PER LA CRITICA

"L'allenamento è finito"

PIERO SANAVIO

SU MARIO LUNETTA

di Piero Sanavio

Mai come nella presente silloge Lunetta s'è messo a nudo - né soltanto, e non più, come cittadino ferito da quella insolence of office che potremmo anche tradurre come "arroganza del Potere"- Giovenale e Petronio insieme, in ciò, Lunetta, nell'indignazione al proliferare, per partenogenesi si direbbe, di tanti impuniti saccheggiatori.

Pare a chi scrive che nel presente volume L'Allenamento è finito (Poesie 2006-2016), Roma 2016 di Mario Lunetta le sperimentazioni e al tempo stesso le ironie, i sarcasmi, le invettive di sessant'anni e forse più di ricerca poetica, non indegne delle ricerche formali, le invettive, i sarcasmidi Gaio Valerio Catullo contro i politici e la Roma dei suoi anni, trovino la loro giusta riaffermazione. Con notevoli innovazioni formali - il ritmo del verso che sempre più si avvicina alla inspirazione del fiato e il tempo necessari a leggerlo ad alta voce. Non soltanto con gli occhi, infatti, è qui necessario l'approccio al testo, ma così già era con i greci.

Nella descrizione del caos e la distruzione di un Paese che, volenti o nolenti, è il nostro, e condizionano il vivere quotidiano, azzerano speranze, feriscono anche i più intimi dei nostri sentimenti, e segreti, una sola certezza è affermata - la sopravvivenza di ciò, che fu scritto. E' la sola vittoria che ci è possibile su Time's winged chariot, hurrying near, nelle parole di Andrew Marvell, concetto che Lunetta traduce per noi con

Okay su tutto. Ma non ci si venga a dire, con l'ingenuità

Di angeli appassionati che "un altro mondo è possibile."

Non c'è che questo.

La storia e la coscienza dell'errore e l'orrore sopravviveranno perché ne fu scritto - e come, e per lo strumento con il quale ne è stato scritto. Anche la donna amata e il suo ricordo, o meglio la sua ombra, seguiteranno a vivere non nella memoria poiché questa un giorno scomparirà insieme alle persone che possono ricordare ma quando e se quell'ombra sarà diventata scrittura, lingua e parola scritta- e potrà perciò, aere perennius, essere risofferta nella lettura. Così, perlomeno, decodificherei i versi, una citazione da Carmelo Bene, peraltro, che

Conta solo l'alone della voce, non nel dire

E' spacciato ogni dire. E' la voce, abbandono nella lettura-oblio

Che si scorpora nell'alone del suono.

Più perentorio sarà il discorso nel nono movimento di "Area di discrezione" dove la scrittura, funzione dello spirito \ in corpore vili appare come

una delle massime facoltà

del nostro corpo, mente, spessore fisico rarefatto

in un sistema sconfinato di segni.

In "Trascurabile", un papier-collé costituito dal sommarsi e sovrapporsi dell' accenno a un epifenomeno celeste, un confronto tra la quantistica, il potere delle banche, la memoria della tradizione culturale dell'Occidente che appartiene al poeta e alla quale egli stesso appartiene, l'Io-narrante emerge in controcanto alla volgarità del chiacchiericcio quotidiano proposto dai media e di cui ritroviamo gli echi pappagalleschi nel discorsi al bar, in un salotto, in strada.

