PER LA CRITICA

PIERO SANAVIO: EZRA POUND PERIPEZIE DI UNA SCELTA

di Piero Sanavio


Pareva che ogni volta toccassi Pound intervenisse qualche spirito maligno a imbrogliare la situazione... Verso il 1958 a Cambridge, Mass., uno dei curatori della Houghton Library, mi parlò di alcune lettere di Pound a Eliot e viceversa, conservate nella biblioteca di Harvard. Erano del tutto inedite e si riferivano alla Waste Land .

Un' ipotesi era stata Gertrude Stein ma poi ci fu la lettura dei Cantos, il primo soprattutto.

And then went down to the ship,

Set keel to breakers, forth on the godly sea, and

We set up mast and sail on that swart ship,

Bore sheep aboard her and our bodies also

Heavy with weeping...[1]

Due cose mi parvero subito straordinarie - la rapidità dell'evolvere e trasformarsi dell 'immagine all'interno della frase; i ritmi del verso con quel giambo in apertura, e aveva il tempo del verso dell'Odissea che riproduceva. Poi c'era stato un verso che descriveva le foglie dei pioppi nel vento "blown white into the wind" e mi era parso bastasse a riscattare una vita.

Fu questo a decidermi per una tesi di laurea sui Cantos. Tempo dopo ci fu il saggio sulle strutture compositive di "Hugh Selwyn Mauberley » (NuovaCorrente 5-6 Milano 1956) e piacque al professor Rosati. Decisamente minor fortuna aveva avuto un testo su Pound per Il Ponte raccomandatodal socialista Giorgio Moscon al socialista Luigi Russo, direttore del periódico. Mi ero premurato di sottolineare, su consiglio di Moscon, sia nell lettera al direttore che nell'articolo, che il mio interesse nel poeta non significava in nulla che ne condividessi le idee politiche e mi importavano piuttosto l'opera letteraria e il suo impianto formale. La risposta di Russo era stata ugualmente negativa - e inutilmente insultante.

Non migliore risultò il rapporto, a Parigi, con uno dei direttori collana del Seuil, Monique Nathan, che mi aveva proposto scrivessi un testo su Pound per la collezione "les écrivains de toujours.» La reazione ai primi capitoli sollevò nell'editore dubbi che non riuscivo a decifrare e, quasi il problema non potesse essere affrontato per scritto, me li chiarì verbalmente la stessa Nathan al nostro prossimo incontro - all'epoca, per lavoro, facevo la spola tra gli Stati Uniti e Parigi. La ragione delle esitazioni non era il fascismo di Pound ma che non avevo scritto che era antisemita. Potevo aggiungere...?

Replicai che, pur fascista, come molti della sua generazione, Pound antisemita non lo era mai stato ed elencai alcune citazioni dai suoi libri e i radiodiscorsi. Mi pareva inoltre che frasi come "lasciate in pace gli ebrei poveri, quelli di Mike Gould in Jews Without Money" o "l'antisemitismo è una falsa pista" (per non citare che questi due esempi) fossero più importanti di altre possibili, irritate, esternazioni. Non servi' a convincerla e soltanto una sentenza di tribunale e la perizia del mio avvocato, Maître Denise Rottier, riuscì, parecchi anni dopo, a liberarmi dal contratto: per il quale non avevo ricevuto anticipi ma legava però all'editore il testo scritto. Di quelle pagine ignoro quale sia stata la fine, appartengono alle molte carte perdute nei miei infiniti spostamenti tra l'Europa e gli Stati Uniti.

Pareva, in ogni caso, che ogni volta toccassi Pound intervenisse qualche spirito maligno a imbrogliare la situazione. Incontrai il poeta a St Elizabeth's nel 1957 e nelle due edizioni de La Gabbia di Pound (1986, 2004) ne ho dato resoconto; così del nostro scambio di lettere. Verso il 1958, a cena in casa di Renato Poggioli a Cambridge, Mass., uno dei curatori della Houghton Library, la biblioteca di Harvard dove sono conservati libri e documenti rari, mi parlò di alcune lettere di Pound a Eliot e viceversa, conservate nella biblioteca. Erano del tutto inedite e si riferivano alla Waste Land . L'entità degli interventi poundiani sul poemetto, quegli anni tanto anteriori alla pubblicazione dei manoscritti ( in T.S.Eliot, The Waste Land, A Facsimile and Trascript of the Original Drafts Including the Annotations of Ezra Pound - New York 1971 - a cura di Valerie Eliot) era fonte di curiosità non soltanto accademiche, tanto meno per me, da sempre interessato alle meccaniche della composizione. Inoltre: qualche tempo avanti mi aveva accennato a un carteggio del genere lo stesso T. S. Eliot (a Londra, nella sede di Faber & Faber, a. D. 1954, come fa fede la copia di Confidential Clerk dedicatomi, in quell'occasione). Le lettere, secondo Eliot, erano finite "da qualche parte" e così il manoscritto del poemetto, venduto a un collezionista, e non era stato trovato tra i documenti in suo possesso, alla sua morte. Era la versione canonica dell'epoca anche se, all'evidenza del volume del 1971, era tutt'altra la verità.[2]

"Quelle lettere si possono vedere?" chiesi adesso al curatore della Houghton Library.

