CORTO CIRCUITO

PLAUSI & BOTTE

(Bàrberi Squarotti, Onofri)

di Gualberto Alvino

Giorgio Bàrberi Squarotti (classe 1929), uno dei nostri più acuti critici e storici della letteratura, studioso delle avanguardie europee e americane (memorabili i saggi adunati in Astrazione e realtà, 1960), direttore scientifico del Grande Dizionario della Lingua Italiana fondato da Salvatore Battaglia, si ripropone al pubblico dei lettori con una raccolta di versi - se non c'inganniamo, la diciannovesima - dal titolo tra esotico e avventuroso, meno poetico che romanzesco, Le ancelle della regina Mab (Roma, Fermenti-Fondazione Marino Piazzolla, 2016): opera di grande spessore artistico e culturale che non sapremmo definire se non con le parole che egli stesso dedicò più d'un terzo di secolo fa a un poeta altrettanto sommo che dimenticato: «la poesia di Sinigaglia è, a ben vedere, anche una sorta di perpetua antifrasi, cioè è un discorso che si nutre dei momenti di più accesa e terrestre fisicità e corporalità per dire ben altro, insieme con la celebrazione erotica. Anzi, anche questa non è affatto fine a se stessa. È, sì, gioia piena e piacere e enorme ripetizione dell'atto sessuale in tutte le sue variazioni, ma anche, come esperienza totale, così compiuta e percorsa fino in fondo, viene a toccare, alla fine, la sfera di quell'altra esperienza totale che è il sacro» (Situazioni amorose come liriche sacre, «La Stampa», 17 marzo 1980: recensione di Sandro Sinigaglia, La Camena gurgandina). Ma nel Nostro, a differenza di quanto avviene nei rarefatti emblemi sinigagliani, l'«enorme ripetizione dell'atto sessuale» è celebrazione pagana della bellezza, contemplazione della sessualità intesa quale gaia invidia della vita, dell'energia, della festa corporale in ogni sua forma e manifestazione. Reminiscenze infantili intensamente trasfigurate, descrizioni di quadretti bucolici e metropolitani, visioni teatrali di classica compostezza (puntualmente incrinate da un evento drammatico) si susseguono talora con analoghe movenze e perfino col medesimo lessico (tette, ciuffetto, cosce, sesso depilato, perizoma ricorrono con inaudita frequenza) nei centotto componimenti connessi da un potente respiro poematico, sicché, più che di variations sur thème, non sarebbe fuori luogo discorrere di serializzazioni pop (si evochi pure il gran nome di Wahrol), in cui a nulla più che un colore, un tono, un ricciolo, un particolare dello sfondo, un seno di ragazza è affidato il cómpito di segnare la variatio tra una stazione e l'altra. Narrazioni d'impianto solo apparentemente realistico, giacché in esse - a indurre lo spaesamento e l'attiva compartecipazione del lettore: questo il massimo pregio dell'operazione - s'insinua sovente il gioco, l'autoironia, il dubbio se si tratti di cose accadute o solo accadibili: «e si udiva, o no?, qualche urlo di lupo»; «Aggiungo nel foglio la vela / grande, rosea (o preferite forse / che sia una conchiglia leggera, agile?)».

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[Ripropongo qui, castigata nei toni, una recensione di qualche anno fa, sperando di placare il furore del recensito, il quale - evidentemente ferito nell'amor proprio - va lagnandosi a destra e a manca scadendo volentieri, a quanto ci riferiscono, nella violenza e nell'ingiuria gratuita mascherate da innocente goliardia. Dovrebbe essere universalmente acquisito, e non è, che a una stroncatura si reagisce in due e due sole maniere: subendo in religioso silenzio o pubblicando una civile replica.]