... tutti parlano della Grecia/ in toni

visibilmente drammatici/quanto meno

preoccupati

e carichi di partecipe angoscia

senza sapere il greco/senza magari aver mai dato/

un'occhiata ai versi di Saffo

o alle tragedie di Euripide/

attentissimi invece all'eterno sorriso di Tsipras/

e all'andatura palestrata di Varoufakis/

mentre

anche nell'istante di un istante fa l'Europa oligarchica

non cessa di disfarsi nel suo nulla

Ne "Le scarpe, come sempre", impietosa glossa al Quod est inferius est sicut quod est superius et quod est superius est sicut quod est inferius: ad perpetranda miracula rei Unius [1] di Ermete Trismegisto, volgarizzazione barbarica del platonico Timeo e informò il nostro Rinascimento ma anche più recenti utopie, l'elenco delle più trite ritualità quotidiane, dal vestirci alle piccole menzogne fino al rifiuto di ricordare ciò che ci dispiace, trova compimento nel distico:

Questo mondo carnivoro costruito dall'uomo per l'uomo

cambierà in meglio solo con la sua scomparsa.

Tutto ciò ci introduce a qualcosa di drammaticamente nuovo, nel percorso e la voce del poeta, mai come nella presente silloge Mario Lunetta s'è messo a nudo -- né soltanto, e non più, come cittadino ferito da quella insolence of office che potremmo anche tradurre come "arroganza del Potere" (quanti i Claudio, in questo, Paese!) - Giovenale e Petronio insieme, in ciò, Lunetta, nell'indignazione al proliferare, per partenogenesi si direbbe, di tanti impuniti saccheggiatori. Che questa sia

[...] la storia del mondo che si ripete

con l'esattezza fantasiosa di uno spettacolo spettrale

con sempre nuovi scenari, costumi, armamentari

decorazioni stravaganti e ridicole

non ha mai impedito, non impedisce tuttora, al poeta, di registrare la propria denuncia, esprimere il suo orgoglioso dissenso.

Il nuovo, ma già ci avevano preparato i versi in memoria della moglie, è l'ingresso in scena di un Io privato - pur se tale quanto può esserlo quello di un poeta che, e giustamente, è attraverso l'irrinunciabile Gestalt , in cui convergono metafore, simboli, giochi di specchi, che si esprime, come dire attraverso la polisemantica della parola.

Penso a "Matuta"quel Kaddish in memoria della madre "trasformata in polvere volatile[...] o in invisibile luce mattutina" ma soprattutto ad "Area di discrezione" dove l'affetto, l'amore (?) per colei che "ridà vita ogni volta con la sua voce d'oro\ alle scritture dell'uomo inerme e ferino", "clara luz de mi obscuridad", tutt'oggi "adorata nella sua polpa matura", vanificano ogni sarcasmo a pudica difesa di quelle confessate intimità trasformando la carnalità del rapporto in un incrociarsi di domande e risposte che si confondono nell'evolversi della percezione di un paesaggio, nell'avvicendarsi di sole e pioggia in un cielo di "nubi grassocce" grassocce come la polpa matura dell'amata, possiamo supporre, " [e] girano lente [...] sopra villa Borghese. [...] Desiderio di pioggia, repentino come \ un sasso caduto da venti metri sfiorandomi la nuca.\ Desiderio di lei ..."

Nella prima versione della terza strofa de "l'Examen de minuit", dedicato agli amici, scrivevaCharles Baudelaire, nel cuore dell'umido inverno 1863,

Nous avons baisé la Matière

Avec pleine dévotion.

Desiderio, affetto, tutto ciò che li accompagna non influiscono in nulla, in Lunetta, sulla valutazione o svalutazione che sia di trascorse esperienze (Sento che i volti che ho amato nascondevano una noce radioattiva\che era la loro luce e il loro nulla. E ora non mi \resta che tacere in "Opzione deviata"). Neppure (è il secondo movimento di "Area di discrezione"), sottrarranno il poeta e l'amata caro ex carne mea, all'esperienza finale:

contro gli occhi

un muro di travertino in quell'ingresso d'alba

nero di lutto

nero di lutto nero - nihil

Tal quale la stirpe delle foglie (osservava Omero nell'Iliade. vi, 146, Glauco a Diomede) è la stirpe dell'uomo.

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A Roma, 25 febbraio 2016


[1] "Ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto e ciò che sta in alto è come ciò che è sta in basso per realizzare i miracoli della realtà Una."

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