"Anche pubblicare, se Pound le da il permesso."

  • Erano due lettere di Pound e una brevissima di Eliot e il giorno dopo, nei locali asettici di Houghton, le ricopiai a matita. Quella di Eliot non presentava molto interesse, non così le due di Pound dalle quali si evinceva, pur se in maniera schematica, gran parte di ciò che avrebbe rivelato la pubblicazione del manoscritto del poemetto. Mi rivolsi a Pound chiedendo il permesso di pubblicazione e ottenutolo come per la lettera riprodotta nel mio Ezra Pound, Bellum Perenne (Raffaelli, 2000), scrissi un articolo su ciò che avevo scoperto, intendendo spedirlo a Studi Americani di Agostino Lombardo, che già aveva pubblicato un mio saggio su Saul Bellow. Era di passaggio a Cambridge, quei giorni, una persona del mondo accademico italiano che avevo conosciuto a Roma nel corso di un seminario di letteratura, e collaboratrice ed amica di Lombardo. Dopo averle raccontato l'avventura delle lettere, le consegnai la copia che avevo fatto di queste, stupidamente senza duplicarle, e il mio articolo che rimettesse il tutto a Lombardo. Per qualche ragione, articolo e lettere non furono pubblicate nè mai fu data risposta alle mie richieste del perché. Neppure l'articolo che nel 1954, sollecitato da Alfredo Mezio, avevo scritto per "Il Mondo" sul mio incontro con Eliot, però, era stato pubblicato, e da Mezio, quando a Roma gliene parlai, ebbi soltanto una smorfia, a risposta. Significava che, malgrado la sua "raccomandazione", non appartenevo al "giro" giusto? Non ho mai appartenuto a nessun "giro", giusto o meno.

La consegna dell'articolo e le lettere sulla "Waste Land" aveva avuto luogo sui gradini di Widener Library in presenza di Mme Denise Sigaud Descours: insegnante di francese alla high school della vicina Concord e testimone, tra l'altro, dei miei incontri con Pound a St. Elizabeth's. Insieme alla signora avevo tradotto in francese il Canto IV dei Cantos. Durante il mio insegnamento a Brandeis University, Waltham, Mass., ebbi per collega nel dipartimento l'anziana Denise Alexandre, vedova o moglie separata di un poeta surrealista francese, e anche lei interessata a Pound. Conosceva qualcuno a Tel-Quel, disse, la rivista di Philippe Sollers, e si offerse di far pubblicare la traduzione. In cambio mi chiese di occuparmi del suo gatto quando sarebbe partita per Parigi. Le tenni il gatto e la traduzione uscì qualche tempo dopo che avevo lasciato Brandeis per l'Università di Puerto Rico. Il nome di Mme Sigaud-Descours era scomparso, come co-traduttrice, sostituito da quello di Denise Alexandre. Qualche anno dopo, nel Pound 2 delle éditions de l'Herne, la stessa traduzione sarebbe comparsa sotto il solo nome di Denise Alexandre. Il mio primo scontro con l'editore de l'Herne, che si rifiutò di correggere il falso, fu allora. Seguirono scontri politici, considerazioni più gravi di un falso letterario o forse altrettanto gravi e la rottura definitiva di un rapporto. Fu a questo punto, l'Italia in pieno clima di "opposti estremisti" come allora era la frase, che un celebre giornalista, al tempo stesso ex partigiano ed ex antisemita, mi accusava di ignominiose contiguità per aver pubblicato "un libro" con un editore "fascista". Che l'editore non fosse fascista ma connesso con inquietanti per quanto legittime centrali del suo paese, e in ogni caso, avesse pubblicato due capitolo di un mio libro su Pound che la sinistra aveva rifiutato anche se, in quel libro, c'era un capitolo dove le scelte politiche di Pound erano sviscerate e criticate (e proprio quel capitolo era tra i due pubblicati dall'Herne), sfuggiva al gazzettiere. Sfuggiva anche al periodico sul quale l'articolo del gazzettiere era stato pubblicato, e che il capitolo sul fascismo di Pound era apparso, in forma più articolata, nell'antologia in lingua tedesca Ezra Pound, 22 Versuche ueber einen Dichter (Athenaeum Verlsag, Bonn, 1967, a cura di Eva Hesse). Seguì il solito processo per diffamazione che non cambiò nulla, non cancellò le illazioni. [3]

Qualcosa di simile all'operazione di Mme Alexandre, ma senza sotterfugi e piuttosto come consolidato jus primae noctis , sarebbe successo con il radiodramma Il Processo di Ezra Pound di cui amanuense fu Giacinto Spagnoletti. Fu a Giacinto, infatti, nella sua casa ai Parioli che, basandosi sugli atti originali del processo, lo dettai l'anno che mi slogai il polso destro. Dettato e corretto, il testo bisognava "portarlo al mercato", come si dice, e Giacinto conosceva la persona giusta un importante funzionario del Terzo Programma Rai, il dottor Cattaneo, che in effetti lo mandò in onda: con il nome di Giacinto come coautore. Poco male, succedeva di peggio agli elisabettiani. Naturalmente, come sempre mi succede a sud del Po, nella lettura dello speaker il mio cognome era stato storpiato.