L'infaticabile, ultrafecondo, multanime Onofri (docente, critico militante, storico, consulente editoriale, presidente di giurie, editorialista, opinionista, conduttore radiofonico, prefatore di chiunque, saggista e sa Iddio cos'altro) stavolta s'è impicciato in una faccenda più grossa di lui. Eccolo, in veste nientemeno che di storico della letteratura (Il secolo plurale. Profilo di storia letteraria novecentesca, Roma, Avagliano, 2010), ammannire agli studenti delle scuole, che di guai ne han già da vendere, un compendio del Novecento letterario (a p. 17 sbadatamente definito «antologia»): genere che richiede, si sa, doti e qualità raffinatissime, di cui il Nostro è notoriamente poco o punto provvisto: equanimità, talento critico, capacità di sintesi, nitore espositivo, gusto estetico, grande competenza comparativistica, spiccato senso storico, sterminata cultura linguistico-filologica, impeccabile rigore grammaticale, originalità q. b., e soprattutto misura. Decisamente troppo per uno studioso sui generis come Onofri, il cui unico scopo è sempre stato emergere, segnalarsi in ogni modo, anche a costo di professare inaudite eresie; come quelle di che farcì un libello del '95, Ingrati maestri (che pur gli valse per circa un quarto d'ora gli onori delle cronache e fors'anche - c'è da stupirsene? - la cattedra), nel quale auspicava, fra cento ineffabili prelibatezze, un ritorno alla visione estetica di don Benedetto [sic] e sosteneva appassionatamente la necessità improcrastinabile di dimenticare Gianfranco Contini radiandolo senza pietà dal canone della critica letteraria novecentesca. E in effetti questo Secolo plurale si pone sostanzialmente come una contro-Letteratura dell'Italia unita (benché l'Autore, per risparmiarsi la fatica, passi continuamente la parola a quel grande, sicché, senza i virgolettati, il volume si sgonfierebbe come un palloncino: evidentemente epurare il critico domese è davvero ardua impresa).

L'intentio variandi è lapalissiana. Contini cita di volo il De Roberto dei Viceré confinandolo - opportunamente - nell'àmbito del naturalismo catanese? Onofri non solo non si pèrita di situarlo alle origini della modernità novecentesca inzeppandolo a forza tra Pascoli e D'Annunzio a costituire la «triade decadente», ma cava dal cilindro una categoria nuova fiammante fatta apposta per lui, quella di (formidabile contradictio in terminis) «espressionismo di cose», da contrapporsi all'«espressionismo di parole» di cui sarebbe principe, vedicaso, uno degli auctores continiani, Giovanni Faldella. Contini lascia fuori Vitaliano Brancati e una scrivente grigia, notarile, insoffribilmente monocorde quale Natalia Ginzburg? Onofri li incensa e glorifica ambedue come mai nessuno prima. Contini definisce senza mezzi termini Antonio Pizzuto «lo scrittore più importante comparso dopo Gadda», collocandolo all'apice del Novecento? Onofri si guarda persino dal nominarlo, anche là dove buon senso e rigore intellettuale consiglierebbero l'inverso; e via differenziando.

Quanto al merito, non finiremmo più di rilevare stravaganze concettuali, pecche d'impostazione, carenze strutturali. Si pensi solo che i nove decimi dell'opera sono dedicati ai primi sessant'anni del secolo, quasiché il resto giacesse ancora sub iudice. Che lo sperimentalismo neoavanguardistico degli anni Sessanta, una delle stagioni incontestabilmente più vivaci della nostra recente letteratura, viene liquidato in pochi sussiegosi cenni: non più di mezzo rigo per Nanni Balestrini, zero per Antonio Porta. Che secondo Onofri autentico scrittore è unicamente chi dispensa «verità insuperate sulla vita e sulla morte» (e non, come credevamo di sapere, l'insinuatore del dubbio per antonomasia), donde una filza d'esclusioni - e inclusioni - assolutamente ingiustificate. Che il verso di Umberto Saba, uno dei poeti più naturalmente canori del Novecento, viene considerato «senza musica e senza accenti», ed Ernesto, romanzo dell'iniziazione omoerotica par excellence, «non privo di implicazioni omosessuali». Che Petrolio, brogliaccio non meno ingenuo che illeggibile, cui può annettersi al massimo un valore documentario, è definito il libro «più atroce e grande» di Pier Paolo Pasolini. Che Carlo Cassola sarebbe un autore «imprescindibile» perché «la sua forza sta, per dirla con Bassani, in quella "riduzione ad minimum che rendeva tanto inattuale e attuale la pittura di Morandi"» (ciò che varrebbe per ogni scrittore mediocre). Che manca un capitolo sulla critica letteraria («avrei voluto inserirlo - si giustifica candidamente il Nostro in un'intervista -, ma le disposizioni ministeriali relative al peso dei libri scolastici mi hanno costretto a sacrificarlo»: il che non gli ha tuttavia impedito di riservare uno spazio spropositato al Borgese narratore, a Guido Piovene, a Mario Soldati, a Ignazio Silone, al pensiero di Michelstaedter - il quale costituirebbe addirittura «l'antitesi più radicale a Croce e a tutto l'idealismo» -, e a includere narratori senza carne come Antonio Debenedetti e Franco Cordelli, nonché filosofi non precisamente essenziali nell'economia d'un profilo storico quali Ernesto Buonaiuti, Piero Martinetti, Giuseppe Rensi e Adelchi Baratono). Si pensi, infine, che non esiste un indice dei nomi e, soprattutto, un repertorio bibliografico - strumenti indispensabili allo scolaro come a qualunque lettore - e si avrà il diagramma esatto dello scempio.

