano concentrati su di me e sui miei coetanei, le ragazze, i libri, [;] ai miei genitori mi limitavo a voler bene ma non mi sarei mai sognato di dedicarmi a una ricerca su di loro, [:] volergli bene mi sembrava l'unico rapporto possibile, anche privo di parole, di scambi, senza sapere niente l'uno dell'altro e sopratutto senza volerlo sapere, e mai più pensavo che un giorno avrei rimpianto tanta trascuratezza, un po' com'è stato con la scuola, dove avrei potuto imparare cose che oggi mi sembrano tesori favolosi (pp. 14-15);

doveva eseguire una serie di operazioni meccaniche, [:] misurare la distanza dalla mano alla pasticca, unire pollice con indice e poi calarli lentamente sulla pasticca (p. 96);

Lei voleva vedere mio padre finalmente vinto dalla disgrazia, sentimentale, disperato, per poterlo abbracciare e consolare, e ridargli un po' di speranza, [;] lui al contrario resisteva (p. 117).

Niente di male: lo scrittore dispone di questi e di ben altri poteri assoluti. Purché sappia maneggiarli, organizzarli in sistema. Ecco invece fiorire inopinatamente, nella stessa pagina e finanche nel medesimo capoverso, il due punti, il punto e virgola, i punti di reticenza, le parentesi, le lineette, sicché sorge il sospetto dell'intervento desultorio d'un editor privo di visione d'assieme:

i documenti [...] riguardanti il primo figlio: egli riceve attenzioni (p. 26);

verso le braccia protese da qualcuno che resta fuori quadro; giunto al secondo o terzo figlio (ibidem);

Proprio come nel filmino: l'unica volta che appariva assieme a me (p. 29);

Dunque: le frizioni con l'alcol (p. 50);

persino la persona più schizzinosa può trasformarsi e rendersi ottusa al disgusto che normalmente proverebbe: la soglia della sgradevolezza è improvvisamente crollata (ibidem);

Giurerei di aver visto poco fa... quando ero sdraiato nella macchina, mi sembrava di vedere qualcosa oltre le lampade... (p. 88).

Il fatto è che scommettendo interamente sulla presunta energia, autenticità e oggettivo interesse del tesoro tematico (niente in arte ha valore in sé, tutto ha il diritto d'averne), Albinati - come i suoi commilitoni - cade nell'imperdonabile errore di limitarsi a presentare il dramma, depositandolo sulla pagina col minimo sforzo, senza produrne alcuno sul versante formale, sede unica della "sostanza" letteraria. Risultato: una sorta di meccanico burocratese, un'antilingua di calviniana memoria intessuta di forme perente o vanamente arcaizzanti come sopratutto, costui, tale («tali errori», p. 22; «Tali categorie», p. 89; «Potrei del resto fare riferimento a date altrettanto significative di tale ingresso», p. 51), poiché, affinché, introdurre per 'presentare', espletare («Mio padre mi richiedeva [...] una serie di prestazioni [...] e io le espletavo», p. 49; «Aveva bisogno di lei per tutte le faccende pratiche, ma espletate quelle [...]», p. 116), versare per 'trovarsi' («non si sono più rimessi dalle condizioni pietose in cui versavano», p. 70), ascrivere («non è cosa che il medico possa imputare a se stesso né in alcun senso ascrivere a proprio merito», p. 111), in qualità di («come se lui l'avesse assunta in qualità di segretaria», p. 91: l'intento dissimilativo è commendevole, l'esito evidentemente maldestro),[1] cui vengono per giunta affiancati colloquialismi e dislocazioni a sinistra con ridondanza pronominale, mimetici del più istintivo parlato:

Diciamo piuttosto che andava in bicicletta... va be', lo facevano tutti gli italiani (p. 52);

sennò col cavolo che il padre si riappacificava (p. 58);

uno che a queste cose non ci crede (p. 78);

di cosa fosse accaduto [...] non gliene importava nulla (p. 119)

senza che tutto ciò sia inquadrato nel benché minimo progetto.

Il dolore non messo in forma è destinato a volgersi in farsa. Mai più credevamo di dover tornare su siffatti truismi.


[1] Ogni singola volta che Albinati (per il quale la variatio non è che uno sfoggio di ricchezza sinonimica, laddove il tedio e la ripetitività che essa combatte dovrebbero essere anche, e soprattutto, di carattere concettuale) applica il procedimento, il risultato è identico; un solo esempio: «Immagino che l'infermiere si domandasse che ci stavo a fare con mio padre se poi mio padre svegliava lui. Spenta la luce mi riaddormentavo di colpo per destarmi poco dopo. Mio padre vegliava» (p. 118): nulla quaestio se i sostituti escogitati - arcaici, rari o fortemente letterarî - risultino affatto incompatibili col contesto e con l'opzione stilistica di fondo.

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