Instancabile Spagnoletti! Parlò del radiodramma, informandomene a posteriori, a un funzionario della televisione della Svizzera italiana, tale Grytzko Mascioni che anche lui lo mandasse in onda. Conoscevo io stesso Mascioni e in passato, quando vivevo in Francia, avevo girato per lui qualche intervista di scrittori amici - tra gli altri Witold Gombrowicz e James Jones. Mascioni non disprezzò l'idea di mandare in onda il radiodramma al quale, però, aggiunse anche il suo nome - non senza avere apportato al testo, sempre senza dir nulla a nessuno, qualche cambiamento, un dialoghetto introduttivo tra due fidanzatini. Non avrebbe sfigurato in un testo di Liala o forse obbediva a una consuetudine italo-svizzera, chissà.

Quanto all'Ezra Pound , pubblicato da Marsilio, Venezia 1974. Il testo a stampa fu vittima di sabotaggio da parte dei tipografi o di chissà - inesplicabile, altrimenti, la quantità di refusi, 64 e tutti "strategici" in un libro di 246 pagine. Me lo sarei dovuto aspettare, poco dopo la decisione di Marsilio di stampare il libro un redattore della casa editrice mi aveva avvicinato per dirmi, perentorio, che nella sua opinione "un fascista non poteva essere un grande poeta."

Andò meglio con l' Ezra Pound Bellum Perenne e la ristampa (per Fazi, Roma 2005) della Gabbia di Pound, ampliata e con molti documenti inediti, rispetto all' edizione numerata che ne aveva fatto Scheiwiller nel 1986. Per quest'ultima edizione, Piero Dorazio aveva fatto gratuitamente una serie di incisioni da includere nelle copie numerate. Non vi furono mai incluse, nessuno sa dove siano finite - a Dorazio non furono mai restituite.

Nella recensione dell'edizione Fazi, il "Corriere della sera" ne parlò (7 febbraio 2005) in un articolo dal titolo "Pound fuori dalla gabbia adesso seduce la sinistra" che rivelava l'ignoranza del giornalista o del responsabile del titolo in quanto, nell'immediato dopoguerra, i critici "di sinistra", nelle persone di Carlo Izzo, Aldo Camerino, Alfredo Rizzardi, Nemi d'Agostino e chi scrive erano stati tra i primi, in questo Paese perlomeno, a occuparsi dello scrittore. O l'estensore dell'articolo non faceva che antecipare opinioni della figlia del poeta, Mary de Rachewiltz, a giudicare dall'affermazione, riportata in un recente numero sempre del "Corriere", che gli scrittori di sinistra avevano sempre tentato di omologare le idee politiche del padre alle loro proprie. Ignoro se la signora si riferisse alla quarta di copertina del mio Ezra Pound per Marsilio ("un'indagine marxista delle idee del poeta") ma se così era, meglio avrebbe fatto a leggere il libro. Avrebbe scoperto che la critica "marxista" non si annetteva affatto il poeta e semmai leggeva da un punto di vista "marxista" le sue idee economiche, coincidenti in molti punti, peraltro, con le quelle di molti marxisti tedeschi. Dal punto di vista dell'approccio metodologico alla "materia", inoltre, apparivano, ironicamente, certe contiguità con l'ultimo Lenin (Filosofskye tetradi, Elementi di filosofia, 1947 Moskwa, pp. 193-195).

Ciò certamente non faceva un marxista di Pound, nè l'autore della monografia in nessun modo lo suggeriva, e citava al contrario le fonti economiche anglo-austro-americane del poeta: si trattava, però, di interessanti contiguità. O magari, criticando i critici di sinistra, la signora de Rachewiltz intendeva criticare anche l' affermazione che suo padre, se fu fascista, non fu mai, malgrado irritate, irritanti, stupide esternazioni, un antisemita come ha sempre sostenuto il "critico di sinistra" che qui scrive? Forse la signora possiede, al riguardo, evidenze che tuttora non ha rivelato?


[1] E poi scendemmo alla nave

Mettemmo chiglia alle onde, avanti nel mare divino, e

Alzammo albero e vela sulla nera nave,

Portammo a bordo le pecore e noi stessi

Lordi di pianto...

[3]- In quegli anni avevo condotto per il settimanale "Il Mondo" di Arrigo Benedetti, una serie di approfondite inchieste sulle cosiddette "piste nere". Sostenevo che le organizzazioni di estrema destra erano "i portatori d'acqua" di ciò che si chiamava "strategia della tensione" e inevitabilmente cercavano di trarne un profitto politico personale ma che le vere responsabilità dovevano essere cercate più in alto. Fui il primo a fare il nome di Guido Giannettini come "collegamento".Naturalmente, quell'inchiesta in più modi mi fu fatto pagare.