Ma quel che lascia stupefatti oltre ogni dire è l'indescrivibile trasandatezza regnante incontrastata su ogni capoverso, ogni rigo, ogni parola. La scrittura di Onofri, come quella degli studenti a cui si rivolge, conosce esclusivamente il punto e la virgola (non una lineetta, numeratissimi e mal collocati i punto e virgola); il due punti, ben raro, svolge in realtà mansioni virgolari («di cui non è giusto nemmeno lamentare la cattiveria: se tutti gli uomini sono cattivi, se la malvagità è un dato di natura non criminalizzabile, mentre la bontà non può non apparire ridicola.», «Prendiamo il tema delle tentazioni della carne: quello che avrebbe condotto all'estetismo», «lo squallore degli ospedali: con un corredo di simboli che rimandano [...]»); la virgola è trattata alla stregua d'un optional («ogni forma di mimetismo realistico, il sogno la verità, l'invenzione linguistica ogni pratica della lingua», «dai crepuscolari ai futuristi, ai frammentisti agli ermetici», «Palazzeschi Gozzano e Moretti, Marinetti Saba, Michelstaedter e Pirandello»). E poi: errori di concordanza («un altro testo decisivo per la nascita d'una koinè ermetica, La barca di Luzi, era apparsa nel 1935») e nell'uso del congiuntivo («È noto che siano usciti», «aveva osservato che questo grande autore fosse divenuto»), che avevamo già rilevato in Ingrati maestri; arcaismi morfologici («instantanei», «instituire», «instituzione») e lessicali («venturoso»), del tutto fuori luogo in una compagine linguistica per lo più all'insegna della sciattezza e dell'improvvisazione; orrori ortografici in quantità industriale («un altrettanto decisa», «un'orizzonte», «un'ideale», «aldiqua» [= aldiquà], «predilegendo») e perfino casi di ridondanza pronominale («di quella religione ne è la più completa e compiuta dissacrazione»), sapidi nel parlato e nello scritto informale ma semplicemente inconcepibili in un testo destinato alle scuole. Tàcciasi dei sintagmi che sarebbe eccesso di clemenza definire esilaranti («a contrasto del» per 'a differenza di', «ricognizione conoscitiva»: anche il più infingardo degli studenti sa bene che il sostantivo proviene dal latino cognoscere come l'aggettivo) e dei numerosissimi refusi (a una lettura tutt'altro che lenticolare ne abbiam contati diverse decine), talora annidati nello stesso rigo («L'esperienza del "La Voce" e delle generazione»). Ma se «in questo pagine», «Pleiaidi», «Palezzeschi», «Accatone», «contandina», «ottocentesci», «effeti», «endecasillibi», «marinettiamo», «elementarietà», «aggiungre», «perfettemante», oltre a campana [= Dino Campana], campanile [= Achille Campanile], Cesare Loporini, sono agevolmente risarcibili anche dal suddetto infingardo, che dire di «dermetica» per 'ermetica', «appere» per 'appare', «aventi» per 'eventi', «intraccia» per 'intreccia', «fermazza» per 'fermezza', «idoma» per 'idioma', «requisitaria» per 'requisitoria', «Cansolo» per 'Consolo' [Vincenzo], e dei molti luoghi resi indecifrabili da omissioni o altro, tipo: «Nel cattolicesimo di Soldati c'è una buona dose di razionalismo che gli consente contro la giustizia-ingiustizia di Dio» o «A scapito di tutto ciò, Cassola resiste, quello che ha incontrato, dentro un Novecento magro ed essenziale, Fenoglio e Bilenchi» o ancora «a differenza delle Ginzburg», che potrebbe indurre l'infingardo di cui sopra a credere nell'esistenza di più scrittrici di tal nome?